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Una storia di utente_cancellato

Il negozio delle facce di plastica

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24 minuti

Pubblicato il 20 aprile 2019 in Thriller/Noir

Tags: #bullismo #giovent #maschere #mistero #paura

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Il negozio delle facce di plastica


Il negozio delle facce di plastica aprì in un giorno di giugno.

Ci rimanemmo secchi: la sera prima la serranda era abbassata, come al solito. Chiamavamo quel posto “casa delle cause perse”: ci avevano aperto e chiuso qualcosa come dieci negozi da quando eravamo piccoli. Ma quel pomeriggio di giugno, dopo la scuola, ci accorgemmo subito che c’era qualcosa di diverso: la serranda era alzata e dalla vetrina della casa delle cause perse decine di facce dalle orbite cave ci guardavano in silenzio. A Davide e Giulio per poco non venne un colpo e anche io, onestamente, trattenni a stento un grido.

Forse avrete visto qualcosa di simile in vita vostra: le maschere di gomma in un negozio di scherzi, ad Halloween, oppure quelle inespressive bambole ammiccanti dietro alla vetrina di un sexy shop. Garantito, qualsiasi cosa abbiate visto, non si avvicina nemmeno lontanamente allo spettacolo che ci si parò davanti quando girammo l’angolo.

Ogni faccia, con tanto di capelli, rughe, nei e tutto il resto, era racchiusa da una busta di plastica trasparente, mentre il retro dell’involucro era bianco opaco. La plastica sembrava aderire alle maschere alla perfezione, dando l’idea di un pezzo di carne conservato sottovuoto, e quei volti silenziosi contratti in una “O” di perenne stupore mi parevano le innocenti vittime di un serial killer, uno di quelli che ti soffoca con un sacchetto trasparente. Avevo davanti una quarantina di facce agonizzanti alla ricerca disperata d’aria.

Credetemi, un brutto spettacolo davvero.

C’era già un capannello di persone - figurarsi - che discutevano fittamente a una prudente distanza di sicurezza. Non credo che avessero ancora deciso se essere curiosi o indignati. Un bel dilemma: con un tattoo shop o un centro di massaggi orientale sarebbe stato tutto più semplice - bando assoluto! - ma questa era una bella gatta da pelare per un paese come Malenverno, troppo piccolo per assaporare l’aria che spirava dall’Europa e troppo grande per non potersi aspettare, di tanto in tanto, qualche bizzarra novità.

Noi non entrammo quel giorno, né ci fermammo a parlare con il manipolo di curiosi. Non fosse mai: le informazioni le avremmo prese di prima mano dai nostri coetanei. Davide stava già scrivendo su Facebook, Giulio si era già ripreso dallo shock e stava condividendo il primo selfie. Non avremmo certo chiesto ad un gruppetto di “vecchi”.

Sarei entrato, comunque, e avrei conosciuto Marcello, il proprietario del negozio delle facce di plastica, a suo tempo. Solo, non accadde quel giorno.

Quel giorno facemmo, invece, la colossale stupidata di entrare in Piazzetta dopo le quattro e trenta.

«Ehi, sfigati!» ci apostrofò una voce divertita, da lontano. «Dico a voi, sì… te, testariccia, venite qua un attimo! Marsch

Non si entra in Piazzetta nel pieno pomeriggio se non si è: A. un adulto, B. un amico di quelli del bar Dingo, C. uno di quelli del bar Dingo. Se poi sei un in un trio di diciannovenni non troppo popolari né troppo robusti, te le stai andando a cercare.

Di andare da loro non se ne faceva niente: ci avrebbero preso in giro, forse ci avrebbero anche chiesto dei soldi. Avrebbero cercato di provocarci per farci reagire. Da situazioni come quelle di solito uscivi almeno con qualche livido.

Se ne stavano lì in cerchio, con il fumo delle sigarette che si levava alto come da un complesso industriale, una macchina con le portiere aperte parcheggiata in modo arrogante su due posti auto e la musica che pompava dalle casse.

