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Una storia di Ivanbavuso74

A otto anni ho incontrato Babbo Natale

Una storia quasi vera

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4 minuti

Pubblicato il 10 dicembre 2020 in Fiabe

Tags: #BabboNatale #Bambini #Famiglia #Natale #Regali

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Ai miei figli Giulia e Nicolò

e ai miei nipoti Diego e Alessia

Avevo otto anni e frequentavo la terza elementare. Le feste di Natale erano finite e le lezioni erano riprese da pochi giorni. Quando ero piccolo le mamme e le maestre erano un po’ più coraggiose di quelle di oggi e permettevano ai bambini, anche a quelli di terza elementare, di tornare da scuola da soli.

Io abitavo ad A. in fondo a via Marconi, dove, più o meno a metà della via, poco prima della vecchia filanda, c’era - e c’è ancora - un Gesù in croce. Forse quel Gesù rassicurava i genitori dei bambini che facevano quella strada per tornare a casa, ma questo non lo so per certo. Davanti a casa mia, invece, c’era un consorzio alimentare gestito da due simpatiche signore; le zie di V.

V. aveva la mia età, ma frequentava un’altra sezione. Eravamo amici e spesso, visto che abitavamo vicini, facevamo la strada da scuola a casa insieme. In uno di quei giorni appunto, V. mi stava raccontando di come avesse trascorso il Natale e dei regali ricevuti. V. pensava che Babbo Natale non esistesse, e che i regali glieli avessero comprati i suoi genitori: non sapeva che io Babbo Natale lo avevo visto con i miei occhi proprio pochi giorni prima.

«Guarda che io l’ho visto» le dissi convinto.

Lei non ci credeva, ma era curiosa e mi chiese cosa era successo e io glielo raccontai.

Come ogni anno avevamo deciso di trascorrere la sera della vigilia di Natale a casa di mia nonna. Volevo molto bene alla nonna, era gentile e faceva un sacco di cose buone da mangiare. Oltre a lei eravamo io, la mia mamma, il mio papà, il mio fratellino di due anni e mia zia che si chiama Anna e che, all’epoca, era molto giovane e per me era quasi una sorella maggiore. C’era la stufa a legna che scaldava una grande e fredda cucina. La casa era vecchia, ma pulita, perché mia nonna non ammetteva né disordine né poca igiene.

In un angolo c’era il presepe con le sue lucine accese, l’albero si trovava nell’unica altra stanza di quel piano: un salone buio, lungo, dal soffitto molto alto. Per andare nel salone bisognava scendere due gradoni enormi, non c’era nessuna porta che separava la cucina, riscaldata dalla stufa, dal soggiorno buio e gelido.

Non ricordo cosa preparò di buono la nonna quell’anno. Certamente aveva cucinato del pesce: merluzzo in umido per il mio papà, che ne andava matto. La nonna era molto legata al mio papà, anche se non era suo figlio. Ricordo che stavamo tutti bene e che eravamo felici. Si banchettava, si scherzava, si chiacchierava, si giocava a carte e a tombola.

Prima di mezzanotte mi sdraiai sul divano della cucina, vicino al mio fratellino, avevo sonno. Mi coprirono con una calda coperta, e mi appisolai cullato dalle voci dei miei familiari.

A un certo punto mi svegliai, era tutto buio tranne che per le luci del presepe e del lampione fuori dalla finestra al piano terra. In cucina non c’era più nessuno, però io non avevo paura. Sentii un rumore provenire dal soggiorno, scesi dal divano e piano piano mi avvicinai all’antro scuro che dava nel salone. Scesi senza far rumore i due gradoni e mi accostai al muro per sbirciare. E lo vidi. Vidi Babbo Natale, così come è sempre rappresentato: aveva un vestito rosso, degli stivali neri, il cappuccio, la barba bianca. Era alto, ma non troppo grasso. Stava mettendo sotto l’albero un grosso scatolone di cartone. Alla vista di Babbo Natale non ebbi il coraggio di farmi vedere, rimasi nascosto, e quando lui ebbe finito, salì le ripide scale di pietra per andare di sopra dove c’era la stanza da letto della nonna e della zia. Sarebbe sicuramente uscito dal tetto. Poi la luce della cucina si accese, mi voltai e tutta la mia famiglia era di nuovo lì.

Quell’anno ricevetti come regalo una fantastica pianola Bontempi, che però non imparai mai a suonare.

«Sarà stato sicuramente qualcuno della tua famiglia che si è vestito da Babbo Natale» provò a dire V., che però era rimasta colpita dalla mia storia. Le dissi di no.

Quando avevo otto anni vivevo in via Marconi, in un appartamento fatto solo di due stanze, ma non mi mancava niente. Il mio papà faceva il camionista e viaggiava tutta la settimana, la mia mamma faceva la sarta in un laboratorio sotto casa, ma non sempre. Non eravamo ricchi e quel bellissimo regalo i miei genitori non se lo potevano permettere, spiegai a V.

«E poi, se qualcuno dei miei familiari si fosse travestito da Babbo Natale, perché non mi ha dato i regali di persona e se n’è andato pensando di non essere stato visto?» feci osservare alla mia amica.

V. ci pensò un po’ su e poi, con un grande sorriso, mi disse che avevo ragione. Probabilmente i suoi genitori le avevano raccontato una bugia per mantenere il segreto sull’esistenza di Babbo Natale.

Quello è stato un Natale che ancora ricordo con tanta gioia e un pizzico di malinconia.


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