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Una storia di Barbarella49

Il fantasma del violinista

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35 minuti

Pubblicato il 25 febbraio 2020 in Thriller/Noir

Tags: #Amore #Confraternita #Fantasma #Mistero #Violino

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Quella mattina mi svegliai come di consueto di mattina presto, per fare i miei soliti esercizi mattutini di ginnastica. Era una mattina serena, di quelle che ti verrebbe voglia di uscire e godere di qualche bel raggio di sole. Ma a causa dei miei orari non avevo mai tempo, era già abbastanza se riuscivo a fare un po' di tapis-roulant. Passai un'oretta buona a correre, poi mi dedicai agli esercizi per la muscolatura. Annaspavo come un cane San Bernardo, avevo la gola secca, però una scarica di adrenalina mi pervadeva da capo ai piedi. Sentivo tutta l'energia scorrermi addosso, investirmi, per poi defluire via. Sapevo che dopo non sarei riuscita a reggermi in piedi dalla stanchezza. Ma quello era il mio momento e me lo volevo gustare fino in fondo, senza tante rotture di scatole, senza nessuno che ti gridava cosa fare e non fare. Mi fermai, andai a bere da una bottiglietta d'acqua. Guardai il calendario. Ma oggi era domenica, che sbadata non ci avevo pensato. Gongolai al pensiero che quella giornata sarebbe stata dedicata completamente a me stessa. Lo squillo del telefono mi distolse da questi pensieri.

Rimasi basita, quando sentii chi era. Da quanto tempo non ci sentivamo! Era Federico, il mio compagno di classe delle superiori. Classe 1973. Ci eravamo persi di vista e adesso chissà cosa voleva dirmi.

Dopo i vari convenevoli mi annunciò che ci sarebbe stata una rimpatriata e mi comunicò la data e il luogo dell'incontro. Immagini nitide mi scorrevano davanti agli occhi. Che bel periodo era stato quello. Li avrei rivisti volentieri i miei compagni di classe. Anche se ci eravamo persi di vista, però il pensiero c'era. Il luogo dell'incontro mi lasciò interdetta: la fantomatica "Casa del violino" a La Spezia. Ne avevo sentito parlare e ci sarei voluta andare, ma non era visitabile. Era necessaria un'autorizzazione e loro erano riusciti ad ottenerla. Era stato Federico, pensai, era lui che trafficava in queste cose. Anche ai tempi della scuola adorava il paranormale. Sì perché la casa del violino ha una particolarità. Sembra che sia infestata dallo spirito di un noto violinista, che si sollazza a suonare il suo strumento durante la notte. Molti l'hanno sentito e continuano ad udire il suono di quelle dolci note.

Beh, io ero contenta e gli dissi subito di sì, senza alcuna esitazione.

Poi chiesi chi eravamo e con mia grande sorpresa mi rispose che eravamo tutti.

Federico, un ragazzo dalla corporatura robusta, rosso di capelli e con le lentiggini. Era un po' goffo nell'andatura, era bravissimo a fare le imitazioni di Lilli Gruber. Federico, il ragazzo timido e studioso, che non esercitava alcuna attrattiva nelle ragazze, con quegli occhiali dalle lenti tonde, che gli coprivano metà del viso. Adesso era diventato un musicista, aveva trovato la sua strada.

Lo avrei rivisto volentieri e come lui tutti gli altri.

Questa rimpatriata era un'ottima idea.

Lo salutai calorosamente e ci mettemmo d'accordo, per risentirsi ed organizzarsi per l'incontro.

Ripresi a fare gli esercizi con maggior foga, poi feci una doccia ed uscii per andare al lavoro.

I prossimi giorni passarono veloci ed io contavo quelli che ancora mancavano al nostro appuntamento.

Finalmente arrivò il fatidico giorno. Staremo via una settimana. Ho preparato la valigia, sembra per un mese. È sempre così. Andiamo con diverse auto. Il luogo dell'incontro pattuito era la piazzola di un distributore di benzina, poco prima dell'autostrada. Mi preparai, indossando indumenti comodi ma freschi per il viaggio e partii piena di belle speranze. Del resto ero sola, non avevo famiglia, non dovevo rendere conto a nessuno. Eccoli là, erano già arrivati quando parcheggiai la macchina. Mi avvicinai, cercando tra quelle facce i familiari volti dei miei compagni. Qualcuno era rimasto sempre uguale, altri erano più invecchiati, comunque li riconobbi tutti. Eccoli là : Sara, Alessandra, Caterina, Federico, Stefano, Marino, Samantha, Costantino, Luisa. Osservai con attenzione un tizio calvo e pensai tra me e me: no, non può essere lui. Paolo era un ragazzino timido, ma con tutti i capelli, raccolti in un'artistica treccia. Non poteva essere lui! E invece era lui, aveva perso tutti i capelli. Si avvicinò a me e mi disse:

"Barbara, sei sempre uguale". Lo stesso non potevo pensare di lui. Tutti gli altri mi si fecero incontro. Baci, abbracci, e il "perché ci siamo persi di vista!" e che bella cosa rivedersi e via discorrendo. Ci raccontammo le nostre vite a pezzi e bocconi. In una settimana pensai che avremmo avuto tutto il tempo a nostra disposizione. Formammo le macchine. Io ero con Caterina, Stefano, Samantha, Luisa e Federico. Ero contenta perché avevo una cotta per Stefano. Mi faceva piacere rivederlo. Federico era tutto euforico. Parlava di tante cose, del suo lavoro di musicista, dei vecchi tempi e di quando ci divertivamo a scuola. Era uno spasso. Ripensandoci mi venivano le lacrime agli occhi. Quello era stato un periodo spensierato e senza preoccupazioni. Caterina era una ballerina e suonava il violino, Samantha dopo una laurea in economia, lavorava in banca. Tutti avevano trovato la loro strada, tranne io che ero sempre alla ricerca di qualcosa. Il mio lavoro non mi piaceva, non avevo famiglia e mi sentivo sola molto spesso. Quel giorno faceva caldo, l'auto divorava l'asfalto che appariva come bagnato in lontananza: il cosiddetto effetto Morgana. Ci fermammo per un ristoro all'autogrill. Federico mi si avvicinò :

"Barbara, ma tu cosa ne pensi di questa idea di trascorrere una settimana là? Hai un po' di paura?"

