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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

A Mysteries Collector / 3

Mavruz in Me : Il piano parallelo.

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15 minuti

Pubblicato il 10 ottobre 2020 in Horror

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Mavruz in Me
Mavruz in Me

A Mysteries Collector / 3

Mavruz in me : Il Piano Parallelo.



È di rosso sangue la macchia che lambisce la linea perimetrale della grandiosa dimora, imbrattando il biancore immacolato del foglio appena dispiegato. E già il tratto nero del carboncino più non scorre rapido e improvviso scolora, mescolando alla sua materia terranea il fiotto filamentoso, fuoriuscito di bocca al mio inabile Signore che stremato, si concede il necessario riposo, dopo cotanto affanno. Dunque, rimettiamoci al lavoro, rimbocchiamoci le maniche e disponiamoci all’occulta creatività, spaziosa di regalità, ariosa d’inganni, che di volta in volta suggerisce il mio Signore, poiché ridisegnare è d’uopo un nuovo impianto architettonico, tracciare un diverso perimetro su un'area edificabile più ampia, onde restituire preminenza alla magione/cattedrale/fortezza che il mio Signore ha scelto a dimora della sua inquieta esistenza.

Suvvia dunque, mi dico, avendo appreso i segreti della ‘geometria sacra’ degli antichi architetti che traevano ispirazione dall’immenso progetto divino che solo il mio Signore ha di gran lunga accesso. Ed ecco s’abbattono muri inesistenti e si ricreano pareti di malvagità, si cambia la disposizione delle stanze e dei piani, si spostano le scale interne che terminano nel nulla, s’immaginano porte e finestre lì dove non c’erano che s’affacciano sul ‘vuoto’ congetturato, profondo d’incolmabile vanità, in cui si contrappongono i suoi contrastanti sbalzi d’umore.

E mentre dietro la sua maschera appagata, teatro del disordine, in cui si confondono ambizione e falsità, delitti e congiure mentali, egli continua a uccidere giustizia nelle tasche, a pietire oboli di fiducia ed elemosine di fede per compianti di speranza che poi non è disposto a concedere … Che è dell’essere strutturale non concedere nulla alla pietas, e finire per non sopportare volentieri il continuo strepitare e le urla dell’umanità che il mio Signore marchia come pura ‘meschinità’, considerata alla stregua della misericordia senza crudeltà, l’espiazione senza condanna, la transigenza che va oltre la pena.

Sono davvero impietosi gli dèi che abitano il labirinto della sua mente, che decaduti s’agitano sotto le volte delle absidi romaniche e le guglie a ogiva delle cattedrali gotiche, così come delle moschee e dei minareti orientali, sulle cui are pur si continua a innalzare canti e preghiere, insieme a imprecazioni e accuse infamanti, cui fanno seguito i “mea culpa” dell’umanità irriverente.

Eppure non s’ode l’eco dei ‘dies irae’ che si levano dagli altari cristiani, dalle mense ebraiche in cui s’immolano ogni giorno vittime sacrificali, dai luoghi santi musulmani in cui le preci rivolte al cielo sono offerte in olocausto alla beltà degli occhi misericordiosi che misericordia non hanno, che più non vedono perché ciechi. Restano muti gli oracoli ad onta dei santi e degli angeli assorti, degli onesti, dei moralisti, dei virtuosi, e finanche di certi ‘matematici impertinenti’ che usano l’arsenale della ragione, per dimostrare la propria avversità a qualsiasi credo religioso, vantando motivi mutuati dalla sola razionalità esistente, la ‘scienza matematica’ ancor tradita dalla 'quantistica impellente', che pur non sapendolo, affidano alla ‘geometria sacra’ le coordinate di un paradiso che, a loro detta, non c’è.

In cui si asserisce la “..non esistenza’ di Dio come qualcosa che non ha pertinenza conoscitiva e che non riguarda in alcun modo l’arcana essenza di Dio” (Odifreddi), e che equivale ad affermare il solo fenomeno umano. Ma non è che la cecità dei molti detrattori che mettono in atto le più efferate argomentazioni, per contrastare quella che da sempre è ritenuta una verità assoluta, espressa nella Cabala che nell’affermazione della ‘verità’ stravolge il comune senso d’ogni nesso … una lingua ermetica imperscrutabile che solo astrattamente è possibile comprendere.

