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Una storia di Veronicadegregorio

Questa storia è presente nel magazine D'amore e dintorni

GLI ALTRI SIAMO NOI

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5 minuti

Pubblicato il 27 novembre 2018 in Spiritualità

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Rosa era una giovane donna di cent’anni. Cresciuta in collegio, non aveva mai conosciuto i genitori. Caustica, piccola e ossuta, aveva le mani rosse e gonfie per l’uso dell’acqua gelata. L’espressione indurita del viso, incupita da capelli neri e lunghissimi e sgraziata da un inquietante strabismo dell'occhio destro, sembrava la superficie di una ruvidezza interiore che moltiplicava la sua età anagrafica.

Nel corso della sua beve vita ebbe una sola figlia. La chiamò Vittoria. La bambina era down e quel nome, secondo il suo modo di vedere le cose, le avrebbe portato bene. Accettò la malattia di quella figlia disgraziata facendosene una ragione. Era una donna molto religiosa e se Dio manda un castigo, pensò , quando l'infermiera dell'ospedale le porse la bambina, ha sempre un buon motivo. Certo, una pena così grande doveva avere il giusto contrappeso di una colpa delle stesse dimensioni, ma così su due piedi non riusciva a individuarla. Si considerava una buona cristiana, andava a messa, faceva la comunione e non aveva mai bestemmiato. Pensò per ore, passando in rassegna il tempo infinito della sua giovane vita senza venire a capo di quel dilemma. Senza risposte e nel timore che le capitasse ancora di scontare pene senza colpa o di suscitare la suscettibilità di quel Dio che, essendo onnisciente e leggendo per filo e per segno le faccende di cui disquisiva nella testa, poteva mandarle un segnale di disapprovazione, continuava a interrogarsi. Dopo vari ripensamenti, fece un atto di fede e accettò l’insindacabilità di quel giudizio superiore. La faccenda era chiusa, almeno così le sembrava, fino a quando ebbe un guizzo. Ritrattò tutta la questione. Come aveva fatto a non pensarci. La disgrazia di quella figlia era lo sconto di una pena anticipata, qualcosa che le avrebbe concesso di peccare in futuro e tenuta al riparo dall’eventualità di altre condanne. E siccome quella inflittale era molto consistente pensò che per pareggiarla non le sarebbero bastati i peccati di due vite e che quindi, in mancanza della seconda vita, poteva allineare pena e colpa bestemmiando almeno un centinaio di volte, non tutte insieme s’intende, un po’ alla volta. Cento bestemmie contro una sola vita sono sufficienti.

Un giorno, l’ennesimo in cui suo marito si ritirò ubriaco e senza un soldo, lasciò cadere i suoi precetti di cristiana e, utilizzando il suo bonus di pena, bestemmiò. Tre volte, di fila e ad alta voce. Volle che Dio la sentisse. Quel giovedì di qualche anno prima aveva visto giusto. Aveva pagato i suoi debiti in anticipo. E Dio che era stato soltanto lungimirante, non si arrabbiò. Non le accadde nulla. Lo ringraziò la domenica successiva, in chiesa, alla messa mattutina delle sei, quella che prendeva tutte le domeniche e che, non contando la presenza del prete e di qualche vecchia acciaccata e sorda del quartiere, andava sempre deserta. Era l’ideale. A lei di tutta quella gente che affollava la messa delle dodici e faceva il mea culpa, guardandola con stessa curiosità che si tributi a una bestia rara e disgustosa, la faceva andare in escandescenza. Nessuno sospettava che andasse in chiesa né, tantomeno, che infilasse venti centesimi nell’offertorio e accendesse una candela per i suoi morti e per quelli degli altri. Né le importava che quegli ipocriti lo sapessero. Che continuassero a pensare quello che volevano, per lei ciò che contava era il rapporto privilegiato col suo Dio. Inginocchiata davanti all’altare, gli affidava Vittoria, gli chiedeva che tenesse a mente di non punirla quando bestemmiava e che, quando fosse giunto il suo momento, fosse clemente e non l’abbandonasse.

Nel vicolo si era guadagnata lo sprezzante titolo di ‘a bbestia (la bestia). S’attaccava a qualsiasi sciocchezza pur di litigare e quando concludeva che non aveva alleanze si ritirava in casa sconfitta, depennando l’ennesimo conoscente dalla lista del suo saluto. Lo sapevano tutti. Era il suo modo di stare al mondo e di risolvere la tragedia della sua esistenza: cancellava gli altri dalla sua vita per non veder se stessa, perché se c’era una sola cosa che quella donna piccola e caustica aveva capito, era che gli altri siamo noi. La gente l’allontanò fino a ignorarla. Il giorno in cui non trovò più nessuno con cui litigare, sentendo di averne il diritto per via di quella punizione anticipata,decise di questionare col suo Dio. Lo chiamava in causa anche se si spaccava un bicchiere. Quando suo marito se ne andò con una puttana polacca lasciando lei e la figlia, esaurì quasi tutto il numero di imprecazioni che , secondo dei calcoli noti solo a lei, le concedeva lo sconto di quella pena anticipata. La sera, nella solitudine del suo letto, pensava che forse aveva esagerato, che in fondo suo marito era solo un'ubriacone disamorato e che forse, attraverso l'incontro con quella puttana, Dio aveva voluto renderle un favore. La domenica successiva, affidata la bambina a una zia che abitava nello stesso vicolo, andò alla messa delle sei e accese due candele votive. Una per ringraziare Gesù Cristo per la liberazione da quell'essere ignobile di suo marito , l'altra perché vigilasse su lei e sua figlia. Qualche anno dopo, Vittoria si ammalò. Una broncopolmonite la spazzò dalla vita un paio di giorni prima del suo sesto compleanno. Il dolore per la perdita di quell'unica figlia le spalancò le porte della pazzia. Vagava nei vicoli del quartiere chiedendo alla gente se qualcuno avesse visto la bambina. La gente, conoscendone la storia, la guardava con compassione ma standole alla larga, non si sapeva mai. Rosa aveva una natura irosa e le infauste circostanze della vita avevavo contribuito a ispessirla. Morì in un manicomio. Sola e senza che quel Dio tanto invocato le rispondesse. Al corteo funebre, oltre al prete, la zia e un infermiere caritatevole, c'era una sconosciuta. S'infilò con destrezza dietro il feretro. Stava assorta e con la testa bassa. Non le importava sotto quel legno chi ci fosse. Chiese la redenzione dei propri peccati e sgattaiolò guardinga rapida. Libera, alleggerita e senza macchia. Pronta a rimetterla nel culo a qualcuno. La gente muore tutti i giorni e di funerali ce ne sono a bizzeffe. In caso, avrebbe trovato l'ennesima occasione per redimersi.

Nello stesso istante in cui seppellirono Rosa e la sua storia, era un sabato mattina di una lattiginosa mattina di novembre, nella chiesa dove prendeva messa, si accese una candela. Fu Dio in persona ad accenderla. Ma Rosa non lo seppe mai.

Sono trascorsi dieci anni dalla sua morte. La sconosciuta che ne seguì il feretro, continua a infilarsi dietro i funerali.

Veronica de Gregorio

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