Lo guardai pensando che stesse scherzando. Gli detti un colpetto sulla spalla.

"Ma dai"- risposi ridendo." Non crederai alla storia del fantasma. Ma toglimi una curiosità. Perché avete scelto proprio quella location?"

"Sai com'è "rispose." I vecchi proprietari hanno da poco deciso di affittarla a singoli o gruppi o anche per eventi. Hanno deciso di ristrutturarla, però sempre con lo spirito di lasciarla il più possibile conforme all'originale. Questa storia del fantasma del suonatore di violino è da tanti anni che è in circolazione. Ci sono stati molti curiosi che chiedevano di visitare la casa e allora i vecchi proprietari hanno deciso di affittarla, così ci avrebbero guadagnato qualcosa.

Tu mi conosci bene, curioso come sono vorrei accertarmi se in certe leggende c'è un fondo di verità oppure si tratta solo di mere leggende metropolitane. E così mi sono detto: "Perché non andarci con i miei vecchi compagni di classe?"

"Certo, non fa una piega", risposi.

Risalimmo in macchina. Il sole era sempre più cocente, una palla infuocata, menomale che avevamo l'aria condizionata. Proseguimmo il viaggio nell'allegria generale. Quanti ricordi! Io e Stefano eravamo vicini, parlavamo del più e del meno, mi raccontava del suo lavoro: faceva il falegname. In effetti non aveva tanta voglia di studiare, alla fine aveva abbandonato gli studi.

Mi ricordavo di una festa in particolare a casa di Costantino. Mi ero ubriacata, bevendo solo qualche bicchiere di spumante secco ed avevo perso la testa come una scema. Avevo cominciato a stare male e Stefano mi era stato vicino tutto il tempo. Non ricordavo neanche più cosa mi aveva detto, ma mi era stato vicino. Davanti ai miei occhi, guardando fuori dal finestrino scorrevano panorami di colline e prati aridi. In lontananza iniziammo a vedere il mare, che si confondeva con il cielo. Ormai eravamo quasi arrivati. Percorremmo tutta la costa di La Spezia, poi ad un certo punto prendemmo una deviazione e la strada iniziò a salire. Ci inoltrammo su per tornanti, fiancheggiati da boschetti. La luce del sole filtrava attraverso le foglie ed i rami, creando giochi di luce. Era un luogo semi-deserto. Superammo il paesino di Sesta Godano, immerso nella campagna, dove vivevano solo 1325 abitanti. Il sole picchiava sempre più forte, noi eravamo accaldati e assetati. Fortuna volle che incontrammo una giovane a cui chiedere qualche informazione. La casa in questione la conoscevano tutti. Si trovava in cima al sentiero a poca distanza da dove eravamo arrivati. Risalimmo in macchina e proseguimmo per il sentiero in salita. Non udivamo nessun rumore, tutto sembrava sopito, annientato da questo silenzio, quasi innaturale. La strada stretta e in salita saliva ancora, fino a quando ci fermammo. Davanti a noi la casa violino. Pensavo fosse più grande.

Invece era piccola, si trattava di un'abitazione su due piani, dotata di una porta d'accesso di un colore verde pisello. Aveva un aspetto spettrale, che dava i brividi, forse sarà perché ero influenzata dalla leggenda del fantasma violinista. Davanti alla casa un pergolato e un albero di kiwi. Scendemmo dalla macchina. Eravamo tutti incuriositi, ci guardammo e poi aspettammo gli altri, che nel frattempo si erano persi.

"Eccoci qua" esclamò Federico, tirando fuori le chiavi della casa. Ci guardò tutti e poi vedendo le nostre espressioni preoccupate continuò:

"Suvvia ragazzi, non crederete alla faccenda del fantasma. Godiamoci invece queste giornate e via". Quindi ci fece cenno di dargli una mano con le valigie.

Eccoci qua, davanti al portone. Mamma, che emozione! Tra un po' varcheremo la soglia di una delle case più infestate d'Italia. Federico girò lentamente la chiave nella toppa, che nelle sue mani acquistò uno strano luccichio. Trattenemmo il respiro. La porta si aprì cigolando e alzando molta polvere. Silenzio, avvertimmo solo silenzio. Cercammo un interruttore della luce. Ecco, l'avevo trovato! Una luce a neon invase la stanza, si trattava dell'ingresso. Sui muri grandi ragnatele invadevano gli spazi e grossi ragni neri stavano in un angolo in agguato, aspettando le loro prede. Le pareti erano un po' ammuffite ed emanavano un odore forte di muffa. Spalancai prontamente le finestre. Ci sarà molto da fare qui nei prossimi giorni. Bisognava mettersi subito all'opera, se volevamo passare la notte qua. Continuammo la nostra perlustrazione. L'ingresso si apriva su un soggiorno disadorno, dove c'era un divano grande e una libreria, piena zeppa di libri, di ogni genere, come potei constatare. Mi ripromisi di leggerne qualcuno, appena possibile. Nella stanza adiacente c'era una cucina molto grande in legno, con un forno imponente in maiolica, che tuttavia aveva bisogno di una pulizia accurata. Per il resto aprii sportelli e trovai la più vasta collezione di pentole mai vista, ma che non erano usate da molto tempo. Lo si vedeva dalle ragnatele intessute sopra. Andammo a vedere gli altri ambienti della casa: c'erano anche tre bagni e le camere al piano superiore che erano arredate in modo spartano. In una di queste notai un armadio molto bello, finemente decorato. Io e Caterina incuriosite lo aprimmo. Dentro c'erano degli abiti ormai logori e appoggiato sulla mensola notammo la custodia di un violino. Toccai inavvertitamente la custodia e mi si trasmise automaticamente una vibrazione, che mi fece sussultare. Caterina, la violinista, con una sorta di timore reverenziale aprì la custodia e prese il violino in mano, lo appoggiò sulla spalla e iniziò a suonare una melodia struggente.

