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Una storia di Barbarella49

Regalo di compleanno

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39 minuti

Pubblicato il 30 aprile 2021 in Storie d’amore

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I raggi del sole che entravano, quasi per dispetto dalle tapparelle della finestra, gli infastidirono gli occhi già di per sé pesti. Si era addormentato tardi, non era riuscito a dormire bene per niente, per questo quei raggi di sole gli risultarono fastidiosi ed insolenti. Era sempre intontito a causa della mancanza di sonno e non riusciva a connettere bene, tanto che aveva un aspetto da zombie. Colorito pallido, occhiaie pronunciate, barba lunga e quell’espressione sofferente di chi ha bisogno di fare una bella dormita, per non parlare poi degli occhi completamente spenti ed opachi, dove attorno si erano cominciate a formare delle piccole rughe. Accidenti a questa quarantena! Quanto sarebbe andata avanti ancora? Anzi accidenti a quel maledetto virus del cavolo che aveva stravolto la vita di tutti. Non si poteva più fare niente. Era così scocciato che non aveva neppure voglia di alzarsi dal divano, dove la sera prima si era addormentato. Riccardo era stufo, che grande scocciatura, ci mancava anche questa, e la cosa che lo rattristava ancora di più era che quel giorno stesso era il suo compleanno: il 3 Aprile e non lo poteva festeggiare con nessuno. Che tristezza! Al massimo avrebbe ricevuto gli auguri dagli amici sul telefono o per videochiamata, ma senza contatto fisico, nulla. Che barba! Senza troppa convinzione si alzò, fuori era una bella giornata, constatò scostando la tenda della finestra. I suoi due gatti gli si fecero subito incontro, facendo le fusa. Eccoli, anche loro si erano svegliati ed avevano fame e reclamavano le crocchette. I suoi gatti si addormentavano sempre acciambellati ai suoi piedi. Uno era grigio, un soriano tigrato, l’altro invece era nero con degli occhi verdi smeraldo. Bando alle ciance comunque aveva fame anche lui, quindi andò in cucina a prepararsi un caffè. Ne aveva proprio bisogno. Mentre sorseggiava il caffè nero con aggiunta del latte ascoltava le notizie. Uffa, sempre la stessa storia. Non se ne poteva più. Dovunque si parlava di questa pandemia. Basta, ne aveva fin sopra le scatole e non dormiva per la preoccupazione. La farmacista, una tizia che lo guardò con circospezione perché ormai gli sguardi erano quelli, di sospetto verso tutti, gli rifilò delle gocce alla melatonina, assicurandogli che erano efficaci e avrebbero funzionato. Peccato però che non fu esattamente così e continuava a passare le notti in bianco, con il telefono in una mano a controllare ossessivamente quelle chat di whatsapp per sentirsi meno solo. Gli mancavano le cose che faceva prima e che lo tenevano occupato: i suoi corsi, il lavoro. Il lavoro un po’ meno perché era da un po’ che non ci si trovava più bene. Lavorava in quel grande negozio di elettrodomestici da più di tredici anni, ma nonostante si fosse sempre dato da fare e avesse salvato l’azienda dall’orlo del fallimento, grazie al suo operato, non avevano voluto nemmeno allungargli l’orario di lavoro e così si doveva accontentare di un part time stringato. Questa cosa piano piano aveva iniziato a pesargli, non gli sembrava giusto, desiderava essere premiato come meritava e meditava tra sé e sé di trovare un’altra occupazione, anche se con i tempi che correvano non era per niente facile. E poi i clienti. Doveva essere sempre gentile, ma a volte era successo che a stento era riuscito a mantenere la pazienza, soprattutto quando ti capitavano clienti particolari con richieste assurde o che non erano mai contenti, facendoti tirare fuori l’impossibile. Ma Riccardo riusciva sempre a mantenere la calma, sempre con il sorriso e con quel suo sguardo limpido e rassicurante da amico della porta accanto. Lui era così. I suoi corsi gli mancavano, soprattutto quello di fotografia e di cinese. Gli piaceva scattare foto dei paesaggi, ma adesso le uniche foto che riusciva a fare erano quelle dalla finestra del suo soggiorno. Il cinese, dopo l’esame dato, l’aveva lasciato perdere per il momento. Quella mancanza di poter fare le cose che più lo interessavano lo buttava giù. Con distrazione accese il personal computer. Adesso controllava la posta spesso, anche perché stava scrivendo un racconto con una sua amica, Barbara, conosciuta al corso di scrittura creativa. Peccato che però gli si fosse esaurita l’ispirazione. Il racconto era a buon punto, ma qualcosa lo bloccava e il progetto per ora rimaneva lì. Temeva che Barbara se la sarebbe presa ed infatti avevano avuto una mezza discussione su questa faccenda, ma poi tutto era stato chiarito, anche perché Barbara gli aveva fatto presente quanto ci tenesse al racconto ed anche a lui. In realtà non riusciva a capacitarsi del fatto che una persona con la quale non si vedeva mai si fosse tanto affezionata. E poi non gli sembrava di avere niente di speciale. Molto spesso si sentiva solo anche in compagnia. Riccardo era un tipo e non se ne rendeva nemmeno conto, continuava nella sua convinzione che agiva o diceva cose fuori da ogni schema e non si accorgeva che era questa la sua attrattiva. Ma lui era talmente convinto di essere la pecora nera, che non si apprezzava neanche più di tanto e se trovava qualcuno che gli faceva notare le sue qualità, lui pensava che glielo dicessero per cortesia e non perché lui effettivamente era così. Riccardo era gentile e comprensivo, come il Santo omonimo, nel cui giorno stesso si festeggiava l’onomastico, e si faceva sempre in quattro, dimenticandosi spesso di se stesso, per aiutare gli amici in difficoltà. Peccato che a volte gli altri non se ne ricordassero e pensassero solo ai fatti loro. Questa Barbara gli mandava sempre i suoi racconti e sembrava così tanto fidarsi di lui. E lui ne era contento, gli faceva piacere questa cosa, anche perché aveva la passione per la scrittura. A volte aveva avuto l’impressione che Barbara si fosse segretamente innamorata di lui, ma poi ricacciava questo pensiero insolente. Erano solo amici e basta. Mentre era assorto in questi pensieri squillò il campanello.

