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Una storia di Purpleone

Un consiglio mai dato

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9 minuti

Pubblicato il 23 maggio 2020 in Avventura

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Ero alla Nasa da soltanto un anno e mezzo quando fui scelto per far parte del Team Mercury; sarei stato soltanto la terza scelta ma ne ero ugualmente felice. Negli ultimi tre mesi mi ero misurato con decine di potenziali candidati superando, di volta in volta, prove sempre più impegnative che inesorabilmente avevano decimato il gruppo iniziale. Così, dopo gli ultimi esami medici e i test finali, restammo solo in tre: io Ham, e altri due di cui non seppi mai il nome. Ancora tre giorni di duro lavoro, dissero, e poi qualcuno di noi sarebbe finito dentro un magnifico razzo che l'avrebbe sparato in braccio alle stelle.


1° giorno

Sto ancora sognando quando un omone in camice bianco mi scuote leggermente la spalla svegliandomi. Mi stropiccio gli occhi ancora assonnati e vedo che mi lasciato un vassoio con la colazione. Ho dormito veramente della grossa, scaricando tutto lo stress che mi aveva attanagliato nelle scorse settimane, e mi sento rinvigorito come non mai. Mi dedico a una stiracchiata di membra con i controfiocchi e (scusate la mancanza di creanza) a una non meno appagante grattatina al posteriore. Dopo aver terminato la colazione riecco l'omone di prima. Percorriamo senza dire una parola non so quanti corridoi, dopo di che spalanca una porta e mi invita, con un cenno, ad entrare. Faccio un passo avanti e…wow! Niente a che vedere con il posto dove avevo fatto i precedenti test: molti più uomini in camice bianco, macchinari sconosciuti ovunque e un via vai continuo da far venire il torcicollo. L'unico attrezzo che ben conosco (e che odio) è il braccio rotante per la simulazione della forza di gravità che sembra guardarmi dal centro della stanza. Mi ci siedo con consumata esperienza e mi lascio imbragare dai tecnici, poi chiudo gli occhi e mi preparo.

Non so per quanto tempo mi fanno girare perché a un certo punto svengo come un poppante; certo è, comunque, che una velocità così non l'avevo mai sperimentata. Quando mi fanno riprendere i sensi, vomito sulle scarpe del tecnico più vicino che fa un comico salto di lato, inalberandosi non poco. Cerco invano di scusarmi ma emetto solo dei patetici gorgoglii mentre mi accompagnano al lettino per gli esami medici di routine: battito cardiaco, prelievo del sangue, test sui riflessi e così via. Quando finalmente finiscono con i loro giochini sono veramente stremato. Fortunatamente l'omone di cui ora conosco il nome, Rod, si materializza al mio fianco per riaccompagnarmi premurosamente nella mia stanza. Gli esprimo riconoscenza con un sorriso stanco; da solo, in queste condizioni, non sarei in grado neppure di trovarmi le mani. Mentre chiude la porta, lo saluto con un cenno della testa e crollo sfinito sul letto. Al pomeriggio stesso trattamento. Poi cena e un sonno senza sogni.


2° giorno

Stessa prassi del primo giorno, e quindi non starò ad annoiarvi con i particolari. Sveglia al mattino presto, colazione e giro sulla centrifuga senza però svenire, vomito sul pavimento (questa volta) e sequenza di controlli medici. Il tizio al quale ieri ho vomitato sulle scarpe mi tratta con impazienza e scortesia. Sembra essersela legata al dito. Lo ricambio con un sogghigno strafottente mentre penso che, se fossimo in strada, calerebbe le arie a suon di ceffoni. Non sono un tipo irascibile o manesco e tutti me lo riconoscono ma, con certa gente, non c'è miglior medicina. Per fortuna il pomeriggio mi riserva una piacevole sorpresa: un intero cortile attrezzato solo per me. Un'appagante e intensa attività fisica è certamente da preferirsi a un'altra corsa sulla giostra. Cavolo, mi ci voleva proprio! Dopo infinità di salti, corsa e arrampicata sono veramente schiantato dalla fatica, ma è stato un vero sollievo potermi sgranchire braccia e gambe. Mi piacerebbe anche vedere gli altri due miei colleghi e scambiare con loro quattro chiacchiere ma, a quanto pare, questioni di sicurezza o di non so che altro, lo impediscono categoricamente. Ritorno verso la mia stanza sempre in compagnia di Rod che non mi perde d'occhio neanche per un momento. Dove crede che potrei o vorrei andare? Questo posto è un labirinto per sorci e mi perderei dopo aver svoltato al primo angolo sconosciuto. Quando rientro in cella (adesso mi sembra proprio così, dato che non c'è neppure una finestra), vedo che mi hanno già portato il vassoio con la cena e mi ci fiondo sopra senza ritegno. Sono veramente affamato. Più tardi arriva Rod a portar via il vassoio ripulito; mi lancia un cordiale "buonanotte Ham" e chiude la porta. Incrocio le braccia dietro la testa e poco dopo mi addormento.


