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Una storia di FrancescaLucidi

Rossignol

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15 minuti

Pubblicato il 13 giugno 2019 in Thriller/Noir

Tags: #Storiabrevedistopicofantasyamorethriller

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Fino a pochi secondi prima ero convinta che ciò che stavo facendo fosse giusto.

Seduta sul bordo della terrazza della Gabbia D’Oro osservavo le teste dei grattacieli e le luci di quella città che era diventata totalmente diversa da come la ricordavo. Da
bambina venivo spesso in quel luogo, mano nella mano di mio padre e mia madre, per osservare i monumenti e girare per le vie di quel bellissimo posto pieno di storia,
di musica e di calore che era la città di Roma. Erano passati molti anni da quel periodo ed i miei genitori avevano smesso di portarmi in città per mano, ma quel posto pieno di grattacieli e di strade grigie e maniacalmente pulite aveva conservato soltanto il suo nome. Fino a pochi secondi prima, ero
convinta che tutto ciò fosse giusto.
Dieci anni prima, successivamente al coup d’état che portò Marika Uccello al governo come dittatrice a vita, venne istituito il primo, vero Giorno della Retribuzione, giorno in cui gli oppressi avrebbero ottenuto la loro vendetta su coloro che li avevano maggiormente feriti. Ovviamente, non tutti avevano l’opportunità di
ottenere questa tanto aspettata vendetta. L’ Organizzazione della Gabbia D’Oro sottoponeva, iniziando otto mesi prima del Giorno, l’intera popolazione ad un test propedeutico, per controllare che coloro che desideravano ottenere qualsiasi sorta di rivincita fossero realmente degni di esercitarla. Questo test consisteva nella
compilazione di un questionario provvisto di domande sulla propria vita passata e quesiti psicologici, successivamente al quale il momento di sottoposizione alla
verifica veniva eraso dalla memoria, in modo tale da non suggerire ad altri candidati delle risposte che avrebbero potuto portare all’idoneità. Dieci giorni prima della tanto attesa Retribuzione, venivano scelti dodici candidati, coloro che vengono ritenuti più
meritevoli di una vendetta contro i loro oppressori, i quali si sarebbero dovuti presentare alla Gabbia D’Oro per presentare il loro piano di rivincita. Chi otteneva la propria Retribuzione non avrebbe potuto compiere nuovamente il test. Queste erano le regole.
Un’altra regola consisteva nel fatto che la vendetta non poteva essere compiuta per mano del candidato. Non si conosceva bene il significato di questo vincolo ma, essendo Marika Uccello alla testa dell’Organizzazione della Gabbia D’Oro, si pensa che tutto questo avvenisse semplicemente per ragioni di controllo. Ebbene, la
realizzazione della Retribuzione era affidata ad un carnefice esperto, atleticamente addestrato ed assetato di sangue, identificato con il nome di Rossignol.
Rossignol. “L’ Usignolo”. Piccolo e grazioso, un uccellino dal dolce canto che attira chiunque lo ascolti con attenzione. La forza calamitante del suo cinguettio richiamava gli oppressi, che si servivano del piccolo volatile per ottenere ciò che da tempo bramavano. “Rossignol”, non “L’Usignolo”, poiché la sua variante francese sembrava avvicinarsi di più all’idea di un sanguinario. Ed anche perché suonava molto meglio nei titoli dei giornali. Quella sera, il tredici Febbraio 2069, l’usignolo aveva spiegato le sue piccole ali ed aveva iniziato a cantare, spargendo sangue per coloro che venivano attirati dalla sua voce. Quella sera, per la prima volta in dieci anni, l’uccello canterino non aveva completato la sua dolce e straziante melodia. Quella sera,
Rossignol si chiedeva se ciò che stava facendo fosse realmente giusto.

