scrivi

Una storia di Chrisma

Sul tradimento

L'astinenza, la mancanza di sonno e la Luisona

104 visualizzazioni

23 minuti

Pubblicato il 04 novembre 2019 in Storie d’amore

Tags: #fede #rimorsi #Ring #sesso #tradimento

0

La sentiva sulla pelle, la fatica.

Quasi come fosse fuliggine nera, Dario rimaneva a fissare il traffico di Napoli nascosto dal parabrezza della sua Fiat Tipo. Come se non potesse essere visto da nessuno.

Aveva appena attraversato Piazza Garibaldi, per immettersi su Corso Umberto I, quando il sole lo colpì con precisione millimetrica sul volto.

Abbassò l’aletta, la stanchezza era tanta e il suo lavoro non ne accettava.

Rappresentanza.

Vendeva, lui; in quel periodo aspirapolvere, precedentemente girava col campionario della Puma nel portabagagli, sperando di piazzare quante più paia possibili di California Sportie LA.

Aveva degli obiettivi da raggiungere. Guadagnava dei premi.

E se nel suo sguardo si fosse annidato anche il più timido dei sentori della stanchezza, se sul suo viso non fosse stata presente la maschera del campione, la preda sarebbe scappata a gambe levate.

No.

Venditore significava vincitore, e il bonifico alla fine del mese valeva come trofeo.

Quattro anni prima aveva conosciuto Ramona che lei neppure voleva rivolgergli la parola. E si vendette, come fosse il migliore dei prodotti, usando il carisma, il sorriso e la sua buona dose di bell’aspetto.

Ramona era poi diventata sua moglie e, da pochi mesi, la madre di Rachele, la loro bambina. Assomigliava in tutto e per tutto a lei ma continuava a sperare che, crescendo, sarebbe riuscita a prendere qualcuno dei suoi tratti somatici.

Non che sua moglie fosse brutta. Anzi.

Ci ripensava, mentre raggiungeva Piazza Bovio e girava attorno alla statua di Vittorio Emanuele. Le automobili si rincorrevano aggressive, fermandosi a pochi metri l’una dall’altra, ripartendo furenti quando il semaforo scattava. Il traffico fluiva, lui si spostava sulla corsia di sinistra, sospirava e cercava di ricordare a cosa stesse pensando.


- Ah. Rachele.


Ricordò. Rivide sua figlia negli occhi della sua donna, e quel sorriso che esplodeva all’improvviso sul suo viso, riempiendogli di gioia il cuore. Ma quelle erano le prime notti dopo il parto, e non era semplice recuperare un po’ di sonno quando la bambina urlava a squarciagola. Qualche volta si alzava lui, quando doveva cambiarla, altre volte lasciava che fosse Ramona a muoversi.

Tanto si svegliava lo stesso. Aveva il sonno leggero, lui.

E quando succedeva la vedeva, con quei seni enormi per la sua corporatura sottile. Erano il pranzo e la cena di sua figlia.

- Sono stanca... Vorrei potessi allattarla tu, qualche volta.

- Quelle sono tue e solo tue.

- Un tempo erano anche tue – ridacchiava.

- Già. Un tempo.

Poi rimanevano a fissarsi, fino a quando gli sguardi stanchi si sfuggivano e gli occhi di Ramona si poggiavano sull’orologio che segnava sempre un orario tra le due e le quattro. Quelli di Dario invece viaggiavano timorosi sulla figura scarabocchiata di sua moglie: guardava i capelli spettinati, il volto provato, un tempo diafano e perfetto su cui ora i segni del tempo parevano cominciare a incidere linee profonde e definitive. La sua figura, appena un anno prima sinuosa e sensuale, apparteneva ora a una donna sgraziata e appesantita, stanca e dilaniata dal dolore di un travaglio durato oltre sette ore, a cui mancavano altrettante ore di sonno quotidiane da un mese o poco più.

