scrivi

Una storia di GiovanniBeria

Il delitto di via Imbonati sessantasette

577 visualizzazioni

minuti

Pubblicato il 27 novembre 2018 in Thriller/Noir

0

In piazzale Maciachini il vento è forte, frizzante. L’ex maresciallo Storari alza il bavero dell'impermeabile. È un po' che non va da quelle parti. Si guarda attorno: hanno costruito un nuovo parcheggio sotterraneo; sistemato il parco che ne ricopre l’area esterna. In fondo alla via Valassina intravede le guglie già innevate delle due Grigne: è stato per il freddo, già dai primi giorni di novembre; una bassa pressione che ha anticipato l'atmosfera grigia dell'inverno; ha piovuto per quasi una settimana di seguito e in montagna, sopra i millecinquecento metri ha nevicato. Sono le undici e un quarto; decide di andare a piedi al numero sessantasette di via Imbonati.

Il palazzo è sgretolato. C’è un panificio italiano e un ristorante con insegna cinese. All’angolo una pizzeria egiziana. Non c’è l’ascensore. L'appartamento è al terzo e ultimo piano: due locali con cucina a vista, il bagno, un piccolo ripostiglio. La camera ha due letti. C'è disordine. La Alina Perecipka è stata picchiata in camera: c'è la forma del suo corpo per terra, tracciata col gesso bianco sul parquet. L'assassino ha aperto con la chiave che ha sottratto dalla borsetta della sua amica Maria Solimacha ed è entrato, facendo piano. Lei si stava vestendo per andare al lavoro: il suo turno all’Ospedale Niguarda sarebbe iniziato alle sette. Le ha dato una spinta che l'ha mandata a sbattere contro l'armadio, ci sono macchie di sangue sugli spigoli dei cassetti, giusto per farla smettere di urlare per lo spavento, quando si è accorta della sua presenza. Mentre era stesa a terra intontita le ha dato i calci nello stomaco. Si è inginocchiato accanto a lei e l'ha picchiata al volto, al torace. Storari si avvicina alla finestra, guarda giù, verso il cortile. Ci sono due furgoni parcheggiati, col portellone aperto. Dal palazzo di fronte stanno uscendo due uomini che trasportano un armadio. Un trasloco, pensa. Le imposte sono chiuse e il silenzio che c'è nell'appartamento sembra avviluppare anche il cortile. Non si è ancora abituato alla rabbia ragionata dell'uomo, giacché a differenza dell'animale che smembra e sbrana per fame, lui lo fa con l'intelligenza: sa di poter far male e fin dove spingersi a seconda che il suo scopo sia solo far soffrire o torturare fino alla morte. Dovrà aspettare l'esito dell'autopsia. Il capitano Pastrengo gli ha detto di dare un’occhiata. Si fida del suo intuito, e lui a casa si annoia, specialmente adesso che Maria ha pensato bene di andarsene, porella. Maledetto cancro. La morte non è arrivata subito, nemmeno con questa ragazza, pensa. L'ha lasciata agonizzante, con solo pochi minuti di vita, quel tanto che i polmoni riuscivano a filtrare tra gli alveoli non ancora imbrattati dal suo sangue. Quindi se n'è andato. Apre di scatto le imposte della finestra e si sporge sul davanzale: ci sono due vasi di fiori striminziti che stanno per morire. L'aria fresca e i rumori che salgono dal cortile lo rincuorano un poco. Morti ne aveva già visti ovviamente, ma in quel momento, per la prima volta, aveva considerato che la morte è esclusivamente una preoccupazione personale, che si prova per chi si conosce. Che tutto dipende da quante persone abbiamo condizionato con la nostra presenza. Anche in questo caso dipende dalla fortuna, dal successo che hai ottenuto, da quanti ti hanno odiato e quindi nemmeno la morte livella per chi rimane; e per molti comunque il dolore è sempre di circostanza, dura un attimo. È giusto che sia così. Altrimenti non si vivrebbe più. In questo caso siamo come gli animali, prevale l'istinto di sopravvivenza. Si va avanti, si prosegue nella corsa, come gli gnu o le zebre, dopo che il leone ha fatto il suo pasto ed è sazio e quindi il pericolo è passato. Si scuote; si gira e va in cucina. Cerca un bicchiere e lo riempie d'acqua; ritorna alla finestra e la versa nei due vasi: la vita continua nonostante tutto, è così che si dice in queste occasioni; sarà la pioggia a nutrirli. Poi sorride: moriranno ugualmente quando verrà un nuovo inquilino e si libererà di tutto questo per cancellare una brutta storia. Richiude le imposte. Guarda ancora la traccia del corpo della ragazza sul pavimento. Chi ha fatto questo, pensa, deve avere per forza un movente, altrimenti perché si sarebbe preso la briga di venire qui ad ammazzare anche questa porella. In primis bisogna capire se ha ammazzato la Solimacha, prostituta in via Novara per un qualche motivo, o sa l’ha uccisa per prendere le chiavi di casa e venire qui a uccidere la Perecipka, che faceva un lavoro pulito, l’infermiera. Chi era la sfortunata, per modo di dire, ormai, a vivere sotto lo stesso tetto con l’altra?

