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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

L’indovina

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11 minuti

Pubblicato il 10 giugno 2021 in Fiabe

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C’era una volta un principe.

E, naturalmente, subito il vostro pensiero correrà a quel coraggioso giovanotto, d’azzurro vestito che, invariabilmente, nelle fiabe, salva le belle principesse in pericolo e infine le sposa.

Beh! Il principe Renato, di cui voglio narrare, era sicuramente un bel ragazzo che amava vestirsi d’azzurro.

Però, riguardo a coraggio e buoni sentimenti…proprio non ci siamo!

Infatti, quando doveva recarsi in guerra, preferiva osservare gli scontri armati dal suo accampamento piuttosto che affrontare il nemico sui campi di battaglia, perché era un vigliacco e aveva paura di morire. E, in tempi di pace, amava creare dissidi tra i suoi conoscenti, con lo scopo recondito di ricavarne quanti più vantaggi possibili in termini di potere e di ricchezza.

E poi, in realtà, non era neanche un vero principe di sangue blu. Infatti il suo piccolo regno lo aveva avuto in dono dal superbo mago Doriano che, in quel tempo, governava la repubblica di Demos e che era un suo stretto parente.

E siccome “l’appetito vien mangiando” cominciò a guardarsi intorno per vedere se c’erano terre da conquistare per allargare i suoi confini, aumentare le sue ricchezze e diventare sempre più potente. La sua attenzione fu attirata dalla bellissima città di Floralia, ricca di splendidi palazzi e di meravigliose opere d’arte.

Sì, ma lì governavano i due giovani principi, Rodolfo e Gabriele, che tanto erano amati dal loro popolo. Che fare? Si rivolse a Doriano che gli disse:

«Non preoccuparti, penserò io a tutto. Vuoi il regno di Floralia? Bene. Lo avrai».

Quindi si mise all’opera per trovare degli alleati e realizzare il suo criminoso disegno di uccidere i due giovanotti. E siccome la natura umana è quella che è e non tutti gli uomini sono buoni, non gli fu difficile individuare coloro che facevano al caso suo. E tutti insieme organizzarono una congiura. Ma, poiché il destino a volte gioca degli strani scherzi e non tutto fila liscio come si vorrebbe, Rodolfo sopravvisse al tentativo di ammazzarlo.

Il principe, quello senza sangue blu, nell’incertezza della situazione, decise di rivolgersi a un’indovina di sua conoscenza, che si chiamava Dike, per sapere cosa gli riservasse il futuro.

Scrutando nelle acque della sua fontana magica lei gli disse:

«Vedo un’altra congiura che si svolgerà tra qualche anno»

«E come finirà stavolta?» lui le chiese

«Finirà secondo giustizia» fu la risposta

«Ah, bene. Per qualche tempo posso aspettare» sospirò rasserenato il principe Renato.

Invece, il superbo mago Doriano, quando ricevette la notizia del fallimento dell’attentato, si arrabbiò così tanto che gli venne un colpo apoplettico e cascò sul pavimento morto stecchito.

A questa notizia Renato, che lo amava molto, si rattristò tantissimo e decise di ritirarsi nel suo piccolo regno a piangerne la perdita, poiché anche le persone cattive, sono talvolta capaci di sentimenti positivi.

Passato il periodo di lutto, ricordando le parole di Dike l’indovina, decise di scuotersi dalla sua malinconia. Ma il tempo passava e nulla succedeva perciò pensò di consultarla ancora una volta.

Lei esaminò nuovamente le sue magiche acque e poi gli disse:

«Il momento si avvicina»

«Beh, speriamo che sia vero, perché mi sono proprio stancato di aspettare» e poi aggiunse:

«Se entro breve tempo la tua profezia non si avvererà te ne pentirai amaramente. Ti farò impiccare e ti metterò a penzolare fuori da una finestra del mio palazzo».

L’indovina lo scrutò a lungo con i suoi occhi fiammeggianti, mentre sorrideva della sua sciocca minaccia, dato che lei, essendo una diretta discendente degli elfi immortali, non poteva certo essere uccisa da un uomo comune come lui.

Frattanto le cose nel piccolo regno non si mettevano tanto bene: adesso che non c’era più il superbo mago Doriano che, in nome della parentela che li legava, gli faceva ricchi doni e pagava i suoi debiti, Renato si trovava in cattive acque. Come risolvere il grosso problema della mancanza di denaro per mantenere la sua sfarzosa corte e il suo dispendioso stile di vita?

Ma è ovvio! Imponendo sempre nuove tasse ai suoi sudditi.

