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Una storia di lrsrtrl

The Office

cronache di una ragazza in carriera

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7 minuti

Pubblicato il 14 novembre 2018 in Altro

Tags: #lavoro #carriera

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Sono cinque minuti esatti che quella mosca sta sorvolando l’ufficio. È entrata da una finestra lasciata aperta da Gladys, l’addetta delle pulizie, e ha iniziato a esplorare qualunque angolo le sia possibile raggiungere. Ha cominciato con la scrivania di Brian, collega instancabile e meticoloso fino alla nausea che, accortosi della nuova arrivata, si è spinto gli occhiali sul naso, come fa sempre prima di affrontare un qualsiasi problema, e l’ha scacciata con un gesto svelto della mano, stando ben attento a non scomporre l’impeccabile pila di documenti che ha appena riordinato. Non contenta, la mosca è passata a esaminare la testa di Jane, la corpulenta segretaria di uno dei miei superiori. Provo pena per la mosca visto che, dall’aspetto, sembra che i suoi untuosi capelli non vedano l’ombra di uno shampoo da almeno una settimana, forse anche di più. Non posso sopportare che quella povera creatura, per quanto mi ripugni, subisca un tale trattamento, e per questo alla fine esclamo “Jane, hai una mosca sui capelli”. Jane, dal canto suo, comincia a scuotersi vistosamente e a battersi le mani sulla testa, biascicando uno stentato “grazie Ginny”. Sembra una di quelle marionette a molla per bambini, di quelle che carichi e iniziano a muoversi in maniera convulsa e a battere le mani.

Fatica inutile comunque, perché le mani di Jane non hanno neanche sfiorato i capelli, che la mosca se n’è accorta ed è corsa a posarsi sul perfetto e rassicurante decolleté di Serena, la procace e insopportabile assistente senior del mio capo, china a fare delle fotocopie. Finalmente ho la riprova di quello che sospettavo ormai da settimane. Serena si è rifatta il seno. Se fossero vere, si sarebbe sicuramente accorta della mosca, e poi sono decisamente più grosse e rotonde. E soprattutto sode, gonfie; insomma, stanno su da sole. Lo sospettavo ma non ne avevo mai avuto la conferma. Penso che una mosca sulle tette sia la giusta punizione per una persona così fisicamente perfetta e terribilmente meschina al tempo stesso, perciò faccio finta di non accorgermene e torno al lavoro.

La ricreazione è finita.



La giornata finora non mi ha riservato sorprese particolarmente ingestibili, ma sono soltanto le undici, e tutto può ancora accadere. Soprattutto in questo covo di pazzi. Stamattina mi sono svegliata di soprassalto, mezz’ora prima del previsto, perché un'ambulanza di passaggio e il traffico congestionato di New York mi hanno letteralmente assordato. Dovrei esserci abituata, visto che vivo qui da tre anni ormai, cioè da quando sono riuscita a entrare alla Chase & Walton, ma oggi mi hanno colta alla sprovvista più del solito. Non so se riuscirò mai ad abituarmi a questa città, alla vita che ci pulsa dentro. È ovunque, onnipresente, ce n'è anche troppa forse. Dopo tre anni in questo delirio, non sono ancora riuscita a cogliere la bellezza di New York. Non riesco a innamorarmene, come invece pare succedere a tutti quelli che ci vengono.

Forse perché non ci vivono.


Comunque, mi sono alzata dal letto di malavoglia, come ogni mattina al pensiero di dover andare al lavoro, e sono uscita in pigiama perché pensavo che Miriam, reduce da una serata fuori con il fidanzato di questo mese, stesse ancora dormendo o addirittura non fosse proprio rincasata. Ripensandoci, però, avrei fatto meglio a starmene a letto altri cinque minuti, perché non appena apro la porta del bagno sento lo sciacquone scorrere, ed è troppo tardi: mi ritrovo il sedere dell'ultima conquista di Miriam davanti alla faccia, qualsiasi tentativo di fuga inutile, visto che lo sconosciuto, perfettamente a suo agio, giratosi per vedere chi fosse l’intruso, mi saluta con un sorridente: “Buongiorno!”. Io ricordo di aver biasciato una specie di scusa e un saluto, buongiorno o qualcosa del genere, e di aver chiuso la porta in mezzo secondo netto. Poi sono rimasta là ferma immobile con la mano ancora sulla maniglia e sono corsa in tutta fretta in camera mia solo dopo essermi resa conto che lo sconosciuto stava per uscire dal bagno.

