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Una storia di Gioppo

Storia di una paura

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14 minuti

Pubblicato il 19 marzo 2020 in Thriller/Noir

Tags: #Angoscia #Paura

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Questa è la storia di una paura.

Il ricordo più antico che serbo è sfuocato e confuso. Gli unici colori che lo animano sono il blu e il nero: blu è il palco del teatrino e nera è la figura mostruosa che vi sta recitando sopra. Nel mio ricordo non c’è altro; non ci sono i miei compagni di asilo nido, che pure devono essere stati seduti lì di fianco a me a vedere lo spettacolo di cui non ricordo assolutamente né la storia né il titolo, non c’è la maestra né il resto dell’edificio. Non c’è nemmeno il boccascena e il palco è come infinito, non ha una cornice. Ci sono soltanto il blu del telo che ne fa da fondale e il nero di questa figura. Nel mio ricordo mi guarda e mi sorride da vicino, come se fossi seduto proprio in prima fila, giusto ai piedi di questo mostro orrendo che mi sovrasta. Il suo sorriso pur lasciando vedere tutti i denti non è bianco, riesce a camuffarsi nel nero; l’immagine intera è come un’ombra, informe. Un’ombra vaga, indefinita, nebulosa, ma decisamente malvagia. Quel sorriso non è certo come quello della nonna che ti chiede un bacio prima salutarti e darti la paghetta, per nulla. Però non è neanche quello della disperazione e della pazzia di Max Cady in Cape Fear, che ride perché gode della sua vendetta ma lo riconosci subito che di lui non ti puoi fidare, che quello è matto da legare. Il riso del mio personaggio è più sobrio e se lui non fosse nero e grosso sopra di me credo che mi piacerebbe perfino. È misurato e terribile.

La prima emozione che ricordo è la paura.


Un giorno, molti anni dopo, ho avuto così tanta paura da non riuscire a mettere un piede fuori di casa. Quella paura lontana nella mia memoria, quella paura nera e blu, silenziosa, si è trasformata nel corso degli anni ed è cambiata, fino a diventare così. Paura di vivere. Ma anche paura di morire, naturalmente.

D’altra parte, è per questo che a me adesso piace stare in casa, mi ci sento al sicuro. Non sta tanto bene dirlo, me ne vergogno pure, però è così. Vivere nel mio piccolo mondo dove tutto va secondo i miei piani, secondo il mio tempo. È come se volessi sospendere il tempo del mondo di fuori: me e il resto, olio e acqua. Certo, ci ho messo tanto ad abituarmici, e non è stato semplice. Ma adesso sto bene.

Forse è per questo motivo che ho sempre amato le fiabe, fin da quando sono piccolo. Amo che tutto, nelle fiabe, sia tipizzato. La realtà mi è sempre parsa così complessa, così infinita nelle sue possibilità d’essere, da spingermi a nascondermi dietro dei modelli, degli schemi con i quali leggere la vita; da spingermi a vivere in casa, nella mia realtà, nel mio tempo. L’eroe, il cattivo, le prove difficili, il premio; un mondo in cui mi trovo al sicuro, che capisco. E poi, perché no, il brivido delle storie più complesse, che scardinano le certezze che ho accumulato fin ora. Lo stupore di leggere “Le mille e una notte”, in cui tutto sembra apparentemente stare sotto le solite regole, ma solo in apparenza. Nella testa ho sempre lo schema originario, il più semplice, quello a cui rimango aggrappato. Io non sono uno particolarmente interessato all’astrologia ma si dice che bilancia sia ordinato e preciso. Mi sembra che questa necessità di ordine, di schematizzazione mi appartenga da sempre.


