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Una storia di Nevia

12 confessioni di una quarantenne con istinti omicidi

Tutti siamo stronzi dentro, ma non lo diamo a vedere

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17 minuti

Pubblicato il 23 febbraio 2019 in Humor

Tags: #cattiveria #ironia #romanzo #sorte #suocera

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Prefazione

L’ironia divina

A volte mi chiedo se Dio ce l’abbia con me. Forse dovrei chiamarlo destino, la famosa pagina già scritta che racconta le nostre vite, dove il libero arbitrio è solo una fantasia e un’illusione scritta da mani umane, ma dettata da Dio.
Rimugino sul fatto che Dio sia ironico. Credo si diverta un mondo dalla sua poltrona di nuvole a guardare in televisione le nostre esistenze, quel che combiniamo e si diverte ancora di più a renderci la vita un inferno per gustarsi le nostre reazioni. Un film noioso non lo starebbe a guardare, non credete? Quindi bisogna un po’ animarlo questo polpettone di esistenza umana.
Penso che abbia deciso di fare di me il suo personale pagliaccio. Sempre che i clown facciano ridere, a me non piacciono per nulla. Sì, sono certa che con me si diverta un casino. Infila qua e là, a caso, nelle mie scarpe, quei sassolini duri e appuntiti ma di color marroncino cacca che noi inutili mortali chiamiamo “ironie della sorte”, quelle cose che capitano di rado alla gente comune.
A me capitano tutti i giorni.

Se non voglio incontrare qualcuno, mi ci scontro per forza. Poi sono costretta a fingere un sorriso di convenienza, simulare interesse per le palle che raccontano e gli autoelogi che ti sbattono in faccia, una cosa che detesto come niente altro al mondo. Sono costretta ad annuire e nel frattempo pensare ai cazzi miei perché in caso contrario non potrei sopravvivere a cotanta superbia.
E sapete chi è la regina della spocchia?
«Non ci frega», rispondete voi, ma io ve lo dico uguale. «Mia suocera!»
Ci sono donne che hanno l’immensa fortuna di ritrovarsi delle suocere fantastiche, che aiutano la famiglia, sia economicamente che occupandosi dei nipotini. Suocere che non aprono mai la bocca per criticare le cose fatte dalle nuore, ma che le elogiano e le fanno sentire accettate. Credo siano poche quelle così fortunate e io qualcuna la conosco. Poi ci sono quelle mogli che hanno avuto una botta di culo ancora più grande perché la suocera non ce l’hanno. La poverina è schiattata prematuramente. Lacrime a cascata, ovviamente false, e si continua a vivere in modo migliore di prima.
Quella sì che è una vera fortuna, meglio che riuscire a radunare le sette sfere del drago Shenron e vederlo comparire per esaudire i desideri!
«Lo so che è buona. La pizza come la faccio io non la fa nessuno», esordisce mia suocera con quella sua faccia grassa e un sorriso orgoglioso. Sembra un pavone che apre la coda colorata per mostrarla a tutti, nascondendovi sotto il reale buco di culo da gallina vecchia per il brodo, bello grasso.
Labbra che si tirano, cuore che batte all’impazzata, odio crescente che si agita nell’intestino con il rischio di stimolarmi una ventosità terribile – una scorreggia, tanto per essere più chiari - di quelle puzzolenti e vomitevoli come lei, fautrice del mio malessere. Commento, inghiottendo prima la rabbia: «Certo. Come te, nessuno».