Per quanto Goethe, filosofo nel tempo, abbia ricondotto sul piano parallelo della verità cosmica, l’accostamento dell’uomo a Dio, e che solo il ‘poeta’ esercita: “sollevando ciò che è a lui inferiore, abbassando ciò che lo sovrasta”, e per chissà quale arbitrio inoppugnabile, giunse ad affermare che il piano levigato di una mensa (ara pagana, altare cristiano o banco di tribunale), sollevata dal pavimento e a dovuta distanza dal soffitto, fa da spartiacque tra il bene e il male, divide il probabile terreno d’incontro/scontro tra ciò che è materiale e pedestre, e ciò che è aereo e soprannaturale. Introducendo nella discussione tutt’ora in corso, l’esistenza del ‘paradiso’come luogo di delizia, e l’‘inferno’ come luogo di pena. Ma solo in presenza di un’eterna condanna, quale essenza etica e morale delle buone e delle cattive qualità di ognuno.

Il ‘giudizio’, se giudizio ci dev’essere, avviene nelle modalità accettate, confermate e condivise da tutti quanti che, inconsci del destino che ci aspetta, avremo a che fare con altri giudici e ben altri tribunali … che se il ‘paradiso’ non esiste, certamente l’ ‘inferno’ ci compete su questa terra, e altresì avvolge di tenebra l’ormai accertato esistere di un ‘non-luogo’estremo in cui tutti siamo segregati in ogni momento, in ogni parte del mondo dove sussiste la violenza, una guerra, uno sterminio di massa, una pulizia etnica, un’offensiva senza tregua e senza possibilità di riscatto alcuno.

«Maaaavruz!!!!!, che vai blaterando?, che ti secchi la lingua in eterno!»

«Ma sì, lasciate pure ch’egli sbraiti …»

Si lasci che il mio dispotico e irruento Signore sgravi il suo contributo di malvagità oltre il guado, spingendosi fin nell’acqua profonda del proprio Stige, il suo fiume maleodorante in cui trasferisce il proprio status, ostentando a ogni passo, quello che dice essere un sinonimo di eccellenza, perfino di grandezza. Che lo faccia instaurando società segrete e sette sataniche, che lasci accadere fenomeni inspiegabili, procurando omicidi rituali, pulizie razziali, e ogni altra sorta di perversione orrenda, in opposizione al buonismo, all’equità, alla temperanza, che sbilanciano il braccio oscillante della pesa verso una condanna certa.

In ogni caso lo sdoppiamento c’è stato, e lo stridore della ferratura rivela bulloni d’acciaio che avvitati nel cranico scaffale della mia mente, pur mi vanno stretti, e già schiacciano le sottostanti rondelle per possibili spazi di evasione; onde ‘recuperare’ l’identità dell’io che mi sostiene, e non me stesso … che, in qualità di protagonista unico e riconosciuto di ciascuna delle molte maschere che il mio Signore assume, mi preoccupo non già di rinascere diverso da ciò che sono, quanto di lasciarlo morire in sempiterno. Anche per questo, resto in costante attesa dell’alba che mi plasmi di luce e mi riaccenda alla vita; e che infine mi conceda di aprire gli occhi nel sogno avverato, di non morire nel buio.

«Maaaavruz sei tu, cos'altro blateri ancora?»

Son io, chi altro mio Signore, Mavruz, chiuso in me stesso, ‘il cuoco degli dei’, venuto ad annunziare che la cena è pronta per essere servita.

«Bene, allora non resta che disporre i posti a tavola prima che scendano gli ospiti, e ricordati di suonare il sistro di benvenuto

«La regina Sekhmet è già qui con il suo seguito mio Signore!» - annuncio in qualità di ciambellano di corte.

