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Una storia di Barbarella49

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15 minuti

Pubblicato il 28 agosto 2020 in Thriller/Noir

Tags: #Horror #Virtuale

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Il sesso a pagamento lo faceva stare meglio. Con le donne non aveva fortuna. Aveva trovato quel posto per il tramite di amici in comune e gli era andato a genio. Entrava, pagava e faceva quello che più gli piaceva. Il fatto di poterlo fare virtualmente lo intrigava ancora di più. Era una sfida a sé stesso. Ormai, quasi arrivato alla soglia dei cinquanta, con una pancia enorme e un incipiente calvizie non era certo un bell'uomo. Da giovane lo era stato ma ora si era lasciato andare. Le donne ultimamente non lo guardavano più. Veniva fuori da una storia complicata. Ad un certo punto si erano accorti di non amarsi più come una volta e si erano lasciati di comune accordo. Non aveva sentito niente. Era da molto ormai che non provava la benché minima emozione. Si era come freddato dentro. Le delusioni alla fine si erano accavallate le une sulle altre, fino a svuotare del tutto i suoi pensieri. Il lavoro non gli dava più alcuna soddisfazione, cose tutte uguali di una noia mortale lo sfinivano nel corpo e nello spirito. Non gli piaceva più il mestiere praticato da anni. Rimpiangeva di non aver studiato, ma ormai era troppo tardi. Faceva il muratore, aveva un’impresa edile senza infamia e senza lode che gli permetteva di avere uno stipendio cospicuo a fine mese. Ma tutto si fermava lì. Non traeva alcuna soddisfazione dal proprio lavoro. Ormai si era trasformato in una macchina di esecuzione di comandi e direttive. Si era come spersonalizzato. Eseguiva, intascava e poi di nuovo in un circolo vizioso che lasciava poco spazio all'immaginazione. Il tempo scorreva e lui si sentiva ormai vecchio, senza alcuna possibilità di vivere la vita che avrebbe voluto. Per caso, per noia capitò in quel posto. L’edificio non era tanto grande, era piccolo e abbastanza squallido negli interni. Le poltroncine marroni erano consunte e di sicuro avevano conosciuto tempi migliori. Il pavimento era lercio, le mattonelle sghembe e vecchie erano rotte in più punti. Un appendiabiti, di quelli come andavano una volta, faceva bella mostra di sé nell'angolo dirimpetto alla finestra incrostata dalla polvere. Quello era l’atrio, che poi si apriva nell'anticamera dove venivano fatti sedere i clienti nell'attesa. Quindi c’erano le stanze vere e proprie dove avveniva la prestazione. La prima volta che si era recato lì era stato accolto da una donna biondo platino con una pettinatura alla Marilyn , rossetto rosso e vestito dello stesso colore. Con modi di fare molto conturbanti e felini gli aveva spiegato il regolamento nei dettagli. Gli consegnò il visore e gli disse che avrebbe dovuto seguire le istruzioni impartitegli dalla macchina, attraverso le cuffie auricolari. Era molto incuriosito. Il profumo della donna lo aveva mandato in estasi, cosa che avrebbe facilitato la sua capacità di eccitarsi dopo. Necessitava sempre di stimoli esterni. Dopodiché venne portato nella fatidica stanza, dove avvenivano le sedute. C’erano diverse postazioni e tutte distanziate di un metro le une dalle altre, come imponevano le regole del distanziamento sociale ai tempi del Covid-19. Indossò il visore e mise le cuffie nei padiglioni auricolari. Quindi si sdraiò sulla comoda poltrona. Rilassò la muscolatura che si era irrigidita e raddrizzò la schiena dolorante. Sentì che la tensione del suo corpo si stava allentando. Le istruzioni dettate da una voce sensuale femminile raccomandavano di mettersi comodi e di godere dello spettacolo. All'inizio non si vedeva niente, sentiva solo questa voce rimbombargli nelle orecchie, poi entrava in una stanza, rischiarata da una soffusa luce rossastra. Nel centro della stanza c’era un letto con lenzuola anch'esse scarlatte e un copriletto dello stesso colore.

<< Come il sangue>>, pensò, ma non se ne preoccupò più di tanto, perché il suo sguardo venne catturato dalla visione di una bellissima fanciulla che entrò di lì a poco senza tanti preamboli. Era bionda ed aveva lunghi capelli lisci che le arrivavano fino al fondoschiena. I lineamenti erano delicati e alteri al tempo stesso. Entrò lasciandosi dietro una scia di profumo di fragranze orientali. Era avvolta in un abitino nero che le fasciava il corpo longilineo e scattante. Aveva quel tipo di bellezza sofisticata di cui lui andava pazzo. Era strano perché si rammentò che niente in quella situazione era reale. Era tutta finzione. Non voleva pensarci. La biondina andò subito al sodo, del resto erano qui per questo e dopo essersi seduta sulle sue gambe con estremo savoir faire aveva iniziato a baciarlo con quelle labbra carnose ed invitanti.