Mi tolsi la maschera, tenendola tra le mani ed osservando i suoi decori. Aveva l’aspetto di un piccolo viso d’uccello, dalle striature verdi e rossicce. In corrispondenza del naso c’era un piccolo becco giallognolo, mentre sopra i buchi degli occhi erano sistemate delle piume scarlatte. Quei buchi vuoti sembravano avere uno sguardo
proprio, che mi osservava con ribrezzo. Rossignol mi chiedeva di portare a termine il lavoro che avevo iniziato, di dare uno scopo al rancore verso il genere umano che da
tempo nascondeva dietro al suo volto d’usignolo. Quella sera, però, non ci riuscivo. La Retribuzione mi aveva coinvolta direttamente e non avevo sterminato il dodicesimo oppressore della lista. Marika, avendolo saputo, mi aveva richiamata nel suo ufficio della Gabbia D’Oro e stavo preparando la mia mente alla tortura che presto avrebbe subito. Conoscevo il motivo per cui ero stata convocata e, nonostante la maschera da uccello carnefice che nascondeva sempre le mie emozioni le mie gambe
vacillavano. Non ero tanto impaurita per la mia sorte quanto per quella di quel dodicesimo oppressore, quella persona che era tornata, dopo dieci anni, a tormentare i miei pensieri e le mie emozioni. Quando arrivai nell’ufficio della dittatrice, il suo
sguardo fu così affilato che sembrò mi squarciasse la pelle.
Si faceva chiamare Vautour, “L’Avvoltoio”, e, così come l’uccello che la identificava, sembrava voler banchettare sui miei resti. Le sue gambe erano tese ed incrociate, i capelli scuri e ricci le ricadevano sulle spalle. Le sue mani poggiavano
sulla scrivania, chiuse a pugno, come se cercassero di trattenersi dallo strangolarmi.
“Siediti, Rossignol.” Mi disse, con tono neutro.
Presi posto nella sedia di velluto rosso davanti alla sua scrivania, osservando meglio il suo volto. Il viso dell’avvoltoio era contratto in una finta maschera di indifferenza,
simile a quella che indossavo. Era visibile che cercasse di trattenere la sua rabbia, poiché sapeva che l’usignolo avrebbe ancora potuto essere utile al re degli uccelli.
“Sai perché sei qui, vero Rossignol?”
“Lo so.” Dissi io, sostenendo il suo sguardo. “Non ho completato-“

“La tua missione.” Mi interruppe la dittatrice. La sua maschera neutra iniziò a sciogliersi, rivelando la sua ira. “Dovevi finire la Retribuzione. E’ per questo che ti abbiamo addestrata”.

“C’è stato un impedimento. Ero personalmente coinvolta, non potevo completare la missione senza subire conseguenze.”

“Sai perfettamente che in quel caso l’Organizzazione sarebbe volta alla tua protezione, Rossignol”

“In questo caso sarebbe stata inutile.” Dissi io, cedendo al suo sguardo. Una lacrima scese lungo la mia guancia, sperai che l’avvoltoio non la notasse. “Arrivata nel luogo

dove il dodicesimo oppressore si trovava, non sono riuscita ad eliminarlo. Non importava quanto lo volessi, non riuscivo ad affondare il coltello nel suo petto.”

Guardai in basso, aspettando la mia punizione. La mia maschera da usignolo sanguinario mi osservava con lo stesso sguardo sprezzante, come se odiasse l’esternazione dei miei sentimenti. Rossignol mi ricordava che avrei dovuto mantenere la freddezza che ho dimostrato in dieci anni, che non dovevo cedere ad uno stupido uomo che faceva parte della mia passata vita personale. Ma quella maschera non faceva più parte di me. Forse non lo aveva mai realmente fatto.

“Rossignol.” Disse Vautour, riacquistando la sua indifferenza professionale. “Quando ti ho trovata, ho avuto un certo senso di pietà per te. Eri triste, sola e rancorosa verso

il mondo che ti aveva fatto così male, regalandoti l’ improvvisa indifferenza dei tuoi genitori e l’odio dei tuoi coetanei. Tutto ciò derivava dal fatto che eri troppo elevata per persone come loro, e lo penso ancora.”

“La ringrazio-“

“Non interrompermi.” Disse la dittatrice, sbattendo un pugno contro la scrivania.

