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Una storia di MirianaKuntz

La sagoma

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7 minuti

Pubblicato il 03 febbraio 2020 in Fantascienza

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Era una giornata strana, una di quelle che sapeva di esserlo, ma non si arrendeva al maltempo. Niente sole, niente brezza primaverile, un vento gelido capace di mozzare la punta del naso. Niente guanti, solo un cappello ed una sciarpa, l’essenziale per prevenire quella brutta tosse che le faceva visita ogni inverno. Il brodo sul fuoco, pronto da riscaldare, il letto mezzo disfatto, in preda alla pigrizia e all’usura. I vetri appannati perché dentro il caldo faceva tremare gli spigoli, ma non era spietato, nemmeno leggero, di un tepore che tiene a galla la rana senza ammazzarla. Eppure c’era la solita spazzatura da gettare via, e il comune impreciso si era già preso troppo tempo per attardarsi. Odiava fare le solite cose ogni giorno, eppure i momenti routinari la tenevano al sicuro dalle sorprese spiacevoli. Un caffè con il latte, tre biscotti secchi, un giro col cucchiaino a fare da cassa armonica alla porcellana, poi la menta in bocca di chi si lava i denti di corsa, una pettinata ai capelli più corti, la presa leggera dei vestiti lasciati sulla sedia la sera prima, un paio di calze pesanti, l’acqua fresca in faccia, gli anfibi di pelle ai piedi, una sistemata al cappello, e via di corsa giù per le scale. Le solite sette o otto cose messe in fila.

A poco servì la fretta, perché non appena il primo piede si esibì all’esterno del cancelletto privato, le prime gocce leggere si schiantarono sulle piastrelle grigio topo. Si seguivano, si annodavano. I loro schizzi divennero fili d’acqua, poi gocce più grosse, ed infine strisce continue che non davano tregua. La stessa pigrizia del letto disfatto, venne allora a trovarla, e senza ombrello corse in avanti per gettare la spazzatura e tornarsene a letto.

Fu come se la tempesta che esplose le portò una persona in dono. Lì davanti, d’un tratto, come una colonna di marmo antichissima, senza l’uso della parola, senza espressioni, né grida. Una sagoma ferma lì accanto al cancello, di un silenzio tetro e di una fragorosa armonia.

Quando la spazzatura urtò le scarpe della sagoma, lei si accorse che la ragazza aveva le sue stesse scarpe allacciate alla meglio. Fece un piccolo sorriso, giusto il tempo di capire che non si trattava di una copia di stile, come quando sei in mezzo alla gente e una signora di mezza età ha su la tua stessa maglietta con lo scollo a goccia. O Quando nello stesso momento l’estraneo che è in piedi accanto a te, a parlare col gelataio, ordina il tuo stesso gusto e sorride.

La sagoma aveva le stesse scarpe, lo stesso giubbotto, lo stesso cappello, persino lo stesso bracciale al polso destro. Questa fu la parte leggera del panorama. La cosa spaventosa riguardava la faccia, la sagoma aveva la sua stessa faccia, ma non la sua espressione attonita, era felice ed euforica, e invece di starsene ferma, la spinse per una spalla, quasi come a voler simulare un saluto tra amici.

Lasciò la spazzatura dove l’aveva lanciata, girò le spalle con stizza, sospirò con amarezza, perché aveva un solo pensiero: quello era un sogno, e la sua giornata routinaria non era nemmeno ancora iniziata. Fece le scale svogliata, quasi a non avere più forze, sbuffò tre volte, lanciò le scarpe in un angolo della stanza principale, e tornò a letto, speranzosa che fossero ancora le tre “nel mondo reale” e che potesse ancora poltrire lì in mezzo alle coperte calde, ancora lontana dal suo caffè.

Fu quando sentì la porta bussare che si accorse di due cose: che quello non era un sogno, e che la routine era stata spezzata.

La sagoma era completamente fradicia, a differenza sua che aveva ancora i capelli quasi del tutto asciutti grazie al rientro preventivo prima che scoppiasse la tempesta. Lei taceva, ma la sagoma no.

-ciao, ti trovo bene-

-cosa cazzo è sta roba? Uno scherzo?- chiese chiudendo la porta alle spalle dell’altra

-No. Perché?-

-io sono te, o meglio tu sei me, ti sei mai vista allo specchio?-

-che differenza fa di chi è chi?-

-siamo sorelle? Ho una gemella cazzo-

-come potevo sapere cosa avresti indossato oggi-

La giovane si guardò i vestiti, ed erano davvero gli stessi, persino con gli stessi strappi sulla coscia, complice l’usura e la lavatrice che funzionava un po’ male.

