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Una storia di FrancescoFrancica

Questa storia è presente nel magazine Musica & Parole

Ansimando come un sub

le paure di un bambino e l'emozione di un adolescente

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6 minuti

Pubblicato il 11 aprile 2020 in Recensioni

Tags: #prog #rock #storia

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Da bambino durante le vacanze estive, nella canicola di una calabria troppo assolata per uscire nelle prime ore del pomeriggio, mentre tutti gli adulti si dedicavano alla pennichella, io e il mio omonimo cugino ci avventuravamo per la grande casa di nonno Ciccio alla ricerca di avventure e nuovi giochi. Solitamente la meta preferita era il grande garage che fungeva prevalentemente da magazzino del negozio di alimentari del nonno. Era abbastanza fresco e custodiva inoltre una miriade di attrezzi meccanici collezionati negli anni dai cinque fratelli minori di mio padre.

La grande rivelazione avvenne attorno alla mia dodicesima estate; mio cugino di un paio di anni più piccolo non aspettava altro che arrivassi dalla lombardia per le consuete vacanze per poter condividere con me la favolosa scoperta: lo zio Roberto, il più piccolo dei fratelli di mio padre, allora appena maggiorenne e membro di una band locale aveva montato la sua batteria nel localino senza finestre celato in fondo al grande garage.

Quando la vidi luccicare di un rosso bordeaux laccato con le cromature luccicanti e i piatti dorati, splendentemente appoggiata su una stuoia di vimini capii che la musica, non era solo quel groviglio di rumori emozionanti ed evocativi, ma era un continuo stupore fatto anche di immagini concrete e reali, di parole incastrate fra loro come pezzi di un puzzle e incastonate su armoniche e melodie che erano in grado di trasportarti in mondi affascinanti, gioiosi o terribili.

Da quel momento le esplorazioni dei pomeriggi si spostarono verso altre mete, ora il tesoro da predare era la grossa scatola di cartone del caffè Mauro, sotto la scrivania, in camera dello zio Roberto, piena zeppa di vinili.

Aspettavo che lo zio uscisse per le sue scorribande estive e andavo a rubare un vinile, poi nella solitudine del buio del salottino della nonna, infilavo il jack delle cuffie nell'amplificatore del hi-fi, adagiavo l'LP sulla piastra e facevo calare dolcemente il braccio della puntina.

Ero reduce da un anno scolastico trascorso a intossicarmi dai videoclip di pop music trasmessi da DJ Television ed ora improvvisamente mi inoltravo in sentieri che esulavano dalla commercialità pop rock dei Duran Duran, o new wave dei Depeche Mode, dei Simple Minds o dei Level 42. Erano nomi che non conoscevo ancora: Pink Floyd, Eagles, Doors, Rolling Stone, Gentle Giant, Emerson Lake and Palmer, Le Orme, PFM, con copertine che avevano lo stesso effetto di un pugno nello stomaco. In The Court Of The Crimson King dei King Crimson o storia di un minuto della PFM turbarono qualche mia notte di preadolescente, ma ciò che mi tolse definitivamente il sonno furono gli occhi arcigni e le prime sei note del vecchio barbone Aqualung impresso sull'omonimo album dei Jethro Tull, qualcosa che mi lasciò senza fiato e cambiò il mio personalissimo modo di concepire la musica.

Copertina di Aqualung - Jethro Tull
Copertina di Aqualung - Jethro Tull

L'espressione del barbone è violentemente maligna con quel ghigno venefico mentre nasconde sotto la giacca qualcosa che non può essere che pericolosa o il frutto di qualche azione malvagia. Questo è Aqualung: l'homeless dal respiro affannoso, come quello di un respiratore da sub, con il morbo della pedofilia, solo e malato, che raccoglie cicche di sigaretta, che sbircia le mutandine di pizzo delle ragazzine correre per il parco, costretto ad asciugarsi ad un sole freddo, a pisciarsi addosso per scaldarsi. Disgustoso e deprecabile e per questo è giustificato l'atteggiamento di voluta indifferenza dei passanti che lo snobbano e lo schifano, abbandonandolo alla sua malata solitudine ed elevandolo quindi ad emblema della rovina di una società intera, quella delle zuccherose istituzioni benefiche, più o meno alla moda.


