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Una storia di AnnalisaDolgetto

Natura umana

Storie di ubriaco buonsenso

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13 minuti

Pubblicato il 11 dicembre 2018 in Storie d’amore

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Tengo l'ennesimo boccale di birra tra le mani. Ci pensa lui a tenermi compagnia ma preferirei di gran lunga ci fossi tu a dirmi di smettere per poi trascinarmi a casa furiosa. Mi dava sui nervi vederti arrabbiata, mi arrabbiavo di riflesso, indipendentemente da chi avesse ragione e chi torto. Non capivo che dietro i tuoi modi irruenti c'era la più tenera delle preoccupazioni. Eri in pensiero per me che non mi lasciavo aiutare, non ne volevo sapere, a volte, di abbandonare il buco dentro al quale rifiutavo la vita.
Beh, non so che darei per vederti arrabbiata ancora, di una rabbia folle che finirebbe col consumarsi tra le pieghe del nostro letto.
Forse, se finisco anche questo mezzo litro di Tennent's, tra un po’ mi sembrerà davvero di vederti.
Tu guarda come mi sono ridotto: non mi godo nemmeno più la birra. La mando giù per non fare troppo caso alla tua assenza ma sembra tutta fatica sprecata.
E' incredibile come sia sufficiente incontrare un'unica persona per sentire che la tua vita così com'è non ti basta più. Un attimo prima adoravo la mia libertà, prendere decisioni sul momento, non fare progetti, infilarmi ogni sera in un letto diverso lasciando il cuore rigorosamente sul comodino e quello dopo... Quello dopo mi sono ritrovato a pensare a te e a come farti posto nella mia vita.
Ricordo la tua fatidica domanda, come se fosse ieri. Eravamo nel bel mezzo delle nostre chiacchierate notturne, quelle durante le quali non puoi fare a meno di dire la verità. Sei sempre stata più brava di me ad andare dritta al punto.
"Cosa cerchi, oh Fabrizio Mancini?"
Ti risposi che non ero in cerca di storie serie ma che sarei stato in grado di riconoscere una cosa bella qualora l'avessi avuta davanti. In pratica stavo mettendo le mani avanti, sono un vero maestro in questo, perché, in fondo, anche se mi guardavo bene dall'ammetterlo con me stesso, mi eri già entrata dentro.
Non stavo cercando niente ma questo non mi ha impedito di trovarti.
Pensavo che mi sarei esibito nel mio numero migliore recitando la parte di chi riesce a legarsi agli altri il tempo di un paio di birre e, alle volte, neppure quello.
E invece mi hai fregato con la tua risposta sempre pronta e quel dolore immenso che non ti ha mai impedito di sorridermi.
Mi sono chiesto sin da subito 'ma come fa a reggersi ancora in piedi? Da dove proviene tutta quella forza?'
Sai, ancora me lo chiedo.
La birra è quasi finita e tu, come da copione, non sei qui.


"E adesso guardami,

tendo la mano

che chiede aiuto

ma non è strano?

Io che ero sicuro di me,

che dicevo son più forte di te,

invece amare mi fa paura."


