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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Escapism

(..diario di una fuga annunciata).

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26 minuti

Pubblicato il 18 dicembre 2018 in Avventura

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ESCAPISM, (..diario di una fuga annunciata).


Ogni volta che mi risveglio da un sonno profondo, mi chiedo se non mi sono immaginato tutto quello che ho sognato, esponendomi a sentimenti assoluti, travolgenti passioni, e crimini efferati, quanto imprevedibili e inquietanti, i cui confini tra passato, presente e futuro sembrano confondersi, da non riuscire più a distinguere ciò che è reale da ciò che è virtuale, o meglio, appartenente all’immaginazione e alle mie allucinazioni. Non mi resta che scoprire cosa è davvero accaduto, e con questo dico effettivamente, tangibilmente. Cosa non facile, se s’intende intraprendere un’indagine che mi obbliga a una vera e propria “discesa” dentro me stesso, attraverso un futuro che si rende più che mai possibile, in un divenire dell’inconscio ormai prossimo all’anima.

Inutile dire che la mia mente ha continuato, temo fin dal principio, a fare sempre lo stesso stupido e sporco mestiere di macchina, nel senso di manipolare pensieri, contenuti, attivare interscambi e relazioni comunicative a velocità vertiginosa, senza tuttavia rimuovere del passato quanto, invece, doveva essere rimosso. È un errore pensare che nuovi fattori di conoscenza, aggiunti a scenari preesistenti notevolmente logori, possano dare come risultato la riproduzione di vecchi scenari più nuovi fattori di conoscenza e basta.

Sono invece altresì convinto che diano luogo a un ambiente comunicativo radicalmente diverso dal precedente. Questo per dire che l’accumulo costante d’informazioni e quindi di conoscenza, verosimilmente, ha creato nella mia mente una megastruttura che interferisce sulla struttura stessa, ogni qual volta sente il bisogno di approfondire ciò che non gli riesce di comprendere. O meglio, che è in grado di condurre a un ragionamento razionale ciò che è irrazionale, servendosi di una sorta di alchimia per cui, partendo da un presupposto elevato (per una sorta di verticalismo), riesce a raggiungere l’obiettivo, del tutto oggettivo, e a spiegarlo in sintesi, talvolta a risolvere un determinato teorema che la scienza ufficiale rifiuta di comprendere, aggettivandolo paranormale.

Ora, non credo che nel sognare ci sia nulla di paranormale, tantomeno nel provare una qualsiasi emozione. Ancor meno, a mio parere, sia nell’insorgere di sentimenti, per quanto essi contribuiscano, insieme alle emozioni, alla definizione dei sogni che intorpidiscono il sonno. Ciò, nel senso che il loro intervenire nel nostro inconscio finisce per influire non poco sulla nostra psiche, alquanto labile se, per scontato, accettiamo, tutto quello che siamo in grado di assorbire e di transcodificare della conoscenza acquisita, così come, in qualche caso, di trasformare il modo assunto di comunicare.

Come ha rilevato Marshall McLuhan: “Le conseguenze individuali nei rapporti mediali di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni”, a conferma che uno può comunicare con le nuvole (vedi i poeti), che un’altro è in grado di raggiungere la luna (come gli astronauti prima del decollo); che un altro ancora riesce a immaginare l’apocalisse (come san Giovanni), o a prevedere la fine del mondo (come Nostradamus).

Niente di così irrazionale, dico, se ciò che ci accompagna è una mente capace di razionalizzare il tutto, cioè di condurre le “cose” nella loro giusta locazione, catalizzarle favorendo nuovi stimoli, classificarle per poterle riconoscere, suddividerle in gruppi per utilizzarle e permettere quell’identificazione immediata che serva all’uopo (vedi Groddeck in Le parole e le cose). Così come non ritengo necessariamente irrazionali i pensieri che si producono autonomamente, come la genesi delle parole che usiamo, lo scandire del tempo dei suoni che ascoltiamo, l’interscambio che avviene tra quello che pensiamo, che pronunciamo, che scriviamo (per questo scrivo) senza chiederci perché.

