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Una storia di Sofia_sperotto

HIRAETH

"Mi chiamo Elle e ho nostalgia di un posto in cui non posso più tornare. Mi manca da morire. Eppure, non ho scelto io di andarmene."

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11 minuti

Pubblicato il 21 luglio 2019 in Fantasy

Tags: #Amore #fantasmi #horror #nostalgia #ragazza

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Era una delle ultime sere di maggio. Non faceva freddo, l'aria era piacevole. Il tombale silenzio che aveva accompagnato l'inverno ora era rotto dal lamento straziato delle rane. Pedalavo, nella più totale solitudine, accompagnata da quei versi strozzati che mi facevano sentire meno sola. Tornavo dall'ennesima serata senza senso. Ma stavolta era stato diverso, perché sapevo che serate del genere non si sarebbero mai ripetute. Avevamo litigato e non l'avrei mai più rivista. L'enorme castello di carte che mi ero costruita crollò, distrusse il ponte che ci legava. Ed ero lì, senza un punto di riferimento, che brancolavo nel buio. Mi sentivo come se mi avessero strappato una parte di me. Ricacciai indietro la lacrima che mi stava scendendo sul viso. Guardai la strada, immersa nel buio. Il fanalino della mia bici mi permetteva di vedere solo uno spiraglio di mondo. Cercai di pensare che non ero del tutto sola. Insomma, avevo James e...James. Mi era rimasto solo lui dopo che tutti gli altri mi avevano voltato le spalle. Ma andava bene così, lui valeva più di cento amici.

Svoltai in una laterale. Una stradina sterrata che era stata lo sfondo della mia infanzia. Non esistevano altre viuzze belle come quella. Dei fili d'erba si impigliarono nella catena della mia bici. Ora sferragliava costantemente. Le tenebre, intanto, mi avvolgevano dolcemente in un abbraccio che solo io potevo apprezzare. Un abbraccio che ti nasconde, ti fa diventare invisibile per un po’. Un abbraccio che ti permette di essere chi sei veramente. Mi sentivo a casa, il buio mi faceva sentire protetta. Rallentai per assaporare quella sensazione. Finalmente stavo bene con me stessa. Niente parole, niente sguardi, niente luce. Solo silenzio e pensieri. Le rane si erano calmate. Il pianto dolce di un pavone giungeva da lontano. Tutto era immobile, calmo. La stessa calma che provo quando, da dentro casa, guardo un temporale. Un fruscio risvegliò la mia attenzione mentre passavo di fianco ad un campo di granturco, la vegetazione altissima. Vidi le cime delle piante muoversi e bloccarsi improvvisamente. Mi fermai e restai in ascolto, poi scesi dalla bici. Per qualche minuto non sentii nulla. Le rane tacevano. Strano, pensai. Spinsi la bici a mano ancora per qualche metro. Un altro fruscio, identico a quello di prima ma più vicino. Notai nuovamente il movimento del granturco, stavolta più evidente. Dei passi pesanti tra le file di grano ruppero il silenzio. Questa situazione mi era nuova ma, al contempo, sapevo di non avere nulla da temere. Quella viuzza mi suggeriva una certa sicurezza, la conoscevo da quando ero nata, appartenevo a lei. Con questi pensieri e la strada illuminata dal flebile fanalino, mi convinsi a procedere. Il buio non mi faceva paura, mi sentivo protetta e affascinata da ciò che non potevo vedere. Poi, tutto ad un tratto, silenzio. Le rane non cantavano più, il pavone cessò il suo lamento. Passi alle mie spalle.

C'è qualcuno.

Aumentai il passo continuando a ripetermi che andava tutto bene, che non era nulla, solo la mia mente stanca e straziata dal litigio. Procedevo sicura sulla stradina e, passo dopo passo, le preoccupazioni lasciarono spazio a scene sfocate della mia infanzia vissuta proprio lì, ai piedi di qualche albero centenario o tra i campi ondulati. Ricordi color pastello fluivano nella mia mente, ricordi di estati calde e prati dorati dal sole. Ricordi candidi, ricordi di nevicate tanto attese e pupazzi di neve con i nasi di carota. Il petto mi si fece pesante, un senso di tristezza si impossessò di me davanti all'impossibilità di tornare ai quei giorni felici. Non era nostalgia, era...era qualcosa di più forte. Sospirai e lasciai che le tenebre mi abbracciassero ancora una volta, per l'ultima volta. Ero quasi arrivata, intravedevo le luci delle prime case quando il fruscio alle mie spalle mi sorprese nuovamente. Non feci in tempo a voltarmi. Un dolore acuto mi travolse, la vista mi abbandonò e tutto intorno a me si fece ovattato. I vestiti si impregnarono di sangue, mi piegai e caddi in ginocchio. Un calcio mi fece rotolare a terra. Non riuscivo ancora a credere che stesse accadendo proprio a me, mi sembrava di osservare la scena da lontano. Non avevo nemmeno la forza per piangere. "Non posso andarmene" continuavo a ripetermi. Non riuscivo a immaginare come avrebbero reagito tutti, cosa avrebbero pensato quando mi avrebbero trovata. Io non volevo andarmene. Cercavo con tutte le mie forze di trattenere la vita che scivolava via dal mio corpo, ma era difficile. Mi sentivo scomparire. Rimasi lì, non so per quanto, a imbrattare la mia terra col mio stesso sangue.