<<Chi mai poteva essere?>>, pensò.

Si sentiva un po’ a disagio ed anche un po’ minacciato da questa intrusione e addirittura un po’ preoccupato.

Guardò dallo spioncino.

Eccola là, la riconobbe subito.

Con quella chioma rosso mogano, il viso pallido e ben truccato, gli occhi nocciola, le gambe strizzate in un paio di Jeans, dove erano ricamate delle roselline, lo sguardo incerto, titubante, ma al tempo stesso sognante, il giubbino viola, quello che le aveva sempre visto e che indossava quel giorno, quando al corso erano andati fuori ad osservare, per trovare lo spunto per scrivere di un oggetto inanimato che potesse sentire ed avere emozioni.

“Barbara?”, disse ad alta voce.

<<Cosa ci faceva davanti al pianerottolo di casa sua e a quell’ora del mattino? E poi come aveva fatto a trovare il suo indirizzo. Lavorava forse nei servizi segreti?>>

Appena lui aprì la porta lei gli buttò le braccia al collo ed esclamò quasi piangendo con commozione: “Riccardo, quanto tempo, come stai?”.
Riccardo lì per lì rimase sconcertato, anche perché c’era il divieto degli abbracci, bisognava stare ad un metro di distanza e quindi non ricambiò a malincuore l’abbraccio e la allontanò da sé: Meglio essere previdenti, pensò. Ma poi, non si erano sentiti il giorno prima? Certo le donne erano strane. L’universo femminile a volte era un’incognita per lui, anche se nel corso degli anni aveva avuto come amiche rappresentanti del gentil sesso. Erano molto più comprensive.

Barbara gli augurò buon compleanno, quindi gli porse un pacchettino con la carta oro ed il fiocco rosso, evitò di tirargli le orecchie e di baciarlo sulla guancia. Non si poteva, era vietato.

“ Ma che ci fai qui? Sei impazzita?”; gli disse. Torna subito a casa.

Ci mancava altro che avesse come amica una stalker e poi il quadro di negatività era al completo.

Barbara fece finta di non sentirlo, gli prese solo le mani e gli disse: “Vieni con me”:
“Aspetta, non si può andare da nessuna parte, fammi prendere almeno le chiavi. Comunque cosa ti salta in mente. Cosa hai intenzione di fare?”

Scesero le scale che portavano allo scantinato, Barbara si avvicinò ad una botola e chiese a Riccardo se l’aiutava a tirarla su. La cantina era maleodorante, un tanfo di muffa disturbava le narici. Riccardo non ci andava mai, era disgustato al solo pensiero di metterci piede. Tuttavia le dette una mano. La botola fu aperta e una corrente d’aria scompigliò i loro vestiti. Vi si introdussero e furono subito risucchiati da un vortice. Quando aprirono di nuovo gli occhi e si guardarono attorno si resero conto che si trovavano in un ambiente simile a quello che avevano lasciato. Era una cantina fetida, si addentrarono tremanti per i corridoi angusti, lì faceva abbastanza freddo, Barbara cominciò a tremare e a battere i denti. Dal soffitto cadevano gocce ghiacciate, che puntualmente colpivano le loro teste. Un ratto enorme sbucò fuori da un angolo e sgattaiolò veloce sotto i loro occhi increduli. Era repellente e Barbara gridò e fece un sobbalzo, aggrappandosi a Riccardo, che questa volta non la scansò. Proseguirono per quei corridoi senza fine che parevano un labirinto.

“Che cos’è questo posto?, disse Riccardo stupefatto.

“Perché mi hai portato qui?, continuò, con quello sguardo intelligente e profondo suo e soltanto suo, che Barbara conosceva così bene. A volte nelle discussioni lo assumeva e si leggeva in esso una coscienza e consapevolezza delle cose, una comprensione che agli altri sfuggiva. Ma questa espressione veniva subito nascosta e sostituita come a voler occultare il proprio sé al fine di non lasciare trapelare niente all’esterno.

Barbara non rispondeva, aveva una strana espressione, enigmatica e misteriosa, difficile da decifrare anche per lui. La cantina era rischiarata da una luce al neon molto soffusa, ma di quella tonalità fredda tipica degli ospedali.

Non era certo un bell’ambiente.

C’era un silenzio innaturale e in quel silenzio innaturale all’improvviso sentirono in modo chiaro una risata squillante.

Si guardarono tra di loro con espressione interrogativa e poi procedettero verso la direzione dalla quale gli era sembrato che provenisse la voce.

Arrivarono in una stanza angusta, male illuminata.

Barbara impallidì. <<Oh mio Dio>>, pensò e dette una gomitata a Riccardo che le rivolse un’occhiata infastidita.

Barbara indicò con il dito al centro della stanza. Riccardo che fino ad allora non ci aveva fatto caso perché non ci vedeva tanto bene da lontano, aguzzò lo sguardo, per vedere meglio. Al centro della stanza c’era un tavolo di marmo e sopra una ragazza tutta nuda distesa e imbavagliata. Sopra di lei un pazzo, un uomo con un cappuccio in testa e un coltello in pugno.

“ Ma questa sembra l’ambientazione del tuo racconto: Dio è morto, le sussurrò piano Riccardo all’orecchio.”

“E’ così”, rispose Barbara mentre gli intimava di non farsi sentire perché poteva essere pericoloso.

“Siamo nel tuo racconto, non è possibile”, disse Riccardo. Guarda là, ed indicò una teca dove si trovava un corpo, quello di una donna imbalsamata. Era la moglie dell’assassino.

<<Oh, ma è orribile! Pensare che questa storia l’ho scritta io. Un conto è scriverla e un conto trovarcisi immersi dentro, fa tutto un altro effetto>>, pensò Barbara.