Anche se apparentemente non v’è alcuna relazione fra loro, nessuno mi ha ancora convinto che oltre a scrivere di me, lo faccio accettando i suggerimenti del mio stato onirico, cioè di quell’incurabile sognatore che sono, e che ciò di cui scrivo è altro che la rielaborazione più o meno fattiva, dei miei sogni, bensì delle mie elucubrazioni (leggi seghe) mentali. In un certo senso, addirittura, tutto ciò si rivela un’attività debilitante, quando, per voler rincorrere un’intrigante sciarada, mi conduco a ripetere più volte lo stesso sogno quasi con scadenza programmata. Non chiedetemi come si fa perché non lo so, semmai domandatelo a Freud. Di fatto, sulla scia, non poi così luminosa di quella domanda, cosiddetta di carattere “universale”, del tipo “Cosa ci fanno gli uomini sulla terra?” che, per l’elaborata teoria degli uguali, fa il paio con: “Che ci fa una zanzara a Zanzibar?” di equivalente intensità, benché di nessuna particolare rilevanza scientologica.

Comunque sia, dapprima affronto il problema subliminale del Tempo: “Quando mi addormento, sono nelle mie piene facoltà, oppure?”, “A che cosa sto pensando? (quando penso)”, “Leggo troppo a lungo, e sono così stanco da?”, “Sto forse cercando una via di fuga, perché e da chi?”. No, mi dico, certo della mia affermazione. Forse sì. Ed è proprio quel forse, appeso all’inizio della frase che fa scaturire in me il dubbio di una cercata evasione, seppure a livello inconscio, dal quotidiano.

Da giorni, infatti, mi conduco in un dormiveglia costipato da pensieri di sospetta arbitrarietà, come “agisci in modo da aumentare le tue potenzialità”, che va interpretato come un imperativo anti-etico, se non altro per il richiamo a un maggiore protagonismo e una preponderante dose di creatività. E ancora, “se vuoi conoscere, impara ad agire in funzione del tempo che hai a disposizione”, che se non è etico, è sicuramente molto saggio, in quanto ricalca il detto popolare che invita a “non fare il passo più lungo della gamba”, in cui la convergenza delle analogie, radicalizza la flessibilità espressiva e distributiva delle conoscenze acquisite.

Un’evasione programmata dunque la mia, quanto inevitabile, tesa a eliminare ogni traccia di mediazione tra pre e post, tra now and after, tra passato e futuro, passando dal presente, che è poi l’unico avverbio di tempo in cui mi riconosco. Dentro o fuori del presente, è questo il problema, quantunque sappia già che, la prossima volta che lo stesso sogno accadrà, non sarà come la volta precedente, né come quella che verrà dopo, senza timore di smentita. Difatti, finora è stato come entrare e uscire a più riprese dallo stesso sogno, seppure con sfumature diverse, del tipo usate da Raymond Queneau (in Esercizi di stile), il quale, servendosi della stessa trama, raccontata in novantanove modi diversi, da conferma che con le parole si può anche giocare, e non sempre a sproposito, dice lui, a me non riesce mai.

E già il tempo sfugge al quadrante, lì dove ogni strada intentata risponde a una dimensione insoluta ingigantita a dismisura, dove l’io, aberrato, allucinato, vaga alla ricerca dell’assoluto senza trovarlo, fino a rincorrere l’infinito. L’ora scoccata porta la quinta stagione soffocata entro pareti d’una stanza chiusa, in cui l’io necessita di ulteriori spazi, o forse, solo di una maggiore quantità di tempo, un’inflazione reversibile che gli conceda tregua, che gli procuri ulteriore spazio. L’io computer, dimensione prolungata del sé, realizza l’Escapism oltre la parete della stanza, per una fuga che può dirsi annunciata.

Vediamo, se le leggi della fisica stabiliscono che ogni persona occupa una determinata quantità di spazio nel mondo - il che evidenzia che più o meno tutti siamo qui e in qualche altro posto, perché allora quel posto “altro” non potrebbe essere dove mi trovo adesso? Sulla base di quanto enunciato è bene approfondire in parte quale ruolo “ognuno di noi gioca sullo scacchiere della propria presenza”. Non nego di dover superare alcuni dubbi nell’accettare o no un “gioco” che non mette in ballo regole prefissate, anche se è nel mio stile accettare qualunque confronto, anche in materie che non fanno parte della mia conoscenza diretta. Perché no? Giochiamo, dunque! Ma prima permettetemi una citazione che dovrebbe essere indicativa del modo in cui prevedo di giocare con voi.