Un paio di loro non ci avevano nemmeno visto, chini sullo schermo di uno smartphone, altri bevevano da bicchieri pieni a metà di qualcosa che non era si sicuro coca cola. Bicchieri di vetro, si intende, perché al bar Dingo dei divieti se ne fregavano tutti.

Ci rimaneva un’unica opzione: fingemmo indifferenza e aumentammo il passo, imboccando via Matteotti come se quelli del bar Dingo non fossero mai esistiti.

«Oh! Frocetti! Dove cazzo andate? Guardate che se non venite voi, vi vengo a prendere io, eh?»

Il tizio che ce l’aveva con noi si chiamava Mattia, ma tutti lo conoscevano come “Garga”, felice soprannome nato tra la fusione del suo cognome e il nome del sinistro arcinemico dei “puffi”. Il Garga ci chiamò ancora tre volte, urlando sopra la musica - bum! bum! - e sopra tutti i rumori della piazza, ma noi avanzammo verso l’edificio che ci avrebbe fatti scomparire, come se quell’appello non fosse minimamente rivolto a noi tre. Per un istante temetti che la pigrizia avrebbe avuto la peggio sul Garga e che avrebbe lasciato il suo posto per venirci davvero a prendere. Non avvenne, non avviene quasi mai. Se un bullo in compagnia si scomoda a muoversi per te è perché gliel’hai fatta grossa e noi, in quel momento, eravamo solo un passatempo.

Non ci illudevamo, però, che sarebbe finita lì: una persona come il Garga certe cose se le segna, passano due, forse tre giorni, e poi viene a cercarti. Se sgarri, paghi.


Ci furono addosso di sabato, piombando nella via della Panchina come dei falchi, la sua Fiat Punto nera il Garga la lasciò infilata di traverso, a bloccarci la strada. La via della Panchina non aveva altre uscite, posto felice per i nostri pomeriggi, ma non altrettanto strategico.

La Punto vomitò cinque soldati del bar Dingo, sicari addestrati, il rumore delle portiere sbattute risuonò nei nostri pavidi cervelli come le fucilate a salve dei funerali militari.

Quello che accadde dopo, lo sapete. Ci presero in giro, e ci presero anche sigarette, soldi, un cellulare... Ci provocarono e ci diedero qualche schiaffo di avvertimento. Forte, tanto da lasciare dei bei segni, ma era solo un segnale: significava “sgarrate ancora e finirà molto peggio”.

Venir derubati - e non poterlo dire a nessuno - venire picchiati e derisi è certamente un’esperienza traumatica. A Giulio spezzarono gli occhiali, Davide pianse cinque minuti buoni, anche perché per pagarsi il cellulare aveva lavorato sodo. Però non fu la cosa che mi colpì di più di quel pomeriggio. Quello che ancora di tanto in tanto mi viene in mente fu un dettaglio quasi trascurabile.

Quando il Garga e i suoi scesero dalla Punto “parcheggiata” in obliquo in mezzo alla carreggiata, una signora svoltò nella via della Panchina e, trovandosi quel veicolo inaspettatamente in mezzo, suonò il clacson due volte. Il Garga la mandò a quel paese e continuò a tormentarci. La signora suonò ancora il clacson, tirò giù il finestrino e disse con voce lamentosa: «ma insomma, volete spostarvi? non ci passo!»

«Piantala di rompere le palle, strega!» sbottò il Garga, e assestò un colpo fortissimo sul cofano dell’auto, con entrambe le mani. Lo fece con una tale ferocia che la signora ingranò rapida la retro - rischiando di investire un ciclista - e scappò, rossa in volto, borbottando qualcosa.

