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Una storia di MirianaKuntz

Zohra

INSPIRATA ALL'ACCADUTO INDIANO.

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20 minuti

Pubblicato il 30 giugno 2020 in Altro

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Zohra si trovava nella sua piccola stanza, quel giorno che fu venduta. Ciò che chiamiamo stanza, in Punjab è qualcosa di diverso rispetto a quello che si conosce. Nel villaggio indiano al limite con il Pakistan, le case sono fatte di paglia legno e ciò che si trova in natura. È un posto surreale, dove il selciato inesistente davanti casa, diventa il posto dove giocare con giocattoli invisibili. È lì che Zohra aveva trascorso i suoi primi otto anni di vita. Aveva fatto anche lei i suoi giochi semplici, fatti di bambole regalate ogni tanto -dai missionari- e di ramoscelli secchi al posto delle spade giocattolo. Si era fatta piccola, nello spazio dietro casa, quando a tre anni, la stagione dei monsoni l’aveva costretta a nascondersi di sotto, per non farsi affogare dalla pioggia. Suo padre, la aveva cercata in ogni dove, per poi trovarla tremante, nel suo buco di terra, sotto lo scrosciare intenso della tempesta. A sette anni, Zohra aveva già abbandonato le bambole omaggio e le spade invisibili, aveva imparato come creare degli impacchi naturali con il fogliame, come guadagnarsi la stima dei più grandi, e aveva persino imparato ad inventare storie. Era così brava, che ogni sera, i bambini del villaggio, unendosi in torno al fuoco, acclamavano le sue avventure fantasiose a gran voce. I suoi racconti erano vivi, ricchi di dettagli e cose che non aveva mai visto in vita sua. La sua immaginazione, non era solo quella di una bambina, la sua testa risultava brillante come pochi. Fu al suo ottavo compleanno, che al termine della sua ennesima storia, suo padre decise qualcosa che le avrebbe cambiato la vita. Zod, suo padre, era un uomo tutto d’un pezzo, ma non riusciva a nascondere l’amore per la sua unica figlia. A dispetto dei suoi amici, l’uomo aveva deciso di mettere al mondo un solo figlio, di qualunque sesso fosse stato, per concentrare le sue energie su di lui. Il resto della tribù, metteva al mondo figli che non poteva nemmeno permettersi di avere, così, essi avvizzivano, sull’atrio adiacente alla baracca, fino a sparire, morire, o diventare un tutt’uno con nulla del posto.
-Andrai a scuola- gli aveva detto papà Zod, avvicinandosi a sua figlia. La bambina aveva preso a saltare per tutto lo spazio circostante, ciò che ai bambini “dei posti normali” spaventa, per Zohra l’inizio della scuola, era qualcosa di entusiasmante. Anche mamma Axa era felice, nonostante questa grande notizia avrebbe allontanato sua figlia, forse per sempre. A Punjab studiano solo i ricchi. E la famiglia di Zohra, non lo era.
Il patto della famiglia Shah, aveva un presupposto imprescindibile: la bambina avrebbe aiutato con le faccende domestiche la famiglia propensa al suo acquisto, e in cambio, loro, le avrebbero permesso un’istruzione coi fiocchi. Non si trattava di una vendita in denaro, papà Zod non aveva interesse nel vendere ciò che lui stesso, con amore, aveva creato con sua moglie. La loro scelta era una di quelle per cui si prova sofferenza e gioia insieme. Al prezzo di un allontanamento, avrebbero permesso alla loro figlia, di diventare qualcuno.
Zohra stava dondolandosi sulle sue stesse ginocchia nella sua piccola camera quel giorno. Aveva compiuto otto anni da tre giorni, eppure le sembrava di essere diventata già grande. Suo padre le aveva detto di prepararsi per il grande giorno, che di lì in avanti la sua vita sarebbe cambiata, ma che il prezzo da pagare era solo uno: allontanarsi da loro, vivere in Pakistan, magari solo per la durata degli studi. Sembrava già grande, nei suoi vestiti regalati più grossi di almeno due misure, aveva i capelli un po’ cresciuti rispetto alle sue coetanee, e gli occhi vispi. Più sentiva discutere del suo futuro al di là della baracca, più aumentava i giri e la velocità del suo dondolare. Le sembrava come se il suo corpo fosse allacciato alla sua mente, in un moto costante irrefrenabile.