Ripensava a quando l’aveva conosciuta, ripensava al sesso che facevano e a quanto gli mancasse, poi sospirò, voltando verso via Acton e proseguendo dritto, facendo slalom assieme agli scooter, schegge impazzite.

Venti minuti dopo trovò parcheggio ed entrò nel palazzo. L’ascensore stava scendendo da un’eternità, o forse dieci secondi, ma intanto ripensava al lavoro e al meeting coi pezzi grossi della sede di Milano a cui avrebbe dovuto partecipare il giorno dopo. A Roma.

Sbuffò, s’innervosì e cominciò a giochicchiare con la fede, avvitandola all’anulare.

L’ascensore arrivò, un minuto dopo le chiavi sbloccarono la serratura e l’odore di casa sua lo accolse premuroso. Rachele urlava a squarciagola, forse per via del vento, che faceva sbattere l’anta della finestra che dava sul balcone accanto all’abat-jour. O forse era la pentola a pressione che fischiava furente.

- Salve. – salutò, sapendo che nessuno avrebbe risposto. Chiuse la porta col tallone, lasciò cadere la borsa per terra e chiuse la finestra.

- Gesù urlava Ramona dall’altra stanza. – Che cosa vuoi che faccia?!

Dario gettò la giacca sul divano e andò in cucina, alzando il coperchio e girando le verdure. Poi si voltò, vedendo sua moglie arrivare con la bambina in braccio.

S’incontrarono a metà strada con gli sguardi, quello della donna più preoccupato, mentre si chiedeva chi avesse zittito i fornelli.

- Ah. Sei tu – fece quella, sospirando sollevata. – Tua figlia si è rotta. Piange e basta.

- Ha mangiato?

- Sì, ha appena finito. Ho i capezzoli distrutti.

- Grazie per l’informazione. Tua madre è già andata via?

- Oggi non è venuta – annuì lei, voltandosi e sparendo nel corridoio che dava verso le stanze. – Papà era solo a casa ormai da troppo tempo... Doveva fare qualche lavatrice, una spazzata, cucinargli qualcosa di commestibile e fare una partita a burraco...

- Essenziale, la partita a carte, eh? – ribatté quello, seguendola. S’immerse nel buio, guidato dalle urla disumane di sua figlia. Quando entrò nella loro camera da letto, Ramona stringeva Rachele tra le braccia, dondolandola con ritmo cadenzato. Guardò suo marito appoggiarsi con la spalla destra sullo stipite della porta, mentre si rigirava la fede al dito. Pensò che lo facesse sempre. Prima o poi l’avrebbe consumata.

- Piange... – fece la donna, sospirando sconsolata. Il volto era quello di una donna sul punto di crollare.

- Me ne sono accorto. Dentini.

- Ma io non so che fare! – esclamò l’altra, disperata. Subito dopo le lacrime scapparono via dagli occhi castani, scendendo copiose sulle guance.

Dario annuì e le si avvicinò, prendendo il fagotto urlante tra le braccia e sospirando.

- Ci penso io – fece, accarezzando la testa della piccola e baciandola. Profumava di buono. Raccolse poi il ciuccio di gomma marrone semitrasparente e uscì fuori. Si aspettava che Ramona lo seguisse ma così non fu. Aprì il congelatore e poggiò la tettarella sul ghiaccio, quindi girò nuovamente le verdure e sospirò.

Gli mancava il silenzio.

Gli mancava la pace.

Rachele urlava e quasi si pentiva di aver lasciato il traffico, i motorini che gli tagliavano la strada, il caldo dell’abitacolo e il peso del campionario che si tirava dietro.

- Amore... – diceva, cercando di mediare con sua figlia, vedendo se quella situazione si potesse risolvere. Ma nulla, la bambina non ascoltava. Guardava le gengive arrossate e un po’ la capiva, quella piccola stella. Tre minuti dopo il ciuccio fresco ebbe l’effetto di spegnerla. La sapiente cullata dell’uomo invece la fece addormentare.