La necessità di ammazzare l’una per prendere le chiavi di casa? Non poteva venire direttamente qui, aspettare la Perecipka nell’androne, se fosse stata lei quella da eliminare, senza far fuori l’altra? O temeva che la porella avrebbe capito che a uccidere l’amica era stato lui?

Aveva letto attentamente il rapporto redatto dal tenente Lusino che, col Maresciallo Approdi, aveva iniziato le indagini. Erano in stretto contatto con la Caserma dei carabinieri di via Tolentino, che stava indagando invece sull’omicidio della Solimacha, avvenuto la sera prima in via Novara. Le modalità erano state le stesse, entrambe uccise a calci e pugni. L’omicida aveva aspettato che non ci fosse nessuno vicino alla vittima; a riprova di questa evidenza, infatti, fino a quel momento non si era fatto avanti alcun testimone, qualcuno, insomma, che si fosse preso la briga di raccontare qualcosa, anche anonimamente. Ma forse è presto, pensa l’ex maresciallo, bisognerà aspettare qualche giorno per sedimentare la paura; di auto a quell’ora ne passano poche, e con un intento specifico; e anche nel caso in cui il o i passeggeri avessero notato qualcosa di anomalo, non si sarebbero certo sognati né di intervenire tantomeno di segnalare quanto stava accadendo. L’assassino aveva sottratto solo le chiavi di casa. Nella borsetta, infatti, erano stati rinvenuti il portafoglio, contenete centosettanta euro, e il permesso di soggiorno, quasi avesse voluto farci sapere chi fosse la vittima e che il suo intento era solo assassinarla. Così come nell’appartamento di via Imbonati non era stato rotto alcun oggetto o suppellettile né tantomeno rubati gioielli o similari, trovati in bell'ordine in due cassetti del comò, a riconferma che all’assassino interessava solo uccidere, e nel modo più efferato. Su una mensolina accanto alla finestra c’è una foto. Ritrae le due ragazze con, sullo sfondo, il Colosseo. Due belle bionde, come lo sono la maggior parte delle ragazze dell’est. A Storari viene il magone. Pensa a sua figlia Caterina che lavora a Roma, appunto, alle Belle Arti e che non sente da una settimana. Chiama sempre lei, di sera in genere. Questa sera le telefonerà lui. Ha voglia di sentire la sua voce che squilla come un’aquila, le dice e ride. E anche lei ride e gli risponde che invece lui ha la voce da gufo. Ah, Caterina, tutta sua madre! Deve andarsene da lì, si sente soffocare. Per le scale incrocia una coppia di anziani, forse della sua età, pensionati, insomma. Non ha ancora digerito di essere stato messo da parte. Nel rapporto del tenente c’è scritto che hanno interrogato tutti gli inquilini. Inutile insistere, pensa. Ma a parte quello, ormai è tardi: sono entrati nel loro appartamento. Potrebbe suonare. Sarebbe inutile. Quando esce dal portone, è buio. Tra poco più di un mese, sarà Natale. Già! Ma per lui non sarà più come prima. Caterina gli aveva anticipato che lo festeggeranno tutti dalla famiglia di Armando, il suo fidanzato. Scuote la testa e si dirige verso piazzale Maciachini. Prenderà la metro "Gialla": una fermata fino a Lanza e quindi la metro "Lilla". La sua ex Caserma è in Fulvio Testi; il capitano Pastrengo gli aveva chiesto di passare da lui, dopo il suo sopralluogo, ci sarebbero stati sia il tenente Lusini che il maresciallo Approdi per fare il punto sull’indagine. Quando sale sulla "Lilla", un ragazzo con le cuffie alle orecchie si alza e gli cede il posto. Fa solo un breve gesto con la mano e si avvicina alla porta. L’ex maresciallo Storari lo guarda stupito, ma si siede. Si sente stanco. Non è che abbia così tanta voglia di aiutare nelle indagini, ma è il pensiero di sua figlia Caterina che lo pungola. C’è un pazzo in giro, pensa. Un pazzo intelligente.