“Pensavo che fossi perfetta per il nostro programma di Retribuzione, che potessi dare uno scopo a quella rabbia che serbavi verso il mondo che ti circondava. Soprattutto, ero sicura che il titolo di Rossignol ti si addicesse”

L’avvoltoio fece una lunga pausa, sollevando il lungo collo verso il cielo. Il grande uccello si stava preparando a sferrare la sua prima beccata verso il suo banchetto,

quella che, se l’animale fosse stato vivo, gli avrebbe causato più dolore.

“Penso ancora che questo titolo ti stia bene.” Disse poi, guardandomi di nuovo.

“L’usignolo. Il più grazioso e calamitante degli uccelli. Quello che riesce ad attirare tutti gli altri animali con la dolcezza del suo canto e, nel nostro caso, tutti gli oppressi. Ma questo piccolo uccello, anche se apparentemente perfetto, ha un difetto che non si può cancellare. E’ uno dei più fragili.”


L’avvoltoio aveva sferrato il suo colpo. La mia carne viva ne aveva sentito il dolore, riconoscendo la verità nascosta nelle sue parole. Era vero, ero fragile. Volevo
nascondere questa mia debolezza con la mia maschera da uccello canterino, con il mio coltello in mano e la mia pistola nella fondina, con l’inquietante nome di Rossignol che figurava sui giornali e faceva tremare gli oppressori. Ma la mia carne
era debole e sensibile, le mie ali piccole e fragili, il mio becco il più tenero.
Non risposi alle parole che la dittatrice mi rivolse. Abbassai la testa e sospirai, attendendo la mia punizione.
“Non posso lasciare che occupi questo titolo se ti coinvolge direttamente, Rossignol.”
Mi disse l’avvoltoio, senza guardarmi. “Prendi le tue cose e vola via, piccolo usignolo. Sei libero da questa gabbia. Al numero dodici penseremo noi.”
Una goccia di sudore freddo scese sulla mia fronte. Pensai a quel dodicesimo oppressore, al ruolo che, dieci anni prima, aveva avuto nella mia vita. Sentii le sue braccia avvolgermi, come la prima volta che lo avevano fatto. Sentii il suo fiato sul mio collo, quando mi sussurrava parole dolci. Sentii il dolore che mi invase il petto quando lui, come tutti gli altri, mi aveva abbandonata. Provai rancore tempo prima. Pensai che meritasse la Retribuzione, che avesse bisogno di capire il male che
mi aveva inflitto. Ma, come avevo già detto, avevo iniziato a dubitare che quello che pensavo fosse giusto.
Posai la maschera da usignolo sulla scrivania e feci per uscire, quando sentii la voce di Marika richiamarmi.
“Quella puoi tenerla. Così ricorderai il tuo errore.”
Ripresi la maschera, che continuava a guardarmi con disprezzo. Mi avrebbe perseguitata per il resto dei miei giorni, ricordandomi come Rossignol aveva fallito il suo compito nello stesso modo in cui aveva fallito ad inserirsi nella società che la
circondava. Probabilmente, l’usignolo non era fatto per stare in alcuna gabbia. Uscii dalla stanza a grandi passi, sentendo lo sguardo dell’avvoltoio sulla mia schiena.
Appena fui nell’ascensore, tornai a pensare a quel numero dodici che era tornato ad occupare la mia mente. Entro il giorno dopo sarebbe morto e sapevo che non avrei
goduto della mia personale Retribuzione. Non sapevo chi altro potesse volergli così male da volersi vendicare in così barbaro modo , ma non mi interessava. Forse potevo fare qualcosa per salvarlo.