Accidenti, sembrava tutto vero!; però era bello e piacevole. Le sue labbra erano così dolci.

Da lei provenivano tutte le fragranze floreali che gli ricordavano i campi in fiore che era solito attraversare e percorrere quando era ragazzo, con il vigore tipico di quell'età. Qualcosa gli si mosse dentro, anche se era appena percepibile. Non subito l’avvertì, ma una sensazione di calma lo avvolse, insieme al risveglio dei suoi sensi. Era una situazione strana, ma gli sembrava di vivere tutto in prima persona. Quindi la ragazza iniziò a spogliarsi e con gesti lenti ma decisi si sfilò quei magnifici guanti di pelle con movimenti studiati, poi gli chiese di abbassargli la cerniera lampo del vestitino. La sua pelle sotto a quella luminosità rossastra acquisiva un bagliore bianco candido, era perlacea e quasi trasparente. Gli ricordava il latte; non seppe resistere e iniziò a baciarle il collo.

Quanto era bello e lei gemeva. Di già?, pensava con soddisfazione tra sé e sé. Accidenti era proprio un latin lover aitante e prestante.

L’aiutò a togliere quelle calze a rete conturbanti che già gli avevano infiammato la vista al primo sguardo, poi il reggicalze che volò sul pavimento. Nel frattempo continuavano a baciarsi come estasiati l’uno dall'altra. Ad un tratto una voce meccanica irruppe nella sua testa dicendo: “ Il tempo a sua disposizione è finito, alla prossima avventura!”.

<<Non è possibile>>, pensò; tutto era terminato sul più bello. Picchiò con forza il pugno sul bracciolo della poltrona a sfogare la sua rabbia e frustrazione, ma si fece male alla mano e si dette dello stupido da sé.
Andò seduta stante a protestare dalla signora biondo platino. Guardandolo con quegli occhi azzurri ben truccati ma glaciali, si scusò per essersi dimenticata di dirgli che la prima seduta era di prova e quindi durava una ventina di minuti.

Imprecò silenziosamente tra sé e sé, dando della puttana mentalmente alla donna che gli aveva appena rivolto la parola, e se ne andò a casa sconsolato per essere stato costretto ad interrompere quell'incontro sul più bello.

Si sarebbe ripresentato la settimana prossima. Avevano tenuto a precisare che tra una seduta e l’altra dovevano intercorrere almeno sei giorni, per abituare il cervello piano piano. Quindi gli avevano dato di nuovo un appuntamento per giovedì prossimo, sempre alla stessa ora.

Si attaccò alla bottiglia di vino bianco che aveva in frigo e si addormentò in modo pesante sul divano. I giorni della settimana trascorsero in fretta e arrivò il giovedì fatidico. Si presentò pieno di speranza. Questa volta ad accoglierlo non fu la donna biondo platino, ma un ragazzo giovane dal fisico atletico.

Si accomodò sulla poltrona e si rilassò e come l’altra volta fu assalito da un senso di profonda prostrazione e rilassamento in tutto il corpo. Chiuse gli occhi e quando li riaprì si ritrovò in una camera color del mare. Le lenzuola erano azzurre, le pareti anche, era azzurro anche il copriletto e le tende ed i quadri che erano appesi alle pareti.

Si sentì invadere da una sensazione di pace, l’azzurro era uno dei suoi colori preferiti.

Non fece in tempo a pensare questo, che una splendida donna gli si presentò dinanzi. Aveva i capelli corvini come la notte più nera. Non era molto alta, ma aveva degli occhi azzurri sinceri e profondi. Era vestita con un lungo abito sempre dello stesso colore e con delle maniche a sbuffo. Pareva uscita da una di quelle fiabe che gli piaceva tanto ascoltare quando era bambino e che gli raccontava la mamma. La ragazza sembrava dolce solo all'apparenza, ma nei suoi occhi ardeva il fuoco della conquista. Lui la anticipò e senza perdere troppo tempo la scaraventò sul letto. Doveva approfittare di tutti i minuti che avrebbe avuto a disposizione. Ansimava dalla frenesia di congiungersi a lei, di entrare in contatto ed essere accolto nel ventre di una donna, per sentirsi come a casa. Le strappò il vestito in modo brutale, riducendolo a brandelli. La donna rimase nuda allo scoperto di fronte a lui senza battere ciglio. Si spogliò velocemente e si congiunse a lei in un aggrovigliare di corpi che si muovevano in modo meccanico senza un briciolo di passione, ma solo per soddisfare un desiderio carnale. Lei ci stava, era lì per questo. Gli occhi inespressivi non davano alcun segno. La carne debole si era appagata da sé, senza dare alcun nutrimento alla mente. Lo fecero più e più volte in diverse posizioni e sempre allo stesso modo e quando l’ora fu terminata, lui si sentì ormai sazio e soddisfatto. Stavolta non si era fatto prendere da alcuna idea romantica ed era andato subito al sodo. La visione scomparve e lui si ritrovò solo in quella stanza. Era rimasto più contento in quell'occasione, così la volta successiva non vedeva l’ora di riprovare.