Scende alla fermata Bicocca. C’è un bel pezzo a piedi da fare. Potrebbe aspettare il tram numero 31, ma non lo vede all’orizzonte: si è fermato in mezzo alle rotaie a guardare. Massì, dai!, dieci minuti a piedi. Gli fa bene camminare. Glielo dice sempre Caterina, di fare un po’ di movimento, iscriversi a una palestra, magari, sennò si impigrisce e ingrassa. Gli piace proprio la sua risata, gli è sempre piaciuta, a dire il vero. Meno male che c’è lei, pensa, ma purtroppo è a Roma. Ancora qualche mese di pazienza, e poi ritorna, anche se andrà a convivere. Ormai si dice così; e chi si sposa più. L’Armando gli piace, dai, è un bravo giovane.

Manca poco alla caserma. Vede gli alberi, il giardino davanti alla costruzione bassa e scrostata. La sistemeranno prima o poi, così dice sempre il capitano Pastrengo. L’erba è alta. Finché c’era lui, almeno una volta ogni due mesi, metteva sotto qualche appuntato a tagliarla. Sospira e suona il campanello.

«Sono il maresciallo maggiore Storari.» Risponde alla voce nel citofono.

«Maresciallo, che piacere, sono l’appuntato Castaldi, comandi, le apro subito, venga.»

Apre il cancello e sorride all’appuntato Castaldi che lo aspetta sulle scale, tenendo la porta aperta.

«È un piacere rivederla, maresciallo.» Dice l’appuntato, stringendogli la mano, dopo aver fatto il saluto militare.

Storari ricambia, gli fa piacere rivedere l’appuntato, è stato il suo aiutante negli ultimi tre mesi di servizio.

«Il capitano Pastrengo la sta aspettando, anche il tenente Lusino e il…»

«Tutto lo staff, insomma.» Lo blocca il maresciallo. Gli sorride e si avvia in fondo al corridoio. Anche se c’era stato la sera prima per ritirare il rapporto dell’omicidio e per parlare con il capitano, gli fa lo stesso effetto quel corridoio, di confusione piuttosto che di nostalgia o rammarico; ricordi di corse, di ordini urlati, ma anche soddisfazioni, tante, di oltre vent’anni di servizio (ventiquattro per la precisione).

«Entri, maresciallo.» Sente la voce stentorea del capitano Pastrengo, dopo che ha bussato, tre colpi come sempre. E se lo vede davanti, che gli spalanca la porta e gli stringe la mano, come deve fare un capitano, e lui resiste e stringe forte. «Si accomodi,» dice poi e lo precede nella stanza.

Storari saluta tutti: il tenente Lusino, il maresciallo Approdi.

«Lei conosce il tenente Amoretto della caserma San Siro?» Chiede il capitano sedendosi e presentando un giovane alto e grosso che si alza per stringergli la mano.

Sì, lo conosceva, in più di un’occasione avevano avuto modo di collaborare. Si stringono la mano.

«Bene,» inizia il capitano. «Ci siamo tutti, vediamo adesso di fare un po’ il punto della situazione.»



Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×