Entrò in camera, la poggiò nella culla e poi, quando si voltò, vide sua moglie totalmente sfatta mentre riposava stesa di fianco. La cena era pronta ma lei era svenuta con le lacrime che le colavano sul viso, che avevano intriso il copriletto rosa che tanto le piaceva. Si prese un attimo per guardarla, mentre il petto compresso nel reggiseno quasi le toccava il mento. I fianchi si erano allargati, stretti in quella tutina di poliestere comoda ma molto antiestetica, che le ingrandiva oltremodo il sedere.

Sgraziata, lei. Grossa, con quei piedini piccoli e freddi.

Rachele, quella meravigliosa disgrazia, quella disgraziata meraviglia, aveva deturpato sua moglie e l’aveva trasformata in sua suocera. Fu il prezzo da pagare per costruire una famiglia.

Lo sapeva.

Non pensava però che Ramona si sarebbe dimenticato di lui così in fretta. Sospirò, Dario, mentre copriva la donna e tornava dall’altra parte, spegnendo il fuoco e mettendo nuovamente il coperchio sulle verdure. Aveva fame ma quella roba non la voleva.

Sospirò e allargò la cravatta al collo, non aveva ancora avuto il tempo di farlo da quando era rientrato in casa. La sfilò, la arrotolò e la poggiò sul tavolo. Aprì anche un paio di bottoni della camicia bianca, ripensò al colletto ingrigito dal sudore e dalle volte che Ramona gli chiedeva come diamine facesse a sporcare le camice in quel modo. E lui si limitava a fare spallucce, e ad andare avanti con la sua vita.

Sua moglie si stava consumando, mentre la luce del frigorifero gli mostrava il prosciutto crudo e il parmigiano che avrebbe mangiato per cena.

E mesto, rimase a mangiare il suo pasto poggiato al tavolo, mentre il silenzio lo consumava e i rapporti trimestrali inseguivano la voglia naturale che aveva di svuotarsi in sua moglie. Si chiedeva se andare da lei, svegliarla e spogliarla avrebbe funzionato.

Fece cenno di no, buttò mezzo panino e prese una Winston dalla giacca. Uscì fuori e accese quei tre minuti d’ossigeno che stringeva tra le labbra nei momenti di pausa.

S’affacciò alle balaustre, guardando la signora che viveva nel palazzo di fronte. Quella lo guardò, gli sorrise e come ogni sera gli fece un cenno con la mano. Lui annuì, poi la salutò in silenzio, continuando a guardarla mentre stendeva i panni. Era un po’ tracagnotta, più sformata di Ramona ma inspiegabilmente attraente, nella sua mise da casalinga.

Sbuffò, un clacson lo riportò alla realtà. Era da troppo tempo che non toccava una donna.

Si rigirò la fede, sentendosi quasi colpevole per quei pensieri.

Non aveva mai tradito sua moglie, meno ancora avrebbe avuto il coraggio di farlo in un momento come quello, sfruttando la debolezza e la mancanza di sonno.

Le occhiaie sul bel viso di Ramona erano medaglie, e andavano celebrate.

Ma Dario continuava a guardare il culo della casalinga che viveva nel palazzo di fronte, prima che la sigaretta, ormai finita, fosse spinta lontano oltre le ringhiere.


*


Pioveva.

Fermò l’auto nel parcheggio dell’Hotel Area Roma, che ormai guidava da tre ore buone. Sapeva che il Grande Raccordo Anulare fosse una trappola per mosche in giacca e cravatta, e aveva finito per partire da casa sua alle cinque, per poter essere in orario alle nove lì. Prima di scendere dalla macchina si guardò allo specchio, infilò una mentina sotto la lingua e aprì il cruscotto, dal quale cacciò una boccetta di profumo. Tre spruzzi alla gola (uno al centro e due ai lati) e uno ai polsi, poi ripose tutto e prese la valigetta. Uscì, la scarpa destra, laccata, stava quasi per finire in una pozzanghera ma lui la evitò abilmente, strinse il manico della ventiquattrore e di pelle e si presentò alla reception.

