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Una storia di stainless

Questa storia è presente nel magazine Una donna racconta donne

Frammenti d'infanzia

Angela

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6 minuti

Pubblicato il 19 dicembre 2020 in Altro

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Cognome : Mazzuchella
Nome: Angela Patrizia
Data di nascita: 7 Agosto 1947
Luogo di nascita: Castiglione O. (Va)
Residenza: Garbagnate Mi
Professione: impiegata

Tre anelli sulla mano sinistra di quelli chiamati fede: anulare. Si legge Alba a Giuseppe, 15 giugno 1946;
medio, due fedi. Si legge
1) Gaudenzio a Assunta, 17 gennaio 1920.

2) Giuseppe ad Alba 15 Giugno 1946.


Nuda la destra.

Numerose ferite da arma da taglio su entrambe le mani e i polsi.

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In un pomeriggio di giugno Angela guardava dalla finestra del bagno verso la collina. Le piaceva stare lì, lontano dalla nonna che a quell’ora dormiva.
Era il suo rifugio, una costruzione sporgente dal lato più stretto della casa al secondo piano. Lo si chiamava bagno; in realtà era qualcosa che stava lì appesa: senza una vasca, un lavandino di metallo scrostato, il rubinetto, uno solo, dell’acqua fredda, perdeva perché ogni inverno il gelo lo faceva scoppiare e il water non aveva sciacquone. La pesante porta di legno non si chiudeva.


Ma il glicine che nasceva giù ai piedi del pilastro del cancello di ferro portava i suoi fiori fin lassù nascondendo parte della finestra che guardava a nord così che, dall’esterno, non si poteva vedere se qualcuno fosse per caso affacciato.

Posto che ci fosse qualcuno là fuori.


Non passava mai gente da quella parte. La strada finiva alla casa di Angela, proseguiva in uno stretto viottolo su per il pendio e, d’inverno, solo qualche animale lo percorreva. Ma Angela non lo vedeva.

Era troppo freddo andare in bagno d’inverno, e restarci.
D’inverno c’era la stufa a legna giù nella cucina con quel vecchio divano, l’ottomana la chiamava la nonna, lo scialletto e il suo pigiamone nascosti dietro un cuscino, la spessa camicia da notte di flanella della nonna dietro l’altro, su cui Angela, rannicchiata, ad alta voce leggeva la lezione. La maestra aveva detto che aveva bisogno d’esercizio. Era in seconda elementare e ancora sillabava e dunque, "non può capire quello che legge. Non è attenta, giocherella con le matite, fa strani disegni con tanti cerchi e puntini, sempre gli stessi, o prende quegli elastici che ha sempre nelle tasche, quelli per preparare i mazzetti della cicoria, e sta lì a rimirarseli. Assunta, la faccia leggere. Una paginetta al giorno, ma non una volta, due, tre, quattro, cinque, finché non lo fa speditamente, senza …senza…fermarsi ad ogni parola, voglio dire. Ha capito, Assunta? Ogni giorno". Così aveva detto la maestra.

E Assunta, che leggere non sapeva più e cui pareva fosse importante, sì, saperlo fare ma non quanto per una donna fosse necessario essere capace di cucinare, riassettare la casa, ché Angela non poteva di certo ridursi come quella disgrazia di sua madre che era in grado solo di…, quella... una di quelle, e per questo suo figlio Beppino, prima di emigrare in Svizzera, aveva fatto bene a buttarla fuori di casa, Assunta ogni giorno, qualche urlata, qualche sberla, costringeva Angela a leggere. La bambina faticava, una lettera dietro l’altra, finché quella fastidiosa cantilena aveva la meglio sui nervi della nonna che, "temp sbatu via", pronta, consegnava alla nipote ago e filo. Se non altro a cucire avrebbe imparato. O fagiolini da preparare, patate da sbucciare, pomodori da sminuzzare, cuocere, verze cui togliere la nervatura centrale - "scostale, scostale", diceva- una pasta asciutta, un minestrone e un po’ di verdura, quelli alla fine Angela avrebbe almeno potuto mangiare.
E in primavera c’erano erbacce da estirpare nell’orto, aiuole da zappettare, camere da rivitalizzare, coperte da stendere al sole, lenzuola da lavare, cappotto, uno, da riporre…cucina da esaminare, perché sembrava che i topi ci prendessero gusto, ogni inverno, ad infilarsi sotto quel mobile foderato internamente di metallo che in estate serviva a conservare il ghiaccio comperato alla fabbrica.

