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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 169 - La sacralità della memoria

66 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 11 novembre 2020 in Horror

Tags: #Introspezione #Morte #Romanzoapuntate #Splatter

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I miei piani per quel centosessantanovesimo giorno di limbo erano già chiari.


Quel giorno – proprio quel giorno – avrei tentato di ristabilire un contatto con le persone a cui volevo bene.


Il pensiero di rivedere coloro a cui ero maggiormente legata mi spaventava: e se qualcosa fosse andato storto? Non credevo che avrei sopportato la delusione. Così, invece che dalla mia famiglia, scelsi di partire da Mara, una ragazza con cui lavoravo ormai da qualche anno.


O meglio, con cui hai lavorato per qualche anno, mi corresse una voce caustica nella mia mente.


Decisi di non stare a sottilizzare: avevo altro a cui pensare, e poi l’idea di parlare finalmente con qualcuno a cui ero affezionata, be’… mi elettrizzava.


Pessima scelta di parole, Rose, intervenne la stessa voce di prima. Hai forse dimenticato il nostro secondo giorno?


Al riemergere di quel brutto ricordo, una smorfia altrettanto brutta mi torse la bocca. Già, la mia era stata proprio una pessima scelta di parole: la prossima volta sarei stata più attenta. Non volevo certo sciupare il buonumore e quel rinvigorente senso di trepidazione riportando a galla le immagini orribili delle mie precedenti morti!


Senza perdere altro tempo mi preparai e uscii rapidamente di casa: ero disposta anche a tornare al lavoro, pur di vedere di nuovo dei visi amici!


Pur sapendo di dover morire – e quindi di non essere obbligata a lavorare – ero consapevole che per gli altri non fosse così; la loro, di vita, si dipanava in modo regolare. Mi ritrovai costretta ad aspettare la pausa caffè, per fare quattro chiacchiere; ma anche allora, di Mara non c'era neanche l'ombra.


Un vago senso di malessere mi strisciò nello stomaco. Che la Signora delle Perle avesse, in qualche modo, tenuto traccia dei miei piani – dei miei desideri – e si fosse attivata per sabotarli?


Mi diressi verso l'ufficio che Mara divideva con un'altra collega e feci capolino dalla porta. Un sospiro di sollievo mi sfuggì prima che potessi trattenerlo: Mara era lì, intenta a lavorare, con la fronte aggrottata e lo sguardo fosco fisso sullo schermo del computer.


«Ma non è possibile!» strillò all'improvviso, sbattendo una mano sulla scrivania.


«Ehi» intervenni dalla porta. «Tutto bene?»


Lei mi rivolse un’occhiata di sbieco, poi tirò fuori un mezzo sorriso. «Insomma» rispose. «Ho fatto uno sbaglio nell'ultimo ordine e se non riesco a sistemarlo, mi toccherà sentire un sacco di lamentele dai piani alti. Lo sai quanto sono odiosi, no?»


Avrei voluto annuire, mostrarmi partecipe, ma una parte di me proprio non ci riusciva: quello di cui parlava Mara era un dettaglio così sciocco, così banale e piacevolmente privo di importanza che mi scoprii a invidiare la sua ingenuità.


Senza contare che un po' se la cerca, aggiunse una voce impietosa nella mia testa. Sbaglia qualcosa, quanto? Due volte a settimana? Quante volte le hai tolto le castagne dal fuoco negli ultimi tre anni, Rose?


Misi a tacere quella parte di me tanto cinica.


«Che ne dici se oggi ci concediamo un pranzo come si deve, invece del solito panino qua sotto?» proposi invece. «Poi, quando rientriamo, vedo di sistemarti quell'ordine».


Mara sorrise all'istante. «Sarebbe un bel cambiamento. Ci sto!»


Un paio d'ore più tardi, allo scoccare della pausa pranzo, ci scaraventammo fuori dall’ufficio e verso casa della mia collega, che distava solo un paio di isolati.


«Cosa vogliamo preparare?» chiesi mentre Mara iniziava a tirare fuori pentole e padelle.


«Apri il frigo e vediamo che possiamo inventarci» rispose lei.


Come al solito avevo sottovalutato la Signora delle Perle. Anzi, diciamo piuttosto che mi ero felicemente dimenticata della sua scomoda presenza nella mia vita.


La cucina di Mara sembrava uscita da una rivista di arredamento. Spaziosa e bene arredata, era piena di elettrodomestici, tra cui troneggiava l’enorme frigorifero a due porte: quello era un mostro, davvero.


In ogni caso il frigorifero non avrebbe attirato più di tanto la mia attenzione, se lo sportello di destra non avesse fatto resistenza.


«Ma che fa il tuo frigo, ci boicotta?» ridacchiai.


«Oh, ogni tanto lo fa» rispose tranquilla Mara dopo aver appurato la natura del problema con un rapido sguardo. «Il tecnico dovrebbe venire a sistemarlo questa settimana. Tira più forte e si aprirà».


E io feci come mi aveva detto lei: tirai più forte. Una volta. Due volte.


Alla terza volta, il frigorifero mi franò addosso in un nanosecondo.


Trovarmi schiacciata non era una novità: tutt’altro. Dopo che ero stata seppellita da quei dannati tubi di cemento, il quarto giorno, un frigorifero non era poi granché: potrei tranquillamente affermare che fosse un peso piuma. Ma comunque un peso piuma abbastanza consistente da uccidermi.


Nella caduta ero finita con la testa voltata verso destra, quindi avevo due piccolissime consolazioni. Primo: la mia faccia era ancora intera. Secondo: riuscivo a vedere qualcosa. Niente di che, giusto un pezzo di pavimento, la parte inferiore dei mobili che avevo davanti e una porzione di muro, ma sempre meglio di niente.