***

Di tanto in tanto mi piace passeggiare all'aria aperta. Percorro il solito itinerario di sempre e mi siedo ai piedi di un vecchio albero, i rami toccano terra e io mi nascondo dietro, il viso segnato da lacrime asciutte. Non voglio che la realtà mi trovi. Nel frattempo mi guardo intorno con occhi vuoti, in cerca di qualche passante, in cerca di qualcuno che si sieda accanto a me sussurrandomi che va tutto bene. Ma è tutto inutile, i loro sguardi mi attraversano sterili. Ogni tanto vengo assalita dalla rabbia ma presto mi accorgo che è più un senso di rimpianto che mi impongo di non ascoltare, se ne sta lì come sangue secco su una ferita. E non ho il coraggio di guardarla, la ferita, altrimenti mi accorgerei che non può rimarginarsi. Osservo il tramonto per non permettermi di guardare ciò che potrebbe farmi male, voglio trovare riparo dalle mie paure. Sento il tepore degli ultimi raggi di sole sul mio viso, lo tengo rivolto verso la luce, non voglio guardare in faccia la realtà. Ma inevitabilmente, come da un mese a questa parte, mi volto, quasi attratta dall'onda di dolore che so sta per travolgermi. Socchiudo gli occhi e faccio per nascondermi il viso quando guardo là, oltre la vegetazione. Sento le lacrime rigarmi le guance fredde mentre osservo il luogo in cui ho esalato il mio ultimo respiro. Il dolore mi attraversa mentre un fiume caldo sgorga dai miei occhi, affondo la faccia tra le ginocchia quando i singhiozzi prendono il sopravvento. Non cerco di asciugarmi le guance, sarebbe inutile. E sembra tutto così strano e insensato da quando ho realizzato che sta accadendo proprio a me. Da quando ho realizzato che per questo mondo non esisto più. Eppure provo ancora qualcosa. Sento di esserci. Mi sento saldamente attaccata alla mia vita a causa del dolore che mi esplode nel petto. Dopo un po' mi alzo, le lacrime non scendono più copiose come prima. Mi avvio lungo la viuzza, tra i campi di grano, in cerca di una soluzione.


Cammino lungo un reticolato che conosco bene. Faccio scorrere la mano lungo le fessure della rete mentre procedo incespicando. So dove sono diretta ma al contempo non voglio arrivarci. Sto andando a casa sua, voglio vederlo, vedere come sta. Sono combattuta tra la voglia di sapere e la consapevolezza che non mi può nemmeno vedere, non esisto più, mi ripeto nella mente. O, meglio, non esisto più in questa dimensione. Vedo scorrere davanti ai miei occhi tutto ciò che abbiamo fatto insieme, in tutti questi anni, e sento una fitta di dolore. Sono arrivata. Prendo un respiro profondo e decido di entrare. La casa è buia nonostante fuori ci sia il sole, tutte le finestre sono socchiuse. Non c'è nessuno nelle stanze e per un momento sono sollevata e faccio per andarmene. Poi sento un sospiro, mi dirigo verso camera sua. E lo trovo lì, seduto per terra con la testa fra le mani e le gambe al petto. Mi fa male vederlo così, così combattuto e triste e spento che vorrei buttarmici addosso, scuoterlo e dirgli che ci sono. Che ci sono ancora per lui, che gli voglio bene, che non me ne andrò e che in un modo o nell'altro troveremo una soluzione. Ma l'impotenza si fa strada dentro di me come una piovra appena lui alza lo sguardo e sento che questo mi attraversa. Non esisto più per lui. Un ricordo scolorito, ecco cosa sono diventata. Mi abbandono di nuovo al pianto, un pianto isterico e disperato che mi costringe a premermi le mani sulla bocca per non urlare. Così cado sul suo letto, affondo la faccia sul cuscino, ma le lacrime non lo bagnano. I miei singhiozzi scuotono leggermente il materasso e lui sembra accorgersene, lo sento sedersi sul bordo. Lo guardo e chiamo il suo nome. "James..." sospiro "James, guardami." ma lui continua ad osservare il vuoto, si prende di nuovo la testa tra le mani e lo sento farfugliare frasi sconnesse. Non mi vede, non mi sente. Faccio per alzarmi e trascino il cuscino che cade per terra. James scatta in piedi, gli occhi spalancati. Si tocca le tempie con le mani, confuso. Ora sono speranzosa. Cerco di raccoglierlo ma il risultato è penoso, lo muovo solo di un paio di centimetri. Riesco comunque a destare la sua attenzione. Ora so che una soluzione c'è. "Elle...?" chiede titubante. Si, sono io, sono qui davanti a te urlo ma dalla mia bocca non esce suono. Lui continua. "Elle, se sei tu...volevo..." ma poi si blocca improvvisamente, si afferra i capelli con le mani, scuote la testa.