Tra la popolazione, sempre più impoverita, cominciò a serpeggiare il malcontento e molti si lamentavano del malgoverno del principe.

E fu così che un giorno alcune persone, scontente e insofferenti verso il potere esercitato da Renato si trovarono a cena insieme. I più svariati motivi li legavano tra loro, ma uno solo era l’obiettivo comune che li univa: liberarsi di quel principe sciocco e inadatto a governare.

C’era chi si era impoverito a causa delle forti tasse, chi cercava una vendetta per i congiunti che lui aveva condannato al carcere a vita se non addirittura a morte, chi sperava che si potesse instaurare una repubblica, chi, invece, aspirava a prenderne il posto per arricchirsi al posto suo.

In ogni caso fu deciso che il principe doveva morire e che era necessaria una sollevazione popolare che ne giustificasse l’omicidio, così da salvaguardare gli assassini dai rigori della legge.

Anche loro, sperando nel successo dell’impresa decisero di interrogare la maga Dike. E ancora una volta il suo responso fu:

«Finirà secondo giustizia».

Perciò, sicuri di avere tutte le ragioni dalla loro parte, i congiurati si apprestarono all’azione.

C’erano tra loro due fratelli che decisero di dividersi i compiti: mentre il maggiore, accompagnato da altri due amici, avrebbe fatto visita a Renato e, con la scusa di voler pagare il suo debito fiscale, lo avrebbe invece pugnalato e ucciso, il minore avrebbe atteso in strada per incitare la popolazione alla rivolta, dopo aver ricevuto il segnale che il delitto era stato compiuto.

Così, il giorno convenuto, non appena saputo, da un inserviente del palazzo con cui si erano accordati, che Renato era solo, al lavoro nel suo studio, il fratello maggiore si recò a fargli visita:

«Ehi, chi non muore si rivede» esclamò l’ignaro principe «cosa ti conduce nella mia dimora? Ti sei forse deciso a pagare i tuoi debiti?»

«Proprio così, ho giusto qui nella borsa il denaro per saldare quanto vi devo».

Ma appena quello si avvicinò estrasse un pugnale e lo ferì profondamente tra le costole.

«Vigliacco, questo è un tranello e tu vuoi uccidermi» urlò Renato rifugiandosi sotto un tavolo. Ma a quel punto intervennero gli altri due assassini che, estraendo a loro volta le armi lo ridussero in fin di vita. Poi, tutti insieme lo sollevarono e lo gettarono dalla finestra sulla pubblica via. Il corpo cadde ai piedi della maga Dike che, conoscendo l’epilogo della congiura, si era recata lì sul posto. Perciò le ultime parole che il principe senza sangue blu udì furono le sue:

«Finirà secondo giustizia».

Intanto il fratello minore, come concertato in precedenza, vedendo cadere dalla finestra quel corpo insanguinato, capì che le cose erano andate secondo i loro piani e si affrettò a svolgere il suo ruolo gridando alla folla che si andava avvicinando al luogo del delitto:

«Libertà, libertà. È morto il tiranno». E poiché quel signore, che così malamente aveva governato, era veramente odiato dal suo popolo, nessuna pietà fu risparmiata neanche alla sua salma.

Poi, essendo riusciti nel loro intento di provocare una sollevazione popolare e di essere considerati eroi e non sicari, i congiurati si recarono nelle stanze della regina e la fecero prigioniera insieme ai suoi piccoli figli. Una sola cosa restava ormai da risolvere: la conquista della fortezza che, con i suoi cannoni e i suoi soldati armati a difesa della città, la dominava dall’alto.

«Arrendetevi che ormai tutto il regno è in mano nostra e noi ne siamo i nuovi padroni».

Ma il capitano, che era segretamente innamorato della regina, rispose:

«D’accordo, ma consegnerò le chiavi soltanto alla mia signora. Portatela qui che voglio udire l’ordine di resa dalla sua viva voce e guardarla in faccia mentre me lo dice».

E così Aurora, era questo il nome della regina, fu condotta in catene ai piedi dell’imponente fortezza. Dagli spalti, da cui osservava la scena e parlamentava, il castellano ordinò:

«Liberatela e fatela entrare. Solo lei o partirà l’ordine di sparare».