Ancora non credo di averlo fatto. E' proprio vero che non esistono limiti se decidi di non vederli.
Qualche telefonata, un biglietto aereo, uno zaino con dentro lo stretto necessario e il cuore in gola al pensiero che adesso, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sto giocando davvero il tutto per tutto.
Sono mesi che abbiamo smesso di sentirci credendo che quella di separarci fosse la scelta più giusta. Ricordo la nostra ultima telefonata, quella che avrebbe dovuto mettere a tacere i nostri cuori per sempre: pause infinite, profondi sospiri, silenzi tristi e rassegnati. Non è mai facile dire addio soprattutto se speri ancora in un ciao.
Ecco, io sono venuta qui da te per dirti ciao.
Non mi aspetto che tu sia rimasto quello che eri e che nel rivedermi proverai l'emozione di allora. Sono qui perché, se è vero che addio è l'unica cosa che ci resta da dire, meritiamo un finale migliore di quello che abbiamo abbozzato l'ultima volta. Siamo o non siamo due scrittori? Beh, allora dobbiamo fare meglio di così, lo dobbiamo a quei due ragazzi che una sera, ad Avellino, hanno creduto di essere finiti in un libro di Dostoevskij. Sono già soltanto un ricordo le nostre notti bianche?
Finalmente un taxi ha notato la mia mano per aria. Ho soltanto un indirizzo e spero vivamente che tu non abbia traslocato altrove perché non so se avrei il coraggio di ricomporre il tuo numero per chiederti dove vivi.
Lo so, è un paradosso. Io sono un paradosso ma la cosa non dovrebbe sorprenderti, non più ormai. Ho smosso mari e monti per venire qui da te e ora l'idea di risentire di nuovo la tua voce mi terrorizza. Magari hai cambiato numero o, peggio, hai cancellato il mio convinto che non avresti più avuto bisogno di sentire la mia di voce. Magari ti chiamo e mi risponde una donna, quella che ami, quella che, ovviamente, non sono io.
Forse è tardi per farmi prendere dal panico. Avrei dovuto pensarci all'aeroporto di Capodichino, prima di salire sull'aereo che mi avrebbe condotta qui, in un paese che conosco soltanto tramite i tuoi racconti e i sospiri di quando eri costretto a ritornarci.
Sono venuta qui alla ricerca di risposte e non me ne andrò prima di esserci riuscita. Non importa quanto potranno farmi male: questa storia tra me e te, per quanto bizzarra, fuori dagli schemi e priva di ogni logica, merita la verità, quella che forse non ci siamo mai raccontati.
In un inglese poco convincente ho detto all'autista di portarmi a casa tua, sperando ancora lo sia.
L'orologio segna le undici passate, orario italiano. Qui, però, siamo in Inghilterra e il fuso orario mi permette, anche solo per poco, di viaggiare indietro nel tempo.
Mi ha sempre fatto sorridere questa cosa che tu, in un certo senso, mi parlassi dal passato ed io ti rispondessi dal futuro. Mi sembrava di rivivere, con i dovuti accorgimenti, la trama del mio film preferito, "La casa sul lago del tempo". Alex attende due anni prima di poter riabbracciare la sua Kate.
E tu, Fabrizio? Tu mi hai aspettata?
Fine della corsa.
E' carino il tuo quartiere, un po' diverso da come lo immaginavo. Deve aver smesso di piovere da poco a giudicare dall'umidità che sta flirtando con i miei capelli. Spero non ricominci perché non ho un ombrello con me. Probabilmente sono l'unica in Gran Bretagna ad esserne sprovvista.
Dopotutto è da me avere cura dei particolari dimenticando le cose più ovvie, quelle alle quali penserebbero tutti.
Fuori dalla tua porta c'è una targa in ottone con il tuo cognome e quello del tuo coinquilino incisi a caratteri cubitali: è ancora casa tua.
Adesso il problema è un altro: dovrei bussare e avere qualcosa da dire che ovviamente non ho. L'avrò dimenticata in Italia assieme all'ombrello che mi avrebbe fatto tanto comodo in questo momento.
Forse una birra è quello che mi ci vuole, anche perché qui mi rifiuto di bere caffè. Con un po' di alcol in circolo recupererò quel po' di coraggio che mi serve per portare a termine la più grande cazzata di tutta la mia vita.
Cammino senza sapere dove andare ma riconoscendo qua e là i posti che mi avevi mostrato in foto. Tiro un sospiro di sollievo nel rendermi conto che almeno quelli non sono cambiati.


"Non volevo più restare
a pensare alla mia vita.
Non volevo perché è troppo tempo ormai
che ho chiuso la ferita..."