Capite cosa mi colpì? Potevamo fare a botte, potevamo fumarci uno spinello, conoscevamo spacciatori e sniffatori di coca professionisti, c’eravamo presi uova marce e secchiate d’acqua gelida dai balconi quando avevamo fatto troppo casino la notte e non eravamo nemmeno nuovi ai furti subiti da gente come quelli del Dingo e a quelli fatti in qualche bancarella o minimarket. Insomma, nonostante fossimo “di buona famiglia” e figli di una classe relativamente agiata non eravamo nuovi a qualche trasgressione alla regola. Però… mai, e dico mai, ci sarebbe passato per la mente di aggredire, insultare o passare quella linea di confine nei confronti di un adulto, specialmente nei confronti di una donna. Non so, è difficile dirlo a parole, forse i nostri ci hanno cresciuti troppo bene. Era come rompere un tabù e per qualche giorno mi ferì e mi turbò di più l’atteggiamento del Garga verso quella donna che gli schiaffi presi.

Anche se, di lì a poco, avrei avuto materiale fresco per i miei incubi.

Restai in casa per qualche giorno dopo l’aggressione, dopotutto per quelli del mio anno c’era la maturità, non era sempre festa in quei pomeriggi assolati. Allorché la punta delle dita del Garga era ormai sparita dalla mia guancia, decisi di mettere il naso fuori, ma senza vedere Davide né Giulio, un po’ perché non volevo rivangare l’umiliazione subita, un po’ perché ce l’avevo con me stesso quanto con loro e non mi serviva un memorandum della nostra codardia.

Fu allora che incappai ancora nel negozio delle facce di plastica. Per la seconda volta me ne stavo lì, incapace di distogliere lo sguardo da quella macelleria di volti fasulli e, come rispondendo ad un richiamo o ad un’ispirazione, semplicemente salii i quattro gradini dell’ingresso ed entrai.

Marcello, il proprietario, mi guardò inclinando la testa, da sotto le lenti dei suoi spessi occhiali e mi rivolse un saluto insieme divertito e curioso.

«Buongiorno signore, benvenuto! Posso fare qualcosa per lei?» disse gioviale e, stupendomi, mi porse la mano. Non mi accadeva spesso e, per quanto mi sembrasse imbarazzante presentarmi a quel buffo ometto, quel saluto conteneva un rapporto alla pari, l’autorevolezza che un uomo rivolge ad un altro, e non lo rifiutai.

Dissi che volevo solo guardare, come faceva mia madre, infastidita, ogni qual volta una commessa disturbava la sua ricerca in un negozio di abbigliamento. Marcello rispose che le maschere avrebbero fatto lo stesso con me, e rise. Decine di volti sorpresi in effetti sembravano darmi un criptico benvenuto. Rabbrividii.

«Le nostre non sono maschere qualsiasi, ecco, guardi qui» riprese, ignorando la mia richiesta di tranquillità e indicando una testa di manichino con indosso una maschera. «La casa produttrice ha creato un sistema innovativo che rende la maschera, una volta applicata, particolarmente realistica e, cosa più importante, capace di risaltare ogni nostro minimo movimento muscolare in maniera assolutamente veritiera!» Fissai distrattamente il manichino, trasformato per l’occasione in un John Wayne stupefacente. Feci destra-sinistra con lo sguardo per tre volte: sul muro c’era una maschera di Wayne ancora incellofanata, ma la differenza tra quella e l’applicazione sul manichino era come quella che passa tra il disegno di uno spaghetto e un piatto di pasta al sugo fumante. Quello non era un manichino, era John Wayne, riesumato da un vecchio western e risucchiato nell’estate di Malenverno per un sortilegio. La “O” sulla mia bocca era tale e quale a quella delle facce in vetrina. Marcello, ancora, rideva.

Chiacchierammo cinque minuti, ero diventato curioso oltre ogni dire ma i segreti industriali sulla fabbricazione delle facce, Marcello non me li svelò. Mi disse che il prodotto andava immerso in una soluzione speciale - acquistabile nel negozio, ovviamente - per una decina di minuti e che, una volta indossato, si sarebbe adattato perfettamente ad ogni centimetro della pelle del portatore. Ogni prodigiosa maschera andava dai trecento ai quattrocento euro, e cominciai a capire che Marcello, lì a Malenverno, non sarebbe durato poi un granché. Un po’ mi dispiaceva, ma lui non sembrava affatto preoccupato.