I congiurati si consultarono tra loro: alcuni non erano d’accordo, ma altri dissero:

«Perché temere? In fondo i suoi figli sono ostaggi in mano nostra e lei obbedirà temendo che possa essere fatto loro del male». Alla fine questa tesi prevalse e alla regina furono tolte le catene e le fu impartito l’ordine di tornare entro due ore e consegnare loro le chiavi della fortezza. Ma, appena raggiunto il capitano, lei gli fece rivolgere i cannoni verso la città e schierare la guardia, munita di archibugi puntati su quegli stolti. A questa vista gli assassini di suo marito trascinarono i piccoli principi, che piangevano di paura, sotto le mura e le dissero:

«Guardali, potrebbe essere l’ultima volta che li vedi, se non vi arrendete li uccideremo uno ad uno proprio qui sotto i tuoi occhi. Non trema il tuo cuore di madre?» Aurora sentì le lacrime salirle agli occhi, ma alla fine prevalse la razionalità: si sarebbero salvati se avesse ceduto? O piuttosto lei e i suoi figlioletti sarebbero finiti in una buia e sudicia prigione in attesa della morte, sempre che quegli individui fossero in grado di mantenere la parola data, invece di ucciderli prima? Perciò disse loro:

«No, non ci arrenderemo mai. E non fate del male ai miei figli o ve ne farò pentire»

Intanto la folla intorno, udendo il pianto straziante dei principini, cominciò a rumoreggiare perché non esiste delitto più intollerabile che quello compiuto contro dei bambini inermi, perciò fu deciso di ricondurli a casa e segregarli nelle loro camere.

Quando i primi non letali colpi di avvertimento furono sparati dagli spalti della fortezza tutti cominciarono disordinatamente a scappare, compresi i congiurati che, consapevoli di aver perso, con quell’ignobile minaccia, il consenso popolare andarono a rifugiarsi presso il casolare di campagna di proprietà di uno di loro.

Fuori della fortezza si raccolse una folla che cominciò a chiamare a gran voce la regina che, contrariamente al marito, era molto amata dal suo popolo e ammirata per la sua intelligenza e bontà. Quando infine Aurora si affacciò da una finestra fu accolta da un grande applauso e da urla di gioia e grandi acclamazioni. Capendo, quindi, che il pericolo era passato, lei si risolse ad uscire dal suo rifugio. Accompagnata dal capitano e da una nutrita guardia si recò, in tutta sicurezza, alla sua residenza dove poté riabbracciare i suoi amati bambini e gioire con loro dello scampato pericolo.

Nei giorni seguenti si scatenò una feroce caccia all’uomo e ben presto tutti i congiurati furono scovati dai loro nascondigli e condotti prigionieri in città per essere giudicati. La regina nominò una commissione che doveva decidere della loro sorte. Tra i giurati molti chiedevano la condanna a morte, ma la maga Dike, interpellata per conoscere la sua opinione disse:

«La morte violenta di un uomo è sempre una sconfitta per tutti. Ogni delitto ne chiama un altro. Non si può mettere fine alla violenza con un altro atto di violenza, ma solo esercitando con magnanimità e intelligenza la giustizia».

I colpevoli furono resi inoffensivi con la condanna al carcere a vita e rinchiusi nella roccaforte che avevano cercato di conquistare.

Lungo il tragitto, mentre in catene si recavano dal tribunale al luogo della loro detenzione, incontrarono Dike.

«La tua profezia non si è avverata» la apostrofò rabbiosamente il maggiore dei due fratelli congiurati. Al che lei sorridendo e guardandolo con i suoi splendenti occhi fiammeggianti disse:

«Al contrario: tutto è andato secondo giustizia»

Infatti, da allora in poi, le giornate dei condannati trascorsero facendo lavori di artigianato, falegnameria e coltivando gli orti interni alla fortezza; le loro produzioni venivano regalate dalla regina a coloro che, poveri e bisognosi chiedevano il suo aiuto, perché tutti, anche i più malvagi, possono essere indirizzati a fare del bene ed aiutare il prossimo.

Dopo molti anni quando, ormai vecchissimo, giunse alla fine dei suoi giorni, il maggiore chiamò presso il suo giaciglio il fratello minore che aveva coinvolto nelle sue trame assassine e gli disse:

«Aveva ragione la maga. Renato era un principe indegno, che aveva fatto uccidere il giovane Gabriele e oppresso la popolazione col suo malgoverno. Ma non si può opporre un delitto ad un altro delitto, altrimenti la spirale di violenza non avrà mai fine. In fondo noi siamo stati fortunati perché la condanna ci ha costretto a lavorare per coloro che più hanno bisogno d’aiuto: è questa la vera giustizia. Muoio serenamente sapendo di aver riscattato il male fatto» e mentre il fratello gli stringeva la mano e piangeva esalò, con un sorriso lieve, il suo ultimo respiro.


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