Al prossimo incontro capitò in una camera completamente verde. Le lenzuola erano verdi e la ragazza aveva i capelli rosso fuoco e degli occhi anch'essi incredibilmente color smeraldo e un vestito di una tonalità acquamarina. Un odore di campo e di erba appena tagliata gli penetrò nelle narici. La ragazza aveva una pelle molto delicata. Nel viso una miriade di lentiggini invadevano il naso e le gote. Avvertì una dolce melodia nell'aria: un suono di violini struggenti. La dolcezza iniziale si trasformò in sorpresa quando si rese conto che appesi alle pareti della stanza c’erano frustini e ogni tipo di strumento sadico. Si ripeté il solito copione: letto, sesso e via discorrendo, ma questa volta con un pizzico di pepe in più. Il bello era che alla ragazza piaceva. Si faceva anche frustare sul di dietro, non che la frustasse troppo forte, però un po’ di segni le rimasero e dopo aveva ancora più desiderio di fare l’amore. Quella fu l’esperienza più strana che mai gli capitò di provare.

Questa sua abitudine del giovedì iniziava a piacergli. Le ragazze erano sempre più belle e lui si divertiva un sacco insieme a loro e i loro giochini lo appagavano.

Ogni volta usciva da lì però con un senso di vuoto. Gli mancava quel sentimento misto di affetto, amore e comprensione che è il bello di tutti i rapporti umani.

Pensava spesso ad una ragazza che aveva conosciuto da poco e che aveva iniziato a frequentare. Gli piaceva molto, ma non aveva trovato il coraggio di dichiararsi.

Decise così di porre fine a queste avventure goderecce basate su di una realtà fasulla.

Giovedì si presentò come di consueto al solito posto, fermo nella convinzione di concludere quel giorno stesso tale esperienza. Di nuovo lo accolse la signora biondo platino. Si sedette sulla poltrona con lo schienale reclinabile, indossò il visore, rilassò la schiena e chiuse gli occhi. Le palpebre si fecero pesanti. Era una giornata calda e anche se c’era l’aria condizionata il sudore gli si era incollato addosso ed era una sensazione noiosa. Avvertiva un prurito estremamente fastidioso al braccio destro, molto probabilmente causato dalla puntura di un insetto. Iniziò a grattare, ma più lo faceva e più la pelle si irritava, mostrando delle striature rosse. Alla fine si dette per vinto e smise. Cercò di nuovo di rilassarsi, ma adesso il respiro era corto e diventava sempre più difficile inspirare ed espirare. Gli mancava l’aria, aveva letteralmente fame d’aria e non riusciva ad ingoiarne, anzi più apriva la bocca e più quella stessa aria gli mancava, facendogli bruciare e seccare la gola. Avrebbe avuto voglia e bisogno di un bel bicchiere di acqua fresca, pensò. Ma poi si disse tra sé e sé che si trattava forse di un malessere passeggero e si convinse di resistere e vivere l’ultima avventura fino in fondo. Sarebbe poi andato nel bar più vicino a bere qualcosa che gli avrebbe rinfrescato l’ugola.

Chiuse gli occhi. Magari oggi sarebbe stato un giorno speciale, visto che aveva comunicato in direzione che aveva intenzione di interrompere quelle prestazioni per adesso. Magari gli avrebbero fatto una sorpresa e, pieno di queste belle aspettative, gli sembrava già di stare meglio, tanto che non fece caso all'intorpidimento dei muscoli delle gambe.