- Per il convegno della...

- Sì, in fondo, lì, sulla destra. Prosegua dritto e poi la quarta porta a sinistra – rispose un signore distinto, molto alto e con la cravatta annodata strettissima alla gola. Dario gli fece un cenno con la testa e lo vide sistemarsi gli occhiali. Seguì poi le indicazioni, pensando che in quell’hotel facesse fin troppo freddo, fino a raggiungere la sala.

C’erano duecento poltroncine di legno, rivestite in velluto rosso, per qualcuno eleganti, per altri pacchiane, e su ognuna di quelle vi era un sacchetto bianco, con dentro penne, portachiavi, un block-note griffato col logo della sua azienda e una quantità eccessiva di schede tecniche del prossimo rivoluzionario aspirapolvere per uso residenziale. Avanzò fino a un certo punto, cercando con lo sguardo qualche volto familiare, che alla fine erano sempre le stesse persone a prendere parte a quegli eventi. Sapeva anche però che un venditore era soltanto una freccia all’arco dell’azienda, e veniva sostituito agilmente, all’occorrenza. In ogni caso non riconobbe nessuno. Adocchiò però, in terza o quarta fila, una donna molto appariscente, dalla chioma rossa, riccioluta e voluminosa. Una bella quarantenne, dalla risata coinvolgente, forse un po’ troppo fragorosa, e dalla scollatura molto ampia. Rubò il suo sguardo per un istante, lei se ne accorse e gli fece un cenno col capo, a mo’ di saluto. Involontariamente Dario ruotò la fede al dito e rispose al cenno della testa.

Poi levò lo sguardo, per un attimo.

Quella era una donna bellissima.

Il telefono vibrò. Era Ramona, sicuramente. Lo prese dalla tasca e lo guardò; sua moglie gli chiedeva se fosse arrivato sano e salvo.

Sano e salvo” rispose lui. “Ma ora comincia. Ci sentiamo dopo...”.


La sala si popolò lentamente, lui riguardava i conti trimestrali mentre ripensava al fatto che fosse troppo tardi per fare colazione ma troppo presto per il pranzo.

Forse era presto anche per il brunch.

La testa ruotava attorno a quei pensieri futili, mentre lo sguardo si poggiava troppo spesso sulla figura magnetica di quella donna. Luisa si chiamava, aveva sentito un suo collega emiliano chiamarla in quel modo e poi esplodere in una risata grottesca quando quella lo aveva salutato.

Ma anche lei lo aveva cercato, più e più volte, accompagnando quello sguardo languido e selvaggio a un sorriso a mezza bocca, che indicava tutto e niente.

Una pantera pensò lui, guardandola così a suo agio in mezzo a tutti quegli uomini che la mettevano su piedistalli fatti di pensieri impuri e piccole provocazioni, spesso volgari, spesso fuori luogo. Lei però ci stava, viveva di quegli sguardi e di quelle parole mezze dette, mezze no, e di quegli odori che alzavano gli ormoni tutt’intorno, come fossero cortine fiammanti, sipari avvezzi ai pubblici delle grandi occasioni.

Luisa creava clamore, con la sua prorompenza.

Luisa piaceva a tutti.

E guardava Dario, mentre gli altri s’impegnavano in quegli schiamazzi atti a richiamare la sua attenzione. Lui pensò fossero tutti dei coglioni, quelli. Si chiese quanti di loro avessero la fede alla mano sinistra, poi guardò la sua, la rigirò attorno all’anulare, la levò, massaggiò il dito, la rinfilò, e quando alzò il viso Luisa non c’era più.