Le corde erano un po' logore e consunte, per questo il suono non era limpido e cristallino, ma un po' rauco. Feci segno a Caterina di rimetterlo a posto.

Forse il suo vecchio proprietario non era molto contento che qualcuno suonasse il suo strumento. Scendemmo di nuovo di sotto.

Ci dividemmo i compiti, per organizzarsi in modo tale che si potesse cenare e poi anche dormire qui.

Sinceramente non sapevo se saremmo riusciti a dormire, avevamo tante cose di cui parlare, che tutta la notte non sarebbe bastata.

Io e le ragazze ci mettemmo a pulire cucina, con detergenti che trovammo nel mobiletto e mentre facevamo questo parlavamo un po' di noi. Alessandra mandava avanti l'azienda di famiglia, possedeva una magnifica fattoria, dove organizzava eventi e corsi estivi per bambini, oltre a produrre vino ed olio. Ascoltavo affascinata e mi sembrava che l'unica vita non degna di nota fosse la mia. Sara era un'infermiera diplomata e lavorava nell'ospedale della città. Samantha lavorava in banca e Luisa faceva la ragioniera in un'azienda. Tutti avevano messo su famiglia, tranne io. Un'altra cosa che mi faceva sentire un po' a disagio. Chissà se ce l'avremmo fatta per la sera. Già mi immaginavo la scena di noi, seduti a tavola, con calici di vino alzati, che ripercorrevamo i nostri ricordi scolastici. Il giorno volgeva ormai alla sera e dalla finestra di fronte si vedeva il sole che, dopo aver percorso la lunga traiettoria giornaliera, si tuffava dietro ad una nuvola, per poi scomparire sotto la montagna. Avevamo quasi finito. I ragazzi si erano messi all'opera con scopa, spazzolone e secchio ed avevano pulito tutti i pavimenti e anche i bagni. Alla fine, stanchi ma felici, eravamo molto soddisfatti del nostro lavoro. Grondavo di sudore e con la mano mi scansai una ciocca di capelli dagli occhi. Fu allora che Stefano si avvicinò a me, mi prese una ciocca di capelli tra le mani, la profumo` e poi mi disse piano:" Hanno sempre lo stesso profumo. Il colore è diverso però. Ma ti dona questa tonalità, ti dona molto".

Ed io ovviamente ero lì che gongolavo, anche se mi imponevo di restare calma. Preparammo la cena in un clima molto conviviale, scherzavamo, ridevamo e qualcuno si divertiva a prendere in giro le scarse capacità culinarie di qualcuno. Alla fine rimediammo un sugo improvvisato con pomodoro, cipolla e basilico e per secondo carne mista con insalata e patate arrosto. A qualcuno era venuta l'idea di portare anche come dolce una cheesecake alla fragola. Cominciammo a bere un po' di vino, di produzione della fattoria di Alessandra. Era buono, quel liquido ambrato ti scendeva in gola, inizialmente molto dolce lasciava in bocca un retrogusto leggermente asprino. Ad un tratto sentimmo un urlo agghiacciante. Ci guardammo sbigottiti.

Il fantasma del violinista aveva colpito, pensammo guardando non più così tanto scettici al riguardo. Quando le persone del paese ci avevano raccontato di quello che succedeva di notte in quella casa avevo stentato a crederci. Loro riferivano di urla terrificanti, come quelle che avevamo appena sentito e poi sostenevano di aver sentito distintamente il suono di un violino, provenire da quella casa. In passato era capitato che qualche viandante in cerca di un riparo per la notte avesse trascorso la notte proprio in quella casa maledetta. Nel bel mezzo della notte uno di questi, che dormiva in una camera al piano di sopra era stato svegliato da uno strano rumore sordo, come qualcuno che bussasse alla porta, poi alzando lo sguardo aveva visto aprirsi l'anta dell'armadio e da questa uscire quel magnifico esemplare di violino, che aveva preso a suonare da sé. Figuriamoci lo spavento del pover'uomo. Era scappato a gambe levate. Adesso erano loro alle prese con questa storia. Si alzarono e cercarono un contatto tra di loro, prendendosi per mano e abbracciandosi. La paura infatti era tanta, anche se la parte razionale cercava di prevalere. Personalmente non ci credevo tanto a queste storie di fantasmi, pensavo che ci potesse essere sempre una spiegazione razionale a quegli strani eventi. Tuttavia la storia del violinista sfortunato, triste e malato, mi incuriosiva molto. C'è chi diceva che si era trasferito qui, per dimenticare un amore finito male o non contraccambiato. Fatto sta che ci volevo vedere più chiaro. Costantino anche lui appassionato di fenomeni paranormali voleva vederci più chiaro anche lui. Così decidemmo di dare un'occhiata alla piccola biblioteca. Forse avremmo trovato qualcosa. La biblioteca era piena zeppa di libri, catalogati per ordine alfabetico e autori. Cominciammo a sfogliarne qualcuno. Alcuni erano dei veri e propri cimeli storici. Trovai un libro che parlava di un violinista maledetto, che aveva venduto l'anima al diavolo al fine di diventare un musicista eccelso, che avrebbe ottenuto fama e gloria. Era il "Doctor Faust" di Thomas Mann. Nello sfogliare il libro mi cadde un foglio ripiegato per terra. Lo raccolsi, sopra c'erano scritte con una calligrafia un po' incerta queste parole:

"Al mio adorato Frank, il mio violinista preferito" seguito da un nome di donna, una certa Eva.