Sento il campanello suonare. Qualcuno deve essere entrato per ubriacarsi come me di solitudine.
"One beer, please!"
Devo essere davvero ubriaco per arrivare a sentire nitidamente la tua voce che inciampa nella lingua inglese, esattamente come faresti tu.
Scuoto la testa. Non puoi essere tu.
E invece, dall'altro lato del bancone che mi ha visto affogare nell'alcol il dolore di averti persa, bella come non ti avevo mai vista prima ci sei proprio tu.
Strofino gli occhi sperando non si tratti di un'allucinazione. Senza distogliere lo sguardo da te chiedo al barista se vede anche lui quello che vedo io. Mi risponde che nonostante abbia esagerato con la birra stasera c'è davvero una bella ragazza lì seduta. Aggiunge che deve essere italiana a giudicare dall'accento. Gli dico che ha ragione, che sei italiana, napoletana per la precisione, che ti conosco fin troppo bene e che, tra le tante cose che so su di te, mi sfugge quella più importante: sei ancora mia?
Tu, però, non ti sei accorta dei nostri occhi puntati su di te. Hai tirato fuori un quaderno sul quale stai facendo scorrere fiumi di inchiostro blu, perché quello nero, me lo ricordo bene, ti mette tristezza e ti ammazza le idee.
Che ci fai qui? Dovrei venire da te per chiedertelo o semplicemente per baciarti visto che per me non ha nessuna importanza cosa tu abbia da dirmi, perché ti sia decisa a prendere quell'aereo, cosa ti passi per la testa in questo momento. L'unica cosa che fa la differenza è che tu sia qui, a pochi passi da me, come ho sempre sognato.
Resto fermo a guardarti: temo che un movimento brusco possa farti scappare via come un uccellino impaurito. Tu, però, non sembri affatto spaventata, anzi. Ancora una volta, sono io ad avere paura.
Paura di te, di perderti ancora, di perdermi con te e di non sapermi più ritrovare.
Paura del tuo coraggio, quello che non sempre si intona con il mio dolore.
Paura di non trovare le parole giuste e di finire le mie frasi sempre e solo con il silenzio sbagliato.


Mi sono accorta di te praticamente da prima che entrassi. Ho riconosciuto la tua nuca e le tue spalle da dietro al vetro. Come avrei potuto confonderle con quelle di qualcun altro dopo averle disegnate con le mani milioni di volte?
Continui a fissarmi credendo che io non ti abbia visto. Sarebbe una cosa molto dolce se non si trattasse di noi, due imbranati cronici che rendono complicato anche un semplice ciao, quello per il quale io mi sono fatta tre ore di aereo e tu adesso stai facendo la figura del maniaco.
Se ti conosco ancora un po' ti starai chiedendo cosa ci faccio qui: l'intuito non è mai stato il tuo forte.
D'accordo, per stavolta passi. Sono io quella che stasera si è presentata qui, senza alcun preavviso, per stravolgere il tuo mondo: tocca a me fare qualcosa.


John, il barista, mi costringe a distogliere per un attimo lo sguardo da te porgendomi un biglietto ripiegato su se stesso.
"Ne hai ancora per molto? Quando finisci di fissarmi sarebbe carino che tu alzassi il culo dalla sedia e venissi ad abbracciarmi."
Adesso sei tu a guardare me esibendo il sorriso più bello che avessi mai visto.
Mi precipito da te fregandomene degli sgabelli che incontro lungo i pochi metri che ci separano, ti prendo il viso tra le mani e ti bacio con tutto l'amore al quale i miei silenzi non sempre hanno reso giustizia.
In quel momento il bar, i litri di birra che mi ero già scolato, i mesi passati lontani da te a soffrire come un cane, i litigi, gli errori smettono di esistere.
Sei tornata. Sei ancora mia. Vorrei possederti lì, su quello sgabello, spazzare via tutto il dolore, dare spettacolo, mostrare al mondo intero quanto ancora ti amo.


-Che ci fai qui?-
-Mi mancavi e sono venuta per dirtelo...-
-Mi sei mancata anche tu...-
-Ora lo so...-
-Avevi dubbi?-
-Tu su di me non li hai mai avuti?-
-Certo che li ho avuti... Sei stata tu a voler chiudere...-
-Credevo fosse stata una decisione di entrambi... Anche perché non mi pare tu abbia opposto chissà quale resistenza...-
-Non lo era... Non volevo chiudere... Non ho mai voluto chiudere con te ma sembravi soffrire così tanto... Ho pensato che lasciarti andare fosse la cosa migliore, almeno per te...-
-Ora, però, sono tornata...-
-Ora sei tornata... Per quanto ti fermi?-
-Riparto tra una settimana... Ho gli esami da sostenere...-
-Ciò che conta è che tu sia qui adesso... Non immagini quanto io sia felice in questo momento...-
-Sono felice anche io...-
-Sarai stanca per il viaggio. Ti va di andare da me? Ti sistemi, ti fai una doccia mentre io preparo qualcosa da mangiare...-
-Sicuro non sia un problema per il tuo coinquilino?-
-Non c'è, è partito per la Russia anche questo mese. Credo abbia preso una sbandata per una che vive lì...-
-Aaaah, questi uomini! Si innamorano sempre oltre i confini...-
-Eh si! Deve essere un'epidemia...-
-Hai fatto crescere la barba come piace a me...-
-Si... Non è un caso...-
-No?-
-Ogni volta che ho pensato di accorciarla mi venivi in mente tu quando mi pregavi di non farlo e niente, mi lasciavo convincere...-
-Sei proprio dolce quando ti ci metti... La mia assenza ti fa bene!-
-Non dirlo neanche per scherzo...-