Lei aveva un piano, andare in Pakistan, studiare, diventare in fretta qualcuno, e poi tornare dalla sua famiglia per -farsi una casa come si deve-. In uno dei libri che le aveva letto un volontario di un’associazione italiana, si parlava di una casa fatta coi dolci. Ecco, quello era uno dei suoi sogni: maniglia di pasta biscotto, finestre di caramelle gommose, un letto fatto di soffice panna al profumo di pan di spagna. Non avrebbero mai più patito la fame. Per ogni finestra mangiata, ne sarebbe cresciuta un’altra, e poi un’altra ancora. Non conosceva ancora il suo futuro, a volte le sembrava di voler diventare un medico, altre volte di avere l’indole da insegnante, ma quello che le piaceva più di tutto, erano senz’altro gli animali. Aveva solo quattro anni quando imbattutasi in una scimmia bebè dalla zampa rotta, le aveva creato un sostegno di stoffa fatto con un suo vecchio vestito. La scimmia era guarita, e poi fattasi grande, era partita con il suo branco. Gli animali la rendevano felice, perché erano gli unici a parlarle in modo chiaro, anche se le cose che lei sentiva, gli altri, ammettevano di non riuscire ad udirle. Nei suoi sogni più grandi, Zohra, sognava di diventare una veterinaria.
I signori che l’avevano comprata, avevano promesso ai suoi genitori che alla loro unica figlia non le sarebbe mancato niente, a patto che ad aggiungersi alle faccende domestiche, ci sarebbe stata la cura per il loro primo genito di un anno. Il signor Zod, aveva incurvato le sopracciglia a tale richiesta, pensò che fosse difficile per sua figlia, che non si era mai occupata nemmeno di un fratello, avere cura di un bambino così piccolo, ma la signora che avrebbe preso il posto di Axa, disse, che in Pakistan era piuttosto comune che i bambini badassero ai bambini, perché nessuno meglio di loro poteva conoscerne le esigenze e il linguaggio. Quando vollero vedere Zohra, i due signori facoltosi, digrignarono i denti. Lei era una bambina tanto intelligente, quanto normale. Era sporca di terra sul viso e sui vestiti, perché per creare le storie -dei falò- doveva esplorare la giungla, per ricavarne idee. Nella sua tasca aveva dei fiori selvatici dal colore rossastro, conosceva la lingua locale, ma preferiva inventare sempre nuove parole, sperando che qualcuno potesse carpirne il significato. L’odore della baracca era piuttosto intenso, Zohra e i suoi genitori, infatti, come molti del villaggio, non avevano acqua potabile, ma aspettavano le grandi piogge per lavare vestiti e corpo. Quell’esserino non aveva fatto più un bagno da sessanta giorni.
Uma e Hassun invitarono la bambina a farsi avanti, esplorandola come si fa con le bestie. Il mugolio dell’uomo, sembrava un assenso più che un tono interrogativo. Quella sera stessa Zohra lasciò il villaggio di Kot Addu per non farvi più ritorno. Non le sembrò un addio, per quanto la lontananza dai suoi genitori le procurasse molta sofferenza. Eppure quell’ allontanamento sembrava l’unico modo per realizzare il sogno della casa dei dolci. L’abitazione dei due ricchi compratori era molto diversa da quella di Zohra. C’erano tappeti sui quali si poteva camminare solo da scalzi, grosse finestre da cui poter ammirare i lunghi spazi verdi, e almeno cinque stanze da letto. Alla bambina fu affidata certamente la più angusta, alla stregua di una servetta. La prima cosa che vide, fu un bagno caldo. Niente di male, se non fosse per il fatto che la domestica di casa, aveva il preciso compito di lavarle per bene ogni punto del corpo, in presenza del signor Hassun. L’uomo aveva arbitrariamente deciso di assistere, come se Zohra fosse una piccola bambola comprata al mercato nero. Più la domestica le strofinava il corpo, più l’uomo gridava di aumentare la forza. Ad ogni striata, il padrone, sembrava avere un’insolita erezione. -Se una bambina di otto anni può fare da serva e da balia, può di certo essere anche oggetto del desiderio- almeno questo, è ciò che pensavano gli uomini come lui. Quando la domestica ebbe finito di lavare Zohra, l’uomo le si avvicinò alla bocca, per sondarle la paura. Più il respiro della bambina si faceva corto, maggiore era il suo piacere. Gli sembrò di giocare con un topolino in trappola. Zohra era seduta su uno sgabello di un buon legno di faggio, teneva le mani a coprirsi il seno appena accennato tenendo le gambe serrate. Nonostante avesse solo otto anni, era sufficientemente grande per capire il pericolo in cui si imbatteva. Non era lo sguardo di un padre, o di uno che intende provare ad esserlo. Non assomigliava a papà Zod, non ne aveva le sembianze, non ne aveva il sorriso, neppure il tono gentile di pronunciare il suo nome: ciò che accomunava i due uomini era solo la folta barba grigiastra, ma se quella di suo padre nei suoi racconti, era un intricato sistema di rami e paglia dentro la quale nascondersi, quella del signor Hassun assomigliava ad una ragnatela mortale dalla quale starsene lontana.
