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Una storia di MirianaKuntz

Milleduecento

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12 minuti

Pubblicato il 27 ottobre 2019 in Altro

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Valeria sta attenta a tutti i rumori. Sente i suoni in maniera diversa. Gli altri ci vedono solo cose che sbattono in modo casuale, chiavi che stridono, sedie che vengono strisciate un po’ così come capita. Per Valeria un rumore è paura allo stato puro, è una chiave che gira e lascia entrare i mostri da tutte le porte, è un qualcosa sbattuto contro la parete per ricordarle che presto il male verrà a prenderla, le sedie vengono strisciate per ricordarle che rumore fa un corpo che lecca il pavimento, che male può fare, una violenza così. Ha imparato che lo squillo di un telefono può essere alla pari di una bomba che sta per scoppiare, di una sferzata di frecce fatte di colpe e terremoti. Ha imparato a pensare al telefono come ad una cambiale che ogni giorno ti succhia un po’ via la vita: oggi il telefono fisso è muto, posso vivere ancora un giorno, al pomeriggio sorseggia il caffè e gli da un’occhiata, il suo mutismo la convince ancora, arrivata a sera, col pollo nel piatto che la osserva, tira un sospiro di sollievo, e quando va a mettersi a letto, si dà delle auto rassicurazioni: -ormai è troppo tardi per morire, ormai è tempo di dormire- . Il giorno dopo la cosa si ripete, ma più i giorni sembrano passare, minore è la sicurezza che si concede. -Non può durare per sempre questa pace, oggi sarà il giorno- tiene il fiato sospeso tutto il tempo, mentre mangia, mentre legge il giornale, mentre sfoglia i canali annoiata, persino quando è appena sveglia e prova a ricordare il sogno fatto alla sera prima. La sua paura ha preso il nome di ossessione, e questo mostro fa il banchetto con le sue ossa tutti i giorni, invitando commensali a caso. Non sa di preciso cosa possa dire dall’altra parte del telefono, una persona che chiama e diventa una bomba: forse raccontare di quello che non è, o di quello che è perché ha scelto di amare, o di come sia stata cattiva, di come non sia pulita, buona, pacifica, di come sia una vergogna, e di come le cose brutte che accadranno porteranno solo la sua firma. Valeria deglutisce a fatica, immagina mentre prova a respirare, un mondo dove queste cose non esistono, dove la vendetta verso chi hai amato non si consuma, un mondo dove tutti i telefoni del mondo non squillano, ma fanno corto circuito, e tutte le bocche di colpo, diventano mute, legate con lo spago da parte a parte, e poi scompaiono, senza lasciare buchi sulla faccia. È così che Valeria quella volta ha distrutto tutti i telefoni di casa, arrivando poi a quello della linea fissa, sradicando dal muro la sua spina. Ogni Bip non ha più vibrato, quel mutismo digitale la faceva sentire al sicuro, come dopo una caccia, raggiunta una grotta, a dormire sotto la pelliccia invernale.

Valeria sogna una storia dove non è colpevole di niente, dove non è indiziata, dove non fa a pugni con qualcuno a cui vuole bene, e che le ha devastato il cuore, e che dopo averla fatta a pezzi, vuole fare a pezzi la sua coscienza, con spasmi di colpe, sputi sul cuore, col sangue di chi non sa vivere, e incolpa la sua mano ferma, i suoi occhi lucidi.

Quando attraversa il portone di casa si guarda sempre intorno da sotto i suoi occhiali da sole, ogni mattina fa gli stessi sei km in torno casa. È precisa con le sue commissioni, va sempre negli stessi posti, e vede più o meno sempre le stesse persone. Ogni nuova faccia le fa una strana paura, simile ad un pugno che le si inceppa nello stomaco. Ogni pugno le tira via un soffio di fiato. Si porta le mani alla testa a volte, fermandosi a qualche panchina, le dita sembrano riuscire ad attutire un po’ i colpi delle parole: -me la pagherai, mi hai preso solo in giro, farò del male a chi ami, nessuno ti amerà più, vieni giù a picco con me, non meriti niente di buono, sarò lì ad aspettarti finchè non ti farai viva-

Le mani toccano tutti i punti della sua testa, sfiorano la scatola cranica sotto i capelli, un vecchietto si avvicina preoccupato, fa il giro della panchina, cerca di capire se piange, ride, o sta per svenire. Valeria ha il ghiaccio negli occhi in quei momenti, sente di non essere più in un posto fisico, ma in una scatola fatta di freddo polare, nascosta sotto terra, circondata da mille vetri. La gente, un po’ come talpe da giardino, osserva ciò che vede da fuori, con grande diffidenza. Valeria è come morta ma non abbastanza. Lascia la testa al suo peso naturale, si tocca il collo ossuto, e torna a respirare con la gola troppo secca per assaggiare delle parole. Quando la morte sembra averla attraversata da parte a parte, come in punta di piedi su un trampolino affacciata sugli squali, prende la borsa dal marmo, e si incammina verso casa. Il sole del ritorno le scalda le lacrime, asciuga il suo pianto invisibile, culla le domande e le risposte che non vuole sentire. Il sole asciuga tutto, anche la morte. È quello che pensa ogni volta che gira la chiave nella toppa, e sente quei suoni che ancora una volta le mettono paura.