«Presto Mavruz, la mia cappa regale

Sekhmet, figlia di Râ, dio creatore e manifestazione del suo occhio, rifulge dalle pareti della tomba di Sethi I della dinastia dei Tolomei, “i cui raggi fiammeggianti sbaragliano i nemici in battaglia”, entra senza essere annunciata attraversando la penombra che avvolge la dimessa sala da pranzo/boudoir/gabinetto alchemico del mio Signore, tra il fumo delle candele di sego e l’odore nauseabondo degli escrementi appena defecati.

«Oh, mia Regina!»

Esclama il mio Signore, che la sua voce risuona di false note, avvolto nella sua zimarra bisunta e logora senza neppure essersi lavato né pettinato.

Sekhmet, il bel volto regale di leonessa, ornata del manto e della criniera raggiata, metafora del mondo degli inferi e delle tenebre, rivela al suo apparire, l’alone radioso dell’antica saggezza degli dèi: “un misto di punizione e perdono per quei rei di malvagità che osarono cospirare contro Râ, suo Signore”. Dacché, la sua furia felina avrebbe portato all’estinzione dell’umanità intera, se Râ stesso non avesse deciso di fermarla, dandole da bere della birra tinta di rosso, durante un banchetto tenutosi tra i vivi ma che doveva glorificare i morti, e che la dea scambiò per sangue umano, bevendone fino a ubriacarsi e addormentarsi profondamente, placando così le sue ire.

«Vieni mia Regina, siedi pureaccanto a me, ti voglio al mio fianco. E voialtri, che pure siete i benvenuti in questa mia dimora, vi prego, occupate i posti a voi assegnati

«Mavruz, Mavruz, dove ti sei cacciato, cane appestato, non penserai mica di mangiarla tutta la carne che hai appena macellata, vero?»

«Eccomi, mio Signore!»

«Mavruz, stiamo aspettando le brocche di rosso tinto, del sangue caldo dei codardi, dei vigliacchi, dei pusillanimi che questa notte hanno osato congiurare contro di me.»

«Subito, mio Signore!»

«Sbrigati dunque, che non possiamo far aspettare a lungo la regina!»

«Tutto è pronto, mio Signore!», ma appena faccio il gesto di mescere da bere mi urla di nuovo contro.

«Mavruz, villano sfrontato, come osi non mettere un piatto sotto il candelabro acceso sulla tavola così elegantemente apparecchiata? Che null’altro mi fa più temere una disgrazia del senso invadente e scivoloso della rossa cera di una candela che cola sulla tovaglia bianca

«Spiacente per la dimenticanza, provvedo subito, mio Signore!»

«Mia regina, mi si accusa di qualcosa d’inspiegabilmente orrendo come l’essere un despota sanguinario, un oppressore crudele, un tiranno spietato, di non tenere in conto la giustizia, di esercitare la mia sovranità con la violenza a suon di scuoiazioni e di roghi … che forse non faccio valere la mia autorità con la ferocia?

«Non è forse così Mavruz?»

«Indubbiamente, mio Signore!»

«Che forse non lascio decidere 'democraticamente' che si derubino gli altri, i giusti, i buoni ecc. ecc.? Non conduco forse personalmente le diatribe popolari nelle assise dei tribunali, con equità, e mano ferma affinché le sentenze siano appositamente ingiuste, o che non s’imprigionino gli assassini e i malfattori? Che piuttosto si impicchino tutti gli altri, a cominciare dagli innocenti!»

«Mia Regina mi si accusa di avere amplessi misti, connubi indecenti con consanguinei, e inoltre, mi si calunnia di malvagità, di turpitudine, e anche di egocentrismo, individualismo, volgarità, insomma di vanità, d’immoralità, tuttavia Mavruz, può confermare che effettivamente lo sono. Mavruz, vuoi dirlo tu alla Regina, che non sono poi quell’ essere spregevole che mi disegnano, avanti dillo, avanti, lo sono?», chiede minaccioso il mio Signore, mentre la mia mente corre ad abbracciare teoremi rimasti insoluti, di giustizia, di fede, di socialismo, di sesso, di democrazia, che esasperano.

«Allora Mavruz, avanti dillo, lo sono?»