Nessuno occupava la sua sedia, mentre tutti si chiedevano dove fosse la pantera. Accavallò la gamba, Dario, pensando che una donna come quella potesse aprire il mondo come fosse un’arancia e mangiarselo lentamente, quando più le facesse piacere.

Era il bello di essere contemporaneamente il piatto forte e il cliente pagante.

Pensò fosse una trappola; bella da vedere, dolce da sentire, attraente e profumata, ma pur sempre una trappola. Catturava la sua preda, la divorava, indossava la lingerie abbinata e saliva sui tacchi, prima di andare via.

E tutti quegli uomini lo sapevano.

Ma volevano solo portarsela a letto.


E Dario?

Dario no?


Dario sì.

Ma Ramona gli aveva scritto qualche minuto prima, gli aveva chiesto premurosa se fosse arrivato. Sicuramente stava lottando coi dentini di Rachele e con ogni probabilità sarebbe arrivata a fine giornata senza forze. Magari avrebbe pianto in silenzio, ma poi avrebbe visto la bimba sorridere e si sarebbe sentita meglio.

E quindi sì, Dario voleva portarsi Luisa a letto ma non avrebbe mai fatto una cosa del genere a Ramona.

Annuì, mentre se lo ripeteva.

E mentre se lo ripeteva, i suoi capi entravano seri, con passo rapido e deciso. Arrivarono lentamente in fondo alla sala, poggiarono le loro pesanti ventiquattrore sul tavolo e si rivolsero verso la platea.

- Salve – fece il più giovane dei tre, ricevendo in cambio un fragoroso applauso.

Immeritato, pensò Dario, rimanendo immobile, prima che qualcuno interrompesse la piattezza dei suoi pensieri.

- È occupato, accanto a lei? – sentì.

Dario guardò Luisa sorridergli, indicando con la mano la sedia alla sua sinistra.

- Uh. No. Prego.

- Grazie mille – rispose quella, e quando si accomodò il suo profumo coprì tutto. Dolce e pungente. Sorrideva ancora, e anche Dario, sopraffatto dal coniglio che la maga aveva estratto dal cilindro.

- Grazie.

E lui guardava come la donna accavallava le belle gambe, e poggiava le mani sulle cosce, sulle calze scure.

Le stava guardando le gambe.

Lei lo stava guardando mentre lui le fissava le cosce.

Ramona, si ripeté, mentre l’altra sorrideva sommessamente. E passarono tre ore ad ascoltare forzatamente le novità del nuovo aspirapolvere, con lei che sorrideva, ogni volta che intercettava il suo sguardo e lui che si rinchiudeva nella stretta delle sue spalle, dandole quasi la schiena con la gamba accavallata. E poi andarono in pausa pranzo.

- Gentilmente offerto dall’azienda – sentenziò Luisa, quasi divertita dalla cosa, mentre infilava nella sua valigetta bordeaux le carte che aveva estratto. – Ho fame.

Dario si limitò ad annuire, cercando di mostrarsi quanto più distaccato possibile. Ma la predatrice lo aveva capito e cominciò a sorridere.

- Comunque mi chiamo Luisa. De Pascale. Area vendita Toscana.

Allungò la mano smaltata verso di lui, quasi rubò la sua, la strinse e allargò il sorriso. La sua pelle era liscia e levigata, quelle dita profumavano di buono.

L’ennesima trappola della pantera, pensò lui. Pensò a Ramona e decise di rimanere freddo.

- Dario Cangiano. Lavoro a Napoli.

Spalancò immediatamente i grandi occhi, quella, facendo un cenno con la testa ma stringendo ancora la mano dell’uomo.

- Napoli?! Adoro quella città!

- Una città come le altre.

- Non dire così... - ribatté lei, abbassando lo sguardo. Sistemò poi la collana sul petto scoperto e piegò meglio il colletto. – Pochi luoghi sono belli come Napoli. Sei di Napoli Napoli?

- Sì.

- E sei anche di poche parole, vedo. I tipetti come te mi intrigano...