Sullo sgabello a gambe serrate, la bambina, fu costretta all’ennesima umiliazione, i coniugi infatti, avevano deciso di tagliarle gran parte dei capelli, sia per accomunarla alle altre bambine del villaggio, e sia per sventurare il pericolo dei pidocchi. Ogni ciocca di capelli caduta dalla sua testa, le sembrava un pezzo di dignità che sgretolatosi sotto al sole, cadeva in mezzo al niente. Quando si guardò allo specchio, niente di quello che era, le sembrò rimandare indietro il riflesso. Era la solita bambina adulta, pulita ed ordinata, ma non c’era molto dei suoi occhi vispi su quella faccia pulita.
La signora Uma si occupò personalmente di mostrare a Zohra i luoghi dove trovare le cose per la pulizia della casa, l’angolo delle spezie, la dispensa, i grembiuli di servizio, e persino il pantano dove lei e l’altra donna di servizio avrebbero dovuto fare i loro bisogni. Nonostante i due avessero una casa con un wc moderno, preferivano godere da soli di quegli agi. L’unica cosa bella della casa per Zohra, fu la conoscenza di Odd, l’unico figlio dei due, che avendo il privilegio di essere nato maschio, non avrebbe mai dovuto subire tali barbarie. Odd era un bambino adorabile, per niente capriccioso. A Zohra sembrò per certi aspetti, l’ennesimo prigioniero di casa Kulso. Tutto sembrava stipato secondo un ordine maniacale: prigioniere le bottiglie, i vasi, i fiori finti, i tappeti, i grembiuli, le posate. Tutto quello che conteneva la preziosa casa sembrava gridare un motivetto di rivalsa. Anche Odd, gattonando verso la porta, sembrava sottolineare la sua voglia di fuggire via e crescere libero nella giungla. A zohra toccava dargli il biberon, cambiargli i pannolini, e dondolarlo se mai avesse avuto voglia di piangere. La signora Uma era impegnata tutto il giorno con le sue amiche altolocate a bere sciroppo di fiori e acqua di cocco. Niente la portava lontana da suo figlio, eppure la fuga, sembrava essere il suo unico desiderio.
Per Zohra non era un grosso fastidio badare ad Odd, forse gli unici momenti felici, erano quelli passati con il suo -quasi fratello-. Quando lo allattava, il piccolo era così sereno, che quasi sembrava dormire. Tra una faccenda e l’altra, i due, giocavano a chi raggiungeva prima un oggetto, in quel gioco improvvisato, chiamato -chi arriva prima vince un bacio- dove alla fine finivano per baciarsi entrambi, presi da quell’amore fraterno che nemmeno una gestazione avrebbe potuto creare meglio.