Mi astengo dal rispondere, lasciando che il suo sguardo s’imprima sinistro nel mio, e comunque, per un solo attimo prima di incorrere in più terribili minacce. Lo riconosco “..è una natura complessa la mia, problematica, ambigua, benché questa molteplicità di piani, questa dialettica di modi d’essere, è qualcosa cui mi riconosco; cui si può soltanto alludere, rinviare o presupporre, sebbene la mia pratica sembri rassicurante e risarcitoria rispetto agli accadimenti della vita umana cui essa si accompagna, e che mi permette di accedere al lieto stupore dei giusti e alla giusta mortificazione dei malvagi” (Bataille).

«Allora Mavruz, lo sono, rispondi?»

Rispondo in fine, facendo confusione con la lingua che non è quella giusta per il mio Signore, e non faccio in tempo a schivare la sferzata che inequivocabilmente mi arriva sulla faccia.

«Stai mentendo Mavruz, oppure stai facendo apposta? Chi sei tu per giudicarmi?»

Son io Mavruz, chiuso in me stesso, il malefico impostore che lo spirito greve del mio Signore reclama … che, in questo assieme di complessi irrisolti, cerco uno scopo che non trovo, riflessi di luce per una messa a fuoco che più non mi soddisfa, non mi entusiasma … che pur mi offendono i vituperi subiti, i ricordi incestuosi, le verità disfatte dal maleficio della vecchiaia che avanza, dell’ozio solitario che mi lascia sopravvivere al presente.

«Non ascoltarlo mia regina, è una carogna infame, un ribelle moralista, un sottomesso, un bacchettone, un baciapile, un leccaculo, uno che si va a battere il petto in chiesa, un travet unto e bisunto, un pusillanime, un... »

«Basta così, ne ho abbastanza!, quanto appena ascoltato m’impone di lasciare immediatamente questo desco», imperversa la regina Sekhmet con uno scatto imperioso.

«Perché mai, o mia Regina? Non sono forse un tuo fervente amante?»

«Trovo questo tuo continuo proferire senza alcun senso.»

Afferma Sekhmet con altera fermezza, prima di lasciare la stanza, seguita dallo stuolo della sua corte di lupi.

«Mia Regina, ti prego non andare, non ancora ... la cena, non è ancora stata servita!»

Di colpo piani e dirupi della memoria, pensieri di nulla offuscano la mente del mio Signore che inferocito più che mai adesso sfoga la sua libidine contro di me.

«Maaaavruz!!, dove ti sei cacciato figlio di cane immondo? Ah, la mia Regina stasera non giacerà con me, tu l’hai cacciata, è andata via per causa tua Mavruz, ed è per sempre

«Mavruz, lo capisci questo, sai cosa significa, vero?»

«Sì mio Signore, che devo prendere il suo posto, giacere nel suo letto ... è così?»

«Maledetto,voglio vederti piangere ai miei piedi, sappi che ti fustigherò a sangue e ungerò le tue ferite con la mia bava, con il mio piscio, con i miei escrementi putridi. Maledirai tua madre nel giorno in cui ti ha partorito, i coglioni marci di tuo padre che ti ha pisciato, così imparerai a stare dalla mia parte quando te lo chiedo. Hai forse dimenticato dove ti ho raccolto. Beh, te lo ricordo io dove Mavruz, dove ...»

«È tua la colpa Mavruz, tu sai quel che hai fatto», insinua il mio Signore rammaricato di non riuscire a prendermi, mentr’io fuggo attraverso i riquadri a scacchiera della stanza per non ricevere un’altra dose di scudisciate dolorose.

No, non ho dimenticato quando il mio Signore mi raccolse nelle stanze della perdizione, che ancor nudo fumavo hashish nella tana dei topi, dedito allo stupro, ‘l’ultima posizione’ la lingua infilata nel culo del nero che abbracciava il bianco come pece colatagli addosso, distesi sul pavimento, tra una folla di lingue pronuncianti parole provocatorie. No, allora non potevo capire come depravazione, immoralità, perversione, frustrazione e inganno, mescolata a rimasugli di educazione, etica, moralità, altruismo, socialismo, democrazia m’avrebbero bruciata l’anima in mezzo ai tanti corpi nudi tatuati fino all’inverosimile, dove tutto era possibile comprare e vendere a basso prezzo, quasi per niente, al seguito di lasciti di amor proprio, di parole vuote buttate al vento.