Riccardo era pietrificato dal terrore, non riusciva a muovere un singolo muscolo. Guardavano esterrefatti entrambi quell’uomo, i cui sintomi della pazzia erano ben evidenti e di cui le reazioni potevano essere altrettanto imprevedibili. L’uomo stava guardando la vittima, ne stava accarezzando i lineamenti con amore con la mano libera, mentre con l’altra teneva il coltello ben serrato tra le mani. Ad un certo punto si voltò, forse aveva sentito il rumore dei loro passi, negli occhi gli lessero una titubanza e un’espressione incerta tipica di chi non sa cosa fare. Si erano nascosti dietro la cassapanca di legno che si trovava all’inizio della stanza, una cassapanca all’interno della quale non vollero pensare a cosa mai ci potesse essere dentro. L’assassino si fermò un attimo, si specchiò nella lama lucente del coltello, assunse un’ espressione di onnipotenza, come se lui potesse controllare tutto e gli altri fossero solo marionette.
“Dobbiamo fare qualcosa”, sussurrò Barbara a Riccardo.

“Cosa vuoi fare, sei ammattita? Quello non è un individuo normale, è uno psicopatico pericoloso, un serial killer con manie di persecuzione. Poi cosa vorresti fare scusa, vorresti cambiare la storia, è così e salvare la ragazza? Ti ricordo che la storia l’hai scritta tu. E’ un po’ tardi per avere ripensamenti.”

Barbara non era convinta. Lei qualcosa voleva fare, non poteva permettere che quella ragazza così giovane e bella fosse uccisa e che lui la facesse franca.

Barbara per tutta risposta prese dalle mani di Riccardo la torcia, che lui teneva in mano.

Gli sarebbe servita per assestare il colpo.

“Aspetta le disse lui, tu non hai abbastanza forza, lascia fare a me”.

Non restava altro da fare che distrarre per un attimo quell’individuo e poi avrebbero fatto il resto. Non sarebbe stato tanto difficile, lui era troppo preso da quello che stava facendo e non si sarebbe accorto di niente.

“Aspetta, mi è venuta un’altra idea, più sicura di questa. Sparagli un tranquillante con la pistola, siamo in uno dei tuoi racconti, giusto? Quindi puoi fare tutto quello che vuoi ed avere tutto ciò che desideri.”

Barbara non ci aveva pensato, ma in effetti era così. Frugò nelle tasche e tirò fuori una piccola pistola luccicante e nera, le faceva quasi impressione tenere quell’aggeggio in mano. Ma doveva essere estremamente precisa.
Stava per prendere la mira, l’occhio attento registrò ogni movimento dell’uomo incappucciato. Riccardo la osservò con preoccupazione. Gli sembrava di essere precipitato in uno dei peggiori incubi che possa affliggere una persona. Le sue paure si erano materializzate e addensate in qualcosa di concreto. Il tempo sembrava si fosse fermato. Poi tutto successe in un attimo. L’assassino fece un balzo da ghepardo ringhiando come un animale ferito verso di loro, forse aveva avvertito qualcosa e prima ancora che Barbara potesse colpirlo con un proiettile sonnifero furono costretti a darsele a gambe levate, mentre il pazzo li inseguiva come un ossesso. Per fortuna che zoppicava e quindi lo seminarono ben presto, arrivando al punto da dove si erano trovati la prima volta, quando si erano introdotti attraverso la botola.

Entrambi avevano il fiatone e gli occhi fuori dalle orbite. Si guardarono indecisi sul da farsi, non potevano tornare di nuovo là con il rischio di prendere una coltellata. L’assassino doveva essere tornato indietro, non sentivano più i suoi passi claudicanti. Allora tutto si sarebbe compiuto come nella storia. Non potevano farci proprio niente.

Barbara prese di nuovo le mani di Riccardo e gli disse: “Chiudi gli occhi”. Riccardo eseguì all’istante. Sentì di nuovo quella corrente d’aria che li aveva portati fin là, poi un gran scombussolamento, come una vibrazione fortissima nell’aria. Dove sarebbero andati stavolta?
Quando aprì di nuovo gli occhi Riccardo si accorse di essere in una stanza, più precisamente in una camera da letto, arredata con molta femminilità. La stanza era in penombra ed illuminata debolmente dai pallidi raggi della luna ormai morente. Il letto a baldacchino aveva anch’esso lenzuola rosa. La luce era smorzata, però si riuscivano ad intravedere ugualmente i dettagli. Sopra il letto giaceva una giovane donna dalle grazie femminili evidenti, coperta leggermente dalle lenzuola. Aveva gambe lunghe ed affusolate e bianchissime, le labbra rosse carnose, le guance rosa, i capelli sembravano un raggio di sole, brillavano come oro, le lunghe ciglia ombreggiavano gli occhi, il cui colore doveva essere splendido, vista la beltà di tutta la persona.

Riccardo era lì che la guardava con occhi spalancati, sembrava che avesse visto un fantasma. Non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Era rimasto ammaliato da quella creatura, la salivazione gli si era azzerata e non riuscì ad articolare parola. Per lui fu come un colpo di fulmine. Pensieri lussuriosi gli attraversarono il cervello seduta stante e dovette fare uno sforzo incredibile per controllare gli ormoni impazziti.

“Accidenti!; Quanto gli sarebbe piaciuto farsela, passare una notte di passione con lei, sentire il suo respiro avvolto al suo, poterla anche solo semplicemente sfiorare e nei suoi sogni più arditi anche qualcosa di più. La sua passione si era accesa in un solo colpo.”
A quel punto Barbara vedendolo in quello stato e riuscendo a percepirne i pensieri gli dette una gomitata.

Riccardo sembrò ridestarsi come da un sogno, la guardò sorpreso, come se si fosse ricordato solo adesso che c’era anche lei.

“Oh hai finito di guardarla come se fosse un bel panino al prosciutto? Non sei carino per niente guarda. Lei ti fa questo effetto eh, e io? Cosa vorresti dire, che io sono brutta?”

Riccardo pensò: << Oddio, sono fritto. Le donne quando si sentono colpite nell’incertezza di essere attraenti o meno perché magari gli uomini le hanno fatte sentire non abbastanza affascinati, diventano intrattabili e pericolose. Si salvi chi può!>>.

“No, guarda non volevo essere indelicato, scusa…”, anche se non si rendeva conto di cosa dovesse chiedere scusa.

“Controllati, perdio! Possibile che voi uomini, appena vedete una bella donna seminuda perdete le staffe? Mah, e comunque non siamo qui per questo.

Riccardo avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma stette zitto, altrimenti la conversazione poteva anche degenerare. Del resto non voleva offendere nemmeno la sua amica, visto che Barbara era una persona insicura ed aveva bisogno di continue rassicurazioni.