Fu la decima sera, quella in cui Zohra, sentitasi in pericolo, aveva escogitato un piano. Aveva trasportato il grosso comodino di legno massiccio fino alla porta e si era barricata dall’interno. Aveva sentito uno strano senso di pericolo, come se nell’aria ci fosse puzza di bruciato prima che l’incendio possa propagarsi. Quel piccolo ingegno, le sembrò salvifico, fino a quando la porta della sua camera spartana non iniziò a tremare, come se dall’altra parte ci fosse qualcuno a spingere. Il pomello ottonato urtava l’inserto di faggio del comodino, il rumore che tornava indietro, riecheggiava in tutta la stanza. Zohra rimase ad occhi spalancati, fino all’ultimo micro terremoto. Chi era dall’altra parte della porta, d’un tratto, smise di spingere e girare. La bambina tornò a respirare, chiudendo per metà gli occhi, dando le spalle alla finestra. Quando li riaprì, sentendo uno strano respiro affannoso affacciato sul suo naso, si trovò davanti il signor Hassun, il quale scavalcando la finestra aveva fatto irruzione in camera. L’uomo coprì la bocca di Zohra con la sua grossa mano pelosa. Negli occhi un vortice di desiderio simile alla furia degli orsi neri. La piccola provò a correre verso la porta, ricordando solo all’ultimo che proprio lei aveva reso quel passaggio completamente impraticabile. Con una serie di calci ben assestati provò a guadagnarsi del tempo prezioso per pensare ad un nuovo modo per fuggire, ma nessuno di quei colpi ridusse l’ira dell’uomo in una nuvola di fumo acqueo. Nella schiena sentiva il gelido impatto con il comodino di legno, una porta serrata dietro la quale non c’è via di fuga. Fu in quel momento che decise di arrendersi a qualcosa che aveva solo rimandato, fin dal primo giorno del bagno. Quell’uomo aveva una sola idea: se può crescere mio figlio Odd, può darmi allo stesso modo un ottimo piacere. Non aveva mai pensato all’amore, né al sesso, Zohra. I suoi anni, erano quelli della spensieratezza, o della fame, o delle corse nella giungla feroce. Non si era mai nemmeno mai immaginata come potesse essere un bacio dato ad un suo coetaneo, come facevano le sue amiche del villaggio. Per quanto fosse cresciuta in fretta, Zohra restava una bambina di otto anni. L’uomo aveva l’alito pesante, ed ogni volta che premeva le sue labbra contro quelle della piccola, produceva uno strano spasmo sdentato. Quando prese la sua piccola mano e se la portò dentro i pantaloni, Zohra aveva capito che non ci sarebbe stata tregua, che era caduta nella ragnatela del ragno cattivo, e sarebbe stata mangiata. La bambina si afflosciò sul pavimento, sotto i colpi di bacino di un uomo deviato. Sentiva un grande dolore propagarsi nel corpo, ma erano maggiore le ferite interne, rispetto a quelle di un corpo accartocciato sul pavimento. La sua infanzia, fece un salto sordo nel vuoto, fino ad essere inghiottita dalla bocca sadica di quell’uomo che avrebbe dovuto essere il suo secondo padre.
Al mattino, portandosi la mano al basso ventre, ancora distesa sul pavimento, notò che aveva perso del sangue, e quindi si sentì ferita, come quando correndo veloce nei campi, cadeva ruzzoloni nella terra secca. Quasi come a sentirsi degna di un premio guadagnato col sangue e il silenzio, corse di sotto, ancora sporca nel corpo, a riscuotere il suo regalo. – quando inizio la scuola?- chiese ai due padroni che sorseggiavano succo di frutta. I due risero fragorosamente, sotto l’urto di quella domanda reputata sciocca. Fu in quel momento che la rabbia cieca di Zohra dovette fare i conti con una crudeltà disumana. – mi ha fatto del male stanotte- disse gridando, col dito puntato verso quello che era suo marito. La donna alzando gli occhi dalla sua bevanda fresca, sorrise mestamente, scrollando le spalle. – male è ciò che noi adulti chiamiamo necessario- rispose continuando a sorseggiare. -i patti erano che mi avreste mandata a scuola in cambio di favori, ed io di favori ne ho fatti tanti- rispose Zohra allungandosi la camicia da notte sulla chiazza incrostata di sangue.
-niente di più di quello che altre hanno già fatto.-
L’uomo guardava la bambina con disprezzo, come se le sue parole avessero potuto turbare una tranquillità familiare che di fatto non aveva segreti.