Passeggiando testa china e mani in tasca per il paese, rimuginando, non potevo ignorare dentro di me l’ombra di un‘idea che non avevo ancora afferrato a livello conscio, e quando ciò accadde rifiutai ogni sano sussurro del mio raziocinio. Tirato fuori il cellulare, convocai con un messaggio di testo la mia truppa. Giulio mi rispose subito: erano alla Panchina, mi aspettavano.

Perché “Panchina”, con la maiuscola? Beh… perché una panchina è solo una panchina, non ci piove, ma su quella Panchina ci abbiamo passato l’adolescenza, noi tre, e altri. Ora non c’è più ma ogni centimetro di quel legno era impregnato dal sapore agrodolce del tempo che ci abbiamo lascivamente perso. È come quando vai in albergo in una città sconosciuta: ti bastano poche ore, poi ti scappa detto: «torniamo a Casa a farci una doccia» anche se stai parlando di una stanza che hai conosciuto per pochi minuti. Ecco, quel “Casa” è maiuscolo, proprio come la nostra Panchina.

Dicevamo che Davide e Giulio erano alla Panchina a bighellonare, come al solito. Trattenni il fastidio nel rivedere il luogo del nostro pestaggio ma l’idea che avevo in testa si era gonfiata a tal punto che rischiavo di esplodere. Perciò la tirai fuori lì, tutta d’un fiato, davanti ai miei due allibiti amici.

La Gran Pensata era quella di comprare una maschera. Non la maschera di John Wayne. Una maschera personalizzata - quattrocentoventi euro - con le fattezze di Vladimir. Indossatala in una sera qualsiasi, il prescelto si sarebbe recato dal Garga e gli avrebbe imposto di lasciarci stare, dicendo che i tre sfigati erano sotto la sua protezione. Un avvertimento unico, inappellabile.

Lasciate i miei amici a guardarmi fisso con l’espressione di un baccalà e fate un passo indietro con me. Chi sarebbe questo Vladimir? Semplice: il terrore incarnato.

Vladimir - non si sa il cognome - aveva venticinque anni circa, era apparso a Malenverno insieme alla sua famiglia una decina di anni prima, in una casa in periferia. Era apparso, proprio come il negozio delle facce di plastica, e nessuno aveva uno straccio di informazione sul passato della sua famiglia. Il padre era un colossale omone taciturno che lavorava saltuariamente per una delle due imprese di spurghi locali, la madre si vedeva solo quando faceva la spesa. Nessuno di loro parlava mai con anima viva, il che aveva alimentato mirabolanti leggende. Si diceva che la famiglia di Vladimir venisse dalla Russia, che il padre di Vladimir fosse un ex soldato e così pure Vladimir, lucidi e addestrati specnaz forgiati dal freddo e con una volontà d’acciaio. Tutte le reminiscenze di libri e film di spionaggio di Malenverno, unite ad una scarsa conoscenza del Continente, ad est di Trieste, fomentavano un clima da Guerra Fredda ed attribuivano alla famiglia una nomea sinistra e inattaccabile.

A suggellare questo patto di terrore ci fu l’unico evento di sangue - se di sangue si può parlare - che Malenverno ricordi: la scomparsa di Sandro Antonelli, un ragazzo di diciotto anni, mai ritrovato, per la quale Vladimir, suo coetaneo e compagno di classe, fu sentito più volte dai carabinieri ma mai formalmente accusato. L’ordine costituito non lo incriminò ma Malenverno fu unanime nel condannare “il Russo” per la fine – ignota - del povero Sandro.

Il tutto è per dirvi che solo Vladimir poteva incutere timore a qualsiasi abitante di Malenverno e dintorni, il che faceva di Vladimir l’unico in grado di sottomettere il Garga alla nostra volontà.

