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Una storia di Purpleone

Finché respiri

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5 minuti

Pubblicato il 14 agosto 2020 in Altro

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Ecco, bisbiglia una voce nella sua testa, sono morto.

Subito dopo un’altra voce, simile alla prima, cavilla che i morti, quasi certamente, non pensano.

Allora sono vivo, conclude la prima voce.

La seconda voce ribatte che, non essendo mai morto prima, non può dirlo con assoluta certezza.

Una cosa però è sicura: non ha idea di dove sia e di come ci sia arrivato.

Immerso in quel buio così denso e profondo è perfino incapace di determinare se ha o no gli occhi aperti e, per quanto si sforzi non è in grado di capire se il loro movimento sia invece quello dei sogni: occhi aperti dietro palpebre chiuse.

La prima voce gli suggerisce che probabilmente è così, giacché non avverte alcun battito di ciglia.

Oltre al buio poi, è totale e avvolgente anche il silenzio.

All'inizio il suo primo e naturale pensiero è di essere a casa, nel proprio letto ma il silenzio quasi solido che lo avvolge non gli è per nulla familiare.

Tutte le case, soprattutto nel cuore più profondo della notte, sussurrano i loro piccoli segreti che, col passare degli anni, crediamo di non sentire più. Appena però prestiamo un poco di attenzione essi affiorano da sotto il velo dell’abitudine.

Ecco così il sommesso schiocco del legno che si assesta, il fruscio delle tende mosse da un’invisibile brezza, il lontano ticchettio del grosso orologio giù nel salone, i borbottii dell’acqua nelle tubature e la voce cupa delle correnti d’aria nel sottotetto.

Qui, invece, è inutile acuire i sensi: nessun rumore giunge all’orecchio.

O no?

Ascoltando con più attenzione gli sembra di sentire qualcosa.

Bum…bum…bum…”

Tonfi lievi, continui, cadenzati.

Ora che ci fa caso non sente nient’altro, e quel suono gli riempie la testa.

“Bum…bum…bum...”

La consapevolezza di stare ascoltando i battiti del proprio cuore gli esplode adosso come un mortaretto. Quale altra inequivocabile prova dell’essere vivo?

Immediatamente la solita voce smorza il suo guizzo di entusiasmo con una perfida esortazione:

Bene, se sei vivo, alzati!

Ci prova e, in un istante, ogni fibra del suo essere raggiunge vette di panico e disperazione mai provate prima quando si rende conto che nessun muscolo obbedisce a quell’ordine perentorio.

Inutilmente si sforza di avere una qualche percezione del suo corpo ricavandone invece il nulla assoluto.

Tenta ancora una volta ma è inutile.

L’unica sensazione che affiora è il fantasma di un ricordo.

Il ricordo di aver avuto braccia, gambe, dita e mani.

Mentre un’altra tacca di angoscia si aggiunge alle precedenti, una nuova voce si aggiunge alle altre e gli intima di non cedere.

Pensa a respirare - gli sussurra, - finché respiri va tutto bene.

Ma anche respirare è una faccenda strana.

Perché non sente il rassicurante passaggio dell’aria nelle narici o nella bocca?

Quello che prova somiglia, anche in questo caso, più a un ricordo che all’esecuzione dell’atto vero e proprio.

Cerca di concentrarsi, per quanto gli è possibile, finché percepisce, lievissimo, il movimento a mantice del diaframma.

Si sforza di focalizzare la sua attenzione unicamente su quell’unica esilissima sensazione.

Concentrati.

Di più.

E finalmente lo sente per davvero.

Ora ne è quasi certo.

Dopo il movimento degli occhi e il battito del cuore, sente anche l’infinitesimo movimento dei muscoli respiratori e, nella barriera di panico che lo avvolge, si apre una prima crepa. Sottile ma profonda.

Nonostante le voci stiano ancora urlando di cieca disperazione, riesce ad afferrare e tenere stretto quell’esilissimo filo di speranza:

Pensa a respirare. Finché respiri va tutto bene.

Va tutto bene.

Ma non per molto.

Sovrastando la cacofonia che gli occupa la mente, ritorna a galla il suo primo pensiero che, nella sua apparente banalità, è l’origine di tutta la sua angoscia. Gli arriva quasi di soppiatto, salendo dal fondo della sua coscienza, per poi zittire tutte le altre voci:

Dove sono? E come ci sono finito?

Domande che in un attimo soffiano sul fuoco delle sue paure e che permettono a Mastro Panico di riparare in un lampo la piccola breccia aperta poco prima.

Dove sono? E come ci sono finito?

Le domande si susseguono così, in una sorta di rimbalzo infinito, in attesa di risposte che non arrivano.

Tenta di sondare quella che dovrebbe essere una vita vissuta ma è inutile: non c’è nulla da tirar fuori.

Nessun ricordo gli viene in aiuto.

Una delle voci gli bisbiglia, perfida, che questa potrebbe essere la condizione che chiamiamo “Morte”, o “Eternità”.

La morte della carne e la persistenza eterna dello spirito.

La voce principale non ne è convinta ma, ora che è stato evocato, il genuino orrore di questa possibilità prende forma, s’insinua e cresce come una larva fino a occupare ogni anfratto della sua mente.

Mille voci adesso urlano e strepitano all’unisono.

Il muro di panico è immenso, lo sovrasta e lo stritola.

In preda a un parossismo e un’angoscia senza fine scalcia e spinge con braccia e gambe che esistono solo nella sua mente, mentre un grido disarticolato si abbatte e rimbalza inutile sulla diga delle sue labbra.

Solo un vago movimento, dietro le palpebre chiuse, tradisce il suo tormento e la sua disperazione.

Una lacrima cresce incerta nell’angolo del suo occhio destro.

Cattura un guizzo di luce e infine, quasi riluttante, scivola piano tracciando un sentiero argentato lungo la guancia pallida.

Una pezzuola candida, stretta da dita amorevoli, la tampona con delicatezza.

Nella tenue penombra della stanza, solo il rumore costante della macchina per la respirazione accompagna i silenziosi singhiozzi della donna seduta accanto al letto.

La mano stretta nella mano.

Il viso accanto al viso.

“Respira. – dice piano - Finché respiri va tutto bene.


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