Si disse:
“Pronto per un’altra avventura!”
Ma presto tutto il suo entusiasmo si smorzò, non appena si guardò attorno e fu cosciente dell’aspetto che aveva il luogo in cui era capitato. Innanzi tutto la camera era buia, solo una fiammella faceva luce, ma era talmente debole che pareva di essere in una catacomba. E poi faceva freddo, tanto freddo. Le pareti erano tutte annerite, le finestre non c’erano, il letto occupava il centro della stanza ed aveva lenzuola nere come la pece. Perfino il copriletto era di quel colore ed il tappeto. Fu assalito da un senso di profonda inquietudine, insieme ad una sensazione di angoscia che attanagliava la gola. Lo stomaco si contorse in uno spasimo, un conato acido risalì dall'esofago, fino a riempirgli il gargarozzo e le narici. Sentiva un gelo terrificante. Non la vide subito perché era mimetizzata con le pareti color carbone. Poi la scorse finalmente e un grido muto gli morì in gola. Una figura incappucciata se ne stava davanti al letto e lo stava fissando in tralice. I suoi occhi mandavano bagliori rossastri, erano infossati e con occhiaie profonde; all'improvviso scoppiò in una risata orrenda che mise in risalto i denti guasti e neri. Tutti i peli delle braccia gli si alzarono seduta stante e la sua bocca riuscì a formulare questa frase: “Chi sei tu?”. La figura rise di nuovo, schernendolo fino a farlo sentire una nullità. Con un balzo gli saltò addosso, sentiva il suo fiato fetido sul collo.

Gli prese il viso tra le mani, terminanti con delle lunghe unghie nere ad artiglio e lo baciò con quelle labbra raggrinzite. La sua lingua si insinuò dentro la sua bocca con prepotenza e iniziò a perlustrare, quindi uscì e con altrettanta prevaricazione gli morse le labbra, fino a far uscire molto sangue. Il liquido vischioso e scuro gli bagnò i pantaloni e la camicia immacolati. Non si fermò qui. Con una specie di ruggito lo scaraventò sul letto mentre lui gridava come un bambino in preda ad un terribile incubo. Le carni di lei erano marce e putrefatte ed emanavano un cattivo odore, un odore fetido di morte. Volle essere penetrata e lo guidò nell'amplesso più raccapricciante e schifoso che mai avesse avuto in vita sua.

Non ce la faceva più, il suo corpo era come spezzato in due. Iniziò a rantolare. Da qualche parte un orologio batté l’ora e gli sembrò un presagio funesto.
Il tempo doveva essere quasi finito, pensò, con terrore, mentre guardava quella strana creatura ai piedi del letto, che nel frattempo si era alzata. Aveva di nuovo tirato su il cappuccio. Vide qualcosa balenare nell'aria rischiarata dalla debole fiammella, un attimo prima che questa fosse spenta da qualche alito di vento proveniente da chissà dove. Sentì un sibilo, un dolore atroce e poi più niente.

Quando si risvegliò era in una stanza bianca, riverso a pancia all'ingiù su di un lettino, con una cannula che dalla gola arrivava fino alla trachea. Sentiva un dolore tremendo al torace e durava una fatica bestiale a respirare quel poco di aria, che riusciva a tenerlo ancora in vita. La cannula era attaccata ad un enorme polmone d’acciaio, da dove veniva preso l’ossigeno che serviva ai suoi polmoni. Al braccio destro avevano applicato una flebo e un sondino, che servivano a dargli quel poco di nutrimento necessario.

Da quanto tempo si trovava lì in quella posizione?
E poi una consapevolezza terrificante lo invase e si ricordò.

Quel giovedì si era sentito male sulla poltroncina della realtà virtuale. L'avevano trovato svenuto con un colorito cianotico e la bava alla bocca. Il suo corpo era stato assalito da febbri convulsive e da una tosse stizzosa che gli contorceva le membra. La corsa fino all'ospedale e qui il terribile verdetto, una parola impronunciabile e maledetta che portava con sé visioni di catastrofi apocalittiche.

<<Aiuto! Qualcuno mi aiuti!>>, pensò supplicando mentalmente verso un Dio che forse non esisteva nemmeno. Lacrime amare scesero a rigargli il volto emaciato.

Serrò gli occhi e fu di nuovo in quella camera con la Nera Mietitrice. La falce si era mossa ed aveva affondato nel suo corpo. Fiumi di sangue color porpora iniziarono a scorrere. La lama compì un altro taglio secco e preciso, con il quale gli staccò la testa che rotolò sul pavimento.

Le sue pupille ormai vitree lo fissavano da lì e sembravano puntare verso un'unica direzione ed osservarlo.

Impavido spettatore assisteva a questo scempio disumano, come se il suo corpo si fosse sdoppiato ed i suoi occhi avessero la capacità di vedere oltre. Spalancò la bocca in un urlo di terrore indicibile. La morte aveva colpito con il suo soffio maleodorante.

Catturò l’ultimo scampolo di luce proveniente dalla lampada di diffusione al neon che espandeva il suo chiarore con spietatezza, prima che i suoi occhi si chiudessero per l’eternità.




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