«Allora perché tornare indietro? – mi chiedo ancora – se il giorno in cui l’ho riabbracciato, è stato come abbracciare mio padre, e non ho esitato di baciarlo in bocca.

«Perché dunque, se sapevi?»

«Per potergli sputare in faccia l’avermi messo al mondo!»

«E adesso perché sei tornato?»

Sono tornato perché stanco degli avanzi degli altri, dei rottami di una società di merda in cui vendersi equivale a fornicare, uccidere o suicidarsi, tutti reati comuni come mettere al mondo dei figli. Sì, sono tornato per vendermi al miglior offerente, per cibarmi dei frutti proibiti destinati agli altri, riservati a chi può, ai magnati della finanza che partono e che tornano dai paradisi fiscali, alienati al dio denaro per una sorta di debolezza, in cui nascondere l’iniquità, la scelleratezza, l’insoddisfazione della specie è pari a volersi arricchire, a voler condurre affari loschi e nauseabondi … che il figliol prodigo fa sempre ritorno nel paradiso degli ipocriti, nella casa che lo ha visto nascere su quel tappeto ormai stinto che un tempo ricopriva il pavimento della stanza.

«Perché se avevi visto?»

Sì, avevo visto la madre nella testa di Medusa scolpita nel legno della spalliera del grande letto, gli occhi neri profondamente cerchiati, il seno colato di sangue, le mani nodose del mio Signore che scivolare lungo il suo corpo d’ambra, dilatare le sue natiche, introdurre il grosso pene eretto come un coltello infuocato, infierire nella sua carne.

«Perché se avevi udito?»

Sì, avevo udito lo strazio doloroso di lei, il filo rosso di sangue rigare il pavimento come fosse il cielo arrossato dalle fiamme dell’inferno, avvolto in un vortice orrifico e crudele. E ancora, ho visto le mani nodose del mio Signore, estrarre il feto dal ventre, appena nato e già morto e restituirlo alla disperata madre senza lacrime, e lasciare che lo allattasse di sangue.

«Perché se avevi compreso?»

Fu allora che la vidi piangere e capii la ragione del suo attraversare la via dalla parte sbagliata, la strada estrema senza ritorno per lo strazio di quando gli sono stato tolto. Forse è per questo che resto, aspetto la sua resurrezione. Allora l’abbraccerò, fino al sopraggiungere del velo cupo della notte, quando stanca riprenderà a incedere il passo verso la sua meta d’illusione vestita:

Ed Egli disse alla donna: moltiplicherò grandemente le tue sofferenze; e tu partorirai con dolore..” (Genesi 3.16).

Sì, la profanazione fa sì che il ‘travaglio’ sia ancora più doloroso, fino a uccidere, a perpetrare lo stupro che s’annoda nelle viscere del masochista, fino al limite della sua sopravvivenza, per chi lo subisce non c’è scampo, lascia un immenso vuoto nella sua identità. A questo s’innesta la malvagità del mio Signore, che è anche il frutto della mia perversione.

«Nulla potrà mai venire dal nulla, sei tu il nulla Mavruz, mentr’io sono il potere, la tua mancata volontà.»

«Questa negazione minaccia le mie speranze come una perfida sfida

«Ammettere che è vero sarebbe una sfida ancora più vana, perché tradisce la vulnerabilità della sessualità del proprio corpo, Mavruz; quel fulgore che ti illumina il viso quando ti pieghi a mostrare la nudità del tuo culo, ah ah, ah!», ride malevolo il mio Signore.

Aaaahhhh!, meschino son io se accecato in una notte che non è la mia, grido a essere sola voce, libera nel tempo a dire, a vibrare, a spregiudicare stramaledetta pace dell’anima; che vivere con la paura del proprio corpo e della propria vita è come non vivere affatto.

«Mavruz, Mavruz!», s’agita il mio Signore mentre se lo mena forsennato.

«Mavruz, Mavruz!», grida ancora che, chiamato d’ansia a morire, ripete al diapason, parole da inorridire.


«Finis nusquam …»











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