È tratta da “Il sanatorio all’insegna della clessidra” (1937) straordinario romanzo di Bruno Schulz, scrittore polacco, sognatore eccentrico e grottesco, impegnato nella lotta contro la piattezza della vita (dal quale è stato tratto un geniale film): “La colpa di tutto è il rapido sfacelo del Tempo, non più sorvegliato con costante vigilanza. Sappiamo tutti che questo elemento indisciplinato solo a stento è tenuto entro certi limiti grazie a una cura incessante, a un’amorevole sollecitudine, a una scrupolosa regolazione e correzione dei suoi scarti. Privo di questa tutela, esso si mostra subito incline alle infrazioni, a singolari aberrazioni, a scherzi imprevedibili, a informi buffonate. Sempre più chiara si delinea l’incongruenza dei nostri tempi individuali. Il Tempo di mio padre e il mio non coincidono più”. A pensarci bene, neppure il mio con quello degli altri “me” che io sono.

Che ve ne pare, non male vero? Tranquilli, non intendo tediarvi oltre con lustre conoscenze letterarie. Appurato che non si tratta di adescarvi in un gioco settario, come lo si potrebbe intendere. Comunque per quei pochi “altri” davvero molto, molto intimi, ritengo che il “gioco valga la candela” anche se, c’è un se, o forse un ma, che mi logora fitto il cervello, ed è questo: “quando mai alcuni esseri umani (vedi me), anziché divertirsi con cose banali, come del resto fanno tutti, si mette a “giocare” seriamente, anche se amichevolmente, col resto del mondo?” Semmai lo fa, non è certo per affrancarsi una certa clientela – mi dico. Di certo lo fa per lanciare una sfida (efficacemente culturale?), solo apparentemente disinteressata (strumentale?), per procedere lungo un cammino di eccellenza.

Continuo a pensare che è solo sconfiggendo la (paura della) morte, prepararci ad accettarla come evento naturale consequenziale della vita, che possiamo affermare la nostra immortalità nel senso più appropriato: in quello scientifico (laico) proporzionale al tipo di vita che si è condotta; e in senso intuizionale (morale o religioso), rispondente al progetto di vita che si è cercato di realizzare. Saldando così, lo squilibrio evidente che pure c’è tra una vita spesa nel “cercare di conoscere se stessi”, quindi una proficua realizzazione; e “l’abbandono” che consegue alla superstizione emotiva e alla frustrazione, a volte traumatica, che si riscontra nell’uomo maturo.

Comprendo adesso che l’impossibile è una categoria filosofica, una modalità con cui ci si rappresenta. Ma ditemi, devo fermarmi qui, oppure vado avanti? No, perché, se non l’avete capito la faccenda mi sta a cuore e, soprattutto il confronto con la vostra tenacia di “giocatori”, nei confronti della “sfida” che ho lanciato e che non può essere ritrattata. La cura, che dovrebbe avvenire attraverso tappe (abbattimento dei divieti totemici), e passaggi “sacrificali” (funzioni strumentali) che sono tipici del viaggio “eroico” (perché fatto di rinunce), verso la “maturità” (auto-referenziale), frutto dell’esperienza che apre “fuori” dal , accompagnando all’indifferenza la consapevolezza (metafisica) dell’esistenza stessa (cosa questa che non avviene mai); per confrontarsi con tutti quei problemi che hanno dato origine all’ansia di capire il mondo, di cogliere la realtà delle cose.

Come se non bastassero già tutti gli esami che siamo chiamati a dover superare per accedere a “questa” vita (e all’altra). All’altra? Ma perché andare costantemente alla ricerca dell’Immortalità? – mi chiedo. Sono altresì convinto che l’aspettativa non convince nessuno, semmai ciò che più interessa è il raggiungimento della maturità nella conoscenza. La letteratura, e con essa l’umanità, si è sempre espressa nella ricerca dell’elisir di lunga vita, del giardino di delizie, e quant’altro. Quel giardino che solo mi offerse Helga, la tedesca, incontrata un giorno a Berlino, seduta al tavolo di un bar mentre discorreva con degli amici. Una figura esile, scattante, folgorata dalla voglia di vivere.