“Io non ti piaccio abbastanza? Sono così orrenda?”, continuò Barbara.

“ Ma no, non ti devi preoccupare. Però guardati, potresti anche vestirti in modo un po’ più femminile, se proprio ci tieni ad attrarre sguardi maschili.” Ma poi si pentì subito di quelle parole e guardò Barbara di sottecchi. <<Oh no, aveva esagerato>>.
“Ma poi scusa che c’entra tu sei una mia amica, non posso avere questi pensieri per te”.
Barbara scoppiò a piangere a dirotto. Diceva che non ce la faceva più, che sentiva che gli anni stavano passando troppo alla svelta, logorata all’interno di un rapporto con il marito che non le dava più niente perché lei non lo amava più.

“Shhh, fai silenzio, altrimenti si sveglia”, le intimò Riccardo.

Nonostante il trambusto la ragazza infatti aveva continuato a dormire ignara. Ogni tanto si rigirava nel letto con un’espressione beata stampata nel viso.

“Guarda!”, disse Barbara a Riccardo.

La ragazza iniziò ad avere un'espressione lievemente corrucciata ed infastidita, come se qualcuno o qualcosa le stesse disturbando il sonno. Si avvicinarono al letto e fu allora che la videro.

Una minuscola zanzara stava volando con circospezione attorno alla bella, dopo averla osservata a lungo ai piedi del letto. Le si era avvicinata piano piano ed adesso si era posata sulla coscia destra della fanciulla tastando con quella protuberanza il punto più adatto dove pungere.

Dallo sguardo di Riccardo, Barbara capì che avrebbe voluto essere al posto della zanzara e la invase una specie di rabbia.

A quel punto la zanzara colpì, la ragazza agitò la mano infastidita, la zanzara continuava ad insistere. Aveva proprio fame quella notte.

La ragazza si alzò.

“Oh no, adesso la uccide”, disse Barbara.

“Non merita di morire, poverina!”. Chissà perché provava empatia e compassione per tutti gli esseri viventi e mal sopportava che qualcuno fosse ucciso.

“Va’ a prendere l'insetticida, la zanzara è spacciata”, disse Barbara.

“Facciamo qualcosa”.

“Non possiamo fare niente, questo è quello che deve succedere, lo hai scritto tu ricordi? Se vuoi, puoi cambiare il finale”.

Ma a Barbara piacevano i finali tragici, quelli che finivano con la morte di qualcuno, pensava che così ci sarebbe stato abbastanza pathos da indurre il lettore a leggere ed arrivare così fino in fondo.

La ragazza con passo incerto si diresse nell’altra stanza e tornò con in mano una bomboletta.

“Ecco, è arrivato il momento!, esclamò Barbara.

“Adesso la uccide”.

La zanzara nel frattempo con la pancia piena stava compiendo una traiettoria svolazzante attorno alla stanza. Si fermò un attimo incerta quando vide la donna in piedi, ma non fece in tempo a fuggire che una nuvola stordente la invase in pieno, togliendole i sensi.

Cadde stecchita sul pavimento.

La fanciulla tornò a letto soddisfatta. Barbara guardò Riccardo. Entrambi sapevano come sarebbe andata a finire la storia. E adesso? Barbara prese di nuovo le mani di Riccardo, erano pronti per un’altra avventura, chissà dove stavolta. Capitarono in un parco. Era sera e non c’era nessuno, tranne una figura rannicchiata su una panchina.

“Non dirmi che è lei! disse Barbara.

“Chi?”, rispose Riccardo.

“Angela”, ricordi?

“No, veramente no”, rispose.

Osservarono meglio. Sembrava stesse dormendo. Si avvicinarono curiosi quatti quatti. La donna si mosse impercettibilmente nel sonno, quindi si alzò seduta sulla panchina. Alla debole luce del lampione videro che aveva le orbite vuote.
Barbara vedendo un simile spettacolo poco ci mancò che perdesse i sensi, menomale che Riccardo fu subito pronto a sostenerla, altrimenti sarebbe caduta.

“Andiamo via di qui”, gli sussurrò con un filo di voce e vedendo che lui desisteva lo tirò per la manica della camicia.

“Ma se siamo appena arrivati! Perché vuoi andare via subito?, sentenziò Riccardo che non gli dispiaceva affatto rimanere là. Ne avrebbero viste di cotte e di crude in quell’atmosfera lugubre e lui non voleva affatto farsele scappare.

“Ho paura”, gli disse Barbara, implorandolo con lo sguardo.

“Andiamo via!”.

“Aspetta” le disse Riccardo.

Barbara sapeva che lui amava le situazioni cupe e quindi capì il motivo per cui voleva rimanere lì, anche a lei piacevano ma un conto era guardare un film o leggere un libro ed una cosa era trovarcisi in prima persona. Fu assalita dallo sconforto più totale, anche perché conosceva bene la storia, l’aveva scritta lei. Angela rappresentava il lato più oscuro della sua persona, the dark side of the moon e le sensazioni provate dalla protagonista erano quelle che stava attraversando lei in quel momento così difficile della sua vita. In particolare l’intro l’aveva scritto in un momento in cui l’angoscia l’aveva presa e se ne sentiva come mozzare il respiro. Anche lei era una senza dimora, ce l’aveva una casa, ma la sua casa non le apparteneva più a causa di una sensazione fortissima di disagio che era costretta a sopportare tutti i giorni. Nemmeno i suoi figli riuscivano a darle più quel senso alla vita che fino ad allora l’aveva accompagnata, pur nelle sue difficoltà. Per questo voleva andare via da lì al più presto. La sofferenza di Angela era anche la sua e poi il racconto finiva molto male ed era molto pessimistico perché l’aveva scritto in un momento di completa disperazione. Le sembrava che non ce l’avrebbe fatta. Era demoralizzata. Guardò Riccardo, l’unica persona che era riuscita a dare una nota di colore nella sua vita.

Non si poteva fare niente per Angela. Il suo destino era segnato e così pure quello di Barbara. Aveva voglia di piangere, quindi volle subito andare via da lì.

Ormai il rito era quello: prendere le mani di Riccardo e volare via da un’altra parte.