Perché lei è brava in tutto quello che fa e anche in quello che non fa. È pulita, educata, sempre in ordine, profumata, cuoca eccezionale al pari di Cracco –per chi piace, io lo trovo odioso -, madre inimitabile i cui figli sono uno più fantastico dell’altro, nonna impareggiabile, vedova addolorata, credente timorata… meglio che mi fermi qui, avete inteso.
Sua maestà la Regina Madre dispone di finanze piuttosto sostanziose, ma è di quelle persone che il malloppo se lo vuole portare in bara, sotto metri di terra, per pagarsi l’entrata in Paradiso, in caso Dio non conosca la sua magnificenza e perfezione.
Vedova da qualche anno si è fatta ancora più fiera dei suoi figli, convinta che siano irreprensibili per il semplice fatto che la tengono ben all’oscuro dei problemi che le relative famiglie si ritrovano, tra cui anche questioni di droga. Ma lei è una madre unica.
La parola preferita di mia suocera è “schifo”. La usa in continuazione. Due sere fa, siamo andati da mia cognata a cena. Capita di rado perché abitano lontano. Lei, come il prezzemolo sempre presente nelle ricette, non solo di Cracco, si è autoinvitata. Quando ha notato il vecchio maglione di mio marito Sebastiano ha commentato con stizza: «Ah, che schifo! Ma buttalo quello. Non vedi come è diventato brutto? Fa proprio schifo».
La mia risposta, in verità anche quella di Sebastiano, è stata il silenzio. Non possiamo permetterci abiti nuovi, se abbiamo spiccioli li usiamo per i nostri due figli. Ma mia suocera non era soddisfatta perché tutto ciò che non è perfetto, profumato e pulito come lei allora è schifoso. Ha ribadito il concetto almeno una ventina di volte durante la serata e la parola più gettonata alla tavolata è stata… dai, indovinate? Sì, proprio quella: schifo.
La mia bastardaggine era propensa a rispondere: «Visto che il maglione fa tanto schifo, non ti dico di darci i soldi, prima che poi pensi che io li usi per altro, ma compralo tu un maglione perfetto a tuo figlio, noi non abbiamo i euro per farlo, al momento».
Non le risposi. Mi morsi la lingua e andai avanti. Con tutti i guai che abbiamo, meglio non accollarsi anche litigate furiose con una cicciona dalle guance paffute e rubiconde e la bocca velenosa da cui spunta la sommità biforcuta della lingua.
Primo istinto omicida: ogni volta che poso lo sguardo sulla falsa malata di mia suocera che ha, poverina, tutte le malattie del mondo. Finisce in pronto soccorso puntualmente una volta al mese per il solo desiderio di scassare le palle ai figli e alle nuore, per farsi coccolare da tutti e sentirsi tanto amata. Visite mediche periodiche a spese dello Stato, cioè a spese nostre, di tutti noi italiani che paghiamo le tasse anche per lei. Visita cardiologica, neurologo, ortopedico, senologo, ecografie varie, gastroscopia e non posso nemmeno dire che glielo infilassero nel deretano il tubo perché si fa fare per controllo anche quello.
Va bene. Accettiamo la sua esistenza e andiamo avanti. «Dopotutto», direte voi «ci sono tante altre cose belle nella vita».
C’erano. Ma i mali non vengono mai soli e quando qualcosa non funziona, il buon vecchio Signore sulle nuvole, di cui accennavo prima, sposta qualche sassolino per aumentare il divertimento.