«Tu sei pazzo» disse Davide, e non aveva torto. Più i miei due migliori amici cercavano di dissuadermi da compiere quel suicidio, con dozzine di ragioni inoppugnabili, più io mi intestardivo convincendomi che fosse l’unica soluzione. O accettavamo i soprusi di quel branco fino a ridurci a degli adulti complessati e nevrotici o sceglievamo di combattere con l’unica arma a nostra disposizione: l’astuzia.

C’erano da considerare tutte le ragionevoli obiezioni dei miei compari. Se la maschera non fosse stata abbastanza realistica, se il Garga avesse fiutato il bluff, se Vladimir non fosse, da solo, uno spauracchio sufficiente per metterli a tacere e… se Vladimir stesso fosse venuto a conoscenza del furto d’identità. Se… se… se… erano tutte ottime argomentazioni, ma ormai avevo deciso. Si sarebbe fatto. Rimanevano da risolvere alcuni dubbi pratici ma, come disse Goethe “qualunque cosa tu possa fare, cominciala. L'audacia reca in sé genialità, magia e forza”.

Citavo Goethe a diciannove anni. Poi mi stupivo se mi prendevano a schiaffi.


«Mmm» fece Marcello quando chiesi la maschera di un mio quasi-coetaneo. «Credo non sia troppo corretto, figliolo. Un conto è la maschera di un personaggio famoso, ma quella di un tuo amico…»

«Non ci resterà male, signor Marcello, mi creda, è solo uno scherzo.»

«Costoso come scherzo, non credi?» sorrise, sapiente.

Mi strinsi nelle spalle. «Naah, siamo in tanti, divideremo la cifra. Allora: si può fare?»

Marcello si chinò a prendere qualcosa dietro il bancone. Lo fece con la pazienza e la gentilezza di chi ha smesso di sfuggire al tempo. Estrasse un piccolo riquadro di carta bianca, un biglietto da visita a prima vista, ed iniziò a scrivere qualcosa sul retro.

«Sai, amico mio, ci sono molti tipi di maschere: quelle per spaventare, quelle per nascondersi, quelle per scacciare gli spiriti. Tu quale mi stai chiedendo?»

Giuro, non avrei saputo cosa rispondere. C’era troppa saggezza, e troppa precognizione in quella domanda perché un timido studente vendicativo potesse replicare.

«Vorrei solo… vorrei solo che gli somigliasse.»

«Perfetto!» sorrise Marcello, misteriosamente. «Qua trovi il mio indirizzo email. Scusami, mi hanno sbagliato i biglietti da visita. Mandami più foto possibili di questa persona, più sono dettagliate meglio è, se la ritraggono da più angolazioni il lavoro sarà più credibile. Ah! Fai in modo che siano recenti.»

Fotografie di Vladimir. Quello era un altro problema.

«Tempo un paio di giorni» proseguì il negoziante «e sarà pronto un modello tridimensionale che ti spedirò, sempre via email. Se sarai soddisfatto fai un salto qua, paghi un anticipo e in altri due giorni la maschera è tua. Il modello 3D lo offriamo noi. Tutto chiaro?»

Annuii. Il tutto sapeva di estrema efficienza.

Convinsi Giulio ad aiutarmi. Non so come ma la mia pazzia contagiò anche lui e il pomeriggio seguente alla mia proposta ci stavamo già organizzando per tirare fuori i quattrini. Forse la prospettiva di mettere fine alle angherie dei nostri persecutori aveva spazzato via anche il suo buonsenso, oltre al mio.

Avrei venduto il mio smartphone e comprato il modello precedente, usato. Sia io che Giulio avremmo dato via tre giochi della Playstation a testa. Io avevo da parte qualche mancia, dei fumetti di discreto valore e Giulio i soldi che si era fatto riparando bici nel negozio di suo padre. Ci si chiedeva un gran sacrificio, praticamente di passare l’estate più bella della nostra vita - quella dopo gli esami - praticamente al verde, ma non ci potevamo tirare indietro.