Ricordavo ancora dove si trovava l’abitazione di Giulio Falco, numero dodici nella lista degli oppressori e, ultima cosa ma non meno importante, il mio ex compagno. Non potevo dimenticare la casa dove avevamo scelto di convivere e dalla quale avevo deciso di volare via dopo il suo abbandono. L’usignolo non era fatto per stare in gabbia, specialmente se doveva dividerla con un falco che lo aveva ferito.
Roma era stata ricostruita, ma quella casa era rimasta. Forse perché all'esterno aveva un aspetto talmente grigio ed ordinario da confondersi con il nuovo paesaggio, ma nessuno poteva sapere cose vi fosse nel cuore del nido. Io e Giulio, tempo prima, avevamo ridipinto completamente le pareti e, casualmente, disegnammo un bellissimo usignolo dalle ali spiegate, che svolazzava in un campo di fiori. Giulio era appassionato di volatili ed il piccolo uccello dal dolce canto era il suo preferito. Non sapeva che il suo
prediletto sarebbe diventato l’icona di un carnefice. Essendo lontana soltanto pochi isolati non impiegai molto ad arrivare nell’abitazione dove un tempo risiedevo e, non
avendo più la chiave, mi intrufolai attraverso la finestra. Non appena posai la mano sulla manovella, sentii un suono assordante inondare le mie orecchie. Non ricordavo che ci fosse un allarme, quindi pensai che Giulio la avesse installata dopo la nostra
rottura. Riuscii comunque a girare la manopola e ad entrare in casa, aspettando che il mio ex compagno mi riconoscesse e non chiamasse la polizia.
L’uomo non tardò ad arrivare nel salotto, con una grossa padella in mano. Il suo sguardo era minaccioso, ma ben diverso da quello di Marika. I suoi occhi verdi
avevano un che di fierezza, diversa dalla pura malignità dell’avvoltoio. Possedevano tutta la regalità del falco, l’uccello che faceva da cognome per Giulio. Non appena mi
vide, però, il suo sguardo minaccioso e fiero si sgranò, lasciando spazio allo stupore.
“Non ci posso credere. Per tutto questo tempo…eri tu.”
Riconobbe la maschera dell’usignolo carnefice che aveva cercato di ucciderlo poche ore prima, accostata al viso della sua ex compagna. Un barlume di rancore apparve nei suoi occhi, ma si trattenne dal farmi del male.
“Perché hai deciso di prendere la Retribuzione nelle tue mani?” mi chiese, lasciando cadere la padella a terra.
“Non ho tempo per spiegare. Stanno arrivando.”
“Chi?”
“Vautour. Non ho completato la mia missione, ha preso il tuo destino tra le sue mani.
Ho provato ad ucciderti, ma non ci sono riuscita. Non meriti questa Retribuzione.”

“Non è quel che pensavi fino a poco tempo fa. Non è quel che pensavi riguardo a tutte quelle persone che hai ucciso.”
“Non ho tempo di discutere con te sulle mie azioni, sono qui per proteggerti.”
“Non voglio la tua protezione.” Mi disse Giulio, guardandomi con lo stesso disprezzo che la maschera di Rossignol mi aveva riservato. “Ho cercato di combattere la Gabbia D’Oro per anni solo per proteggere te, ma che senso ha adesso?”
“Di cosa stai parlando?”
“Del motivo per cui Giulio Falco è il numero dodici sulla lista degli oppressori.”
Disse una nuova voce, proveniente da dietro di me. La stessa voce tagliente capace di squarciare la mia carne. L’avvoltoio era seduto sul davanzale della finestra con il suo collo rivolto verso il cielo, aspettando di sferrare il suo becco adunco contro i resti delle sue prede. Quella sera, per cena, avrebbe mangiato falco.
La dittatrice sfilò una pistola dalla sua cintola, puntandola contro la testa del mio ex compagno. Giulio brandì nuovamente la sua padella, ma sicuramente non sarebbe
servita a molto. Impugnai la pistola nella mia fondina e la puntai contro Vautour, guardandola con rinnovato odio.
“Rossignol, lasciati spiegare chi è realmente costui.” Disse Marika, con il dito piegato sul grilletto. “Quest’uomo è a capo dell’organizzazione “Clè en Argent”, che si oppone alla Gabbia D’Oro e cerca di mettere fine alla Retribuzione. Si sta battendo
per distruggere tutto ciò che in questi anni abbiamo costruito. Fortunatamente, quest’anno il criminale è stato scoperto” continuò, preparandosi a sferrare la sua beccata. “Potevo imprigionarlo e sterminarlo. Ma perché non rendere le cose più interessanti?”
La dittatrice sorrise malignamente, guardando Giulio.
“Perché non distruggere questo ribelle per mezzo di ciò contro cui si batte? Soprattutto, perché non affidare questo ingrato compito alla persona che ha cercato di
proteggere?”
Guardai il mio ex compagno con occhi strabuzzati, lasciando cadere a terra la mia pistola.