-allora adesso mi sveglio e dimentico tutto-

-Se vuoi provare.-

Provò a mettersi un cuscino sulla faccia, quasi a soffocare, tirò via tutte le tende, spense tutte le luci, gettò al pattume le candele, lanciò il telefono in bagno.

Per qualche minuto riuscì persino a chiudere occhio, ma la sagoma al suo risveglio era ancora lì.

-dimmi chi cazzo sei!-

-Sono io. – sorrideva, mentre l’altra era completamente terrorizzata

-ok, facciamola semplice, cosa vuoi? Soldi? Non ne ho nemmeno per me, sono una fallita-

-Io ne ho molti invece- disse con entusiasmo portando almeno venti banconote da cinquanta sul tavolo

-Sono anche sola, malata, e depressa-

-io sono felicemente in compagnia invece, e sono sempre felice-

-sei la versione migliore di me stessa quindi, fantastico, che iniezione di autostima questo lunedì!-

-Per niente, sono te se avessi fatto l’opposto di ciò che hai fatto-

All’ultima frase la ragazza si alzò di scatto sulla schiena, prese posto nel letto disfatto, e si mise ad ascoltare. Non si trattava quindi di una versione migliorata della sé stessa disperata, era più un prodigio tempestoso, una sorta di illuminazione che ti mostra le cose che non volevi vedere, e i percorsi che non hai intrapreso.

La sagoma aveva un anello al dito, perché aveva avuto coraggio di perdonare, ed amare una persona che non andava né perdonata né amata. L’aveva strappato dalla sua casa, lo aveva convinto che nulla sarebbe stato meglio di loro insieme, neppure la donna che l’aveva preceduta. Avevano messo su casa, si era scelta i mobili che voleva, aveva comprato gli strofinacci per la cucina, le presine per il forno, e scelto con lui l’intonaco perfetto per la camera da letto.

Si era poi lasciata alle spalle le brutture, aveva mandato tutti a cagare e aveva aperto un giornale suo, pubblicato già tre romanzi di successo. Prendeva il cappuccino tutti i giorni, rifaceva il letto ogni sera. Non era mai stata pigra in vita sua, e correva ogni mattino cinque km di strada. Non temeva la pioggia, si lasciava bagnare, e piangeva il giusto tanto da sentire le lacrime pulirne il condotto, e il resto del tempo rideva tanto.

Aveva tenuto le cose migliori però. Il suo gusto estetico, le cose da indossare, il modo divertente di allacciarsi male le scarpe, gli appuntamenti alle sette del mattino, ogni giorno, al cancello principale, dopo la colazione. La voce era la stessa, i capelli pure, ma gli occhi no.

Si dice che il male che provi si riversa come petrolio puro dentro gli occhi. La prima aveva gli occhi annegati, la sagoma aveva l’iride fiorita di primavere.

-non sono un miraggio né un miracolo, sono io, sono te, se solo tu credessi più in noi-

La sagoma dondolava sulla sedia smunta della cucina e la osservava senza paura.

La ragazza era divisa tra la paura di sapere, e la voglia di non conoscere nient’altro. Quello che non sei diventata, se si materializza sotto i tuoi occhi ti mette paura e malumore. Si chiedeva come avesse fatto a perdonare cose terribili, dove avesse trovato l’amore, da quale pozzo avesse tirato su quelle primavere, e come si vive la felicità senza zoppicare ogni tanto.

-dimmi solo una cosa- disse poi dopo tanto silenzio -com’è che divento te?-

-vivi, e mi assomiglierai più di quanto io assomiglio a te.-

Prima che potesse chiedere ancora una cosa, fece tre passi in avanti, come a toccare la sua spalla, ma a riprova che la sagoma compiva sempre l’opposto di quello che faceva lei, si alzò di scatto e corse via, giù per le scale, in mezzo al temporale.

La ragazza asciutta, d’un tratto, durante la corsa lì fuori, sentì la pioggia feroce renderla fradicia già dopo qualche minuto. La sagoma non c’era più, come se un lampo l’avesse portata via.

Si sentiva già nuova, fresca, innaffiata dalle nuvole e dal tempo. Non aveva mai indugiato per così tanto tempo sotto l’acqua, al diavolo la tosse, al diavolo i malanni invernali.

Alzò la testa e sorrise.

Si sentiva già più uguale alla parte -sagomata- di sé stessa.



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