3° giorno

A quanto pare stamane ho superato anche l'ultimo test! Dopo aver subito le identiche torture degli altri giorni, sono riuscito a non svenire e neppure rigettare la colazione sui piedi di qualcuno. A giudicare dalle pacche e dai sorrisi che tutti si scambiano, (tranne il solito tecnico) mi pare chiaro che sono andato alla grande. Il medico che ho accanto mi elargisce un sorriso pieno di denti e un "ok" col pollice in alto. Anche Rod, mentre mi riaccompagna, è in vena di complimenti e sorrisi. Consumo il pranzo con appetito e appagamento. Sarò anche la terza riserva ma è pur sempre una grande soddisfazione per un novellino come me.

Al pomeriggio mi scateno con l'attività fisica scaricando tutta la tensione di questi giorni. Rod sta in disparte con stampato in faccia un sorrisetto di compiacimento e viene a riportarmi in camera solo quando gli faccio cenno che sono sfinito.

Vado a letto, dopo una sostanziosa cena, con un senso di leggerezza e tranquillità che non provavo da tanto, tanto tempo. Ora non mi resta che aspettare. Non so per quando è previsto il lancio e invidio la prima scelta.


4° giorno

Mi son svegliato da poco e sto tranquillamente esplorando una delle mie cavità nasali quando, improvvisamente, Rod si affaccia alla porta. Nascondo rapido la mano colpevole e cerco di sorridergli maldestramente. "Come stai Ham?" mi chiede cordiale, poi mi fa un cenno e lo seguo lungo i corridoi che avevo già percorso i giorni scorsi, e che oramai conosco a menadito. Spero solo di non dover fare un altro giro sulla centrifuga.

Quando però superiamo la porta del laboratorio ed entriamo in un ascensore, lo guardo interrogativo.

"E' il tuo momento Ham." Mi dice lui sorridendo "La prima e la seconda scelta hanno preso l'influenza e non possono partire. Dovrai farlo tu"

Non riesco a emettere suono tanto forte è la sorpresa: da terza scelta che ero, sono diventato la prima. Entriamo in un altro laboratorio, con altri camici bianchi e altre apparecchiature. A questo punto sono talmente frastornato da non rendermi neppure conto che mi stanno imbracando nella tuta e assicurando al seggiolino. Dopo non so quanto tempo e un'infinità di mani che mi traficcano addosso, sono completamente immobilizzato e coperto di cavi colorati, catetere, e ogni altra cosa necessaria a tenere sotto controllo le mie attività vitali. Intorno a me un'attività frenetica oltre ogni dire ma, devo riconoscerlo, colma anche di parole d'incoraggiamento nei miei confronti. Tutto quel che avviene dopo è un poco confuso nei miei ricordi ma, quello che maggiormente è impresso nella mia mente, è il momento in cui il portello della navicella viene chiuso tagliandomi fuori dal mondo imprigionandomi nel ventre di un enorme razzo puntato verso il cielo.

Ora sento il cuore che batte all'impazzata e l'euforia di qualche ora fa si sta rapidamente trasformando in qualcosa di molto simile al panico.