Rimaneva la questione delle foto, e qua ci aiutò Davide - non cambiò mai idea, e non ci diede un centesimo - che tirò fuori non so da dove le foto di classe dell’ultimo anno di Vladimir e ne fece una scansione che ripulì per bene in un programma di fotoritocco. Non chiedetemi come ma entrò in possesso di una scansione di una fototessera - aveva certi amici in municipio, diceva lui - e grazie ad un software di riconoscimento facciale ci spedì dozzine di foto sgranate ma comprensibili di Vladimir immortalato per sbaglio in qualche selfie o foto di gruppo in sagre di paese, nelle vie del centro. Diavoli c’era persino qualche inquadratura dalle telecamere di sorveglianza di via Roma!

Davide ci faceva paura in questi casi ma, nonostante la nostra amicizia millenaria, diceva sempre che “certi segreti” non sarebbero usciti dalla memoria crittografata del suo portatile.

Per farla breve, spedimmo tutto a Marcello. Non che fosse materiale di qualità, e non tutto era recente, ma secondo Davide un buon algoritmo - come quello che la multinazionale tedesca che produceva le maschere di sicuro aveva - si sarebbe ingozzato con tutti quegli scatti e ne avrebbe tirato fuori un modello più che decente.


Fissavo Vladimir il Russo in faccia quattro giorni dopo, sul banco del negozio delle facce di plastica. Non potei contenere un brivido. Non era come vedere Charlize Theron o Ben Affleck. Quella persona esisteva realmente. Non che gli altri due non esistessero ma Vladimir esisteva dentro la nostra vita, era tangibile, concreto. Mi sembrava di averne evocato un simulacro, un doppelganger sintetico, non pareva - come tutte le altre facce - “reale” in quella busta di plastica, ma Marcello mi ricordava che sarebbe stata l’applicazione il tocco finale.

Uscimmo, poverissimi, dal negozio, con la maschera ben nascosta in un sacchetto di plastica. Andammo subito da me, farci derubare da quelli del Dingo in quel momento sarebbe stato insopportabile!

Era ora di ultimare il piano. Giulio non se la sentiva di fare la parte dell’attore e per di più fisicamente ero molto più simile a Vladimir, secco e alto, e quasi identico nel colore dei capelli e nella lunghezza.

Decisi che sarebbe stata quella notte. Era mercoledì, sapevamo dove avremmo trovato il Garga a tardissima sera, così come sapevamo che, rispetto al fine settimana, c’era meno possibilità di incontrarlo sbronzo marcio e in numerosa compagnia. Ci volevano pochi testimoni e ancor meno curiosi per evitare di lasciarci la pelle.

Sarebbe stato quella notte per un altro, semplicissimo motivo. Se avessi atteso oltre, probabilmente avrei gettato la maschera nel fiume per la paura e mi sarei mandato giù, di conseguenza, un flacone di bile.


Se ti racconto la scena, caro lettore, sono certo che te la potrai figurare.


La mezzanotte di una sera d’estate davanti al cimitero di Malenverno era buia come in tutti gli altri posti. Percorsi a piedi il lungo e stretto viale alberato che portava allo spiazzo antistante i cancelli. C’erano pochissimi lampioni funzionanti - l’amministrazione comunale era spesso in svantaggio contro i calci ben piazzati dei vandali - e ogni passo, nonostante il frinire dei grilli e nonostante camminassi leggerissimo, mi sembrava risuonare nella notte come il lamento di una preda ferita. Per interminabili minuti fui solo io, con il cappuccio della felpa nera ben tirato sulla testa e i lineamenti feroci di Vladimir appiccicati al volto. Io, l’uomo morto che cammina nel braccio e allo stesso tempo l’eroe indomabile di ogni favola che si rispetti.