Si ritrovarono in mezzo ad un prato bellissimo e verde con i raggi di sole che brillavano nel cielo azzurro e con i fiorellini che occhieggiavano nei prati, annunciando la venuta della bella stagione. Barbara aveva la piena consapevolezza di dove fossero capitati.

Riccardo la guardò. Nel suo sguardo lesse una fiducia che la rincuorava, una capacità di studiare i comportamenti delle persone empatizzando con loro, una visione della vita a tutto tondo, una capacità che lui aveva acquisito in seguito ad episodi travagliati della sua vita, di cui Barbara era all’oscuro, anche se avrebbe voluto tanto conoscere, per lo meno per offrire una spalla al suo amico, una spalla sulla quale piangere, senza giudicare e dire niente, ma solo per rendersi conto che una persona si fidava così tanto di lei da svelare il suo animo più nascosto. Attaccata ad un albero, brillava sotto gli effetti della luce, creando arcobaleni di colore una ragnatela, pareva una tela di argento intessuta. Era grande e dall’aspetto maestoso. Barbara si avvicinò per guardare meglio. Uno splendido esemplare di farfalla era rimasta impigliata tra quei fili malefici, era azzurra con delle venature nerastre sulle ali. Barbara constatò che era splendida. Adorava le farfalle, fin da quando era bambina. Vicino alla farfalla un ragno nero peloso e grosso se ne stava in agguato rimirandola bene con quelle orride zampette. Stette lì per un po’, poi si allontanò.

“Ehi Riccardo, bisogna liberare la farfalla, prima che torni quel mostro brutto e peloso”.

Riccardo era lì che rifletteva meditabondo. Non capiva il motivo di quelle incursioni nei racconti della sua amica, ma ciononostante ne era affascinato. I suoi occhi brillavano di curiosità e sotto la luce del sole assunsero una tonalità strana, un verde pallido in cui si intravedevano pagliuzze dorate. Barbara non si era resa mai conto di quanto fossero belli. In effetti riflettevano parecchio della sua persona, la stessa profondità che cercava di nascondere, la stessa bellezza interiore. Non aveva mai avuto un amico così. Era speciale e basta, gliel’aveva detto, ma lui forse non ci aveva creduto, tanto era preso dalle sue insicurezze. Prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto, pensò Barbara con rammarico e gliel’avrebbe portato via. Era gelosa delle sue amicizie perché si affezionava molto alle persone, non a tutti però, solo a quelli speciali come Riccardo. Era sempre impegnato, ma nonostante tutto trovava sempre tempo per lei e questo Barbara lo apprezzava molto. Quindi mentre rifletteva sul da farsi e Riccardo annuiva, mostrandosi d’accordo con quello che lei aveva intenzione di fare, si avvicinò ancora di più alla ragnatela. La farfalla poverina si dibatteva molto, si vedeva che era disperata e cercava con affanno di liberarsi da quella infida trappola. Barbara prese un bastone che trovò lì per terra ai piedi dell’albero e cercò di tagliare quei fili, ma sembrava che ubbidissero ad una loro logica ferrea e non succedeva nulla. Pareva che fossero foderati d’acciaio.

“Oh no”, e adesso cosa facciamo?”. Non ci fu verso di liberare la povera farfalla, ogni tentativo fu inutile.

Barbara si disperava. Eppure un modo ci doveva essere. Passarono quindi tutta la mattina ad ingegnarsi per liberarla, ma fu tutto inutile. La farfalla smise anche di dibattersi perché non ce la faceva più. Aspettarono ancora finché sul far della sera tornò il ragno peloso.

Ecco adesso sarebbe successo tutto. Non c’era scampo, quella violenza inaudita si sarebbe perpetrata ai danni di quella poveretta.

Osservarono schifati la scena. Il mostro peloso si avvicinò alla creatura, con quelle zampette iniziò a tastarla piano, la farfalla si riebbe e cercò di ritrarsi spaventata. Poi successe un fatto strano. La farfalla sembrò calmarsi, smise di sbattere le ali, si acquietò come colta da un qualcosa di soprannaturale, che andava oltre la sua ragione. Il ragno si muoveva lento sopra di lei, ad un certo punto le ali della farfalla cambiarono di tonalità, fino ad assumere una colorazione rossastra.

Barbara sapeva quello che stava succedendo. La farfalla succube del ragno, aveva iniziato a provare piacere sotto il tocco di quel malefico latin lover. Perversione mista ad una sorta di sadomasochismo avevano avuto la meglio. L’aveva provata tante volte anche lei quella sensazione, quella sensazione di donarsi ad una persona che ti aveva fatto tanto male e provarne quasi un piacere masochistico. Era dell’idea che il sesso dovesse essere accompagnato dal sentimento, all’inizio era stato così, ma poi nel corso degli anni via via che i maltrattamenti psicologici e a volte quelli fisici aumentavano si era vergognata di se stessa. Voleva essere amata, non importava come, anche da una persona che pensavi ti volesse bene ed invece ti aveva fatto tanto male, squarciando, aprendo una voragine immensa. Dopo di allora Barbara non si rendeva conto di quale fosse il bene e il male, passati gli episodi tutto tornava alla normalità ed attraversavano un periodo di tranquillità solo apparente, nel quale però non aveva nulla da temere. Per questo non aveva denunciato, ferma nella convinzione che quelle botte in fondo in fondo se le era pure meritate. E poi era successo una sola volta che aveva rischiato, le altre volte solo qualche schiaffo, ma pochi a dire la verità, intimidazioni, durante le quali si ritraeva piccola piccola e si contraeva su se stessa, ma poi tutto tornava alla normalità. Lui continuava ad essere a volte affettuoso e pieno di premure, tanto che Barbara non pensava che quegli episodi fossero veramente successi. Li accantonava in una zona segreta del suo cervello dalla quale a volte venivano fuori e bruciavano. Adesso però non si sarebbe più concessa, avrebbe aspettato. L’amore era un’altra cosa e lei non ci credeva più all’amore tra uomo o donna o tra persone dello stesso sesso. Credeva nel sentimento, ma non pensava che potesse durare a lungo. Nutriva una profonda sfiducia negli altri perché tante persone alle quali voleva bene l’avevano fatta soffrire e anche tanto. Guardando quella farfalla succube ripensò alla sua condizione, forse inconsciamente ci aveva riversato parte della sua storia, senza rendersene conto, o forse no. La farfalla sarebbe andata incontro al suo triste destino, quello di essere inghiottita da un ragno infido, ma perlomeno poco prima di morire avrebbe raggiunto quell’attimo eterno verso il quale tutti anelano, quella sensazione di piacere unica e indescrivibile che ti fa sentire compenetrata appieno nel tuo essere dolcemente fino in fondo. Una delle sensazioni più belle mai provate. Sei tu e solo tu in quell’attimo, padrona dell’universo, raggiungi la pienezza nella tua persona ed è bello. Quello aveva provato la farfalla prima di morire, inghiottita dalle fauci di quell’essere. Almeno la morte sarebbe stata più lieta.