Davanti ai miei occhi una quantità di lucine colorate sembra farmi l'occhiolino con la loro intermittenza. Mando giù una serie di respiri profondi e pian piano riacquisto un minimo di calma. Sento la vibrazione dei motori del razzo che si trasmette al seggiolino aumentare leggermente di intensità. Ho la vista parzialmente impedita dal casco e, immobilizzato come sono, riesco a malapena a scorgere l'oblò sopra la mia testa. Riporto lo sguardo sugli strumenti davanti a me e inquadro subito i numeri verde brillante che scorrono alla rovescia, segnando il tempo che mi resta da trascorrere sulla terra. Nel momento in cui le cifre diventano due, percepisco un forte aumento del rumore e delle vibrazioni poi, del tutto improvviso, arriva il momento dell'accensione di tutti i motori e lentamente prima, e sempre più rapidamente dopo, il razzo si stacca da terra arrampicandosi nel cielo. Chiudo gli occhi e cerco con tutte le mie forze di non svenire per l'accelerazione che è veramente potente. Sento il petto come schiacciato dalla mano più forte e gigantesca che sia mai esistita ma sono ancora cosciente e, in men che non si dica, vedo lo scorcio di cielo azzurro trasformarsi pian piano in un blu sempre più scuro. La mia postazione vibra e trema un'ultima volta poi, all'improvviso, tutto finisce di colpo. Le vibrazioni cessano e così pure l'oppressione al petto anzi, al contrario, subentra una leggerezza incredibile ma, soprattutto, nessun rumore. Silenzio assoluto. Solo le lucine davanti a me continuano la loro danza colorata. Ora, in tutta calma, realizzo che sono a spasso nello spazio; non riesco a trattenermi e scoppio in una risata di gioia che un residuo di paura trasforma in un mezzo ululato.

Col calare della tensione mi assopisco per non so quanto e, quando riapro gli occhi, non riesco a leggere bene i numeri verdi dell'orologio, a causa del casco che mi si è leggermente appannato, e quindi non ho idea di quanto tempo sia passato e quanto ancora dovrò restare quassù. Ora, superata l'euforia del primo istante, mi accorgo che la noia sta diventando un nemico sempre più presente e che non c'è modo di contrastarlo. Purtroppo questa è una missione completamente guidata dai camici bianchi che stanno sulla terra, e io non ho un accidente di niente da fare se non guardare dall'oblò. Succhio un poco di liquido nutriente e mi rassegno a questa forzata inattività. Sono di nuovo in un piacevole dormiveglia quando vengo svegliato da uno scuotimento forte e improvviso che fa tremare tutto l'abitacolo. Per quel poco che mi è concesso ruoto la testa e vedo che lo spicchio di terra incorniciato nell'oblò fino a qualche ora fa, adesso è scomparso: al suo posto un nero assoluto punteggiato di stelle ruota in maniera preoccupante. Mi accorgo anche che le luci non lampeggiano più. Sono tutte spente tranne una fila in alto che è diventata rossa. E il colore rosso non è buono.

La vibrazione aumenta e partono pure tutta una serie di suoni acuti e intermittenti che non fanno altro che portare il mio panico a livelli esagerati. Non so cosa fare e, anche se lo sapessi, non potrei farlo così imprigionato come sono. Maledette cinghie e cavi e cateteri.

Attraverso il casco sento un odore irritante che mi piglia alla gola e mi fa tossire. La causa deve essere quella nebbiolina fumosa che sembra venire da sotto il pannello degli strumenti. Qua si mette male penso sconsolato, e sarebbe stato meglio se l'influenza l'avessi presa io. Ho sempre più la terribile sensazione di partecipare a un esperimento che sta finendo nel peggiore dei modi. Infine, tutta la mia fiducia nei camici bianchi evapora all'istante quando vedo, forse per l'ultima volta, il pallino luminoso della terra allontanarsi veloce e diventare sempre meno visibile.

Mentre divento un sasso lanciato nel buio più profondo, penso ai miei genitori. Non li ho mai conosciuti ma sono sicuro che, se avessero potuto, mi avrebbero dato un unico imperativo consiglio: "HAM, NON FIDARTI MAI DEGLI UOMINI!".

Io invece ho fatto il contrario, e ora sono solo un povero scimpanzé perso nello spazio.


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