Confessione numero uno

Una sventura non viene mai sola

«Voce del verbo c’avere», commento io, labbra tirate e sguardo che uccide.
«Sempre ironica, è? Non mi fai passare nessuno sbaglio.»
«Declinazione: Io c’ho; tu c’hai; egli c’ha; noi c’abbiamo; voi c’avete; essi c’hanno.»
Barbara mi guarda con rabbia. Tutti mi guardano così quando mostro il mio lato grammarnazi, ma non me ne frega nulla. Ormai sono al livello che se gli altri hanno problemi con me, fatti loro.
Una volta facevo di tutto per essere apprezzata, per non offendere le persone e cosa ho guadagnato? Acidità di stomaco, gente stronza che mi schiacciava sotto i piedi e rideva della mia bontà e la solitudine perché quella, che lo vogliate oppure no, arriva sempre.
Beh, io mi sono rotta della vita, più che della vita della gente che in questa maratona per la sopravvivenza ho incrociato. Ogni giorno mi alzo e sono incazzata con il mondo, ma non ero così prima, certo che no. Devo ringraziare tutti quei bastardi, opportunisti, sfruttatori ed egocentrici che mi hanno reso la vita un incubo. Mi hanno fatta appassire.
Barbara si allontana con il broncio sul viso e io la lascio andare. La lingua italiana è tra le più belle del mondo, difficile, lo ammetto, ma meravigliosa e quindi imparate a utilizzarla nel modo corretto soprattutto davanti a bambini che la stanno ancora assimilando e, se lo fanno nel modo sbagliato, non recupereranno mai.
«Mamma, ma si è offesa?» mi chiede Federico.
Alzo le spalle e sbuffo. «Fatti suoi. È lei ignorante, non io.»
Da quando sono disoccupata detesto ancora di più l’ignoranza e la superficialità. Gente che ha un lavoro ben retribuito, ma non parla e non scrive in una forma corretta, mentre io, con un curriculum di alto livello e una buona cultura generale, sono a casa a fare la fame e la cosa terribile è che la fame la fanno anche i miei figli.
Perché è così la vita di noi donne di quarant'anni in Italia: lavori, dopo aver sputato sangue per far carriera e godere di qualcosa di più del minimo indispensabile alla sopravvivenza, poi nasce il tuo primo figlio e tutto si rompe in frammenti taglienti. Devi scegliere se esserci come mamma oppure se essere realizzata come donna e io, come avrete capito, ho scelto la prima opzione. Ho lasciato la mia professionalità alle spalle e mi sono arrangiata schiacciando il mio amor proprio e andando a fare un umile lavoro di pulizie per un supermercato, sei ore al giorno invece che dieci, a volte undici, come buyer.
Ero contenta di potermi dedicare a Federico, ma non potevo immaginare che, cinque anni dopo quella scelta fatidica, cinque anni dopo pianti e tristezza in un buco in cui venivo trattata come merce fallata, lo stronzo del mio datore di lavoro mi avrebbe lasciata a casa perché – a suo dire - non poteva più permettersi di pagarmi. Verissimo, erano mesi che non mi dava lo stipendio pieno, ma per la sua vacca straniera che gliela faceva annusare e leccare – la patata, tanto per essere chiari -, per lei c’erano regali e viaggi.
Al solito.
Solita storia. Dio ci ha dato la vagina e fanno bene quelle che la usano nel modo consono e appropriato. Sbaglio io, ovvio. Per citarvi una frase che a quanto pare è vera: «Tanto una lavata, un’asciugata e tutto torna come prima».
Il buon Andrea Iodice, il mio ex capo e coetaneo, era passato dalla fidanzata storica, una psicologa bruttina senza sale e senza zucchero, una che dopo dieci anni di convivenza desiderava figli; alla bionda gattamorta dell’Est.
Lui di figli non ne voleva: «No. Assolutamente no. L’ho detto a Sabrina. Se proprio vuole fare pargoli, io le regalo pure il seme, ma poi se li smazza lei. Con questo lavoro, sempre qui e mai a casa, proprio non se ne parla», mi aveva confidato diverse volte, prima che la mollasse per l’altra. Indovinate un po’? La figa bionda ha già due bambini: un maschietto di sei anni e una femmina di due. Entrambi avuti dal precedente compagno, in verità il compagno contemporaneo ad Andrea. Un tipo pieno zeppo di soldi che se ne andava in giro con la BMW X5 e che non l’aveva mai sposata perché lei non voleva… chissà perché? Ma non ve lo spiego, sono certa che siate abbastanza intelligenti per arrivarci da soli.
La Slovacca, dopo un ficca ficca con tutti e due gli italiani, ha mollato il padre dei suoi figli e si è messa in modo definitivo con quello che non voleva pargoli e ora, il pirla, corre avanti e indietro per portare i due picciotti altrui a scuola e all’asilo. Si fa chiamare papà, se li coccola e li adora come suoi.