La vibrazione del telefono non è un suono, ma è il modo in cui il display fa vibrare ciò che ha sotto. Il legno vecchio sfrega l’aria. Ogni messaggio è un colpo al cuore. Valeria sogna dei messaggi che non facciano paura: - un come stai? Se hai bisogno sono qua. Nessuno ti farà mai del male. Non è colpa tua.-

La luce accende il telefono morto e lascia filtrare parole cattive. Non è padrona de suoi lunghi bagni in vasca, delle sue dormite improvvise, delle letture che finiscono dopo due giorni, della pasta da mescolare in pentole troppo alte per i suoi pochi metri di altezza. Quando vibra, il cuore le arriva in gola: sarà qualcosa di brutto, sarà che adesso piove, sarà che è colpa mia, sarà che ho fatto di nuovo la cosa sbagliata, sarà che farà male per sempre, sarà che sono l’errore.

Tiene la plastica tra le mani, la graffia col le unghie affilate, deglutisce e cerca di leggere le parole. Esse si incastrano le une sulle altre, si capisce poco e male, il cuore sembra rincorrere un infarto di pelle e sangue, i discorsi diventano infiniti, le cattiverie non si perdono per strada, ogni cosa brutta si concentra in quelle due ore di male. Poi arriva il silenzio, che talvolta le fa ancora più paura.

Dentro un silenzio può esserci vendetta, morte, rabbia, sangue. Dentro un silenzio si nasconde una chiamata, uno schiaffo, una lettera cattiva, un ultimo tramonto. Il silenzio uccide più delle bombe, delle vibrazioni, delle luci che si accendono e rompono il buio.

Valeria lascia scrosciare l’acqua della doccia, si guarda i piedi e li trova orribili. Da uno sguardo al resto del suo corpo: tutto da buttare. La perdita di peso irruente le ha reso il seno floscio, le sue gambe hanno alcune zone molli, è troppo bassa, le sue gambe non riescono ad essere belle come quelle degli altri. I lunghissimi capelli le coprono le spalle, anche quelle brutte. Larghe, per niente esili. Non importa quanto segni la bilancia, il grasso sembra arrivare ad ogni cosa bella del suo corpo. Sì graffia con la destra la scapola sporgente, nemmeno le ferite lasciano passare il male, le si incrosta tutto dentro, le ossa fanno cric croc ma non si spezzano mai abbastanza per cadere sulle ginocchia. L’acqua ancora sgorga dal rubinetto, scende sul tappetino bianco feltro. Si irradia lungo le fessure gommose, tocca i piedi che non sente più attaccati al corpo. Si rannicchia come una bambina ferita al ventre, si stringe lo stomaco, sente il ticchettio dell’orologio nella stanza accanto. Quando lava la sua pelle, le paure non vengono via, nemmeno le ansie, nemmeno i mostri. L’aspettano tutti in fila lì accanto, dietro la porta della camera, qualcuno seduto sul lenzuolo. Sporcano il pavimento, i mostri più piccoli, lasciano un unguento vischioso, strisciano sul cuscino. Quando ha finito di lavarsi Valeria si ricorda di nuovo del telefono, resta muta, immobile alla trave della casa, poi riprende a camminare – è sera, respira ancora un po’-

Quando si pettina i capelli all’indietro, il bagnato dello shampoo le aggroviglia i capelli sulla nuca. Più spazzola più le fa male, più tira via i capelli, più si accorge di quanto quei mostri le stiano tirando via la vita. Pallida come un cero, con metà dei suoi capelli, il viola affacciato agli occhi, la gola secca, e le mani che tremano. Gli occhi sono diversi, hanno una patina grigia, hanno perso tutte le stelle, sempre umidi, o terribilmente asciutti, di un asciutto che mette paura, simile a quello dei pazzi, o di quelli che stanno morendo. Occhi che non guardano più niente, occhi che non conoscono più la bellezza delle cose che le potranno accadere.

Valeria ormai sa che non le accadrà più niente di bello, gliel’ha detto anche lui. Se non è oggi sarà domani, una cosi non merita bellezza, non merita sorrisi, non merita.