Sentii le grida allarmate di Mara, ma non potevo parlare. Mi girò intorno; vedevo i suoi piedi apparire e scomparire dal mio campo visivo mentre smettevo di respirare e, per quel giorno, morivo. Poi si accovacciò e sbirciò nel piccolo spazio in cui era incastrato il mio corpo.


Incredula, vidi il suo volto atteggiarsi a una smorfia di profondo fastidio.


«E ti pareva. Proprio oggi dovevi morire?» sbuffò al mio cadavere. Purtroppo per lei, non sapeva che ero ancora lì e che potevo sentirla. Sbatté una mano a terra. «E adesso quell'ordine chi me lo sistema?»


Ma tu guarda che razza di strega, non potei fare a meno di pensare. Invece di essere dispiaciuta per quello che mi è successo e magari sentirsi in colpa perché il suo frigorifero mi si è spiaccicato addosso, pensa soltanto ai fastidi che la mia morte le crea! Bell’amica… oh, ma tanto questa me la pagherà, un giorno o l’altro!


«Siamo di cattivo umore, Rosie?» bisbigliò una voce: era bassa, molto più bassa delle finte grida isteriche che Mara stava riversando nel telefono, ma potevo comunque udirla chiaramente.


Ecco la seconda strega, riflettei, maligna e arrabbiata. Ancora una e siamo pronti per rifare l’atto primo scena terza del Macbeth!


«Sorvolerò sulla tua scortesia, Rose» annunciò la Signora delle Perle, «ma solo perché favorevolmente colpita dalla citazione».


Oh, ma che gentile! pensai sarcastica.


All’improvviso un volto si parò davanti a me: la Signora delle Perle si era sdraiata a terra e aveva schiacciato la guancia sul pavimento per potermi guardare negli occhi.


Devo ammettere che da lei non me lo sarei mai aspettato.


«Allora, Rose: come ci si sente a vedersi sbattere in faccia una sgradevole verità… e per di più in un momento tanto tragico?»


Fa schifo, esattamente come se fosse accaduto in un qualsiasi altro momento, risposi infastidita.


«E questo non ferisce i tuoi sentimenti?» mi stuzzicò la Signora delle Perle. «Non ti fa venire voglia di mettere fine a tutto questo, di dimenticare tutte queste cose orribili, la slealtà di quella che consideravi un’amica, e tornare a un’esistenza vissuta nell’ignoranza, ma per questo serena?»


Non mi freghi, replicai mentalmente. Sto bene così. E sai una cosa? Considero questa morte ben spesa, perché mi ha permesso di scoprire la vera natura di una persona che consideravo amica: ora so che sbagliavo a farlo e, non appena tornerò a vivere pienamente la mia vita, la potrò allontanare da me. Direi proprio che oggi ho avuto tutto da guadagnarci, dalla morte che hai scelto per me!


La Signora delle Perle mi rivolse uno sguardo incattivito dalla stizza e dalla delusione.


«Dannazione, Rose!» esclamò con rabbia, battendo forte il palmo della mano sul pavimento. «Non puoi continuare così: mi stai costringendo a compiere scelte che vorrei evitare, e a fare cose molto sgradevoli. Perché diamine non mi aiuti a mettere fine a tutto questo?»


Per un attimo rischiai di scoppiare in una risata incredula: possibile che non si rendesse conto di quello che mi stava chiedendo?


No, dico: vorresti che ti aiutassi a mettere fine a me stessa? Devi essere pazza! replicai.


«Non voglio certo mettere fine a te, Rose» mi corresse, impaziente e infastidita. «Sai benissimo di cosa parlo. Una volta che sarai innocua per l’evoluzione umana, tornerai alla tua vita: dimenticherai tutte queste morti e non ci sarà alcun trauma a insozzare la tua memoria…»


Se fossi stata ancora viva, avrei trattenuto il respiro per l’orrore.


Vorresti farmi questo? Anche costringermi a dimenticare? pensai; e sebbene avessi formulato la frase soltanto nella mia mente, io stessa potei percepire il terrore contenuto in quell’idea. No! Non osare farmi questo: io non voglio dimenticare!


La Signora delle Perle mi fissò interdetta per qualche istante.


«Ma certo» mormorò poi, apparentemente tra sé. «Tu dai molta importanza ai ricordi: sai bene che sono quelli a rendere stabile il cambiamento del singolo».


Annuii, anche se solo col pensiero. E non solo. La memoria è sacra: rende definitivo non solo il cambiamento di un singolo essere umano, ma anche quello delle masse. L’evoluzione sociale esiste proprio perché i grandi eventi storici e naturali non vengono dimenticati. Non è certo un caso che detti cambiamenti siano divenuti ancora più saldi nel momento in cui la memoria ha iniziato a essere tramandata in modi più duraturi rispetto alle semplici testimonianze orali!


Vidi la Signora delle Perle sospirare piano e chiudere per un attimo gli occhi, come a voler restare sola con se stessa.


«Numi, Rose» disse, riaprendo gli occhi. «La tua essenza è così lontana da quella degli uomini comuni. Credevo si trattasse solo di estirpare dei grani di intelligenza e acume, da te: invece inizio a comprendere che dovrò recidere parti della tua natura più profonda, quella in cui sei stata modellata fin dalla nascita. E ora capisco anche come mai tu non ti sia piegata neanche impercettibilmente di fronte a cose che hanno domato anche i più ostinati».


Ovviamente, pensai annoiata. Anche se volessi assecondarti… non posso liberarmi di ciò che sono.


«No, è vero: non puoi liberarti di ciò che sei» convenne la Signora delle Perle. Prese un respiro profondo mentre l’oscurità mi avvolgeva, e presagii la sua minaccia. «Ma posso liberarti io».


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