Riccardo la guardò con dolcezza, come tutte le volte che nelle sue lettere le scriveva, scriveva sempre parole che le scaldavano il cuore.

Le fece una piccola carezza sulla guancia, le sfiorò i capelli come a consolarla per quello a cui avevano assistito.

Barbara sentì un brivido e mormorò piano: "Carpe diem".
Dopodiché si presero nuovamente per mano.

Quando aprirono gli occhi si ritrovarono immersi in un ambiente da film di fantascienza. Si trovavano all’interno di un grattacielo altissimo le cui vetrate si affacciavano su una New York futuristica. Lo spettacolo era straordinario, grandi torri a forma di fiore si innalzavano di fronte a loro. Era uno scenario da mozzare il fiato. Al centro della stanza c’era un letto dove riposava un giovane ragazzo. Colpito sul viso dai raggi del sole mattutino il ragazzo aprì gli occhi ancora assonnati e si stiracchiò pigramente. Barbara e Riccardo furono subito pronti a nascondersi dietro un separé all’angolo della stanza e cominciarono a sbirciare incuriositi.

Riccardo le bisbigliò piano. “ Ma che racconto è Barbara?”
“E’ Marcus”, rispose lei. Lo aveva scritto per Silvia al corso di scrittura creativa. Si trattava di un racconto umoristico.

“Allora si ride”, si stropicciò le mani Riccardo tutto contento.

In effetti, sotto i loro occhi increduli il ragazzo iniziò ad avere atteggiamenti strani. Prima si vestì in modo stravagante da donna sexi indossando le calze a rete, poi mangiò la polpetta del suo gatto.

Riccardo disse a Barbara: “Guarda quello non è normale, hai osservato come si metteva le calze a rete, pavoneggiandosi davanti allo specchio e facendo smorfie, non mi convince!” Ad un certo punto squillò il telefono e il ragazzo che si chiamava Marcus impallidì vistosamente. Infine suonarono il campanello. Barbara e Riccardo si avvicinarono per vedere cosa sarebbe successo. Marcus in un impeto di pazzia forse, prese la vecchietta che si era presentata a casa sua, chiedendo delle uova e la baciò. Riccardo rivolto a Barbara con preoccupazione le disse: “Andiamo via, quello è un pervertito”, ma si vedeva che si divertiva tantissimo anche lui e a stento riusciva a trattenere le risa. Soprattutto quando arrivò un signore davanti alla porta e cominciò a inveire contro Marcus lanciandogli gli epiteti peggiori. Infine arrivò la polizia. Che spasso! Barbara e Riccardo si erano messi a ridere e non la smettevano più. Menomale, almeno una storia che fosse allegra. Era quello di cui avevano più bisogno. C’era bisogno di un po’ di comicità in tempi come quelli, per sdrammatizzare la situazione.

Adesso era il momento di volare via di nuovo.

Dove?

Barbara aveva perso ogni forma di energia, era un periodo un po’ nero per lei, non stava bene, anzi stava malissimo a causa di una botta in testa, i suoi racconti che pubblicava su un sito non andavano tanto bene, c’erano tante visualizzazioni, ma pochi gradimenti, segno che la gente li leggeva poco o niente e ciò la buttava giù. Era veramente deprimente che non riuscisse mai in fondo in quello che faceva. Era stato sempre così, fin dai tempi della scuola. Metteva impegno, ma non riusciva mai ad ottenere il risultato che avrebbe voluto raggiungere e ciò la rattristava. Non aveva più voglia di fare niente, anche perché era preoccupata. Temeva di essersi fatta un danno serio alla testa, visto che la sensazione di fastidio non passava. Quando suo suocero sarebbe tornato a casa non ce l’avrebbe fatta, ce la faceva poco in condizioni normali, figuriamoci adesso. Aveva implorato suo marito di lasciare suo suocero nella casa di cura almeno fino a fine Aprile, ma lui non aveva voluto sentire ragioni. Non poteva sperare che potesse essere un minimo comprensivo nei suoi confronti perché non lo era e non lo sarebbe stato mai.

Riccardo vide che aveva cambiato espressione e cercò di tirarla su e ci riuscì in parte, era uno dei pochi che ci riusciva.

Allora si presero nuovamente per mano, pronti per una nuova avventura. Visto che Barbara era triste decise di andare in uno di quei racconti che aveva scritto, dove c’era un messaggio di speranza. Si ritrovò su una spiaggia quasi deserta. L’unica persona che si trovasse lì era un giovane uomo che stava camminando con i piedi sul bagnasciuga. Ad un certo punto si fermò, si chinò a terra e raccolse una bottiglia, all’interno della quale si trovava un pezzetto di carta sgualcito. Con espressione concentrata iniziò a leggere.

<<Ecco>>, pensò Barbara sta leggendo la lettera, quella che io avevo scritto e che era indirizzata ad una persona ben precisa. Non si accorse di aver pensato a voce alta, Riccardo la sentì e con curiosità le domandò: “A chi era indirizzata la lettera?”

Barbara rimase un po’ interdetta, incerta se dirglielo o meno, visto che comunque non sapeva come l’avrebbe presa, poi decise di essere sincera, come era lei di solito. Non le riusciva fingere.

“A te”, rispose semplicemente.