Ho aspettato dieci minuti seduta sul letto, il tempo necessario per spegnere la mia faccia in fiamme, poi ho preso tailleur, calze, camicia e biancheria intima e sono corsa in bagno, stando ben attenta a chiudere a chiave.

Ne sono uscita venti minuti dopo perfettamente lavata, pulita, truccata, impeccabile come sempre, pronta per la colazione. Visto che non mi sembrava il caso di indugiare ancora per casa, ho deciso di fare un salto da Starbucks, e stavo giusto per uscire quando dalla parte opposta del salotto mi è giunta la voce familiare di Miriam che, salutandomi, diceva:

<<Luke mi ha detto che vi siete incontrati. Scusa, avrei dovuto dirti che non ero sola ma siamo tornati a casa alle cinque e tu sicuramente dormivi>>

<<Già Miriam, infatti. Non preoccuparti comunque, non importa>> ho replicato evitando il suo sguardo. Non la sopporto quando si comporta così. Quante volte le ho detto di avvertirmi se decide di portare a casa degli estranei? Insomma, non mi sembra di chiedere la luna. Basta anche un piccolo messaggio, tipo “Sto tornando a casa ma non sono sola. Baci M.”. Erano le otto di mattina e già mi aveva fatto incazzare.

<<Ti chiedo scusa perché so che ti dà fastidio. Ma non era previsto che lui venisse qui. Ecco perché non ti ho avvisato>>

<<Ok, ho capito. Tanto ormai lui è qui quindi c’è poco da discutere. Ora devo andare. Buona giornata>>

<<Grazie, anche a te>>.

Ho sbattuto la porta dietro di me con un colpo secco e, dopo un lungo sospiro, ho chiamato l’ascensore.

Dopo una veloce colazione da Starbucks, all’angolo della strada, ho chiamato un taxi e sono volata in ufficio, dove non ho fatto praticamente nulla né di costruttivo né di utile fino al momento in cui la mosca ha deciso di voler tastare le nuove, artificiali rotondità dello schianto numero uno dell’ufficio.


A volte penso che la gente si classifichi in tipi di serie A e tipi di serie B. Le persone come Serena ricadono decisamente nella prima categoria; questa ricomprende tutti coloro che sanno sempre cosa dire o cosa fare al momento giusto, non sbagliano mai, e sono tremendamente intriganti; si tratta di quel genere di persone che di solito fa strada nella vita, un po’ perché hanno fortuna, un po’ perché sono belle e intelligenti e sanno come ottenere quello che vogliono. Nessuno sa come, ma la loro capacità di cogliere l’attimo e sfruttarlo a loro vantaggio è semplicemente innata.

Poi ci sono i tipi di serie B, vale a dire le persone come me. Persone che fanno la loro parte, ma non riescono per qualche motivo a distinguersi tra la folla, e finiscono per confondercisi in mezzo. Siamo persone intelligenti, lavoriamo sodo, sappiamo il fatto nostro, ma forse ci manca quel tocco di personalità che ci permetterebbe di diventare dei tipi A. In pratica, persone mediocri.

E poi… beh, poi ci sono le persone come Miriam. E su queste non c’è molto da dire.

La verità è che, essendo consapevole del fatto che non diventerò mai un tipo A, a volte finisco per invidiare la mia coinquilina. La differenza fondamentale tra me e lei, oltre al fatto che caratterialmente non potremmo essere più diverse, è che lei si gode la vita per quello che le offre. Lei fa cose che io non mi sognerei mai di fare, non perché non vorrei, ma perché non ne ho il coraggio. Insomma, lei vive. Io… beh, io esisto.

E a volte, molte volte, soprattutto quando torno a casa dopo dieci, allucinanti, interminabili ore di lavoro, con la borsa strabordante di fascicoli, fascicoletti, copie di manoscritti, documenti dagli editori, e un mal di testa a dir poco lancinante, questo pensiero mi terrorizza. Mi trapassa la mente come un fulmine, e cercare di scacciarlo è inutile. L’unica cosa che riesce a tranquillizzarmi è il pensiero che, nonostante tutto, ho venticinque anni e lavoro per una delle case editrici più grandi di tutta New York City. E che per questo, prima o poi, conoscerò qualcuno che vorrà dare un’occhiata al mio racconto. Il mio piccolo, umile, timido capolavoro.

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