No, James, guardami….

Ma ovviamente non mi sente, esce dalla stanza e io rimango sola. Sto per un po' immobile al centro della camera e osservo le nostre foto appese al muro. Eravamo felici, sorridenti, spensierati. Lui mi abbracciava dolcemente i fianchi, i miei lunghi capelli rossi gli finivano in viso. Attimi immortalati di una vita che non mi appartiene più. Ora sono solo un astratto ricordo, una fotografia appesa al muro. Sono la ragazza che è stata uccisa mentre tornava a casa. E così verrò ricordata. "Poverina, così giovane", "Che tragica fine" dicevano. Hanno fatto presto poi a scordarsi di me. Due settimane dopo le loro vite scorrevano frenetiche come prima, come se non fossi mai morta, come se non fossi mai esistita. Tiro su col naso e ho bisogno di uscire da lì. I vecchi Elle e James nelle foto mi fanno sentire osservata e oppressa, non sopporto più i loro i sorrisi. Mi dispiace, mi dispiace ma non sopporto più la ragazza che ero. Non è facile relazionarsi con una realtà per la quale non esisti più. Qualcuno non ce la fa a sopportare questo peso. E nemmeno io ci riesco. Decido di andarmene.

***

E' passata una settimana da quando ho fatto visita a James e mentre ero seduta sotto il solito albero dai rami ricurvi ho deciso di ritornarci. Una piccola parte dentro di me spera ancora di riuscire a dirgli che non sono scomparsa del tutto. Oggi piove. Ma io non ho bisogno di un ombrello, persino la pioggia si ostina ad evitare ciò che non esiste più. Grazie tante. Arrivo a casa di James la sera. So che è tardi, ma sono sicura che sia sveglio dato che soffre di insonnia. Mi manca in un modo che non ho mai provato prima. Mi manca anche se so che non potrò più tornare da lui.

E' James che ha perso me o io che ho perso lui? comincio a chiedermi. Stavolta ho intenzione di farmi sentire. Lui saprà che esisto ancora. Sono davanti la porta socchiusa della sua camera. La casa è nuovamente vuota e buia. Lo sento sospirare dall'interno. Mi faccio forza, spingo la porta che si apre cigolando. James al rumore sobbalza sul letto e si mette seduto, vedo il bianco degli occhi spalancati. Sistema la coperta e si guarda intorno impaurito. Faccio un passo avanti, il suo sguardo mi trapassa. Il cuscino è abbandonato per terra ai piedi del letto. Mi piego per raccoglierlo sperando che veda.

"Che succede?" una voce nuova rompe il silenzio. Mi alzo di scatto, il cuore a mille, e la vedo. Una figura emerge dalla penombra delle lenzuola. Si mette a sedere come lui, si stropiccia gli occhi e poggia la testa sulla sua spalla. "Nulla tesoro." risponde e la bacia sulla fronte. Lei sbadiglia e torna a sdraiarsi. Il mondo mi cade addosso. No. Non può essere. L'unica persona che pensavo non mi avrebbe mai dimenticata l'ha fatto più in fretta di chiunque altro. Urlo dalla rabbia. Sputo tutto il dolore che continua a perseguitarmi. Prendo a calci il cuscino dove avevo pianto la settimana prima. Maledico James. Maledico me stessa, Elle, che pensava che il mondo si sarebbe ricordato di lei. Maledico la ragazza uccisa nella viuzza, che pensava di poter sistemare le cose, che pensava di esistere ancora. Ora sono solo colei che è morta giovane, colei che se ne è andata. No, colei che è stata mandata via. Perché non è stata una mia scelta quella di andarmene. Il destino ha voluto questa sorte per me e non si può tornare indietro. Un muro invalicabile mi separa da quello che sono stata e da chi ho deciso di essere in questa vita. Le lacrime ricominciano a scendere piano piano. Piango perché il mondo non mi vuole più. Piango perché mi sento viva ma in realtà non lo sono. Piango perché mi manca un posto dove non potrò mai più fare ritorno. Mi mancano persone che non mi ricordano più. Guardo per l'ultima volta James. Non so se ce la farò a vederlo ancora. Sta accarezzando i capelli alla ragazza ormai addormentata. Stringo i pugni, non posso fare altro che andarmene, andarmene veramente questa volta. Sferro un colpo al muro di fianco a me. Tutte le foto di James ed Elle cadono in frantumi.

E così il mio pianto diventa convulso, cado in ginocchio. Tutto intorno a me diventa nero.

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