Per acquistare la cameretta nuova ai figli adottivi ha speso diecimila euro, perché lei si è tanto raccomandata: «Deve essere il mobilio migliore, passano dalla vita con il vero padre a questa nuova realtà e non devono rimpiangere nulla. Anche tu li vuoi felici come me, no?» Però i novecento euro per stipendiare la signora delle pulizie del suo supermercato – cioè la sfigata sottoscritta -, quelli non li aveva.
Peccato che io a oggi non abbia un lavoro buono che mi permetta di pagare il mutuo, le spese condominiali, la mensa di scuola, i vestiti ai miei figli – non per me -, il cibo per il cane, il materiale scolastico, le bollette, le medicine, devo andare avanti? Penso che sappiate bene quanto costi sopravvivere in Italia, cari lettori.
Sebastiano, mio marito, grazie a Dio o forse solo al destino, ha un lavoro sicuro, ma che non ci permette di colmare le spese e aver soldi poi per mangiare, anche. Già, un vero lusso mangiare, no?
Cosa faccio per sopravvivere? Pulisco una palestra due volte a settimana e faccio ripetizioni a un bambino della stessa scuola di mio figlio grande. Non ho una madre o un padre che mi aiutino a gestire i bambini o a pagare le spese. Entrambi sono morti. Qui arriva il bello: scrivo romanzi. Lo faccio perché adoro farlo, ma anche per vivere o meglio sopravvivere. Peccato che ci guadagni cinque euro al mese perché ciò che scrivo non è di moda. Non lo sapevate che oggigiorno è fondamentale scrivere cose che vendano tanto e non che siano qualitativamente buone. Poi scrivono tutti: cani, porci, uccelli e passere scopatrici. Alcuni nemmeno conoscono bene la lingua, come Barbara che utilizza il famoso verbo “c’avere” in tutte le frasi, comprese quelle dei suoi due romanzi sentimentali acquistati da un editore, pagati non tantissimo, ma quanto basta per la sopravvivenza di cui dicevo sopra.
«Ma che vuole questa?» vi domandate voi, dopo aver letto qualche pagina dei miei vaneggiamenti. Beh, ve lo spiego in due righe.
Non sto scrivendo per voi, perché qualcuno mi legga, magari mi apprezzi, anche. No. Scrivo per me stessa perché sino a ora come ghost writer e con vari pseudonimi ho scritto per gli altri e adesso è arrivato il momento che confessi tutte le mie colpe. Tutti gli istinti omicidi che sopprimo ogni singolo giorno di questa vita da fallita che mi trascino dietro. Vivo per loro: Federico, il mio primo figlio, e Fabrizio.
«E tuo marito?» mi chiedete con curiosità.
«Anche. Lo amo molto, ma lui non ama me altrettanto o non mi avrebbe cornificata con le sue colleghe zoccole. Una che sembra una vacca che ha appena finito di riempirsi la pancia di erba, le manca un rutto ed è apposto – sempre che le mucche ruttino -. L’altra, una povera depressa e infelice per il rapporto con il marito, che ha ben pensato di farsi il mio. Sì, lo so. Avete ragione, la colpa non è di quelle due troie, perché le puttane ci sono sempre state e sempre ci saranno, la colpa è del caro fedifrago che invece di riportare le chiappe a casa per amore della moglie, ha portato lingua e cazzo da altre.
Secondo istinto omicida: quando ho letto i messaggi whatsapp e ho scoperto il primo tradimento.
Dato che stupida non sono, anzi l’opposto… ho spiato il suo telefono con un’app. free scaricata da internet – se volete usufruirne, scrivetemi in privato e sarò lieta di condividere con voi i miei metodi da hacker - e ho scoperto molto altro.
Terzo istinto omicida: quando gli ho detto che sapevo e lui negava.
«Negare sempre», fu la sua risposta dopo che gli mostrai gli screenshot delle conversazioni. Ah, perché poi c’era una terza signora perbene che si stava lavorando per passare dai baci a molto altro.
«Come è andata a finire, lo hai lasciato?» vi state domando voi, curiosi come gatti.
No. Certo all’inizio volevo riempirlo di botte, e vi assicuro che ne sono in grado perché oltre che una bella donna sono anche una con la palle che ha imparato il karate da ragazzina. Ma dopo gli iniziali pugni e dopo diversi giorni di silenzio in cui contattai un avvocato per sapere come procedere per il divorzio – qui stendiamo il famoso e inflazionato velo pietoso perché per separarsi ci vogliono i soldi, e chi li ha? - abbiamo parlato e ho dovuto ammettere che parte di ciò che era successo era anche colpa mia. Oh, no, con questo non lo giustifico, ma certo posso dire di non essere senza peccato. Se non fai l’amore con tuo marito per mesi e quando lo fai sembri una bambola gonfiabile… beh… i maschi non sono come noi donne. Il pisello ce lo hanno fisso in testa e quindi posso capire che si è messo a cercare altro, pur amandomi – in teoria, perché ormai io non credo più a priori alle persone – ma perché ero cambiata tanto? Sempre per il punto sopra: essere una disoccupata squattrinata.
