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Una storia di Neith

IL SOLDATO DI PORCELLANA

La storia di due vite lontane da casa

59 visualizzazioni

13 minuti

Pubblicato il 17 febbraio 2021 in Fantasy

Tags: #amore #avventura #azione #lesbica #viaggio

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"I ricordi s'intrecciano come onde nell'oceano."


I confini della sua mano brillavano investiti da un un morbido tepore calante.


"Rivedo ogni momento, ogni istante..."


Fasci aranciastri le filtravano fra le dita proiettandole ombre frastagliate sul muso.


"Una voce incessante, un lontano eco..."


Il colore fangoso delle squame era sopraffatto dal grossolano riverbero dorato del sole calante. La coda era sdraiata con lei sull'erba autunnale, immobile, come parte integrante del paesaggio.


"Non riesco a farli smettere"


Gli occhi si adattarono a fatica alla luminosità. Un attimo di salvezza, uno soltanto, prima che la consapevolezza la investisse. Le rughe assediarono i lineamenti come fratture nella roccia, le palpebre cigolarono nell'avvicinarsi.

Con una tensione singola si mise in piedi, scrollandosi ferocemente i residui del breve riposo di dosso.


"E' ora"


Si piegò dietro una collina argillosa, non più alta di un paio di metri al suo apice, l'unico riparo degli ultimi giorni. Di fronte a sè si stagliava ancora metà della vallata. Un'immensa distesa d'erba, qualche raro arbusto e un piccolo, spettrale ruscello eran tutto ciò di cui si componeva, racchiusa tra gli aguzzi pendii di roccia vulcanica. Un enorme cratere crollato, lungo cinquanta kilometri e largo altrettanti, riempito da millenni di pioggia mai stati in grado di ospitare più delle lumache e qualche topo di campagna. Gran parte del luogo era già invasa dalle tenebre, che agognavano e mangiavano terreno ad ogni secondo. Avvolse le provviste in un panno perchè ne smorzasse il rumore, ravvolse la canotta dalla roccia tiepida e se la mise. Era larga, rozza, calibrata su dimensioni maschili che malgrado la stazza non riempiva per intero. Era cucita con grossa lana marrone, disseminata di cicatrici lasciate dai rovi. Pantaloni da fabbro color felce coprivano le gambe, tappezzati di tasche lungo le cosce, alcune vuote, altre piene. Un foro artigianale sul retro permetteva alla coda di passare e muoversi con relativa libertà. Strinse in vita il cinturone malconcio, lo assestò perchè il fodero appoggiasse sul fianco destro, dalla cima spuntava una barra metallica, unica parvenza d'impugnatura della spada. Un'ultima occhiata alle sue spalle, poi si mise in marcia. Con andatura costante e profilo basso si mise a correre tra i fili d'erba, movenze precise quanto potenti, che al suo passaggio lasciavan solo fruscii d'erba e lievi tonfi delle piante scalze sul terreno nudo. La coda restava parallela, riadattandosi ogni tanto per aggiustare l'equilibrio quando si faceva precario. Trascorse ore a quel modo, senza mai fermarsi. Lo sguardo consumava vigile gli ettari calpestati e quelli a venire. Il buio la ostacolava, ma mai al punto di impedurle di avanzare. Anche quando la tenebra si inspessì la marcia non si fermò.