E in quella risposta ci fu tutto, non ci fu bisogno di dire altro. L’intensità di un sentimento la si deve sfogare in qualche modo. Barbara sentiva con molta intensità anche le amicizie, non riusciva mai completamente ad esprimersi perché quello che provava dentro le si bloccava e poi quando cercava di trascrivere qualcosa ne uscivano, a parere suo, cose banali.
Riccardo non disse niente. Sotto la luce crepuscolare che gli illuminava il viso, i suoi occhi avevano assunto un’espressione più intensa. A volte era difficile anche per Barbara riuscire a capire i suoi pensieri. Si voltò verso di lei e le sorrise. Come le piaceva il suo sorriso, era veramente disarmante come quello di un bambino. Ricordava la prima volta che aveva visto quel sorriso al corso di scrittura creativa, dove si erano conosciuti. Lei si era appena messa a sedere al grande tavolo in legno, dove nel frattempo si erano accomodati anche gli altri partecipanti. Fino ad ora non aveva legato particolarmente con nessuno, aveva l’impressione di non riuscire ad integrarsi, nonostante i suoi sforzi. Quel giorno c’era una persona nuova un ragazzo. Si voltò un attimo a guardarlo e lui le rivolse quel suo sorriso timido, ma invitante, un sorriso che le sembrò di incoraggiamento e di accoglimento. Lei non rispose, perché era fatta così, era titubante nei confronti di persone mai viste e ricordò che aveva pensato: <<Ma questo qui cosa vuole?>>. In effetti a ripensarci ora le veniva da ridere. Poi si era pentita e dopo, quando il corso era finito le si era avvicinata per domandargli se era vero che stava scrivendo un libro. L’aveva sentito parlare con la loro insegnante al riguardo. C’era qualcosa che l’attraeva in quel ragazzo, ma non sapeva dire cosa fosse. Era così carino e pareva una persona particolare. In effetti si rese conto ben presto che era così.

Barbara non disse niente e così senza profferire parola iniziarono a passeggiare anche loro sulla sabbia. Era bello ascoltare il rumore delle onde del mare che si infrangevano sulla riva, i gabbiani volavano alti su nel cielo che aveva iniziato a tingersi di quelle tonalità del tramonto: dal rosso al violaceo. Camminarono per un bel po’, nel frattempo anche il giovane uomo aveva terminato di leggere la lettera e scrutava lontano verso l’orizzonte.

Questa volta fu Riccardo a prenderle entrambe le mani e le chiese: “Andiamo?”. Ovviamente non ci fu bisogno di risposta. Lei era sempre pronta.

Il posto dove si ritrovarono adesso lo riconobbero subito. C’era un giardino immenso con una vegetazione lussureggiante e le palme svettavano su in alto a toccare il cielo, dove scorrevano nuvole stratiformi. Nel bel mezzo del prato sorgeva una villa immensa molto bella e signorile. Si trovavano all’interno delle ville Sbertoli, ai tempi del suo massimo splendore. Non fu difficile entrare nella villa principale Villa Tanzi Lugaro. Era bellissima. C’erano degli affreschi pittoreschi e ai lati della stanza c’erano degli specchi enormi e su un lato troneggiava un vecchio pianoforte sgangherato, ma sempre funzionante.

Si guardarono attorno con stupore, consapevoli del fatto che quello era un luogo principalmente di sofferenza. Cominciarono ad avvertire i lamenti dei pazienti, che provenivano dal piano di sopra. C’era un gran affaccendarsi al piano di sotto, era un continuo viavai di infermieri con la loro veste bianca che si prodigavano a svolgere le mansioni giornaliere. Si era all’inizio della giornata, i matti erano tutti svegli, se ne sentivano le urla attutite dalle pareti spesse. Le camere erano al piano di sopra.

“Presto!, disse Riccardo a Barbara.

“Cerchiamo di trovare Ermenegilda.” Era quello il nome da lei assegnato alla protagonista del racconto: “La ragazza del manicomio”. Approfittarono di un momento di distrazione degli infermieri per andare al piano superiore.

Le camere facevano impressione. C’erano degli spioncini nel centro della porta, attraverso i quali il personale sanitario poteva controllare quello che facevano i pazienti. Le grida aumentarono: si trattava in alcuni casi di lamentele uggiose che ti penetravano i timpani, tanta era la loro intensità. Grida di dolore, di una sofferenza immane non raccontabile con le parole. Gente che soffriva e che doveva andare avanti nonostante tutto. Barbara si rattristò, le venne da piangere. Qui si trovava riunito il concentrato di tutta la fragilità umana e faceva così male sentire tutta quella sofferenza da parte di altri individui, persone come lei, che avevano un cuore ed un cervello. Come ci erano capitati in questo posto? Si domandò. Perché un simile destino gli era stato riservato? Le facevano un’enorme pena. Quando l’infermiera arrivò intrufolandosi nelle stanze loro ne approfittarono per entrare in quella di Ermenegilda. La riconobbero subito. Capelli biondi opachi, occhi spenti, il lerciume che si portava addosso, lo sguardo spento e allucinato, privo di qualsiasi coscienza e consapevolezza di sé. A Barbara fece male vederla. Le provocava una pena nel cuore. Conosceva tutta la sua sofferenza, ma loro non potevano fare niente per aiutarla. Quando la portarono a fare l'elettroshock ne sentirono le urla disperate. Povera ragazza! Che triste destino gli era toccato. Non era giusto.