Guarda nella Jashica-Matic con fare ritroso, quasi tema che la macchina fotografica possa carpirle chissà quale segreto. Ma forse non vale la pena carpirle un’immagine contro la sua volontà, staccarla dal racconto privato della sua giovane vita. Come dire, non sarebbe più lei, verrebbe a mancare di spontaneità. Un complimento confidenziale suggerito all’orecchio e lei improvvisa un sorriso stampato che fermo in un primo click e il gioco è fatto.

Seguono parole scherzose, complimenti cialtroni, scambio di pensieri non miei sul senso della vita, sugli aspetti dell’amore, quello degli altri, ovviamente. Nessuno ammetterebbe mai di stare a parlare dei propri sentimenti – figuriamoci, i soliti eufemismi, divagazioni letterarie! Eppure stiamo parlando d’amore, proprio come fanno tutti quelli che l’amore lo dicono, lo fanno, lo subiscono, lo sollecitano, lo depredano, lo scherniscono, lo sfiniscono e che, tuttavia, lo riscattano dall’oblio, mentre la mattinata scorre veloce nel gioco verbale delle confidenze. Improvvisamente, dice: Devo andare, s’è fatto tardi! Saluta gli amici e fa per andarsene.

Dove sei diretta? Posso darti un passaggio in auto. Dico. Fasullo, che a Berlino sono arrivato ieri in aereo e non ho neppure uno straccio d’auto con me. Per questo ci sono i taxi. Sono diretta ad Alexanderplatz, per degli acquisti da fare. Figuriamoci, posso dire di essere di strada, insisto balordo. Non vedo perché no, con piacere! Poteva essere diversamente? L’indirizzo è quello del mio Hotel. In un battibaleno siamo uno di fronte all’altra, noi due soli, estranei eppure uguali, entrambi in cerca di un’esperienza da immagazzinare, vicini tuttavia senza toccarci, in attesa della mossa successiva, presso l’intimità di un letto appena rifatto, in una stanza rassettata per l’occasione. Noi due, intenti a fissare il vuoto.

Di che colore è il vuoto? Mi chiede, lei. Non saprei, rispondo io mentre preparo la fotocamera per immortalare la sua nudità. Mi recita una poesia sui pini. Ti piace? Cosa? Le dico che voglio fare all’amore con lei. Mi guarda per nulla sconvolta dalla proposta, sorride – la sciocchina. La immagino, prostrata per un sacrificio di sesso. È il mio corpo che prenderai non la mia anima, prendilo, adesso, non farò alcuna resistenza, ma ti prego fai in fretta, ho freddo!

Nell’obiettivo della Jashica-Matic la sua vagina è un tenero fiore che si dischiude al dolce bacio della rugiada (della mia lingua), un click profondo e rigurgita di un liquido aspro, piacevole. In un istante è sopra di me cavalcioni, sento il suo ansimare farsi oltraggioso, pronunciare parole fuori delle righe, quelle stesse che certamente Amore sussurrava a Eros infervorato di lei.

Ma preferisco non addentrami in un’interminabile elenco di sconcezze. Devo andare, s’è fatto tardi! Dice. No aspetta, è ancora presto, rispondo. È tardi, ribadisce. Estremo rifugio all’agguato s’infila sotto la doccia e lascia scorrere l’acqua fredda che la ristora. Quando, d’improvviso, m’appresto per un ultimo impeto, un’ulteriore offensiva. Lei, come una belva affamata, impudica, agguanta la sua preda e la stramazza sul pavimento, in un’orgia di sangue. Disgiunte le connessioni d’amplesso, sfinito mi lascia riverso sul fianco, le carni percosse, inerte, ucciso d’orgasmo, defraudato d’illegittimo seme.

Riposa il guerriero, disteso sul letto a battaglia, vinto a vincitore, prostrato, ancora una volta sospeso in una terra di confine, liminale, tra il vuoto e il nulla. Dove l’io, aveva pensato, che, forse … C’è però ancora una domanda che vortica nell’aria e che si pone per un’attenta riflessione: esiste il vuoto? Dico sì, o almeno sussiste, ma solo se ad esso si da un valore “O” (tondo), dentro e fuori del quale si conforma ogni misurazione. Un tondo che non vuol dire vuoto = nulla, poiché nel vuoto è tuttavia possibile la coesistenza di innumerevoli “altre” esistenze oggettive e numeriche alla ricerca di una loro conformazione. Cosa non accade nel nulla. La musica, ad esempio, sussiste nel vuoto ma non esisterebbe nel nulla. Il nulla sussiste quando si giunge ad ammettere l’esistenza del sottovuoto (forse?), dove immaginare ogni possibile soluzione.