Mostrai il biglietto che avevo trovato ai miei compagni, che mi dettero una pacca sulla spalla, dicendomi: "Brava la nostra detective".

Ma in realtà avevo scoperto poco o nulla. Non avevo proprio idea di chi fosse questa signora, mentre il Frank al quale la missiva si riferiva era certamente il violinista. Per quella sera avremmo fatto tardi, con le nostre ricerche.

Dopo un po' Costantino si mise a gridare: "Guardate ragazzi cosa ho trovato e ci sventolo` davanti un foglio, a prima vista una lettera, scritta con una calligrafia diversa. Samantha prese la lettera e iniziò a leggere:

" Eva mia carissima.

I giorni sono tutti uguali, senza la tua presenza.

Mi manchi, ho cercato di dimenticarti, ma non ci riesco. Tutto quello che sto facendo, lo sto facendo per te. Ricordi quando mi dicevi che con il mio violino ti facevo volare in alto su nel cielo?

Adesso io vorrei continuare a farti volare in mezzo alle stelle. Non è possibile che tu preferisca quel bellimbusto, che non sa neanche suonare, a me. Dammi una possibilità, senza di te la mia anima muore e vive solo grazie al suono del mio amato violino. Ti assicuro che in breve tempo sentirai parlare molto di me e ti pentirai di avermi lasciato! Io che avrei potuto darti la gloria e la fama, ma che tu non hai voluto. Mi consumo tutti i giorni tra queste mura di questa vecchia casa e la mia anima è racchiusa in mezzo alle corde di questo violino. Ah non te l'avevo detto, ma è uno Stradivari, me lo ha regalato un signore che è diventato un amico, ma che da me pretende tanto. Ogni giorno mi consumo su queste corde, la mia mano è in grado di produrre virtuosismi eccezionali. Un giorno, mentre suonavo, era tale la foga mia, che ho perso i sensi. Perché mi hai lasciato? Perché hai preferito lui? Torna da me! Lui non ti può offrire niente, io ti posso offrire tutto. Vuoi anche il mio violino? Ecco, prendilo, è tuo! Questo è il mio pegno di amore per te. Tra un paio di settimane verrò a suonare nella tua città. Tu aspettami e io ne sarò onorato e felice. Purtroppo non sono stato molto bene negli ultimi tempi. Una tosse cattiva mi perseguita e a volte mi impedisce anche di suonare. Ma in questa casa, vicino al mare, spero di stare meglio. Nel frattempo io ti aspetterò e conterò i giorni che ci separano."

Baci

Tuo Frank


Ragazzi che ne pensate? chiesi.

È una lettera d'amore molto bella, replicarono le mie amiche. Un amore infelice, però. Poverino! Doveva amarla proprio tanto quella ragazza. E lei?

Insensibile e fredda come un pezzo di ghiaccio e implacabile. Il motivo per cui tizie del genere attraggono gli uomini, era ancora per me incomprensibile. Pensavo a quel povero violinista a cui la ragazza aveva spezzato il cuore. Si era rifugiato qua in questa casa, per fuggire da una delusione d'amore. La sua donna l'aveva tradito con un altro. Che cosa triste! Lei non l'aveva mai raggiunto e lui era morto nella più completa solitudine. Gli abitanti del paese narravano che il giovane non usciva mai di casa. L'unico segno della sua presenza era il suono del violino che riecheggiava nella valle.

Continuammo ad analizzare i libri, con lo stesso piglio analitico di un detective. Trovammo un'altra lettera, questa volta di Eva.

"Mio caro Frank, so che stai passando un momento difficile. Ecco ti vorrei dire che ti sono vicina, però non nel modo che pensi tu. I momenti che abbiamo vissuto insieme sono indelebili nella mia memoria ed è proprio questo grande affetto che provo tuttora per te a spingermi a dirti questo. Ti voglio sempre bene. Mi dispiace ferirti, ma l'amore è un'altra cosa ed io per te non lo provo più o non l'ho mai provato. Credimi, mi dispiace infinitamente provocarti un simile dispiacere, ma in cuor mio e se tu lo vorrai vorrei continuare ad esserti amica. Se tu lo vuoi, altrimenti capirò le tue ragioni.

Con affetto". Eva


Trovammo la risposta di Frank in fondo al libro, scritta in una bella calligrafia, su un foglietto.

"Mia cara, mi dispiace ma penso che un'amicizia tra noi sia impossibile, dal momento che provo per te sempre quell'amore travolgente degli inizi. Tuttavia, per non perderti del tutto, potrei anche acconsentire alla tua richiesta. Per ora non vorrei rivederti perché la tua vista mi farebbe troppo male. Sapere che non sei più mia mi mette addosso un'angoscia esistenziale, come se avessi perso una parte di me. Renditi conto del potere che hai su di me, mia amata, è un potere che mi spaventa ed è così forte da investire come un ciclone, tutto ciò che mi circonda. Cosa si prova ad amare più della nostra stessa vita una persona e non essere contraccambiati? C'è da diventarne pazzi. Per questo sono fuggito via e mi sono rintanato in questa casa, dove suono la maggior parte del mio tempo, dimenticandomi anche di mangiare.

Voglio diventare perfetto come Paganini, voglio raggiungere livelli così eccelsi, da passare alla storia e diventare un personaggio memorabile. Il mio violino è straordinario. È uno Stradivari ed ha un suono molto potente, tanto da chiamarsi "Dominante". Quando lo suono io e lui diventiamo una cosa sola, ma tu non puoi capire. Il tormento che sento per non averti più lo devo sfogare in qualche modo ed io lo sfogo suonando".