-ora vai da Odd e dagli da mangiare, o nemmeno il cibo per i maiali sarà quello che ti tocca oggi.-
Dopo quel giorno Zohra aveva smesso di combattere, aveva dimenticato quanto fosse bello poter iniziare la scuola, che rumore facesse la risata di sua madre, e come fosse bello accarezzare la barba morbida di suo padre. Stava dimenticando la sua piccola stanza, e gli odori del villaggio, persino quanto fosse dolce giocare con le scimmie. Il suo unico obiettivo era quello di permettere ad Odd di crescere lontano da quei due. L’uomo aveva continuato ad abusare di lei, sotto gli occhi vigili di sua moglie, la quale vedeva quel rapporto sessuale, come l’unico compromesso per permettere alla vita famigliare di continuare a fluire. Non avevano niente che potesse assomigliare ad un padre e ad una madre. Erano solo due persone interessate al denaro, e ai piaceri effimeri della vita. Zorha aveva smesso con i comodini, le porte serrate, le gambe intrecciate. Ogni tentativo di salvarsi allungava un’agonia inevitabile. Sera dopo sera smetteva di essere una bambina, per diventare una pre adolescente distrutta.
Oltre le violenze, susseguivano le scale sporcate di proposito con umori e liquidi corporei, le cataste di piatti da lavare, i lunghi viaggi per recuperare un’acqua dal fiume che non sarebbe servita a niente, più di quella proveniente dal rubinetto di casa. La sua vita era fatta di dispetti e dolore. Non aveva mai provato neppure a scappare, quasi come un cane addomesticato che non si copre più la testa dal bastone, ma che accetta le punizioni più delle gioie. Non voleva dare alcun dolore ai suoi genitori, che di fatto, da sei mesi, non avevano più sue notizie. Se li era immaginata più vecchi, stanchi e soli. Non voleva aggiungergli alcun’ altra preoccupazione.
Al ritorno dal suo ennesimo viaggio al fiume, i due stavano contrattando con un commerciante di merci preziose. La compravendita si era conclusa con l’acquisto di due Ara Giacinto dalle penne viola blu. Zohra si era nascosta dietro la porta, osservando i due pennuti agitarsi nella grossa gabbia della sala principale. Erano due esemplari molto costosi, e difficili da acquistare. Provò una sorta di sollievo quando la signora Uma, pronunciando il suo nome, col suo solito tono di disprezzo, decise di affidarle un compito prezioso: prendersi cura dei due pappagalli.
Zohra ne rimase assolutamente affascinata, i due, probabilmente femmina e maschio, sembravano molto innamorati l’uno dell’altra, e persino di Zohra. Quando la bambina gli lanciava frutti e noci, i due animali, sembravano capire il suo dolore, e adagiandosi sull’asta della gabbia, strofinavano il capo in un abbraccio piumato simile ad una carezza. Zohra, quando nessuno sembrava stare a guardarla, giocava coi pennuti come se fossero le scimmie del villaggio. Le loro grosse ali, aprendosi, arrivavano a toccare i punti ossuti del suo corpo. Solo in quei momenti, oltre che alla presenza di Odd, a Zohra, sembrava di tornare in vita. Quando era con loro le capitava persino di sorridere.
A volte sembrava di riuscire a capirli, come le era successo con gli animali del suo villaggio. I pappagalli sembravano dirle – ci dispiace, ma siamo prigionieri come te- zompettando di qua e di là. Zohra li portava sulle sue piccole spalle, alzandole e abbassandole, come se i pennuti avessero bisogno di sgranchirsi le zampe. Odiava quella gabbia, ed odiava il suono che emettevano i suoi amici pennuti quando richiudeva la parte frontale con un -cric-.
Un giorno Odd era in un angolo della stanza, nel tentativo disperato di mettersi in piedi da solo, più ci provava, maggiore era il tonfo che producevano le sue cadute. Zohra lo osservava dimenarsi, in una fuga dal pavimento senza precedenti. Quando gli andò in contro, alzandolo di peso, gli sussurrò – ce ne andremo via di qui, te lo prometto- il bambino emise un ridolino simile ad un assenso. Mettendosi seduto, gli sembrò indicare i due amici in gabbia.
Zohra li osservò per un po’. La gabbia era diventata troppo piccola per le loro dimensioni, il capo urtava il soffitto di ferro, le zampe erano troppo larghe per un’asta di quelle dimensioni. Sembravano star male, rispetto ai primi tempi. Il loro colorito risultava sbiadito di almeno tre toni. A tratti sembravano puntare sulla grande finestra della sala grande, dove di fatto, la loro gabbia era stata installata per allietare l’arrivo degli ospiti.
Era successo con Odd, messo al mondo a prova della virilità maschile, e poi con lei, con la compravendita della sua vita, per testimoniare che qualunque cosa ha un prezzo, persino una bambina. In fine era toccato agli uccelli, messi lì in una vetrina semi aperta, per dimostrare l’agio familiare.