Quando sente le spazzolate strigliare i capelli ribelli pensa a quello: non merito. Più i capelli tirano, maggiore sente dolore, più sente d meritarlo. Il dolore le si attorciglia al collo come una collana troppo stretta, un pitone selvaggio. Sa di meritare tutto quel male, perché gli è stato detto da una bocca a cui vuole bene, da una lingua di cui conosce il sapore. Valeria osserva i suoi capelli spezzati tra le setole, li lascia cadere via nel buco del wc. Quando il discarico ringhia, tutti i suoi capelli spariscono nel nulla.

Valeria fa a botte con la morte ogni volta che sceglie di rimandare. Salto nel buco, è l’altezza giusta, qualche pillola non mi farà svegliare, se perdo metà del mio sangue forse sarà fatale, troppo zucchero e il corpo collasserà, poco cibo, mi consumerò del tutto, cicca spenta tra i denti, cenere che si disperde. Tutte le altezze guardate con gusto, le lame sfiorate col polpastrello, la candeggina portata col tappo alla bocca, poi lasciata cadere, il cuore che batte più veloce del sangue, sperando che si blocchi senza fare troppo male. Nuotare al largo, dove non si ritorna, attraversare col rosso, sferzata da ruote pesanti. Fatta a pezzi da estranei, overdose di tutto, calpestata dai giudizi altrui.

Ha paura Valeria quando arriva la notte. Chi doveva tenerla al sicuro dai lupi, è il primo fra i lupi, ulula, saccheggia la porta, irrompe nei sogni, scuote le sbarre del letto. -Non vuoi farmi male- sussurra Valeria con la testa nascosta – se io ti voglio così bene, tu non vuoi farmi male- aggiunge ancora serrando gli occhi. Tiene giusto gli occhi aperti come una porta socchiusa, il giusto per vedere i suoi denti aguzzi, così dolci quando Valeria fa la cosa giusta, così feroci quando reclama vendetta. Il bianco dei suoi denti allieta e spaventa, il fiato del suo respiro le sposta i capelli sulla fronte. -Tornerai buono- le dice tenendo la coperta ferma sulla testa, come a farsi da tetto contro la pioggia che irrompe. Il lupo le tira una zampata, in preda alla sua rabbia, poi si scusa e fa una capovolta. -ti voglio troppo bene per vederti andare via- Proprio Valeria che non voleva scappare, ma che adesso ha paura persino di stare ferma. Il sangue le scende a piccole gocce lungo la schiena, sente il freddo dei globuli mangiare la pelle. Quando grida forte, e spinge di lato il lenzuolo, il lupo è ai piedi del suo letto, che come un cane fedele vuole vederla dormire adesso, per proteggerla contro le ombre maligne.

È confusa Valeria, che non sa cos’è più il male e il bene. Che non conosce più cosa divide l’amore dall’odio. Due cose che si mescolano insieme, nei denti del lupo, nel rosso del suo sangue. Acquerello di paure e domande, di cose che non sa spiegarsi. Il balcone mantiene il freddo del polo nord, è mezza nuda e mezza vestita, incastrata tra le feste invernali e le serate di mare. Si guarda intorno, perché ha paura di essere spinta, mentre sogna di cadere nel vuoto, con un tonfo sordo, ascoltare le ossa che scricchiolano, i capelli che muti si cospargono sul marciapiede.

Il buio che amava, perché le ricordava gli abbracci teneri, le serate con chi amava sotto le coperte a fare la guerra al freddo e alla solitudine. Il buio che copriva i baci e le mani pellegrine. Ora un buio che sembra inghiottire le cose, un buio pesto che sa di melma, che annega le buone intenzioni, che ti spinge in un loop di grida ed insulti, di -non si dorme finchè non si piange-

Non piange più Valeria dopo tante cascate. È un asciutto magnetico il suo. Si chiede dov’è il cucciolo di lupo che aveva allevato con cura. Lo aveva sfamato, vestito, cullato, reso un uomo più grande. Dov’è la sua bontà e la sua protezione? Dov’è.

Non sa più chi è Valeria, non sa cosa le piace e cosa no. Non sa vestirsi senza sentirsi goffa, confonde i colori, non apprezza il sapore di niente, non si sente nemmeno una persona talvolta, alla stregua di un tronco piantato nell’erba. Le botte le arrivano, e lei le attutisce, poi sanguina, poi ride, e dice – che va tutto bene- i giorni passano veloci, poi lenti.

La gente non sa com’è difficile la vita di Valeria: non sa mai cosa succederà domani, ma sa di per certo che non sarà niente di buono.

Telefono che potrebbe squillare, cibo da consumare in fretta, le lotte contro la morte, ii lupo che non le vuole più bene e l’azzanna, le altezze gustose, i tagli sulla pelle, i vestiti che non vanno, gli occhi grigio muro.

Milleduecento ossessioni, se contate precise.

Valeria tiene il segreto, perché almeno in questo è brava.



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