La voce lontana, volgare, cattiva del Garga mi gelò il sangue, interrompendo il mantra dei miei passi, il ritmo ipnotico che mi ero auto-imposto. Guardai più avanti. Lo spiazzo non era visibile, avvolto com'era da una quasi totale oscurità, eppure scorgevo distintamente le luci interne dell’abitacolo di un’auto e gli occhi fiammeggianti della brace di piccole sigarette. I figli del bar Dingo erano lì, nel nascondiglio celato di Malenverno, a tramare il loro male e la loro irriverenza. Camminai e camminai finché sbucai nell’ultimo cono di luce, costringendomi a non darmela a gambe, a tenere un passo sciolto, le spalle larghe, la testa dritta, lo sguardo affilato come un punteruolo.

Fu allora che mi videro.

Ragazzi, altro che scappare, avrei voluto mettermi a ridere! Quasi dieci anni di leggende sul “Russo” piombarono pesanti come jab sulla faccia dei due teppisti che fumavano appoggiati ad una vecchia Polo grigia. Non dissero una parola ma si vedeva che erano tesi. Ne guardai uno nelle palle degli occhi e quello abbassò lo sguardo, mettendosi le mani in tasca. Passai oltre, la mia mimica mormorava contemporaneamente disinteresse e minaccia.

Non potevo parlare. In classe ero famoso per essere un eccellente imitatore ma oggi avrei aperto bocca una sola volta, e sarebbe stata davanti al Garga. Lì c’era la scommessa, quella vera. Nelle penombre di quell’angolo dimenticato la maschera meravigliosa di Marcello non avrebbe retto ad un esame attento ma la differenza tra assomigliare a Vladimir ed essere Vladimir era ciò che mi separava tra la vittoria e una lunga, spiacevole degenza estiva al policlinico.

Notai subito che c’era solo un’altra macchina nello spiazzo, oltre alla Polo, ed era la Punto nera del Garga. Il cuore mancò un colpo, il pusillanime nascosto nei miei vestiti aveva quasi sperato di non trovarlo lì quella notte. Però c’era, solo che non riuscivo ancora a vederlo.

Udii ancora il suo grido, minaccioso, più vicino. E vidi una luce negli alberi, una luce diretta, bianca, fredda, la stessa che certi maleducati vi puntano in faccia quando c’è già buio al cinema: un cellulare in modalità “torcia” che si muoveva frenetico oltre i cespugli.

Feci un respiro e puntai dritto verso quel piccolo faro. Vladimir non avrebbe esitato e non potevo certo essere da meno. Cercai di non fare troppo rumore, e dovetti riuscirci perché il Garga e i suoi due compari non mi videro arrivare finché non fui a meno di dieci passi.

Quello che mi aspettava dietro ai cespugli non l’avevo previsto.

Il Garga aveva una pistola.

La teneva saldamente impugnata nella mano destra e la puntava, come un perfetto criminale da pellicola, alla testa di un ragazzo inginocchiato e pallido.

«Non fai più tanto lo spiritoso, adesso, eh?» gridava. «Chi te lo dice che non ti ammazzo qui? Chi pensi venga a cercare la tua carogna?»

Sembrava maledettamente serio. Prendetela come una premonizione la mia, ma sapevo che gli avrebbe sparato. Non lo leggevo solo nelle sue labbra contratte, nelle sue narici alla ricerca disperata d’aria - forse aveva preso qualcosa prima - ma soprattutto nelle espressioni terrorizzate dei due amici. Li conoscevo, erano tue tosti, ma in quel momento sembravano ragazzini impauriti, sapevano che stavano per oltrepassare un confine dal quale non c’è ritorno ma a quanto pare solo il loro capo era disposto a farlo.

«Lascialo stare.»

Quelle due parole, quelle due sequenze di suoni ben articolati uscirono da sole. Eravamo all’aria aperta ma mi sembrò di sentire quella strana eco che rimbalza a volte nelle stanze molto anguste. Parole secche, dal sapore metallico, devastanti.