Non sono certo che la spiegazione renda l’idea che si può dare del nulla inteso come sottovuoto, ma ho sempre pensato d’esserci andato vicino, proprio meditando attorno a un problema esistenziale che ora non ricordo nella sua essenza e che tradotto infine suona così: Questo non è un bicchiere / o meglio pensiamo che non lo sia. / Allora cos’è? / Ammettiamo sia un giorno. / Se guardi meglio t’accorgeresti che è sempre un bicchiere. / Magari è un giorno dentro ad un bicchiere. / Un giorno infrangibile. / Versaci dell’acqua. / No. Ne verrebbe fuori la vita. / La vita di un giorno. / Un nulla nel contesto globale contenuto nel bicchiere dell’infinito. / Bevi. / No. Morrei affogato. (***)

Da un’altra parte è detto: Trasferendo … una non-verità diffondiamo comunque una non-verità. E ancora: Naturalmente una non verità consapevole può essere trasformata in verità mentre … Sono convinto che per affermare una non-verità bisogna prima conoscere la verità. Ora, tutti sappiamo che al pari di una non-verità il concetto di verità è un’astrazione determinata dal fatto che i nostri occhi non vedono “reale”, che la nostra mente non pensa “reale” bensì entrambi agiscono in modo “virtuale”. Tuttavia, credo di riuscire a dare una risposta affermativa al quesito con una semplice operazione algebrica, per cui: - + - = + (meno più meno uguale più).

Così detto, così fatto: se trasferisco una non verità (ipotetica) su una base di verità (virtuale), ecco che la consistenza della non-verità assume l’aspetto di una verità “fittizia” sulla quale determinare una verità possibile o almeno affidabile, così come da una o più negatività (nodi esperienziali) si accede ad una positività (di fatto / fattiva). Nessun altro gioco (con la vita) in questo caso trovo più appropriato, se non quello degli scacchi, vuoi per le infinite possibilità di movimento dei pezzi; vuoi per le maschere che di volta in volta i giocatori assumono (fino alle fattezze ad essi corrispondenti), e cioè di Uomo/Torre, Uomo/Alfiere, Uomo/Re, Uomo/Regina.

Oltre, ovviamente, agli spazi temporali d’una partita che potrebbe non finire mai, occultata negli interstizi riflessivi tra uno spostamento e l’altro dei rispettivi pezzi sulla scacchiera del tempo. Un tempo che può diventare interminabile e vedere trasformarsi lo scenario del mondo se non dell’universo che ruota attorno ai giocatori. Lo scopo, cioè il culmine ultimo della partita, non è tanto nella “morte” del pezzo più importante, il cosiddetto “scacco al re”, poiché il re (si sa) deve morire, tutti i re muoiono prima o poi; bensì nel fatto che ad ognuno viene data la chance di portare avanti il “gioco”, fino all’estremo, sotto l’influsso del suo spirito guida (anima, fato, kà, destino) indipendentemente dalle strategie (e dalle stramberie) messe in campo.

Pertanto, l’esclusione di un “pezzo” o dell’altro, assolve da qualsiasi comportamento, riequilibrandolo sullo stesso piano, eccellente o nefasto, appiattito in funzione del “gioco” (della vita), che di volta in volta riguarda uno o l’altro giocatore e si attua sulla scacchiera (dell’esistenza). Come dire, ciascuno è artefice della propria stupidità. Niente scuse. Non sono ammesse. Perché no? Apparentemente a pochi è venuta l’idea che l’unico compito dell’intelligenza potrebbe essere quello di non cambiare le cose, di tenere in equilibrio il rapporto tra bellezza e distruzione, nel senso di un possibile scontro tra le varie componenti che di volta in volta ci coinvolgono.