Lo sguardo prima fiero, poi sprezzante del mio ex compagno divenne tenero come una volta, con l'aggiunta di un barlume di tristezza e malinconia.
“Non avrei mai voluto abbandonarti, Vanessa.” Mi disse Giulio,

chiamandomi con il nome che da tanto tempo nessuno usava per rivolgersi a me. “Ma se avessi avuto
qualsiasi connessione con te, avrei avuto più possibilità di essere scoperto. Volevo soltanto un mondo migliore, per noi due. Non pensavo che il mio rifiuto ti avrebbe spinta verso questo regime.”

L’avvoltoio sorrise, fingendo di asciugarsi una lacrima.

“Come avevo già detto, l’usignolo è troppo fragile per un falco o per un avvoltoio. Non riesce a rimanere al fianco di nessuno dei due, per quanto ci provi.” Disse, pronta a premere il grilletto. “In questo caso, spetta a me terminare il lavoro. La Retribuzione è completa.”

“No!”

La dittatrice premette il grilletto, ma non potevo lasciare che Giulio morisse in quel modo. Non potevo permettere che soccombesse ad un regime di terrore che avevo contribuito a realizzare. Il proiettile penetrò nel mio stomaco, il cui sangue macchiò la maschera di Rossignol che portavo in mani e l'usignolo dalle ali spiegate

che avevo dipinto con Giulio sul muro. Caddi a terra, sentendo le forze abbandonare il mio corpo assieme alle braccia del mio ex compagno che, come una volta, mi

avvolgevano la vita.

“No. Non doveva finire in questo modo…Vanessa, ti prego. Non lasciarmi.”

Mentre sussurrava quelle parole sentii il suo fiato caldo sul mio collo, come quando eravamo insieme. La dittatrice strabuzzò gli occhi per lo stupore, vedendo quel piccolo usignolo coraggioso che si era sacrificato per il falco a cui voleva ancora bene.

“Non fa niente. La mia pistola è a terra. Spara.”

Giulio guardò l’arma caduta a terra, per poi impugnarla con incertezza. Puntò la pistola contro l’avvoltoio, ma non potè fare a meno di guardare la maschera da uccello canterino caduta a terra.

“Le ali dell’usignolo sono state strappate. Ma non quelle di Rossignol.”

Il mio ex compagno prese la maschera da carnefice che avevo utilizzato per nascondere le mie emozioni, guardando con odio gli oppressori che credevo meritassero di essere eliminati. Mise in tasca al pigiama la mia pistola, ponendosi al

fianco dell’avvoltoio. La dittatrice sembrò sorridere.

“Forse ci sbagliavamo entrambi. Il mondo ha bisogno di retribuzione. Ne hanno bisogno coloro che hanno tarpato le tue piccole ali.”

Il mondo era sparito davanti ai miei occhi mentre udivo quelle parole. Riuscii solo a provare un misto di paura e gratitudine, pensando alla vendetta che Giulio voleva

compiere in mio onore. Forse non era giusto nei confronti di tutte quelle persone ed ero spaventata da ciò che il mio ex compagno potesse compiere, ma non mi importava. Lo stava facendo per me. Voleva dire che, in fondo, a qualcuno interessa di questo piccolo uccello canterino.

“C’è un’ultima Retribuzione da compiere. A cominciare da adesso.”

Il falco diventato usignolo impugnò di colpo la mia pistola e sparò verso il lungo collo dell’avvoltoio, facendolo cadere a terra. La dittatrice emise il suo ultimo respiro: non avrebbe più banchettato sui resti delle sue prede. Nei miei ultimi istanti di vita, sentii che Giulio Falco, oppressore numero dodici, mio ex compagno, leader dell’opposizione al regime dittatoriale e nuovo Rossignol mi aveva abbandonata di nuovo. Ma se la prima volta lo aveva fatto per proteggermi, quella volta lo avrebbe fatto per vendicarmi.


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