Ho perso già il conto dei baci che ci siamo dati. Casa tua è piccola. L'arredamento è scarno ma c'è tutto quello che serve.
Adesso sei alle prese con i fornelli. Sembri davvero felice e vederti così mi mette in pace con ogni parte di me stessa. Non ho molta fame ma non ho il coraggio di dirtelo, ti stai dando un tale da fare, smontare il tuo entusiasmo adesso sarebbe veramente crudele da parte mia.
L'acqua della doccia mi scivola piano addosso e si porta via tutte le paure che fino alla fine hanno cercato di ostacolarmi. Sono felice di aver seguito il mio cuore anche se non so ancora bene cosa stiamo facendo e cosa faremo.
Non voglio pensarci stasera. Voglio perdermi tra le tue braccia, ricordarmi cosa si prova in tua presenza perché, ormai, cosa sento quando non ci sei lo so fin troppo bene.
Voglio respirare ancora. Quando ci sei tu non mi basta sopravvivere, tirare avanti... Quando ci sei tu mi viene voglia di vivere il doppio.
-Due minuti ed è pronto!-
-Arrivo!-
Mi sei apparsa davanti con solo il mio accappatoio addosso. C'è mancato poco che scolassi gli spaghetti sul pavimento.
-Guarda che non volevo metterti fretta... Rischi d prendere freddo con i capelli bagnati!-
-Ti preoccupano i miei capelli o il fatto che per tutta la cena non penserai ad altro che a me nuda con soltanto il tuo accappatoio addosso?-
Colpito e affondato. Ridacchio imbarazzato. Adoro quando mi metti all'angolo.
-Entrambe le cose...-
-Apprezzo la sincerità! Comunque a me la pasta fredda non piace quindi mangiamo!-
-Mangiamo...-
Quel piatto di spaghetti l'abbiamo praticamente divorato. Mi hai raccontato un po' delle cose che mi ero perso: l'esame tosto che alla fine sei riuscita a superare brillantemente, il lavoro da cameriera che ti ha permesso di pagarti questo gran bel colpo di testa, il libro che hai cominciato a scrivere a singhiozzo, il quaderno dal quale ormai non riesci più a separarti perché le idee migliori ti vengono sempre fuori casa, le pazzie fatte assieme a tuo fratello Luigi, i litigi con tua madre per convincerla a lasciarti partire.
Mi era mancato il suono della tua voce ma, ancora di più, mi era mancato sentire quello che avessi da dirmi. Ti ho tenuto la mano durante tutto il racconto senza mai interromperti, come se temessi che da un momento all’altro tu dovessi andare via da me, ancora una volta. Con questa cosa mi hai spiazzato, devo ammetterlo. Stento ancora a crederci. Hai superato di gran lunga tutte le mie aspettative. Perché? Perché davanti a te mi sento sempre così disarmato?
-Vado ad asciugarmi adesso che altrimenti prendo freddo... Ci pensi tu ai piatti?-
-Si, ci penso io...-


Devi aver pensato che i piatti potessero aspettare e che ci fosse un modo alternativo per non farmi ammalare.
Un bacio. Un altro. E ancora. E ancora. Le tue labbra prendono in ostaggio le mie. E niente, non ho nessuna intenzione di pagare il riscatto. E lo so che i baci non risolveranno le cose, che questa settimana insieme probabilmente sarà soltanto l'inizio di una nuova fine ma... Non mi importa. Per una volta voglio essere io ad andare incontro al destino senza aspettare il suo arrivo. Per una volta voglio essere io a confondergli le idee. Per una volta, una soltanto, voglio seguire l'istinto con tutto quello che comporta.


"Ah com'è bella!

Ah com'è strana!

Lo sai, però, sei questa mia natura umana...

Sei questa mia natura umana..."


(Annalisa Dolgetto)

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