Non è forse detto: “colui che gli dèi non amano, nulla avrà risparmiato”. Ma chi è il cinico spregiatore degli uomini, lo si scoprirà col tempo. Probabilmente si è esagerato nel drammatizzare il presente, in ogni epoca, appare sempre cupo e disperato. Anch’esso fa parte del gioco, ed è logico che sia così, altrimenti non ci sarebbe abbastanza da fare per tutti noi, anime perse, in cerca di quella felicità che sempre ci sfugge. Del resto, gli assetati di gloria cercano conferma anche da chi tengono in poco conto. Non è forse così? Ma come si dice, più il corpo fisico è esaurito, più libero è lo spirito e più vive sono le impressioni che sollecitano la mente. Del resto, nessuno, per quanto rozzo e materiale sia, può evitare di condurre una doppia esistenza. È nella natura umana chiudere la porta dietro ogni evento che passa (passato), e spingere la vita verso l’alto (il futuro no), verso il consumistico del presente, la regola è tutto e subito, e viaggiare per i mondi visibili e invisibili, e conversare con le stelle.

Ovviamente è un conversare da soli, o almeno in solitudine, poiché le stelle sono comunque lontane, dimentiche di brillare nella testa di chiunque veda in esse la strenue possibilità di avvicinarle. Com’io nel cercare negli occhi di Cecilia il riposo dei miei occhi, nell’attesa di un suo gesto, nel modo in cui muove la sua bocca vermiglia, soprattutto nella speranza di ottenere da lei uno di quei sorrisi di cui è dispensatrice generosa. Una dentatura perfetta, lattea, quasi argentata, capace di fare adepti ogni volta che l’apre per parlare durante i simposi o le riunioni in cui si parla d’Arte. Figuriamoci cosa dev’essere baciarla, immergersi in quel candore, in quella cruna d’amore. La incontro in una riunione dalla quale esco spiazzato, senza aver compreso molto di quanto si andava dicendo. Ciò che più m’impressiona è la sua scollatura, di ampio respiro, che di tanto in tanto lascia intravedere quanto basta a distinguere un seno dalle coppe rotonde, sostenute, da far arrossire in un sol colpo le sette meraviglie del mondo.

Per non dire di quando s’alza e sforbicia verso la porta le sue gambe tornite, debitamente poggiate su due tacchi di platino, da cui si diparte la riga delle calze, opportunamente nere che sale fino a un capitello di culo al limite della decenza, che mai si è visto dal Rinascimento in poi. Non me la tolgo più dalla mente. Per ragioni di lavoro la incontro spesso lungo i corridoi e nelle stanze della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. È qui che la circuisco, la pedino, le mando dei fiori, dei bigliettini d’invito. Non mi risponde. Mi ignora, la stronza. Odiata da tutte le segretarie, è però molto ammirata dai loro direttori, su fino al Segretario generale, al Presidente, al Ministro, ognuno dei quali si sente in dovere di farle recapitare un dono molto significativo. Preferita e decantata da tutti i poeti cessofili che le scrivono rime sulle porte dei gabinetti, e che spendono nei suoi confronti parole gentili e luminose, anche quando la giornata è uggiosa.

Decido, l’affronto, voglio a tutti i costi un appuntamento, per cena, me lo deve, se non altro perché nell’ultima riunione avuta insieme, sono stato dalla sua parte su un’importante decisione da prendere, e lei ne è uscita a pieni voti. Sorpresa delle sorprese, acconsente. Non credo ci sia un imbecille più imbecille di quello che si trova davanti a una donna del genere. Sembrerà strano ma non so che pesci pigliare. Non eri tu George che … Che cosa? L’aperitivo è un fallimento completo. Non so da dove incominciare. Ogni frase che sono intenzionato a dirle, non mi sembra poi così nuova, originale, non abbastanza esclusiva. Da l’impressione d’averla già sentita, da lei sicuramente chissà quante volte, blaterata da tutti i tirapiedi che le fanno il filo. Chissà quante altre cose può averle detto il suo amante? Mi chiedo.