Ricordo ancora quella prima volta in cui sono rimasto a casa per una settimana. Se ci ripenso, mi colpisce come tutto sia successo all’improvviso. A vent’anni. Dico all’improvviso ma in realtà, in quelle poche pagine che ogni tanto scrivo sui miei diari, serpeggiano sempre più spesso ombre inquietanti e le riflessioni che provo a mettere per iscritto tendono ad avere un epilogo pessimista ai limiti del macabro. Sono impregnate del patetico esistenzialismo tardo adolescenziale che a me colpisce tutt’oggi. Quando le rileggo qualcosa mi smuove ancora però, a distanza di anni. La morte. Scrivo sempre meno ma, quando lo faccio, è sempre per riflettere sulla morte, immancabilmente. Non sono mai stato uno ossessionato da progetti suicidi eppure da queste pagine si capisce come in quei giorni ci pensi tanto alla morte, in qualche modo devo sentirla vicino. Devo respirarla con naturalezza perché non ne parlo con toni melodrammatici o teatrali. Sembra piuttosto un nuovo interesse, come un libro che mi è piaciuto tanto e a cui penso ancora giorni dopo averlo letto. Cerco di darmi spiegazioni che mi tranquillizzino - in fondo sto diventando grande e non è mai facile, me lo hanno sempre detto tutti. E allora scrivo che da piccoli non si può pensare al suicidio perché le ragioni per commettere un simile gesto giungono solo con la grande delusione che può essere la realtà. Bisogna essere egoisti per salvarsi o insensibili per non soffrire. Scrivo di come finalmente mi renda conto che la morte tiene in sé una moltitudine di significati e valori diversi; pensare che non me ne ero mai accorto. Sono perplesso nel constatare come possa essere una liberazione dalle fatiche del vivere, per esempio. O possa essere considerata un peccato, una tragedia, una sconfitta o, chissà, una vittoria perfino. Prima non è che ci pensassi molto e, quando lo facevo, potevo al massimo osservare che fosse un mistero e una cosa lontana che mi spaventa. Mi torna in mente quell’ultima pagina da “Memorie di una ragazza per bene”, quando la giovanissima amica di Simone, Zazà, è stesa a letto, sul proprio letto di morte. Lei sa di stare per morire ma sorride. Si dispone alla morte con il sorriso e una rassegnazione positiva. “Non vi addolorate, mamma cara – disse: In tutte le famiglie c’è qualcuno da buttare via.” Piango.


Quella settimana di paura inizia con una passeggiata. Sono con Luca e stiamo dirigendoci verso l’università. Ci piace camminare insieme dopo le lezioni e chiacchierare di musica. Abbiamo gusti diversi e ci scambiamo suggerimenti d’ascolto ai quali difficilmente arriveremmo da soli. È l’ora di pranzo e pensiamo di andare a mangiare insieme alla mensa che c’è nella sede, in centro. La nostra succursale è a sud di Milano, parecchio in giù, e scherziamo sempre dicendo che è così triste che, se lo avessimo saputo prima, non ci saremmo iscritti a questo corso di laurea.

È l’inizio della primavera ma fa già molto caldo; arriviamo alla mensa che è affollata e caotica. File dappertutto, per il pranzo, per il caffè e perfino per sedersi ai tavoli. Noi in piedi con giacca e zaini. A me inizia a girare la testa e mi cala la pressione; non mi è mai successo con tanta intensità e mi spavento un po’. Non vedo più nulla, i rumori spariscono. Cerco di respirare con calma ma mi accorgo che non passa. Faccio un cenno a Luca e gli dico che ho bisogno di uscire altrimenti svengo. L’aria fresca del cortile mi fa bene, immediatamente. Mi riprendo in fretta e decido di tornare subito a casa perché non mi sento in gran forma, mi scuso con lui per lasciarlo lì da solo e vado, niente di grave.

Camminare mi fa bene, mi ha sempre fatto bene. Per la strada quasi mi dimentico dell’accaduto, mi distraggo. Penso che dev’essere stato un calo di pressione causato dal caldo e dalla calca della mensa, adesso vado a casa al fresco e torno a fare la mia vita. E in effetti torno a casa e sto subito meglio. Se c’è una cosa che credo di aver imparato fin ora è conoscermi e ascoltarmi. Questo imprevisto che mi ha colto di sorpresa non è poi tanta roba.

Però, quel pomeriggio, mi sorprendo quando ogni tanto mi torna in mente il “calo di pressione” del pranzo. È come se mi vergognassi di pensarci, come se non valesse nemmeno la pensa perderci un minuto, eppure lo faccio.

La mattina dopo mi sveglio e la prima cosa a cui penso è l’episodio di ieri, non me lo riesco a togliere dalla testa. Forse mi ha fatto tanta impressione perché non lo sento mio. Io, che sono cresciuto con il mito della ricerca del sé, dell’aderenza alla propria identità, dell’accettazione di sé all’improvviso sono vittima di me stesso. Ho speso gran parte del mio tempo a riflettere su chi sono e cosa voglio, a dare spazio alle mie emozioni più recondite, ormai credo di sapere con un sufficiente grado di approssimazione come funziono. Ed ecco che all’improvviso mi faccio lo sgambetto da solo. Inspiegabile.