- Già. Con permesso, vado in bagno.

- Prego – sorrise lei, unendo entrambe le mani sulle ginocchia accavallate. Dario non si voltò, strinse la valigetta e scappò via, chiudendosi la porta dei servizi alle spalle. Aveva l’ansia, l’insensata paura che quella riuscisse nell’intento di portarselo a letto e sbranarselo.

Davanti allo specchio, con le braccia puntellate sul marmo dei lavandini, guardava i suoi occhi. Era debole. Vide il suo riflesso prenderlo in giro, mentre il suo sguardo si corrucciava. Guardava la fede, bruciava attorno all’anulare come fosse un marchio a fuoco.


“Che ci vuole? Siamo anche in un albergo... Aspetti la fine della riunione, sali sopra, te la scopi per bene e poi a mai più rivederci. Tua moglie non saprà mai nulla, perché figurati se ‘sta zoccola abbia la più piccola voglia di frequentarti dopo averti avuto. Sarai il suo trofeo, l’ennesima tacca sulla sua cintura, ma tu ti svuoterai un po’, finalmente. E non da solo, sul cesso, o girato di lato mentre lei dorme, con la paura che Rachele si svegli e t’interrompa di soprassalto... No, questa è roba seria, bocce finte e labbra fatte apposta per quei lavoretti lì. E a te poi che costa?

Nulla.

A te non costa nulla.

Vai, entri, esci, pulisci, saluti e te ne torni a casa, da Ramona che piange per i denti di Rachele. E forse, tra qualche mese, quando tua figlia avrà deciso di farla dormire un po’, di notte, magari finirai pure per tornare a scoparti tua moglie... ma fino ad allora, coglione, cogli l’attimo.

Perché non ricapiterà più”.


Si sciacquò la faccia, raccolse la ventiquattrore e uscì fuori.

Luisa sorrideva affabile a un paio di colleghi della Puglia, a pochi metri dal banco della reception. Le sfilò alle spalle, silenzioso, ed entrò nella sala da pranzo, dove avrebbero mangiato un ottimo rigatone all’amatriciana. Prese posto a un tavolo accanto al pilastro centrale, con un paio di suoi colleghi siciliani, due di Roma e un gruppone che veniva dalla Liguria.

- Salve – fece, spostando la sedia e poggiando la borsa per terra. Si accomodò, sentendo la tovaglia strusciare contro la punta delle sue scarpe.

- Salve – risposero tre di loro all’unisono. Gli altri si limitarono a un cenno con la testa, qualcuno non mosse neppure gli occhi.

Non conosceva nessuno, guardava la fede e pensava alle labbra di Luisa.

Poi la vide sedersi accanto a lui, con quel sorriso da stronza che non l’aveva mai abbandonata.

- È libero? – chiese, educata ma suadente. Era profumata, piena di quell’odore pungente e animale. Ramona lo tratteneva dal prenderla lì e ora. La paura di essere un uomo di merda lo bloccava.

- Allora?

Dario annuì rassegnato. – Sì... – sussurrò. – Ma tanto sei già seduta.

Quella ridacchiò.

- Se vuoi cerco un altro posto...

L’altro si limitò a fare un cenno con la testa, disinteressato, per poi sospirare.

- Figurati.


Si parlò prettamente di aspirapolveri, a quel tavolo. Degli aspetti tecnici, degli strumenti di vendita, delle difficoltà. Parlavano tutti.

Tranne Dario e Luisa.

Lei sorrideva, col gomito poggiato sulla tavola e il seno che pareva esplodere dalla camicetta; lei lo vedeva quando quei poveri repressi la guardavano, rubando un po’ di miele e mettendolo negli occhi, per poi ricordarlo nei momenti morti, quando il suo volto andava a sostituire quello delle povere donne che avevano sposato. La faccia affondava nel palmo della mano sinistra, mentre l’indice della mano destra arricciava un boccolo fulvo.