Riccardo era affascinato dall’ambiente e un po’ anche dalla storia. Amava le storie un po’ tetre e di quella in particolare apprezzava il fatto che fosse ambientata in un luogo di dolore, dove la sofferenza era all’ordine del giorno. Aveva attraversato un periodo molto difficile nella sua vita, un periodo in cui avrebbe tanto voluto morire. La disperazione che si respirava lì lui la conosceva bene. Sapeva bene cosa volesse dire non riuscire ad alzare la testa, ma lui piano piano ci era riuscito. Aveva avuto tante delusioni e nel corso della vita diverse persone si erano approfittate di lui e l’avevano ferito nel profondo, tanto che si era chiuso in sé stesso e difficilmente concedeva la propria fiducia ad altre persone. In cuor suo avrebbe voluto aiutare quella ragazza e anche Barbara lo voleva. Le condizioni in cui vivevano i malati in quelle strutture era deplorevole e ancor di più erano scandalosi i trattamenti a cui venivano sottoposti giornalmente: Elettroshock, bagni freddi, punture di insulina, applicazione di sanguisughe ripugnanti e in qualche caso anche la terribile lobotomia. Questa veniva praticata a Villa Serena ed era devastante. Chi la subiva rimaneva quasi sempre un invalido a vita, costretto su una seggiola a rotelle, con un’espressione ebete sul viso e reso silenzioso per sempre. Quelle pratiche erano barbariche e rappresentavano quanto di peggio ci potesse essere per la cura delle malattie mentali. Peccato che a farne le spese erano a volte anche persone che non avevano nessun problema, ma che erano state portate fin lì per comodità dai parenti. Che vergogna! Ermenegilda era tra queste persone. Lei non si ricordava nulla, aveva dei completi vuoti di memoria. La cosa strana è che Ermenegilda riuscì a vederli quando si intromisero nella sua cella e domandò loro: “Chi siete?” Barbara e Riccardo si guardarono con espressione stupita. Pensavano di non essere visibili agli altri. Si interrogarono l’un l’altro con lo sguardo per prendere una decisione che fosse abbastanza veloce. Decisero di portarla con loro, l’avrebbero lasciata in un altro racconto. Sarebbe stato sempre meglio che stare lì. Barbara si avvicinò a lei con cautela e con voce dolce le disse: “Dammi le mani, cara, non abbiamo intenzione di farti del male”. La ragazza la guardò non riuscendo a capire bene, ma nonostante ciò dette la sua mano una a lei e una a Riccardo, che nel frattempo si era avvicinato. Ma quando aprirono di nuovo gli occhi si resero conto che la ragazza non era andata con loro. La realtà era molto semplice, il racconto non poteva essere privato di uno dei suoi personaggi, in particolar modo della protagonista. Adesso dove erano andati a cacciarsi? Si guardarono intorno frastornati, ormai era trascorso del tempo da quando avevano iniziato quel viaggio e cominciavano ad avvertire i primi sintomi di stanchezza. Barbara si sentiva esausta e quindi le venne naturale appoggiarsi al suo amico che la sostenne.

Barbara gli chiese: “Dove vorresti andare ora Riccardo, hai qualche preferenza?”

Lui si mise a pensare grattandosi il mento: “Uhm ecco io non saprei, che ne dici se facessimo un salto nel Principe?”.

Barbara lo guardò scandalizzata. “No e poi no”, rispose. “Non mi va”. Sarebbe veramente imbarazzante, non ci tengo proprio a vedere due presi da una passione senza inibizioni. Mi rifiuto.

E allora, ormai i racconti erano rimasti pochi.

Che ne dici invece se facessimo una capatina nel nostro racconto incompleto per adesso?
Vediamo cosa succede.

Così fu deciso.

Si ritrovarono in una grande casa, che doveva essere stata un tempo arredata con cura, ma che adesso era in uno stato di incuria penoso, per non parlare del giardino, dove una folta vegetazione la faceva da padrona e nessuno si era più degnato di tagliare l’erba alta. Sulla poltrona se ne stava acciambellata con le gambe divaricate un’anziana signora, un rivolo di bava le usciva dalla bocca. Sognava perché i bulbi oculari si muovevano sotto le palpebre, ad un certo punto si svegliò di botto e si mise a sproloquiare parole incomprensibili. Quindi iniziò a piangere, chiamando una certa persona. Sembrava vedere qualcuno e gli si rivolgeva implorandolo, ma Barbara e Riccardo non riuscivano a vedere niente.

La signora prese una boccetta sul tavolino, poi infilatosi il cappotto, uscì e loro gli andarono dietro.

Arrivò ad un cimitero dove si fermò davanti ad una tomba, con una lettera in mano da una parte e la piccola bottiglietta nell'altra. Il sole stava tramontando, regalando gli ultimi raggi di luce che colpirono benevoli la terra. La signora si portò la boccetta alle labbra e bevve avidamente, dopodiché si accasciò al suolo. Quello era l’epilogo della triste storia che avevano scritto insieme e che ora mancava di essere completata.

Barbara prese la lettera che la signora stringeva tra le mani ed iniziò a leggere: “ Una lacrima, una perla trasparente, una sfera perfetta, scende dagli occhi umidi, fino a bagnare il viso arrossato. Perla lucente, caleidoscopio di emozioni represse e poi sfogate in caduta libera. Una lacrima racchiude il niente e il tutto. E’ una parte di noi, un concentrato di emozioni”.

I raggi del sole si riflettevano sui capelli di Barbara che si accendevano di una tonalità rosso melograno, gli occhi brillavano ed erano quasi verdi, sotto l’effetto della luce solare.

Riccardo con il suo pensare logico, molto diverso da quello dell’amica che tendeva più ad una sorta di romanticismo estremo, le disse: “E adesso, cosa facciamo?”

Voleva tornare a casa e non capiva a cosa tutto questo lo avrebbe portato.

Sembrava quasi impaziente di dover andare via presto.

Barbara lo guardò e disse: “E pensare che doveva essere un racconto romantico, dove nella protagonista c’è una sorta di rinascita, è incredibile che tu non ci abbia letto niente di tutto questo e che tu ti sia immaginato invece una vecchia signora morente che rivolge una sua ultima preghiera. Ma non l’hai ancora capito?
“Cosa dovrei aver capito? Scusa, non ti seguo.” Barbara piombò in un silenzio ostinato e si rifiutò di aggiungere altre parole. Si trovava in una situazione nella quale, a parere suo, le conveniva di più stare zitta.
“Che ti voglio bene”, sbottò tutta rossa per l’imbarazzo in viso.

Nel momento in cui lo disse Riccardo si ritrovò a casa sua da solo. Barbara era andata via.

Il compleanno lo avrebbe festeggiato da solo.

Andò a scartare con curiosità il pacchettino che gli aveva portato. Dentro c’era un bellissimo orologio, di quelli come piacevano tanto a lui e un bigliettino con la scritta tutta in svolazzi “Buon compleanno”.

Quella sera l’avrebbe festeggiata con gli amici in videochat, non vedeva l’ora.

Intanto si era fatta sera e le ombre cominciavano ad allungarsi.

"Tanti auguri a me", canticchiò tutto contento.





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