Dev’essere questo che mi sconvolge, ma ci metto tanto per accorgermene. I giorni subito successivi all’accaduto non sono troppo preoccupato. È soltanto il terzo o il quarto che mi rendo conto con sorpresa che da quel pomeriggio non sono più uscito di casa. La mia occupazione quotidiana è studiare, quindi non è poi così strano che passi la maggior parte delle ore in casa, però mi colpisce che non sono più andato a far la spesa o a comprare le sigarette. L’ho fatto senza pensarci, senza premeditazione, però è successo. Ma ora che ci penso da allora non ho più fumato sigarette per paura che mi cali di nuovo la pressione; questo forse è ancora più incredibile. La sera, quando l’aria si rinfresca e mi sento tranquillo, fumo qualche canna guardando un film e sembra che stia bene, ma quando mi sveglio tardi il mattino dopo si ripete la stessa storia. Il primo pensiero che ho già mi frega. È rivolto a quell’episodio, è la speranza che oggi finalmente non ci penserò più, ma ci sto già pensando. Lentamente questo pensiero ricorrente si sta trasformando in un’ossessione ma io non posso saperlo perché non ne ho mai avuta una prima.


I giorni passano e il ricordo dello svenimento semplicemente non sbiadisce. Sempre più spesso mi ritrovo seduto sul divano, o al tavolo in camera con un libro davanti, ma un unico pensiero che mi invade la testa. Non so come liberarmene. Non è troppo diverso da come quando sono innamorato, che vedo l’oggetto dei miei desideri in ogni cosa che mi circonda: la parola di un amico mi ricorda all’improvviso una frase che lei ha detto qualche giorno prima, il vestito di una ragazza è dello stesso colore del suo e così via. In questo caso l’oggetto unico dei miei pensieri è quell’evento, sono le sensazioni provate durante quell’evento. Tutto me lo ricorda, ci penso sempre.

Inizio a monitorare sempre più spesso le funzioni vitali, il respiro, il battito cardiaco, la sudorazione, tutto ciò che può farmi presagire un nuovo calo di pressione. Non mi riesco a capacitare di come sia potuta succedere una cosa simile, a me, che mi vanto di conoscermi così bene, che so sempre come mi sento. Nella mia testa ogni piccolo cambiamento diventa un potenziale pericolo o nel migliore dei casi una distrazione al mio lavoro di monitoraggio del mio corpo. Più i giorni passano e più perdo il contatto con il mondo esterno. Non soltanto quello fuori di casa, ma tutto ciò che è all’infuori di me. Ormai quando vado a dormire ho smesso di sperare che l’indomani mi sveglierò senza pensarci più, mi sembra impossibile. Nell’arco di un paio di giorni la mia vita si è stretta intorno a me, non vede altro, non sente altro che me. Mi sto rassegnando.

Le migliori storie di paura hanno sempre a che fare con omicidi orrendi, stupri o violenze in generale, personaggi deviati ed eventi eclatanti e macabri. La mia paura è terribilmente quotidiana, prosaica. Non è spettacolare né avvincente. Da fuori non la si vede nemmeno.


Dopo una settimana non riesco più ad andare avanti. La mia vita è compromessa, non ho più cibo nella dispensa. È la metà di aprile e a Milano fa caldo. Ormai non penso letteralmente ad altro che al mio problema, che adesso si è ingigantito e ne comprende un’infinità di più piccoli. Mi terrorizza il fatto che non ho idea di come fermare questa cosa: credevo che sarebbe durata qualche giorno al massimo e invece sta peggiorando rapidamente. All’inizio ho interrotto le mie attività per qualche giorno, me lo posso permettere, ma adesso devo fare qualcosa. I miei genitori mi suggeriscono di andare da uno psicologo ma sono scettico al riguardo. La nostalgia e la tristezza per il mondo fuori mi confondono. Mi sembra che tutto viva, in queste calde giornate d’aprile: sento i gatti miagolare in cortile, vedo il verde delle piante che crescono e sento gli odori della primavera. Scrivo nel mio diario che percepisco un’aria di festa, immagino le persone che si parlano, che hanno tante cose da dirsi. Che escono finalmente dal letargico inverno e si svestono, le ragazze indossano le gonne e mettono in mostra le gambe, felici e lusingate di farsi guardare dal ragazzo che gli piace. Io sento soltanto l’eco di queste cose. Temporeggio sulla soglia di casa. Mi piace guardare fuori e immaginarmi com’è, ma ho bisogno di tempo, ho bisogno che l’eco che sento si allontani un po’, mi lasci respirare.