Sull'intera valle regnava un silenzio irreale, come se il mondo intero trattenesse il fiato. L'alba si fece a lungo desiderare. Il primo raggio di sole bagnò le ferite dei picchi illuminando i versanti a ovest. Drizzò il collo e si fermò a guardare la nascita del nuovo giorno. Si concesse pochi secondi, un lusso di cui forse non poteva disporre. La realtà delle cose la colpì come uno schiaffo: era il momento di trovare un nuovo riparo. Passò più di un'ora prima che ne scorgesse uno: un grosso macigno, crollato forse dalla cornice. C'erano frammenti sparsi tutt'intorno dalle più disparate dimensioni, da quelli grossi quanto il suo busto a quelli non più di un pugno. Un rifugio troppo ovvio, ma era l'unica alternativa. Disfò i bagagli e si abbandonò a terra con una smorfia esanime che sfoggiò tutti i denti aguzzi. Esausta si trascinò fino al macignoo e vi si sedette contro, raccogliendo il volto tra le mani. Un pesante sospiro inumidì il mezzo delle dita. Era come se tutte le fatiche della traversata le fossero franate addosso in un istante. Si strappò la canotta di dosso e volle lanciarla lontano, ma le riuscì solo un lancio scarso. Appoggiò gli avambracci alle ginocchia e chiuse gli occhi, assaporando la frescura sulla corazza umida di sudore. Aveva un fisico importante, forte, con quel minimo che bastava a ricordare ch'era donna. O femmina, in base ai punti di vista. Chiunque faceva sempre la stessa domanda: com'è possibile? Le squame (ch'eran di fango spesso e duro sul dorso e le parti esterne degli arti, di smussati ciottoli schiariti sul ventre e le giunture) insieme ai seni? E lei avrebbe risposto allo stesso identico modo: in silenzio. Non lo sapeva perché, non sapeva molte cose. Non le importava, e talvolta desiderava di non averli proprio, meno domande, meno problemi. Ma li aveva e se ne faceva una ragione. Si lasciò attraversare dalla brezza e dai primi pallori rosati che si affacciavano sul crartere. La tensione sul muso lucertoliano si dissipo' come petali al vento. Il calore del primo sole era un'ammaliante abbraccio che cullava i salti tra un pensiero e l'altro. Un ciottolo smosso. La luce proiettata attraverso le palpebre tingeva il mondo di rosa e arancio. Erba, fili d'erba. La coscienza si allontanava, sentiva le braccia appesantirsi, le membra perdere vigore. Unghie, no, artigli. Nero, tutto nero... Un lampo tranciò di netto il velo del dormiveglia. Spalancò gli occhi e si issò di scatto oltre i macigni. Due scarni segugi sfrecciavano di pari passo nell'erba alta in sua direzione, a cinque passi l'uno dall'altro. Fece appena in tempo a estrarre la spada. Era a stento definibile un'arma, solo un'anima in acciaio senza guardia nè impugnatura, ma la interpose fra sè e i canini e resse l'impatto. La bestia mordeva, sbavava sull'arma e ne venivano suoni raccapriccianti mentre spingendo in avanti la pelle veniva tagliata. Una fitta lancinante trafisse l'avambraccio destro e un sibilo ferino tinse il vento. I denti dell'altro segugio eran serrati nella carne e strattonavano. Strinse forte le dita e mozzò la testa del primo a metà, poi fu la volta del secondo. Ci vollero alcuni secondi perchè smettesse di mordere. Il canto di un corno echeggiò lugubre sulla distanza. Rinfoderò la lama e si mise a correre, con tutte le forze che aveva. Avrebbe voluto fermarsi a prendere le sue cose, ma non ne avrebbe avuto il tempo. Un tenue scalpitio di zoccoli s'ingrandiva poco a poco. Non osava girarsi, le bastava sentirli per capire che non erano a più di un paio di centinaia di metri. Erano due, forse tre, massicci abbastanza da farsi sentire da tanto lontano. La fine della vallata era vicina, mancava un chilometro, forse due, e avrebbe dovuto riempirli correndo più veloce di un cavallo al galoppo. Non ce l'avrebbe mai fatta. Le fatiche della marcia serrata si facevano già sentire a gran voce, le cosce bruciavano, gli addominali s'irrigidivano per fuggire le fitte di dolore, la ferita e il cuore in petto pulsavano all'unisono. Le urla dei cavalieri sembravan la sostanza stessa che li spingeva avanti. Il sangue pompava come un martello nelle tempie, la mente andava annebbiandosi... i suoni presto non furono che una poltiglia mischiata agli altri sensi, il tempo iniziò a scorrere lento. Sentiva ogni lembo di carne torcersi sotto le squame, ogni stilla che come chiodi faceva gemere le membra, ogni fiato buttato per una vita che forse non sarebbe durata abbastanza a lungo da meritarli. Chiuse gli occhi.

Era un bel giorno per morire.