Se stai tutto il giorno dietro a due figli pestiferi, tutto il giorno alla ricerca sul web di proposte di lavoro, ogni ora a torturarti per la decisione sbagliata presa anni prima, ogni minuto ad ascoltare il tuo cervello che elabora le spese mensili e i soldi che ti mancano per saldarle tutte, la notte non dormi serena perché gli incubi ti torturano, l’ultima cosa a cui pensi è fare sesso. Quando vedi anche il tuo piccolo e miserabile sogno di portar a casa qualcosa con la tua passione della scrittura finire nella merda del tuo cane che almeno una volta al giorno la fa in salotto… non pensi ad abbracciare il povero maritino scontento e a farlo sentire importante. Scusate tanto, sono stata superficiale, vero?
In verità no, era una battuta ironica, la mia. Però le conseguenze sono state quelle citate sopra.
Ho maledetto le due zoccole a lungo ed ho immaginato prima di tirare loro i capelli, poi di morderle e alla fine di spaccare loro il naso. Sono stata tentata di andare dai rispettivi mariti e dire loro tutta le bella storia, magari facendo leggere le conversazioni che posso assicurarvi erano vomitevoli. Ma se volevo salvare quel poco di salvabile che c’era e c’è in questa mia miserabile esistenza, non potevo farlo o sarebbe stato inutile sforzarmi per far tornare insieme la mia famiglia.
Siete curiosi, lo so, quindi vi dico che io e Sebastiano stiamo recuperando bene come coppia. Finalmente abbiamo iniziato a parlarci davvero, dire i nostri problemi e confidarci come tutte le coppie dovrebbero fare. Sotto le lenzuola non siamo Mr. Grey e Anastasia, ma posso affermare di essere soddisfatta – cosa che prima non avveniva mai – e anche lui lo è molto, parola mia.
Cosa ho odiato tanto di quella situazione? L’ipocrisia, la falsità. Queste due donne che postavano foto dei loro mariti e commentavano felici: i nostri primi dieci anni insieme e poi mettevano agli sfortunati corna grosse e alte come quelle delle renne che a gennaio cadono per ricrescere con una ramificazione in più durante l’anno.
E l’altra? Quella famosa terza donna in lavorazione? Oh, lei è una religiosa devota. Tante fotine di Papa Francesco che consiglia amore e perdono, raccomanda di amare la famiglia. Dio, quanto ho riso. Lei che mostrava questo sui social e poi invece slinguazzava Sebastiano nella pausa pranzo.
Quanta falsità c’è in giro. Sono tutti così. Tutte le famiglie più belle viste da fuori sono le più marce dentro.
«Io il tradimento non lo concepisco proprio. Non esiste. Non tradirei mai mio marito e se lo facesse lui, non perdonerei mai», mi ha scritto una ragazza che conoscevo su facebook.
Certo, lei ha ragione! È un elefante di almeno cento chilogrammi, una faccia che somiglia a quella di Peppa Pig ma meno rosa, e anche una stronza piena di sé. Chi se la piglierebbe se non quello sfigato smilzo del marito, brutto come Renzi?
Facile parlare con prerogative simili e comunque in determinate situazioni bisogna trovarcisi per comprendere e per vedere davvero le reazioni che potremmo avere, a priori non è possibile, si può solo ipotizzare.
Non mi frega di essere corretta con voi, l’ho offesa perché è grassa? E allora? Lei ha offeso me perché ho anteposto la mia famiglia a tutto il resto e perché io sono in grado di perdonare e altri no. Come vi dicevo sopra non vi sto raccontando queste cose perché mi interessa il vostro giudizio. Non mi frega proprio. Se volete continuare a leggere, fate pure, mi fa piacere, se mi trovate troppo diretta e verace e non siete in grado di reggere una simile esplosione di colori, fate pure. Chiudete e amici come prima, anzi, sconosciuti come prima.
Sono politicamente scorretta e non sopporto più niente e nessuno.
Prima non ero così… oddio, prima ero solare, divertente e generosa. Ora ho la netta sensazione di trovarmi su un pontile a cui a un tratto sono stati tagliati gli ormeggi e se ne va con lentezza al largo, verso il mare aperto.

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