Ti aspetterò sempre a braccia aperte, quando vorrai venire.

Tuo Frank


Cavolo che storia! Pensai, guardando gli altri, che se ne stavano ammutoliti in silenzio. Mi chiesi cosa ne sarà stato di Eva. Il violinista lo sapevamo, era morto qui tra queste quattro mura, dopo una malattia atroce. Ma lei? Che fine aveva fatto? Un'idea si affacciò nella mia mente. E se cercassimo su Internet? Questa Eva forse era un personaggio di spicco, chissà. Ed infatti trovammo quello che cercavamo. Eva era un'attrice. Iniziammo a leggere la sua biografia. Ad un certo punto della sua vita si era sposata con un tenore, con il quale aveva avuto dei figli. Del violinista Frank c'era solo un vago accenno. Dicevano che avevano avuto una relazione burrascosa, poi interrotta perché lei si era innamorata di un altro. Era una farfallina come donna. Le piacevano gli uomini. Frank era quasi impazzito ed era stato ricoverato per un esaurimento nervoso in un ospedale psichiatrico, da cui era uscito dopo qualche mese. Ed era allora che era andato a stare in quella casa.

Un rumore ci distolse dalle nostre ricerche. Un'imposta stava sbattendo, sospinta dal vento che in serata si era alzato. Mi alzai per andare a chiuderla. Il cielo stava coprendosi di nuvole temporalesche che brontolavano in modo continuo, mentre si intravedevano saette veloci al loro interno. Cominciò a piovere forte e la pioggia in breve si trasformò in grandine, con chicchi grossi come noci. Il cielo fu illuminato a giorno da fulmini e saette. Uno di questi si schiantò qua vicino, provocando uno spostamento d'aria e una fiammata micidiale. Avevo sempre avuto paura dei temporali e adesso più che mai. Mi sentivo alla merce` di eventi più grandi di me e che mi causavano un timore spropositato. La debole lampadina che avevamo sopra le nostre teste, mandò un ultimo bagliore di luce e poi si spense. Era andata via la luce dappertutto, proprio quello che ci voleva.

E adesso? Con i cellulari, che avevamo a portata di mano cercammo delle candele e alla fine le trovammo in un cassetto e le accendemmo. Sotto la luce delle candele la spettralità di quel luogo aumentò in maniera esponenziale. Il suono struggente di un violino iniziò a diffondersi, una melodia nostalgica e tragica che faceva venire la pelle d'oca. Una saetta illuminò la stanza dove eravamo, seguita dal fragore potentissimo di un tuono. Eravamo bloccati lì senza energia elettrica, in quella notte da lupi. Però avevamo le candele. Cercammo di capire da dove provenisse quella musica. Non ci volle molto a localizzarla. Proveniva dal piano di sopra. Ci precipitammo, dividendoci in gruppi, ciascuno dei quali avrebbe perlustrato una delle tre camere. Il suono del violino tacque di botto. Un silenzio irreale ci piombò addosso, interrotto periodicamente dallo scrosciare della pioggia e dal fragore dei tuoni. Decidemmo di tornare al piano di sotto e di continuare la nostra ricerca in biblioteca. Libri su libri venivano sfogliati da noi attentamente, alla ricerca di qualche indizio, che potesse gettare luce su tutta questa vicenda. Ad un certo punto, mentre sfogliavo il libro Madame Bovary di Flaubert, trovai tra quelle pagine, un piccolissimo frammento di foglio, ridotto a brandelli. Sopra c'era scritto con una calligrafia incerta:

"Addio, mon amour"

Vorrei non dirtelo, ma il tuo non esserci è una non esistenza per me.

Tuo Frank

Un po' laconico, pensai.

Il violinista si era ormai rassegnato per la perdita dell'amata? Sembrava di sì. Era strano, ma provavo una sorta di empatia nei suoi confronti, mi dispiaceva per le pene dell'inferno che doveva subire a causa di un amore non contraccambiato.

Immaginavo lei al culmine del successo, circondata dall'ammirazione di chissà quanti uomini e questo povero diavolo che stravedeva per lei, che non meritava minimamente la sua attenzione.

Avrei voluto tanto conoscere un violinista, ho sempre considerato affascinante chi suonava questo strumento e per una serenata da uno così ci avrei messo la firma.

Ed Eva come aveva reagito, dopo aver letto quel biglietto? Cosa avrà pensato, sarà stata preoccupata oppure non poteva importargliene di meno? Lui perché le aveva scritto quel biglietto? L'aveva fatto con l'intento di farla precipitare lì a casa sua? Qualcosa era successo. Nella biografia c'era scritto che Eva era morta in circostanze misteriose, perché l'assassino non era mai stato trovato e non era mai stata trovata l'arma del delitto, con la quale l'assassino aveva infierito su di lei con 44 coltellate. Accidenti, che mistero. Certo che Frank aveva buoni motivi per avercela con lei, forse era stato lui.

Ad un certo punto la nostra attenzione fu attratta da uno strano sibilo, proveniente dal pavimento. Si trattava di un fischio, che ad intervalli regolari si faceva sentire. Guardammo meglio per studiarne la provenienza. Osservammo il pavimento. Le mattonelle erano in granito e in certi punti erano sbeccate. Notammo che la mattonella, da dove proveniva il fischio non era fissa, ma si muoveva.