Zohra, portando gli animali sulle spalle, per l’ennesima volta, si rese conto di un fatto importante: Odd sarebbe cresciuto e probabilmente sarebbe andato via. Forse sarebbe successa la stessa cosa a lei, un giorno, ma i pappagalli sarebbero rimasti lì, fino alla fine dei loro giorni. Senza guardarsi intorno, senza pensare alle conseguenze, o a cosa inventarsi, diede un’ultima carezza ai suoi amici pennuti, per poi lanciarli liberi nell’aria, in un volo che le sembrò restituirle una boccata d’ossigeno pura. I due innamorati, volteggiando più volte ai confini della finestra, sembrarono cantare un grazie gracchiato, e poi scomparirono nel nulla, nella volta più celeste delle loro ali.
L’uomo che aveva osservato tutta la scena, nascosto tra le tende antecedenti l’entrata corse spedito verso la bambina, strattonandola per la manica consunta di quei vestiti vecchissimi.
-pensi che i soldi cadano dal cielo?- chiese furioso
-niente cade dal cielo signore, solo la pioggia.-
- e allora perché l’hai fatto?-
-Non ho fatto niente-
-hai liberato i miei uccelli. Sai quanto costano? cento volte più di te-
- me l’hanno chiesto loro-
-ah si?-
-la gabbia era piccola, stavano soffrendo-
-di sicuro non più di quanto toccherà a te-
Dopo quella frase, una serie di colpi costrinse Zohra a ripiegarsi su sè stessa. Quell’uomo che l’ aveva prima osservata nuda, poi violentata, ridotta a serva, adesso le stava portando via l’ultimo briciolo di vita e salute.
I calci le si piazzavano nello stomaco, i pugni sul viso le mandavano in fiamme la fronte. Ovunque provava a rigirarsi, le arrivava un colpo. Sentiva il sangue colargli da più punti del corpo, fino a quando l’uomo alzandola di peso non la lanciò verso la finestra, mancando il centro della caduta.
Zohra sentì le ossa spezzarsi, uno strano calore raggrupparsi verso la parte bassa della testa. Pensò a quanto fosse stato bello vivere i suoi otto anni di vita nelle braccia di sua madre, di come non si fosse mai sentita più in pericolo di così’, in una casa ricca ed agiata, di come facessero male i calci di un uomo adulto, più di quella volta che un animale selvatico le aveva dato un morso.
Nell’angolo dove lo aveva lasciato c’era ancora Odd che aveva iniziato a piangere, quasi a capire che la sua quasi sorella se ne stava andando via per sempre, senza libertà.
Quando lo stomaco le permise tre colpi di tosse, una chiazza di sangue stava già imbrattando il tappeto prezioso della sala principale. Prima che potesse gridare o muovere un muscolo, vide l’uomo avvicinarsi ancora una volta, e portarle le mani alla gola.
L’ultima cosa che vide fu la gabbia vuota, che in modo speculare si lasciava attraversare da un cielo blu cobalto. In lontananza le sembrò di vedere i due amici pennuti, che liberi, avevano portato una parte di sé nel loro volo. Le sembrò di tornare libera di nuovo, con le sue spade invisibili, le bambole di fortuna, e le macchie di terreno secco sui vestiti.
Provò ad immaginare per l’ultima volta una delle sue incredibili storie. Il sangue non c’era, i due che l’avevano comprata, avevano deciso di regalarla agli Ara Giacinto. I due pennuti diventando più grossi di almeno dieci volte, le avevano permesso di cavalcare a turno uno dei due. Avevano sorvolato il Gange, rivisto le scimmie e le fronde selvatiche. Aveva poi iniziato la scuola, suo padre e sua madre, la attendevano sulle scale d’ingresso. Adesso sapeva anche scriverle le storie, oltre che inventarle. Ma cosa più importante, gli animali erano tutti liberi nel mondo, e qualunque essere avesse bisogno di lei, poteva raggiungerla battendo il becco o la zampa.
In fondo al viale, c’era la sua casa fatta di dolci. Odd era lì ad aspettarla, insieme ai suoi genitori. Si era addormentata nel suo letto di panna, e al mattino, c’era odore di torta al cioccolato.


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