Ma, finalmente, quando l'inverno finiva e l'avanzare della primavera addolciva l'aria di sera, il glicine fioriva e i suoi fiori portavano via il libro di lettura, le camminate verso la scuola, le voci dei compagni " la to nona l’è una stria e la to mama…, la to mama l’han cascià via, via, via" e chiamavano i rumori della montagna e le nuvole da interpretare: quello è un cavallo bianco che scappa; e dietro c’è un grassone che lo vuole mangiare; là, quella sembra la madonna dell’altare e in fondo… è grande, ha le braccia, è il mio papà…


Era un pomeriggio di giugno quando Angela scorse un gruppo di ragazzi che si dirigevano sulla montagna verso la chiesetta di San Rocco. Tre li conosceva bene, erano della V, la maschile del maestro Bollari, ma uno non l’aveva mai visto. "E’ più grande dell’Ezio, dell’Antonio e del Pietro." Era anche vestito meglio. I pantaloncini erano pantaloncini e non braghette di cotone leggero, aveva una cintura e scarpe, e portava anche calzini corti, bianchi. "Di sicuro viene dalla città e non abita in paese come l’Antonio" pensò Angela " e che cosa c’ha in mano?". Scrutò con più attenzione: era uno strano aggeggio che non conosceva, color della panna del latte con qualche striscia rossa. Si sporse un poco dalla finestrella, no, non vedeva bene, seguì con lo sguardo il gruppetto che si allontanava, poi decise: una veloce corsa, senza scarpe per non fare rumore e non svegliare la nonna che a quell’ora era appisolata sulla sdraio da qualche parte in giardino, giù per le scale, un’occhiata di qua, una di là per controllare di non essere vista, s’infilò nel buco della rete metallica, uscì nei campi, su verso San Rocco, un grembiulino a fiori tra i solchi del granoturco in foglie.

I ragazzi erano sul piccolo sagrato di ciottoli di fiume, accovacciati in cerchio. CalziniBianchi cercava di tendere un elastico lungo e sottile comprato dal cartolaio della piazza sulla pancia vuota di quell’oggetto che ora Angela riusciva a distinguere meglio. Era un aeroplanino, di legno, sembrava, ma di un legno leggero, le ali sottili, le estremità rese trasparenti dalla luce che filtrava attraverso la coda e le pale dell’elica là, dalla parte opposta.
Operazione difficile: per quanto tentasse, l’elastico si afflosciava ora su un lato, ora sull’altro; troppo lungo, pensò Angela nello stesso momento in cui CalziniBianchi parve fare la stessa considerazione e, coltellino in mano, il ragazzo ne tagliò un pezzo legando le due estremità con un nodo. Ecco, la misura era trovata, gancio in coda, tira… tira… per trovare l'ancora in testa, ploff, l’elastico si ruppe.
Il gioco era finito.
Angela lasciò che il gruppetto se ne andasse e, veloce, regalò alla soglia della porta tanti elastici di 7 colori prima di scendere verso casa.

E in quel pomeriggio di giugno che fece arrivare un aeroplanino leggero che saliva dalla radura, là dal mezzo dei tigli montani, Angela volò per un attimo sino a raggiungere la nube più azzurra che aveva la forma della braccia ma non di quelle del suo papà.
Per un attimo. Breve.
Fu prima che uno più lungo la trasportasse, anni dopo, insieme con CalziniBianchi, in città.

E prima che Angela diventasse la Patrizia di rosso striata.


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