"Un passaggio segreto" urlai, presa da un'eccitazione crescente. Costantino, Stefano e Federico si fecero avanti e cercarono di smuoverla. Alla fine presero un piede di porco e la sollevarono. Era come pensavo io: facemmo luce con le candele all' interno e sotto potemmo vedere degli scalini. Per scendere bisognava procedere carponi, facendo attenzione a non battere la testa. Anche se avevamo un po' di timore decidemmo di scendere. Federico andò a prendere una torcia, recuperata dalla sua macchina. Nel frattempo aveva smesso anche di piovere, ma la luce non era ancora tornata. Decidemmo di non scendere tutti, qualcuno doveva rimanere nella casa, nell'eventualità fosse successo qualcosa. Si andò per votazioni ed io fui scelta, insieme ad Alessandra, Sara, Costantino e Federico. Me la facevo sotto dalla paura. Federico andò per primo. I gradini erano tanti e bisognava fare attenzione perché erano anche scivolosi, a causa dell'umidità. Cercavo di fissare dritto davanti a me, guardandomi sempre i piedi, per non sbagliare. Un tanfo di muffa, unito ad un forte odore di fogna mi invadeva le narici, provocandomi ondate di nausea. Pensavo di svenire. I miei compagni erano concentrati nella discesa, che presto, speravo, sarebbe terminata. Lo squittio di un topo, proveniente da chissà dove, mi fece accapponare la pelle. Avevo l'impressione di scendere nelle viscere della terra, gli scalini non finivano più. Ad un certo punto Federico si voltò verso di noi e ci fece un segnale, per farci capire che eravamo arrivati.

Ci trovavamo in una stanza rettangolare abbastanza spaziosa, che fungeva da camera, ma anche da cucina. C'era un letto, con un armadio e un fornelletto a gas. Nella parete un buco, coperto da una grata, faceva defluire fuori l'aria. Un armadietto faceva bella mostra di sé, vicino al letto. Lo aprimmo. Dentro trovammo una scatola di scarpe, una custodia di violino vuota e vari manifesti. Presi da una curiosità crescente aprimmo la scatola di scarpe. Al suo interno trovammo ritagli di giornale, uno strano sigillo, consistente in un medaglione d'oro con su marchiata la dicitura "C. O. V. S." e infine, ma non ultime per ordine d'importanza dei fogli pergamenati, uniti insieme da un fiocco rosso. Si trattava di lettere, forse una corrispondenza segreta.

Quei ritagli di giornale parlavano di un 'epoca ormai passata, quella in cui erano vissuti il violinista ed Eva. C'era anche una foto di loro due, ai tempi d'oro del loro amore. Il violinista era osannato dai critici, che ne esaltavano la perfezione nell' esecuzione. Lo chiamavano il nuovo Paganini. C'era anche un articolo su Eva, ma a differenza del violinista, lei veniva descritta come un' attricetta da quattro soldi. Un altro ritaglio di giornale parlava della morte di Eva.

Ieri mattina alle ore 9 il corpo senza vita della signorina Eva Rimbaud è stato rinvenuto nella sua abitazione. A farne la macabra scoperta la signora delle pulizie, che andava a casa della signorina ogni martedì di ogni settimana, per svolgere tale servizio. La vittima è stata uccisa con quarantaquattro coltellate al petto. La signora l'ha trovata stesa sul letto in un lago di sangue. Nonostante la grande paura e impressione ha subito chiamato le forze dell' ordine, che si sono recate prontamente sul posto, per svolgere le indagini. Al momento c'è il più stretto riserbo e gli inquirenti non si sbilanciano. Oggi verrà eseguita l'autopsia sul corpo della giovane, che ci risulta essere stata un astro nascente del cinema.


Seguivano poi altri articoli:

La signorina Eva Rimbaud è morta prematuramente all' età di soli 25 anni. Secondo l'autopsia Eva è stata uccisa da una coltellata, che le ha reciso l'aorta. È morta dissanguata.

La signorina aveva una vita tumultuosa, aveva avuto molti amanti e attualmente stava con il famoso tenore José Carrera.

Gli inquirenti non escludono la pista passionale e stanno vagliando le testimonianze di tutti coloro che avevano fatto parte della sua vita, amanti e amici.



Altri articoli parlavano di Frank, il vecchio amore di Eva. Era lui il principale indiziato, ma la sera dell'omicidio aveva un alibi di ferro. Stava esibendosi in un concerto e aveva testimoni che avevano confermato in suo favore. Quindi ben presto le accuse, rivolte contro di lui erano crollate tutte.

Ci guardammo.

Ma allora chi aveva ucciso Eva? Stentavo a credere che fosse stato il violinista. No, era troppo ovvio, non poteva essere stato lui. Ma allora chi? E Frank, se non era lui il colpevole quanto aveva sofferto? E cos'era quel sigillo che avevamo trovato nella scatola? Aveva una qualche particolare importanza? Avremmo portato tutto su, quindi risalimmo le scale e appena arrivati raccontammo tutto ai nostri compagni increduli. Nel frattempo ci organizzammo per la notte. Avremmo rimandato tutto al giorno dopo, eravamo troppo stanchi.


I primi raggi di sole entrarono nella stanza ed aprii gli occhi, infastidita da tanta luce. Avevo dormito tutta la notte, alla fine la spossatezza aveva vinto sulla curiosità. Mi alzai stiracchiandomi, le mie compagne di stanza erano già uscite. Quando arrivai in cucina erano già tutti lì e un profumo di caffè iniziò a diffondersi, lasciando una piacevole fragranza.

" Allora dormiglione, hai dormito bene? Sei sveglia? Oggi ci aspetta una bella mole di lavoro", mi disse Federico avvicinandosi.

Presi una tazzina di caffè e mi sedetti al tavolo, ancora intontita, dopo una notte del genere.

" Cosa avete intenzione di fare oggi? Giochiamo a fare i detective?

Perché no! Avevamo una storia davvero interessante su cui lavorare. Dopo colazione ci mettemmo subito all'opera. Andammo in biblioteca, io aprii la scatola di cartone. Ci suddividemmo i compiti: io avrei letto le lettere, i ragazzi avrebbero fatto una ricerca su internet dello strano sigillo e le mie compagne avrebbero analizzato i ritagli di giornale.