Sitting on a park bench

eyeing little girls with bad intent.


Al genio di Jan Anderson l'idea di scrivere un pezzo sulla deriva personale dalla società descritta attraverso il ricamato ritratto del barbone Aqualung nacque leggendo gli appunti e osservando le fotografie scattate della moglie Jennie Franks, dalle quali poi l'acquarello dell'artista Burton Silverman che si occupò anche di illustrare l'interno e il retro della copertina.


Soprattutto però ci sono quelle sei note iniziali, quel riff che ti smorza il fiato in gola, banalmente sei colpi di plettro su una Gibson Les Paul Junior del 1958 quasi in scala, uno di quei riff semplici quanto geniali, capace di scrivere una pagina indelebile nel grande libro della storia del rock, al pari di quello di Smoke On The Water, Satisfaction, Whole Lotta Love, Purple Haze o Wish You Were Here. Sei note destabilizzanti seguite da due secondi di altrettanto assordante e agghiacciante silenzio assoluto. Una pausa linguistica di Martin Barre che introduce il giusto grado di pathos, fino a ripetersi e successivamente essere sostenuta dall'entrata di Jeffrey Hammond-Hammond con il suo basso e la sua indovinatissima progressione di note. Clive Bunker ricama una ritmica incisiva ricca di grandiosi riempimenti, anticipando di pochi istanti l'ingresso in scena di Ian Anderson con una linea vocale carica di tensione, una voce in grado di adattarsi perfettamente al tema della canzone, passando da toni ruvidi, aspri e aggressivi a toni più tranquilli, sereni e pacati.


Lo stile del pezzo è caratterizzato da vigorosi accenni Hard Rock mescolati ad una forte vena Folk, ma al minuto 01:03 il brano cambia completamente atmosfera e ritmica, andando ad abbracciare la sua vera essenza di progressive rock e consacrando definitivamente i Jethro Tull al gotha del genere. In questo prolungato inciso, Martin Barre guida con uno stanco strumming con la chitarra acustica, accompagnando una voce carica di effetti che sembrano provenire da una lontana radiolina.

A metà il brano viene spezzato in due da una serie di fraseggi della chitarra, utili a smorzare la tensione accumulata fino ad ora. Con classe Martin Barre passa ad un assolo destinato a diventare fra i più memorabili della storia del rock caratterizzato da una serie di scale eseguite con velocità e tecnica da fuoriclasse. Pare che durante la registrazione di uno dei migliori assoli della storia del rock fosse presente nientepopodimeno che Sua Maestà Jimmy Page, in pausa dalle registrazioni nei medesimi studi, dei più blasonati Zeppelin.

Martin Barre non se ne accorse e la presenza di Page non andò quindi ad inficiare la performance del chitarrista dei Jethro Tull.

In chiusura torna padrone della scena il micidiale riff di chitarra che viene sottolineato dalla serie di colpi secchi e asciuttissimi sulle pelli che rallentano i bpm fino all'urlo finale di Anderson.


Ora immaginate l'emozione di un dodicenne che si trova immischiato tra le note di Aqualung nel caldo torrido di un Luglio calabrese,seduto per terra alla ricerca di un minimo di frescura nel buio di un salottino buono, celato alla luce del sole, con negli occhi l'acquarello a tinte sanguigne di un crudele reietto della società, abituato a melodie mielose e concilianti.

Inchinai la testa al Prog, shoccato da Aqualung, mi sciolsi al flauto di Locomotive Breath, a My God a Cross Eyed Mary a Boureé e abbandonai i miti della tv, lasciai correre indifferente lungo il lungomare le distorsioni delle auto con le loro hit estive dai volumi esagerati e mi resi conto che nel remoto futuro, questa sarebbe stata considerata una pietra miliare della musica classica del ventesimo secolo.


Jethro Tull - Aqualung

19 marzo 1971

Chrysalis Records

Island Studios, Londra, Inghilterra


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