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Una storia di Alecascianelli

L'ultimo respiro dei ricordi

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9 minuti

Pubblicato il 18 marzo 2019 in Storie d’amore

Tags: #ricordi #nostalgia #amore #romanticismo #passato

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Salivamo le scale tenendoci per mano e lui entrava sempre prima di me.

Di quella soffitta di ricordi e ragnatele il nonno ne era geloso, voleva che ogni oggetto restasse al suo posto, perché, in fondo, per ciascuno aveva una piccola storia da raccontare. Voleva che il suo passato rimanesse racchiuso in quelle tre stanze.

Se avesse saputo che il salone in cui era solito intagliare il legno di notte, per costruire i giocattoli di mamma, era stato il mio rifugio fino a sei mesi fa, probabilmente si sarebbe arrabbiato. Diceva sempre che per entrare serviva il suo permesso, ma, purtroppo, ha raggiunto la nonna da due anni e non avrei potuto chiederglielo in nessun modo.

Sin dalle prime volte, per sentirmi meno in colpa, appena riuscivo ad estrarre la chiave dalla serratura arrugginita, gli chiedevo scusa, guardando l’unica foto che lo ritraeva, appesa pochi centimetri sopra al camino.

Nei mesi in cui avevo frequentato il suo angolo di mondo, il divano rosa che tanto amava, l’avevo quasi sfondato. Avevo perfino provato ad accendere il fuoco, ma senza risultati, perché in queste cose non me la sono mai cavata. L’unico mobile che non avevo toccato era il tavolo al centro del salone: sulla superficie di legno di ciliegio, il nonno aveva sistemato con cura il suo giradischi e la collezione di vinili, che portava avanti da quando era adolescente. Un giorno, quando facevo le elementari, mi aveva regalato un trenino giocattolo e l’avevamo montato assieme, proprio vicino al giradischi. Amava narrarmi le avventure della sua vita, seduto sul divano, mentre il trenino girava e il vinile suonava, colpito a tempo dalla puntina.

“Gianlu, dove sei?” - chiede ansiosa in un audio Silvia.

“In un supermercato a pochi passi dall’aula studio, amore” - le mento.

Non conosce l’esistenza del mio vecchio rifugio, fortunatamente.

“Appena finisci la lezione chiamami, ora stacco il telefono, che è quasi scarico” - aggiungo qualche secondo dopo, mettendo la modalità aereo.

Dall’ultima volta in cui sono stato qui con Bianca, è rimasto tutto allo stesso posto: dentro al camino ci sono i fiammiferi che avevo acceso per combattere la tristezza, il divano è ancora sporco di vino rosso e, sotto al tavolo, ci sono i resti del vinile che le avevo fatto ascoltare prima di dirle la cosa che c'aveva fatto litigare.

Quando se n’era andata l’avevo spezzato in due: mi volevo liberare di quelle canzoni, del suo sorriso e del suo timbro di voce. Ogni volta mi incantava, ma non l’avrei mai più riascoltato, come quel disco.

C’eravamo conosciuti durante un’esposizione dei miei quadri, faceva la stilista e aveva avviato da poco un piccolo brand. Aveva un passato da writer, amava arrampicarsi sugli edifici e disegnare: si firmava con Aliz, perché le sarebbe piaciuto che i suoi la chiamassero Alice e, nel tempo libero, studiava cinese.

La prima volta che l’avevo portata qui, ancora tra noi non c’era niente: ci scrivevamo qualche messaggio su Whatsapp e avevamo preso un aperitivo per rompere la monotonia di una triste sera di febbraio, ma le nostre labbra non si erano mai incontrate.

Avevo iniziato da un paio di mesi ad usare la soffitta per lavorare ai miei dipinti: l’atmosfera magica mi ispirava e avevo montato un cavalletto nel bel mezzo della sala.

Aveva insistito per vedere la bozza del mio nuovo lavoro: mi ci stavo dedicando giorno e notte, l’avrei presentato ad un concorso che trattava il tema della rabbia. Appena entrata aveva sbattuto la testa e, d’istinto, le avevo appoggiato delicatamente la mano destra sui capelli per verificare che andasse tutto bene: in quell’istante i suoi occhi grigi erano esplosi in un big bang di emozioni. Quando aveva visto il quadro, era rimasta così colpita che voleva convincermi a gareggiare con quello, anche se si trattava di una bozza provvisoria.

Per me, era solo un’orrenda sovrapposizione di pennellate che davano vita ad una soggetto terribilmente banale, ma lei ci vedeva qualcosa di speciale.

“Non sei convinto?” - mi aveva sussurrato.

“No, il ragazzo, che lancia il proprio cellulare dalla barca a vela, è troppo scontato” - le avevo risposto, cercando di spiegarle le mie motivazioni.

“Non rinunciare solo per la paura di fallire, tu sei una di quelle persone che sognano perché non possono fare altrimenti".

Avevo lasciato che il silenzio assorbisse tutte le nostre insicurezze, dopodiché, le avevo sfiorato la guancia con la punta delle dita e l’avevo baciata.

Le sue labbra carnose, a contatto con le mie, avevano dato vita al più bel ballo a cui avessi mai preso parte, scorrevano armoniosamente in una danza eterna, seguendo il ritmo della canzone d’amore che suonava dalle casse del giradischi.

La danza era poi continuata sul divano, dove i nostri corpi si erano intrecciati ed avevamo fatto l’amore, consumando i cuscini e lasciando in quel posto un segreto di cui solo noi eravamo i custodi. Più i mesi scorrevano nel calendario e più quella soffitta sapeva di noi.