La prima cappellata che faccio è di chiederle se è sposata. Che imbecille! Se fosse sposata stasera starebbe con il marito, non certo qui con me, e in un locale pubblico per giunta, dove tutti le stanno con gli occhi puntati addosso. Una gaffe inqualificabile. Se non altro, ho rotto l’incantesimo e adesso posso parlarle più apertamente – mi dico. Di che cosa le parlo? Del rapporto di coppia, un argomento come un altro, che lei ovviamente non sembra apprezzare. Mi sorprende col raccontarmi una barzelletta audace, che quasi si vergogna e che, invero, non la manderebbe neppure al purgatorio. Ne approfitto per spingermi in qualche sottile oscenità, farcita qua e là con qualche parolina piccante, della quale lei sorride divertita, incurante dell’esplosione ormonale che mi procura un tale mal di testa.

Come glielo dico che ho intenzione di rapirla, strapparle di dosso quell’abito scontroso che le occulta le forme, carpirle il segreto arcano del suo profumo, intenso, che le avviluppa il corpo, quel profumo di donna che rivela antri più segreti, di un’oscenità folle, che vorrei scandagliare più a fondo. Lei si fa più attenta, misura le parole, sguscia da discorsi che potrebbero compromettere la sua incolumità, e la mia. Stupido orgoglio di donna – penso.

Poi, come d’incanto, dice che s’è fatto tardi. Che per lei è ora di tornare a casa. Tutte così dicono, che quasi mi sorge un dubbio. Ma a quale casa?- mi chiedo.

Decido, mi butto, ci provo. Faccio un salto nel buio. C’è una sola casa che ti aspetta a quest’ora, ed è la mia. Una reggia per i tuoi capricci di principessa, dove sarai servita e riverita, dove potrai farmi tuo schiavo, frustarmi, calpestarmi, farmi ogni cosa ti piacerà, se lo vorrai. Ma attenta, da tempo ormai, vive colà un orco che vuole violentarti e straziarti, come nessuno ha fatto mai e, perché no, mangiarti viva. Lei, trova rifugio dietro un silenzio, poi dice: peccato George, che ho smesso da tempo di credere nelle favole. Non nego che ci avevo sperato, forse per questo mi limito a ripetere: peccato! Un indugiare crudele, prima di varcare la soglia, domani sarà ancora il suo stupido orgoglio a frustrare la mia matta voglia.

In fondo ognuno ama a modo suo, avrei dovuto tenerne conto, pazienza, vuol dire che devo ancora imparare. Può essere che non abbia riconosciuto la donna destinata a me, quando l’ho incontrata, lo ammetto. Ciò non toglie, in caso di sesso oggettuale, che col tempo si diventa perversi. No? in questo modo s’intende attivare tutti gli organi di senso, incluse le orecchie, per conferire al proprio udito una maggiore sensibilità, e ascoltare la musica che comunque continua a suonare dentro la testa, al di sopra del rumore e del silenzio dei pensieri, che è la musica di chi ama.

E che suonerà sempre, ripetutamente nelle orecchie di colui che s’innamora e libera il proprio desiderio nel segno dell’amore, fino a pervertire il suo concetto arcano, fino a diventare satanico. Quale altra libertà esiste, d'altronde? Come qualcuno ha detto: “il dubbio incomincia dove la ragione finisce e l’incertezza rimane per tutta la vita”. Solo il silenzio può compiere la sua opera risanatrice, offrire ogni volta l’occasione per un nuovo inizio. Come nel “gioco”, occorre fingere di essere tornati indietro, e ricominciare tutto daccapo: un'altra donna, un altro amore, un’altra storia, per rivivere quell’atmosfera di stupore che forse abbiamo dimenticato.

In ultima analisi si può dire che ho giocato da solo, il giocatore (unico e irripetibile) che gioca contro se stesso (che è poi l’essenza ultima del gioco); colui che partita dopo partita (vita dopo vita), stabilisce i tempi e la tipologia di gioco, fino alla sua completa vittoria o rovinosa disfatta. Da solo gioca il personaggio Antonius Block, mitico cavaliere senza fede de “Il Settimo Sigillo” (1957) di Ingmar Bergman, che di ritorno dalle Crociate, incontra sul suo cammino la Morte in persona, con la quale avvia una folle partita a scacchi in cui ha messo in gioco la propria vita. Nella lotta spietata contro il destino, egli ha certamente la peggio e la partita si conclude con un inevitabile scacco matto. Non è forse solo Hann, in “Finale di partita” (1957) di Samuel Beckett, ad ammettere, dopo un presumibile disastro nucleare, la sconfitta; quando, il dilettante Clow cerca di continuare a giocare senza dichiarare la resa, pur sapendo d’aver perso la partita?