Lentamente sollevò le palpebre. Erano pesanti, respirare era un'agonia. Vedeva nero. Qualcosa di freddo le premeva sugli zigomi, la sensazione di bagnato era impossibile da allontanare. Un rantolo arido le fuggì dalla gola quando provò ad alzarsi. Le braccia tremavano, aiutandosi con queste alzò il busto a tentoni. Qualcosa cedette sotto la destra e finì immersa nelle viscere fino a metà avambraccio. Erano fredde. DOveva essere passato almeno un giorno. Con cinico disgusto ritrasse il braccio e spese qualche secondo a osservarlo da vicino. I colori stavano tornando. Si aggrappò al tronco di un arbusto solitario e si tirò in piedi a forza. Lo scenario fu desolante. Sei carcasse riverse sull'erba secca, il terreno era tinto del colore del sangue per metri. Un cavallo aveva la gola squarciata, uno un foro sul ventre, l'ultimo aveva un fianco percorso per intero da un grosso taglio. La carne s'era strappata come carta. Dei loro tre cavalieri non rimaneva molto, lance spezzate e vessilli insanguinati. Un orso che regge uno scudo, tessuto su fondo viola e bordi gialli. Lei era straordinariamente illesa fatta eccezione per il morso. Nemmeno una goccia di quel sangue era suo, tutto quel sangue... Si guardò e non se ne capacitò. Spiegò il palmo davanti al muso e si perse a osservarlo filtrare tra i reticoli delle squame. Sentiva ancora il sapore acre dell'adrenalina, il tremore dei muscoli e la mente vuota, stordita. Il braccio pulsava da impazzire. Se lo spalmò sul viso.

Il sole era alto già da due ore e del bellissimo pallore rosato che ricordava non v'era più nulla. La marcia era ripresa, lo stomaco era vuoto e la sua coscienza sempre più labile, i passi si trascinavano e inciampavano sui ciuffi erbosi incagliati nel terreno. Il respiro si fece via via più incostante, il cuore pompava tanto da trasmettere il suono ai timpani. Riempì il petto con tutta l'aria che trovò.


< Hraaaaaaaaaarghh!! >

CAPITOLO 2 – UN NUOVO GIORNO


Il passo che collegava il cratere alle piane di Rist era stretto, la notte di luna calante dava a ogni ombra tratti mostruosi, ogni suono, ogni scricchiolio portava la sagoma di un soldato in armatura, del muso di un cavallo, di un braccil, di una gamba. Tutto ciò che sapeva era che dava in direzione della capitale, e tanto le bastava. Non era certa di quanto tempo fosse passato dall’inseguimento, ma si sbrigò prima che qualcun altro la trovasse. C’erano sicuramente altre squadre ad aspettarla a valle. Davanti a lei si apriva un’immensa prateria che si estendeva a perdita d’occhio, rotta a nord e a oriente dalla catena dei monti Faruan che rovesciavano una secchiata di conifere sugli aspri versanti. Il monte Butan era unico nel suo genere, un diamante in mezzo ai sassi, alto ottomila metri di cui metà copertia di ghiaccio ogni mese dell’anno. Lì da qualche parte riposava Kartha, arroccata fra le spesse mura che la resero leggendaria. Le sarebbe piaciuto poterlo vedere, si diceva che fosse uno spettacolo a cui dover assistere una volta nella vita. “Magari nella prossima”, pensò. Si sedette su una roccia a riprendere­ fiato, minuti d’ozio preziosi che capitalizzò riposando gli occhi. Quasi si sentì svenire. Sarebbe stato bello non doverli riaprire, abbandonarsi lì, dimenticare i problemi. Il sangue aveva smesso di colare dalla ferita, quello secco la teneva chiusa, ma sarebbe peggiorata. Prima di accorgersene iniziò a pensare. Discendere il versante e immettersi sulla piana era fuori discussione, sarebbe stata un bersaglio troppo facile; doveva passare per la foresta. Sperava che in quell’arco di tempo nessuno l’avrebbe notata. La notte non andava sprecata.