Ho capito che casa è la mia fortezza, l’unico luogo sicuro, dove un letto mi aspetta in qualunque momento dovessi sentirmi male e dove non possono accadere troppi imprevisti. Fuori sta il mondo. Mi faccio forza e programmo una tattica riabilitativa elementare che prevede un piccolo sforzo ogni giorno, un passo alla volta fuori di casa. Non posso sapere se mi trovassi in un bosco o in un prato come reagirei, ma in città non è facile sentirsi al sicuro: ciò che mi crea la maggiore angoscia sono gli altri, le persone. Non le persone che passano veloci in macchina o in bicicletta, quelle so che probabilmente non mi notano nemmeno. Mi fanno paura i pedoni, che magari mi passano a fianco parlando con un tono di voce forte e mi sfiorano il braccio con la giacca. Non so cosa potrebbe succedermi se uno di loro dovesse toccarmi ma solo all’idea mi manca il respiro e affanno. Per questo motivo le prime passeggiate fuori guardo basso e vado per la mia strada, cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno. Una paura quasi impalpabile, sottile e costante. Paura di immaginare una vita recluso in casa per l’angoscia di uscire fuori e incontrare gli altri. Una cosa è l’angoscia che provo nelle mie brevi passeggiate all’aperto, con il costante timore di entrare in contatto con qualcuno, il timore di svenire, del caldo. Un'altra è la paura di accorgersi di calmarmi soltanto quando varco la soglia di casa mia, la paura della rassegnazione a una vita disadattata.

Di che colore è la paura? Forse nera, come il buio? L’uomo nero, le streghe vestite di nero, il gatto nero. I ragni sono neri e io ho il terrore anche di quelli. Da piccolo avevo scoperto che mia zia non poteva andare in ascensore perché aveva paura di rimanerci chiusa dentro. Allora mi avevano spiegato cosa era la claustrofobia e anche l’agorafobia. A me sembrava impossibile poter aver paura degli spazi aperti perché il sole mi faceva sentire sicuro. Se ci vedo, cosa dovrei temere?

In quei giorni la mia paura però funziona all’opposto, come una fotografia sovraesposta e dai colori troppo saturati. Il contrario del nero e del buio. Tutto è acceso, bruciante e per questo mi sconvolge.


Più passano i giorni e meno sfide mi sento in grado di affrontare. La stanchezza si sta accumulando e io piuttosto che recuperare energie sono sempre più sfinito. Ho la sensazione di poter perdere il controllo in ogni momento.

Ormai ogni azione che mi propongo di fare è resa complessa dalla mia paura; qualunque cosa potrebbe andare storta ma soprattutto sono io stesso ciò di cui provo più paura. Cosa sono diventato per non potermi fidare a tal punto di me? Come è stato possibile che ciò di cui andavo più orgoglioso, la mia capacità di ascoltarmi e comprendermi, mi abbia deluso così decisamente?

Il risvolto tristemente positivo di quel momento orribile è che da allora mi sono rassegnato. Ho smesso di sperare che sia stato soltanto un calo di pressione di qualche settimana prima a farmi andare leggermente fuori strada, e che stia per passare tutto. Non spero più di svegliarmi l’indomani sentendomi molto meglio, pronto per tornare a studiare come sempre. A modo mio sto affrontando il difficile compito di accettare la realtà. Accetto di cambiare idea di me, di cambiare identità. Questo tempo che sto passando sta stravolgendo la mia concezione del mondo e di me stesso, devo cercare di adattarmi.

Penso che l’unico evento che nella vita mi ha stravolto altrettanto la concezione del mondo sia stato il primo amore, che ironia. Non quello per la mamma o per la prima fidanzatina delle scuole elementari; il primo amore carnale intendo, la prima scopata. Forse sono troppo romantico ma mi piace pensare che quella volta sia stato speciale e unico, non fatto tanto per perdere la verginità e sentirmi uguale agli altri. Da allora non ho più guardato le cose nello stesso modo, i miei valori sono cambiati, il modo di pensare. Così è stato consumare l’amore per me.

In questa settimana a casa io ho consumato la paura, mi ci sono abbandonato e non sono mai più stato lo stesso. Non ho mai più guardato a una persona nello stesso modo, non ho mai più passato un giorno senza pensarci.


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