Il suo profumo era l’unica cosa in grado di farmi scordare tutto e di colorare i miei giorni neri. Ci vedevamo due volte a settimana e, puntualmente, dopo aver ascoltato un vecchio vinile abbracciati, ci spogliavamo.

Tra noi c’era una grande complicità, ma non esisteva alcun legame.

Ripeteva che le relazioni servivano solo per darsi dei limiti e per imporre delle barriere all’emozioni. Sosteneva che un fiume per scorrere spontaneo non deve avere argini e, quando tentava di spiegare la sua strana teoria, fissava il vuoto con uno sguardo profondo, senza sapere che gli argini servono anche per evitare che il fiume straripi e danneggi quello che c’è attorno. Per farle cambiare idea avevo provato a stupirla, portandola ad ammirare il bacio di Hayez, il quadro degli innamorati, ma era come se il suo cuore avesse un guardiano pronto a fermare qualsiasi pulsione.

Nell’ultimo mese le cose erano migliorate: aveva accettato un mio invito a cena in un ristorante di uno chef stellato e, in quell’occasione, il nostro rapporto non era stato più circoscritto dalle mura della soffitta.

Un giorno, avevo trovato il coraggio per scriverle una lettera, come facevo al liceo per chiarire con i miei quello che non riuscivo a spiegare parlando. L’avevo messa in una busta rossa e, sul retro, avevo scritto il suo nome con un pennarello bianco.

Avevo curato tutti i particolari, come si fa, inconsapevolmente, quando si ama qualcuno. Gliel’avrei consegnata di sabato sera, quando ci saremmo visti per bere del vino rosso ed ascoltare un vinile di Sinatra, prima della nostra danza abituale.

Quando era arrivata all’ultima riga, il vinile si era fermato in attesa che cambiassi il lato e, la luce che illuminava l’universo racchiuso nei suoi occhi, si era spenta.

Si era alzata dal divano e l’aveva appoggiata stizzita nella tasca sinistra della sua giacca rossa. In una frazione di secondo era davanti alla porta, senza nemmeno aver detto una parola.

“Temo che tu abbia frainteso, noi non siamo mai stato questo” - aveva balbettato furiosa con una sfumatura d’imbarazzo.

“Non è vero” - avevo provato a replicare, sentendo il mio corpo usato e la porta del mio cuore richiudersi violentemente, dopo essere stata violata da una sconosciuta.

“Non c’è altro da dire. Se tu vuoi questo, possiamo finirla qui. Ora devo andare”.

Il rumore della porta sbattuta con rabbia aveva rimbombato nella mia testa, fino alla fine di quel sabato sera di cui a lungo avrei ricordato ogni attimo. Non era la notte giusta per ascoltare i testi di Sinatra e non lo sarebbe stata per molto tempo.

Avevo lasciato cadere a terra il suo lp, vedendolo frantumarsi in tanti piccoli pezzi, come avrei voluto che accadesse al ricordo che avevo di lei. Il silenzio era insopportabile, mi aiutava a realizzare che tutto era finito, compresa la magia. C’era spazio solo per la delusione. Avevo messo le cuffiette e avevo iniziato a dipingere usando l’ultima tela rimasta nel ripostiglio. Non amavo i dipinti astratti, ma, a volte, erano come le lettere: riuscivano a comunicare quello che non potevo esprimere con un disegno di senso compiuto.

Avevo pitturato la tela con il blu, imprimendo alle pennellate la stessa aggressività con cui un pugile prende a pugni il proprio sacco e, alla fine, con gli occhi in lacrime, avevo disegnato tre righe nere: nella mia fantasia rappresentavano degli artigli che squarciavano la tela da dentro e simboleggiavano l’arrivo di qualcosa nella realtà.

Solo un mese e mezzo dopo, avrei capito che il destino mi aveva annunciato, attraverso quel dipinto, l’arrivo di Silvia. Aveva partecipato anche lei al concorso sulla rabbia, ma nella categoria delle grafiche. C’eravamo conosciuti alla cena di premiazione dei vincitori e, oltre al primo premio, avevamo scoperto di avere molte cose in comune, che, con il tempo, sarebbero diventate le solide basi di una relazione inaspettata.

Non so perché sono tornato in questa soffitta, mi ero ripromesso che non l’avrei fatto più, ma avevo voglia di rivederla per l’ultima volta e di lasciarla con un bel ricordo. Mentre sto sprofondando sul divano, mi arriva un’ultima vampata della fragranza floreale che Bianca metteva ad ogni appuntamento e, ripenso, con un sorriso nostalgico, all’ingenuità che avevo in quel periodo. Poco prima di sedermi ho azionato il trenino con cui giocavo da piccolo insieme al nonno. Mi aveva insegnato a sistemare le rotaie e, dopo averlo fatto, ci mettevamo seduti e lo guardavamo girare senza sosta. Mentre sta completando il suo primo giro, noto che la polvere lo rende un po’ più opaco di un tempo, ma dai finestrini, i passeggeri si intravedono nitidi, seduti ai propri posti, come sempre.

Deve essere una vita frenetica la loro, non si possono fermare e non hanno alcun appiglio.

Il loro destino è scritto: devono viaggiare finché non decido di staccare la corrente.

I momenti condivisi con le persone che per noi sono state importanti, in fondo, sono proprio come loro: girano nel nostro cuore, finché non decidiamo di staccare la corrente e, quando succede, avvertiamo un senso di vuoto.

Tolgo la modalità aereo, ho un messaggio di Silvia: “Questa sera a cena stiamo insieme, ti ho fatto una sorpresa”.

Prima o poi dopo il buio arriva una nuova alba, ognuno di noi merita di tornare a splendere e di cominciare un nuovo viaggio, proprio come i passeggeri di quel piccolo treno.

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