Respirava, stretta nel suo tailleur, col piede destro saldo nella scarpa col tacco e il sinistro libero, avvolto nell’autoreggente nera, mentre saliva e scendeva sul polpaccio di Dario, rigido, immobile, impaurito.

Il volto di sua moglie nei suoi occhi, il profumo di Luisa nella sua testa. La fede che girava attorno al dito.


“Non capiterà più...”.


Si voltò verso di lei, la vide sorridere malefica e maliziosa, guardò un po’ il suo seno e sentì l’anello bruciare incandescente sul dito.

Doveva pensare a Ramona, e non a quella pantera dai capelli rossi.

Doveva pensare a sua figlia, e non al seno di Luisa.

Ma guardava quella donna, e quella donna aveva capito che la volesse. Sorrise, lei, mostrò gli artigli, infilò il piede nella scarpa e si alzò, lisciando addosso la camicetta.

Poi si abbassò verso il suo orecchio, Dario sentì il suo respiro caldo pervaderlo e caricarlo; premeva dall’interno, voleva uscire e trovare soddisfazione.

Poi la sentì parlare.

- La mia camera è la cinquantasei. Ti aspetto lì.

E se ne andò via, sculettando.


*


L’ascensore era vuoto, Dario stringeva nervoso la sua ventiquattrore e si fissava nello specchio; sembrava provato. Guardò i capelli, quel mattino ordinati e ora scarmigliati. Cercò di riavviarli con la mano, senza riuscirvi. Sbuffò, pensando che non sarebbero stati male neppure in quel modo. Luisa non ci avrebbe fatto caso. Guardò poi il nodo della cravatta, e pensò che forse non fosse il caso di tenerla così stretta al collo, anche perché non respirava bene; aveva caldo, e le pareti di quell’ascensore parevano stringerglisi attorno.

La levò.

Sistemò poi la camicia.

L’aveva stirata Ramona. Ruotò la fede e la pensò, vide i suoi occhi il giorno del matrimonio. Pensò al suo corpo, poi sentì le sue urla quando avrebbe scoperto quell’ora d’aria che s’era concesso. Infilò la cravatta nella borsa e rimase a fissare la giacca. Girò la fede attorno al dito, riguardò nuovamente la camicia. Aprì il primo bottone. L’ascensore saliva, si sentiva pressato con delicato vigore al pavimento di moquette blu, consumata attorno alle sue scarpe lucide.

Si chiese se fosse pronto per tutto quello. Era la prima volta.

Poi annuì: sentiva la voglia mangiarlo, e la paura consumarlo lentamente. Provava quelle strane sensazioni tutte contemporaneamente, e l’eccitazione veniva alimentata dal ricordo del suo profumo, delle lentiggini sui suoi seni e del tocco costante e ripetuto sulla sua gamba.

Con quel piede.

Lo avrebbe liberato dall’autoreggente e l’avrebbe baciato.

Sì.

Abbassò lo sguardo, stringeva la ventiquattrore nella mano destra e l’ansia in quella sinistra.

Le porte si aprirono, il piano era vuoto davanti a lui. Con lo sguardo prese a seguire i numeri sulle porte, fino a raggiungere quella che la strega le aveva sussurrato nell’orecchio cinque minuti prima. Il cuore batteva, sempre più forte, e mano a mano che le sue dita s’apprestavano a stringere la maniglia in acciaio la fede pareva stringersi attorno all’anulare, rovente e malvagia, intrappolandolo lì.

Rimase fermo, a guardare la porta chiusa davanti a lui, immaginando Luisa già nuda.

Anzi no. Indossava sicuramente autoreggenti e intimo di pizzo abbinato, stesa sul letto a pancia in giù. Lo stava guardando attraverso le pareti, tentandolo con tutti i suoi mezzi, e gli strumenti


“Solo un passo. Solo un passo, il telefono in modalità aereo e poi mezz’ora di capriole. Come non ne facevi da un po’. Te le meriti, no?”.