Quanto pure accade ne “Il giuoco delle parti” (1917/18) di Luigi Pirandello, dove il protagonista, Leone Gala, un filosofo cinico, giunge “da solo” alla risoluzione che alla fine della partita sono i sentimenti che prevalgono e che quella della ragione è sempre una vittoria illusoria da cui se ne esce sconfitti. In ogni caso, non esiste un campo da gioco più consono, in senso figurativo, della nostra bistrattata Terra, coi meridiani e i paralleli a delimitare gli spazi entro i quali muovere i propri incerti passi, e il cui girare vorticosamente nelle spazio fa schizzare via quanti (i pezzi della scacchiera) non stanno coi piedi ben saldi al suolo, quanti non hanno radici conficcate sotto la superficie.

Ma l’orologio del tempo è progressivo, subordinato ai quanti salgono e scendono nel girare immutabile della “giostra”, e c’è chi voltata la testa dalla parte sbagliata cade e chi d’altra parte, preso d’allegrezza, s’aggrappa al palo della speranza; chi si abbandona all’estasi vertiginosa della vita e chi si lascia abbrancare dalla propria follia. Tutti comunque giustificati a giocare, a salire e a scendere dai cavalli scalpitanti che non smettono mai di girare. Tanti quanti sono i pezzi che vengono mossi (agiscono) sulla scacchiera della vita - risponde il giocatore attento - tra quelli che per inadempienza non reggono all’assedio, quelli che non mantengono l’impegno preso, la parola data, quelli che si chiamano fuori per la fragilità dei sentimenti, per l’incapacità di affrontare la sfida del destino, per codardia, per vigliaccheria, e comunque pre-destinati ad abbandonare il gioco.

Ma a chi mi riferisco quando erroneamente ammetto di bramare alla costruzione del me, omettendo che nella ricerca della mia identità, apertamente nascondo l’evidente alterità che pure è necessaria se voglio raggiungere lo scopo di poter dire: Io sono? Identità e alterità in questo caso si contrappongono per effetto di un possibile sdoppiamento, come fossero due diversi e medesimi io, ma l’“altro” non necessariamente è diverso da ciò che io in realtà “sono”, e davvero non serve indirizzare quello che potrebbe essere il mio replicante virtuale verso comportamenti responsabili e coerenti più di quanto io non faccia già.

Di certo farebbe le mie stesse scelte sbagliate. Del resto non c’è più coerenza nella storia dell’umanità, di quella che può essercene in quella del singolo uomo, in ragione del fatto che la storia la fanno gli uomini, ma gli uomini non vengono neppure sfiorati dalla storia che viene scritta dopo di loro, quando cioè si è già compiuta. Quando gli errori ad essa connessi, i più madornali, inconcepibili e inenarrabili, sono già stati officiati e se ne stanno pagando le conseguenze, o della quale si ha solo un pallido ricordo, da cui spesso altri traggono una parziale e tendenziosa conclusione. Questa è la storia.

Un po’ come tutte le storie narrate in cui l’omicida per antonomasia è la noia, alla quale è contrapposta una volontà di sopravvivenza, di ricordi mai smessi, di sogni impossibili, di personaggi al di là d’ogni umana comprensione. In fondo si tratta di piccole e grandi storie di odierna follia, ripetute all’inverosimile, talvolta senza nessi e connessi l’una con l’altra, quasi fossero uscite dalla testa del Cappellaio matto, o forse dalla capacità illusionista del Bagatto, capace di stordirci con i suoi giochi di abilità, e che, al tempo stesso, ci impedisce di percepire la realtà come essa è. Nelle sue mani di prestigiatore non siamo che balocchi di apparenze prodotte dal gioco di forze a noi sconosciute, tuttavia è proprio l’altro io, il soggetto pensante, quell’io principio e fulcro dell’iniziativa individuale, della percezione, della coscienza, della volontà, che si riflette in tutta la creazione, ad essere chiamato a rimodellare ogni singola personalità, col preciso scopo di fare se stesso, nello sforzo di manifestare ciò che pensa di aver raggiunto e che, forse, non raggiungerà mai.



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