Eravamo tutti smaniosi di scoprire il bandolo della matassa, che potesse far luce su tutta questa strana vicenda.

Sciolsi il fiocco che teneva legate le lettere. Erano tutte in carta filigranata ed erano molto sottili, quindi dovevo far attenzione a non sciuparle.

La prima era di Frank ed era indirizzata ad una Associazione di liutai di Cremona.

Gentilissimi signori,

Sono lieto di comunicarvi che il mio violino è un autentico Stradivari, del 1725. Purtroppo non posso acconsentire alla vostra richiesta.

Il violino non è in vendita e non sarà mai venduto per adesso.

Circa la richiesta da parte vostra di visionarlo, la mia risposta è sempre negativa.

Cordiali saluti


Frank era molto affezionato al suo violino. Ci credo che non lo volesse vendere.

Le altre lettere erano lettere di corrispondenza tra Frank ed Eva, nelle quali si ravvisava tutto l'amore di Frank per Eva e da parte di lei solo titubanze e timori per una relazione, che per lei era finita.

Trovammo anche una lettera di Eva nella quale lei ritornava sui suoi passi, perché con il fidanzato attuale le cose non andavano più tanto bene.

Iniziai a leggere con interesse.

Carissimo Frank, comincio ad avere paura. José è sempre più nervoso e incolpa me per qualsiasi cosa, anche dei suoi fallimenti. Da mesi dormiamo in camere separate. Una sera, che era particolarmente alticcio mi ha messo le mani addosso. Vuole sapere del tuo violino, perché è un collezionista, ma io non voglio dirgli niente. Non voglio traditi! Non ti dico quante l' ho prese. Per fortuna sono ancora viva.

Presto verrò da te, perché qua non ce la faccio più.

A presto e spero che tu mi perdonerai per averti fatto tanto soffrire.

Tua Eva


La lettera finiva così. Ero perplessa. Allora Eva ci aveva ripensato ed era tornata da Frank? Bella domanda. Di lettere non ce n' erano più.

Eravamo destinati a restare con il dubbio! Almeno avessimo potuto parlare con il fantasma! Lui ci avrebbe detto cosa era successo!

I ragazzi trovarono qualcosa d'interessante. Il sigillo da noi trovato apparteneva ad una famosa confraternita: la confraternita Onorata Violini Stradivari. Su Internet riuscimmo a carpire qualche notizia.

Si trattava di una confraternita, volta alla salvaguardia dei violini costruiti con le mani di quell'artista genio che era Antonio Stradivari, che aveva fatto della liuteria una mirabile arte. Purtroppo con la sua morte, avvenuta nel 1730 Stradivari aveva lasciato in eredità la bottega e con essa tutti i segreti ai suoi due figli Francesco e Omobono, ma alla morte di entrambi era stato l'altro figlio, tale Paolo, mercante, a rilevare tutto e aveva iniziato a vendere i suoi strumenti e fatti costruire altri che però non erano autentici, ma che spacciava per tali. Quindi per salvaguardare gli strumenti autentici del Maestro si era costituita questa confraternita. Il violino di Frank era autentico. Chissà dove l'aveva trovato. Decidemmo di tornare su a dare un'occhiata al violino. Aprimmo la custodia. Mi chiedevo come mai, se era effettivamente uno Stradivari, fosse sempre lì in quell'armadio, senza che nessuno lo reclamasse. Ilaria prese in mano il violino. Di fattura pregevole, aveva un bel colore ambrato. Stradivari li costruiva andando lui di persona a scegliere le legna più pregiate, nei boschi del Trentino e aveva ideato una miscela speciale per la vernice. Immaginavo il maestro, che chino sul suo banco costruiva quelle meraviglie il cui suono era meraviglioso. Notai una scritta all'interno del violino proprio sotto le corde. La scritta diceva:

Antonius Stradivarius Cremonensis

Faciebat Anno 1725


Allora era autentico! Pensai e sbalorditi ci guardammo. Quel violino aveva un valore inestimabile. Mamma mia che storia! E il fantasma si sarebbe ripresentato anche stasera?

Intanto dovevamo risolvere un caso di omicidio rimasto insoluto. Era per questo motivo, forse, che il fantasma del violinista non aveva pace.

Per quella sera decidemmo di fare una cosa che andava oltre ogni logica. A suggerircela fu Costantino. Ci disse:

"Ragazzi perché non facciamo una seduta spiritica?

In effetti ci sembrava un'ottima idea per due motivi: se quella casa era infestata e noi fossimo riusciti nel nostro intento, il fantasma si sarebbe palesato e se non aveva pace per la morte di Eva ci avrebbe svelato tutta la verità.

Passammo il resto del giorno, chiacchierando del più e del meno e rievocando i ricordi del bel tempo passato. La giornata passò in fretta, senza che noi ce ne accorgessimo. Dopo cena ci preparammo per l' evento. Era una bella serata quella, la luna piena splendeva nel cielo e ci illuminava da lassù, mostrando la sua eterna faccia e i suoi crateri. Dalle finestre entravano i raggi della luna, che illuminavano la stanza. Mi piaceva quell'atmosfera un po' magica, anche se provavo un certo timore. Ma sapevo, se esisteva, ed io ero scettica al riguardo, che avevamo a che fare con un fantasma buono. Ci sedemmo attorno al tavolo, creando un cerchio e preparammo un tabellone con le domande da fare al fantasma. Spegnemmo la luce e per creare atmosfera accendemmo le candele. Unimmo le nostre mani. Chiudemmo gli occhi e chiamammo Frank. All'inizio non sentimmo nulla, poi improvvisamente sentimmo un grande spostamento d'aria e subito dopo si senti` un gran fracasso di cose che cadevano per terra, il tavolo iniziò a muoversi, un urlo terrificante squarciò la stanza e subito dopo avvertimmo in modo chiaro il suono struggente di un violino, una melodia bellissima, che faceva accapponare la pelle. Il violino, che poco prima si trovava nella custodia al primo piano, apparve dinanzi ai nostri occhi e sotto il nostro naso, si mise a suonare da solo, guidato da una mano invisibile, che a noi non era dato di vedere. Frank era qui. Cercammo di parlargli.