Guardava ancora la maniglia che stava stringendo, sarebbe bastato abbassarla; poi da lì sarebbe stata tutta discesa.


“Sì, Dario, te le meriti. Tua moglie non ti guarda da mesi. Non sei più un uomo, sei quello che la mette a dormire quando si addormenta sul divano, sfinita... E capisco la bambina, e tutte le difficoltà, ma ha sposato te, non lei. Luisa può essere un... correttivo? Sì, chiamiamolo così. Un correttivo. Qualcosa che rimette in equilibrio le risorse, che aggiusta le cose e mette tutto sulla strada giusta.

Tutto sulla strada giusta...”.


Pensava a Ramona. Pensava al matrimonio, pensava alle fedi, al momento in cui aveva messo il suo nome attorno al dito di quella donna così piccola e diversa da lui.

Così morigerata e bella.

Pensava a sua figlia, a cosa sarebbe successo se Ramona l’avesse scoperto, a quanti aspirapolveri avrebbe dovuto vendere in quel caso, in un mese, per mantenere a distanza la sua famiglia.

Per cosa, poi? Per una scopata con Luisa? Ma ne valeva davvero la pena?

Poi però guardava la maniglia e sentiva l’odore di quella donna, e il sangue cominciava a ribollirgli nelle arterie, viaggiava rapido in quelle autostrade, passava nel cuore, lo riscaldava, raggiungeva il cervello, lo ubriacava, e poi si tuffava in basso, nelle mutande.

La voglia di aprire quella porta e prendere per i polsi Luisa lo stava letteralmente consumando.


“Vai. Ramona non lo scoprirà”.


Il cuore batté.

Forse un po’ più lentamente. Aprì un altro bottone della camicia, ora sembrava un po’ tamarro ma poco gli importava. Guardava ancora la fede, quindi ripensò agli occhi di Ramona che piangeva stanca.


“Ti serve. Ma non è giusto. Ti serve ma non è giusto”.


Sì, lo sapeva.

Doveva andare via. Lasciò la maniglia della porta e strinse quella della valigetta.

Voleva resistere.

Cercò di visualizzare sua moglie e sua figlia, di assopire quell’insana voglia di fare sua Luisa, in quel momento, per il tempo necessario di levarsi quello sfizio atavico. Poi però pensò che in cuor suo sarebbe tutto ritornato a posto: sarebbe rimasto lo stesso uomo di sempre, il marito perfetto, il padre presente.

Del resto sarebbe stato solo sesso.

Riguardò l’anello, lo rigirò attorno al dito. Era il simbolo della loro fedeltà, dell’amore che provavano l’uno per l’altra.

Ma era davvero così?

Una fede al dito era davvero una fede nel cuore?


“Sì. O forse no”.


Forse il tradimento non aveva a che fare con l’amore. Tradire una donna non significava necessariamente non amarla.

Significava mancarle di rispetto.


“Davvero riuscirei a entrare in questa stanza d’albergo e poi a uscire, così, tranquillo, e tornare a casa mia, e a continuare ad amare mia moglie come se nulla fosse?

Certo.

Sicuramente.

E forse riuscirei anche a guardarmi in faccia, e a dire a me stesso che tutto andrebbe bene”.


Annuì.

Questo perché lui era uno dei buoni, e a volte anche i buoni commettevano errori.

Quindi sarebbe rimasto il migliore dei mariti e il più presente dei padri nonostante tutto. Luisa sarebbe stata come una boccata d’aria fresca, un modo per riempirsi i polmoni prima che l’aria fosse finita.


“Voglio farlo, anche se non è giusto”.


Afferrò di nuovo la maniglia, con la fede al dito a mo’ di ghigliottina, pronta a tagliare di netto tutto ciò che era stato fino a quel momento per qualche attimo di leggerezza.

Guardò a destra, poi a sinistra.

Guardò la mano. Guardò la fede.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×