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Una storia di StefaniaCastella

Adesso torna.

Che se tu non torni io...

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3 minuti

Pubblicato il 19 marzo 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #dolore #assenza #ritorni

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Quando ho infilato le chiavi nella porta, tenevo ancora addosso l’adrenalina e il mondo sulle spalle. L’ho gettato di colpo ai piedi, ai piedi del cesso, seduta sul pavimento. Mentre il silenzio mi correva incontro e non sapevo come l’avrei accolto. Tornare senza, a casa, da sola. E’ come attraversare il deserto, riempirsi di polvere, immobile, non sentire il freddo, non cercare il caldo. Ho pensato al milione di volte in cui stare in due, mi è sembrato pesante, alle stupide frasi alzate come muri. Tutte le volte in cui ho voltato le spalle al -proviamoci ancora.-

Come l’ultima, come il chiodo nella testa dell’ultima. “Lei? Che cosa faceva?” “Io? Oh bé quello che facevo sempre, dormivo.” Se non dormivo mugugnavo, masticavo. Masticavo rancore. E adesso è pesante lo tengo qui davanti e sogghigna. Il rancore schiaffeggia mentre ride di me, che non contengo le lacrime stronze di chi non sa stare da sola. Nel buio, da sola.

Se fossi stata al posto tuo? Che avresti fatto?. Me lo chiedevo mentre lo stomaco passava da una parte all'altra nell'ambulanza dove mi concedevano di salire con te. La prima volta che mettevo piede su un’ambulanza, credevo che avrei vomitato tra flebo e coperte slabbrate. Ho tenuto lo stomaco. Ho tenuto dentro il dolore e il rancore. Ed il senso di colpa di aver solo pensato “Adesso è finita. Così, come quando comincia, come una cosa che non sai controllare” E ho immaginato il percorso, le cose da infilare dentro una borsa, e la vita che avremmo cercato al domani di noi. Domani. Che adesso mi pare anche troppo il “più tardi” e diventa difficile resistere all'altro, ancora più difficile che resistere a sé.

Mi faccio pietà nel cercarti qui intorno, nelle cose lasciate a metà. Le cose che restano dopo di noi. Sanno di vita, di vita rimasta sospesa in attesa che torni. E sai che sei tu che non tornerai indietro. Chiunque affronta il dolore, sa che quello è un viaggio che cambia la gente. Quella coinvolta, quella vicina, che si sfiora davvero.

Mi spoglio, mi guardo, ma non vedo nulla. Oltrepassa, lo sguardo ogni cosa. Mi stendo, ma il letto non mi può contenere, mi allungo ai suoi piedi, rimango a seguire il soffitto con gli occhi, il contorno confuso nella luce giallognola riflessa nei vetri che aspettano, così come me, che la vita si volti, che raccolga in abbracci i suoi figli dispersi.

Ho paura del suono che la mia voce non avrà, nel ripetere sola: “Mi manchi”. “Mi manchi?”. Se tornassimo indietro come nei videogiochi, se potessimo avere un tasto per salvare dall'ultima volta, e tornare a quei luoghi, alle ore che pensi: -restiamoci qui.- Una musica, un ballo, da tenersi le mani. Prima ancora di perdersi per cose da nulla, in cose da niente. Se avessimo un maledettissimo tasto che resetta le cose, che ci facesse ripartire dalle ultime volte in cui siamo stati felici, chissà se sapremmo riconoscere la felicità. Quella scema, quella semplice, quella che non chiede niente. Però adesso torna. Torna che io ho una valigia sospesa alla porta, e magari la disfo. Però tu torna. Adesso. Torna. Sennò io qui, che ci resto a fare?.



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