Toccò a Federico, che non era nuovo di questi esperimenti.

"Frank se ci sei batti un colpo". Subito dopo sentimmo un colpo netto e chiaro. Federico continuò." La tua fidanzata Eva è con te? Se si batti un colpo, se no batti due colpi". Si sentì anche questa volta un colpo. Quindi Frank non era solo.

Eravamo vigili, ma terrorizzati. Non era insomma una cosa di tutti i giorni trovarsi a tu per tu con un fantasma.

Gocce fredde di sudore mi imperlavano la fronte, mi mancava il respiro, stavo per avere un attacco di panico.

Stefano mi prese la mano, rassicurandomi.

Quello che avvenne dopo ha del miracoloso, ma non me lo posso spiegare altrimenti. La luce evanescente della luna illuminò due corpi traslucidi, davanti a noi, che presero le sembianze di un giovane e di una giovane. Lui aveva un violino in mano. Rivolse il suo sguardo verso un punto imprecisato e iniziò a parlare.


Mi chiamo Frank, sono un violinista. Possiedo un violino Stradivari, che mi è stato donato in eredità da un mio parente. Faccio parte della Confraternita Onorata dei Violini Stradivari. Tutto il mio amore era per la musica e per Eva, ma lei preferì un tenore a me e lo sposò. Nel frattempo seppi che il mio violino aveva un valore inestimabile, perché oltre ad essere uno Stradivari, era l'ultimo fatto costruire personalmente dal maestro e quindi collezionisti senza scrupolo lo volevano e mi davano la caccia. Ma io non volevo venderlo a nessun prezzo.

Uno di questi era il marito di Eva, che iniziò a perseguitarmi e maltrattava Eva perché lei si rifiutava di dargli le informazioni, da lui volute in merito. Eva si precipitò da me una notte, piena di lividi. Non ce la faceva più a stare con un individuo del genere. Quella sera me la ricordo come fosse oggi. Rivedo Eva, in tutto il suo splendore, con uno dei suoi vestiti vaporosi fare irruenza in casa mia piangendo. Lei piangeva ed io cercavo di consolarla, colmandola di baci. Era da tanto tempo che non stavamo insieme. Ricordavo sempre il profumo della sua pelle, tutto di lei mi faceva accendere un fuoco dentro. Tuttavia lei era parecchio turbata e mi ci volle molto a calmarla. Alla fine facemmo l'amore con grande gioia di entrambi e lei pianse. Purtroppo quella serata aveva in serbo per noi amare sorprese. Qualcuno si introdusse dalla finestra e mentre stavamo a letto insieme fece irruzione con un coltello sguainato. Era José che inferocito reclamava la sua mogliettina. Mi dette un poderoso colpo in testa, tanto che persi conoscenza. Poi si avvento` sulla moglie e sguainato il coltello le sferro` la coltellata mortale. Quando ripresi i sensi Eva era lì in una pozza di sangue e José era sparito. L'arma del delitto era scomparsa.

Che orrore! Presi il corpo ormai senza vita e la riportai a casa sua. Certo era rischioso, ma non avevo altra scelta. Ed infatti tutti i sospetti ricaddero su di me. Ma quello mi importava fino ad un certo punto.

La mia Eva, come avrei fatto a vivere senza di lei!

Nei giorni successivi non mi dettero pace. Polizia e forze dell'ordine invasero la mia casa e anche i giornalisti, tanto che fui costretto a rifugiarmi in un bunker sotterraneo, quello da voi scoperto sotto la biblioteca. Non ce la facevo più, le persone iniziarono a sospettare di me, anche quando venne fuori che non potevo essere stato io perché avevo un alibi di ferro. Nessuno credette mai alla mia versione dei fatti. Il tenore era intoccabile.

José scomparve e non si prese nessuna colpa e andò a vivere in Brasile. Da quel giorno ho iniziato a struggermi perché senza Eva la mia vita non aveva più senso. Continuai a suonare, ma non mi davo pace. Volevo vendetta. Mi ammalai e presto abbandonai questa vita. Da allora il mio spirito vaga per questo castello, reclamando giustizia per Eva. In questa casa continuano a riunirsi i membri della confraternita di cui facevo parte ed il violino Stradivari è stato sostituito con uno finto, altrimenti sarebbe stato rubato.


Ascoltammo la triste storia del violinista, che alla fine scomparve in una pioggia di scintille, insieme ad Eva abbracciata a lui. Nel suo viso un'espressione di gratitudine eterna. Ecco spiegato tutto.

Adesso toccava a noi fare qualcosa. Avevamo la testimonianza di un fantasma e che quindi non era valida. Decidemmo di raccogliere prove e le trovammo nella corrispondenza di Frank, poi saremmo andati ad un giornale e avremmo raccontato la storia.

Fu una bella esperienza per tutti, e non la dimenticherò tanto facilmente. Al momento della partenza ci abbracciammo con la promessa di rivedersi presto. L'avventura che avevamo vissuto insieme ci aveva uniti ancora di più.

Qualcosa è cambiato. Ogni sera, prima di prendere sonno, le dolci note di un violino mi cullano ed anche la mattina presto vengo svegliata da una dolce melodia. Forse è Frank, chi lo sa.














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