E le avevo pronunciate io.

Non chiedetemi perché, né dove trovai il coraggio per farlo. A volte le cose accadono senza che noi possiamo intervenire, non tutto è libero arbitrio. Fatto sta che mi uscirono dannatamente bene, per un istante avrei giurato che fosse stato Vladimir a parlare e, in qualche modo, era stato davvero così. Il Garga trasalì e puntò istintivamente la pistola verso di me, la bocca dell’arma aperta tanto quanto la bocca del suo padrone.

Bella idea, pensai, spaventare un uomo armato. Ma il Garga non sparò - non credo che fosse ancora pronto a farlo - e non appena riconobbe il Russo la sua tracotanza sembrò vacillare.

«E tu che cazzo ci fai qui, russo?» chiese sprezzante. Vladimir non rispose. Si limitò a guardarlo.

«Credi di farmi paura? Questi non sono affari tuoi, guarda che una pallottola ammazza anche te, levati dalle palle, mi hai sentito?»

Vladimir sorrise. Le nostre labbra si contrassero appena appena, fu un sorriso molto discreto, silenzioso, e sebbene fosse quasi impercettibile sotto quel cappuccio e con la luce gelida di uno smartphone da due soldi puntata in faccia, quel sorriso colpì il Garga come nessuna minaccia avrebbe potuto fare. Del resto, io avevo già parlato una volta, attenendomi al piano, non l’avrei fatto ancora. Ora doveva parlare la nostra fama.

E il Garga - ve lo ricordo, l’unico uomo armato e disposto a fare fuoco in quella situazione - rimase in silenzio con il cannone addosso a me per una dozzina di interminabili secondi, poi abbassò il braccio e fece un cenno con la testa ai suoi lacchè.

«Andiamocene.» Fece per superare Vladimir, che nel frattempo rimaneva immobile fissando le tenebre della vegetazione poi, quando fu alla sua altezza, lo guardò e parlò un’ultima volta.

«Ricordatelo, ricordalo anche ai tuoi amici, ti ho dato retta oggi, ti ho rispettato.»

Vladimir studiò una pausa e poi, senza nemmeno fissare il Garga, annuì. Sparirono tutti lasciando il Russo in mezzo ai cespugli completamente bui, immerso nel canto dei grilli.

Qualche tempo dopo scoprii che Vladimir non è russo, è serbo. Vladimir non si chiamava così nel suo paese di origine, ma Goran. Vladimir non ha mai parlato perché affetto da una rara forma di mutismo, non perché fosse uno psicopatico. Vladimir non ha mai picchiato nemmeno il suo fratellino più piccolo. Ah, e il padre di Vladimir, a Belgrado, era impiegato in un ufficio postale.

Tante volte, le maschere si fanno da sole.


Bene, vi ho raccontato di come buttai via più di duecento euro e l’unica possibilità di liberarmi del Garga per salvare un tizio - un altro farabutto, lasciate che lo specifichi - rischiando la pelle e in barba al mio solito buonsenso. Vorrei dire che mi è dispiaciuto ma in fondo non è così. Innanzitutto il tempo passa e passò anche per noi: ci diplomammo, avemmo un’estate morigerata ma piacevole e il Garga con il passare del tempo perse interesse per noi, mise incinta per errore la sua ragazza e prese a lavorare. Credo sia venditore in qualche agenzia immobiliare, ora. Di sicuro smise di tormentarci presto.

Il negozio delle facce di plastica chiuse velocemente come aveva aperto. Non ebbi modo di salutare Marcello e un po’ mi dispiacque, sentivo che avrei potuto avere bisogno di un po’ della sua saggezza in futuro.

A volte mi chiedo se il negozio sia mai esistito. Quasi nessuno sembra ricordarselo più e, se credete a me, la sera del mio travestimento, quando bruciai in un cestino di metallo la maschera di Vladimir, avrei giurato che mi stesse ancora sorridendo.


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