L’alba successiva era smunta, un deprimente manto biancastro illuminava la terra e uno grigio oscurava il cielo. Le temperature eran più basse di cinque gradi fuori dal cratere e la mancanza di raggi impediva al suo sangue di scaldarsi a dovere. Irrigidita dall’acido lattico abbandonò il sentiero. Attinse a tutta la sua forza per continuare a muoversi. Alzò il campo al cielo, il fiato affannato sembrò rivolgerlo drito verso di esso. Era all'incirca l'una del pomeriggio e dei soldati ancora nessuna traccia. Sei ore trascorsero piatte, senza rumori né novità, ma l'apprensione della fuga non la lasciava mai. I rumori della piana furon gradualmente rimpiazzati dal lento fruscio delle foglie e degli aghi. Era un suono melanconico, le ricordava casa. La foresta sembrava tutta uguale, ma i suoi occhi vedevano oltre i tronchi e il muschio. Seguivano i sentieri invisibili tracciati dai cervi, le scorciaoie tra i cespugli conosciute dalle lepri, i terreni più semplici percorsi dall'acqua. Si fermò solo per abbeverarsi. Quella calma la penetrava, sentiva i suoi tentacoli stringere le tempie, la induceva a pensare. Seguendo il fiume notò il letto allargarsi fino a immettersi in un corso maggiore, la cui corrente colava langue verso le piane. Si lasciò trasportare per una breve tratta, per cancellare la sua traccia di odore. Non sapeva se ci fossero altri segugi. L'acqua era fresca, ma smise di essere un sollievo quando l'accaldamento si sciolse e il corpo smise di generare calore. Ironicamente era stata la marcia incessante a proteggerla dall'ipotermia. Continuò a quel modo finché il gelo non la costrinse a uscire. Grondava acqua sanguigna e non smetteva di tremare. Il sole scomparve in anticipo sotto il fitto. Radunò il necessario per un fuoco e potè finalmente fermarsi. I ciottoli sopra il legname tenevano le fiamme basse perché non fossero scorte. Si rannicchiò sul terreno gelido, si avvolse con la coda, e pianse in silenzio fino a che la stanchezza spense ogni cosa.

Sognò stormi di uccelli sulla sua testa, aria fresca che le batteva le guance, il dolce odore di casa e lontane voci che riconosceva. Tutto era come lo ricordava, le palizzate appuntite che tenevano fuori il mondo, il vivace brusio di vita al loro interno. "Sarai brava come tua madre, un giorno" diceva il vecchio Ohrka, chino in avanti per trovare i suoi occhi. Modellava un vaso su un tornio, con quell'argilla unica delle sue terre e il suo colore violaceo, senza risultati degni d'essere ricordati. Ma se li ricordava, tutti quanti. Li sognava spesso. L'espressione di suo padre quando partiva, che la guardava come se sperasse che non crescesse mai, che non dovesse mai affrontare la vita. Il suono terribile delle canzoni che sifulava attraversando i cancelli. Il profilo delle sue spalle secche che si allontanavano.

Quando riaprì gli occhi le palpebre erano come incollate, venate di sale asciugatosi sulle squame. Il sole era già sveglio. Si alzò in piedi, cancellò le tracce del falò e riprese la marcia. Passarono due ore e dei suoi inseguitori ancora nessuna traccia. Il sollievo fu enorme e si permise di rallentare. Di cacciare. L'idea la solleticava, non mangiava da quattro giorni, forse cinque, neppure lo ricordava. Seguì una pista fresca nell'erba alta, lasciata da qualcosa di piccolo. Pensò a un coniglio. Era l0unico animale che ricordava che fosse più piccolo di un cane e più grande dei topi. La percorse fino a uno spiazzo silenzioso circuito da un letto di querce. Al centro una volpe annusava il suolo, sulle tracce della stessa creatura. Aveva un manto grigiastro, sfolto, una pancia magra da giorni. Appena mosse un altro passo quella rizzò le orecchie e si volse verso di lei. Non era sicura di che animale fosse, se l'avesse già visto prima. Le ricordava un lupo, all'incirca, ma poco importava. Corse fuori dai cespugli e subito l'animale fece lo stesso nell'altra direzione. Si sentì trafelare già dopo pochi metri, e crollò al suolo quasi soffocata dal cardio impazzito. Non aveva neppure saliva da versare. I denti si sporcarono di polvere e terra. Rotolò su un fianco e si guardò attorno. Lo scenario era cambiato, i fusti erano più radi e i cespugli si aprivano su un sentiero scavato dall'uso costante. Lo stesso su cui appoggiava la faccia. Lontano, un centinaio di metri circa, le parve di scorgere un'abitazione. Quando fu più vicina le apparse più tristemente nitida: il legno era marcescente e spezzato in più punti, le felci e i rampicanti avevano invaso l'edificio. L'odore delle muffe infestava le assi, tremendamente intenso, tanto che dovette coprirsi le narici. Quando trovò l'ingresso si stupì però di trovarlo brullo, scevro di vegetazione. Sul terreno si vedevano i solchi che la porta aveva scavato nell'aprirsi. Subito mise mano al fodero. Posò l'orecchio contro la porta e per minuti rimase in attesa. Nessun rumore. Cauta decise di abbassare la maniglia, i perni cigolarono troppo rumorosamente. Un abbagliante fetore di morte la travolse.


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