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Una storia di Piperilla

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 364 - Il crollo della civiltà

24 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 06 dicembre 2020 in Horror

Tags: #introspezione #morte #Romanzoapuntate #Splatter

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Sprofondare.


Sprofondare in un buco senza fine, priva della forza di riemergerne.


Quando aprii gli occhi, il giorno dopo la mia scorrazzata contromano in tangenziale, era questa la sensazione che provavo.


Che fossero gli strascichi della depressione, che tornava a farsi sentire con un ultimo colpo di coda? O magari era la caduta dal picco esagerato e prolungato di adrenalina che avevo vissuto soltanto alcune ore prima, come quando ci si ferma dopo un giro sulle montagne russe?


Forse la causa erano le parole della Signora delle Perle.


Davvero non vedi come la tua assenza di paura della morte stia diventando noncuranza nei confronti della vita?


Forse era proprio quello.


Stavo dimenticando cosa significasse vivere una vita vera; stavo dimenticando cosa significasse essere realmente parte del tessuto del mondo.


Questo avrebbe dovuto spaventarmi.


Ma tutto ciò che provai fu un blando senso di rassegnazione.


O cambi modo di essere, di sentire e di pensare, o accetti di dover condurre un'esistenza che non può neanche definirsi tale: altre scelte non ce n'è, mi fece notare impietosa una parte di me.


Sbuffai al nulla. Quell'argomento stava diventando stantio; l'avevo affrontato più e più volte – tanto con la Signora delle Perle che con me stessa – e continuare a rimuginarci non avrebbe cambiato i fatti.


Non è che non avessi intenzione di cambiare; ne ero incapace. Era tutto lì, il nocciolo della questione.


Come potevo aver paura di qualcosa che istintivamente non avevo mai temuto? Più importante: come potevo imparare ad avere timore di qualcosa – qualcuno – che, in realtà, da mesi non faceva che dimostrarmi quanto quella mia assenza di paura fosse giustificata dai fatti e in essi fondata?


Mi era impossibile. Andava contro la mia logica, contro tutto ciò che conoscevo, contro ciò che sentivo.


Contro la mia natura.


Questo faceva sì che prendere una decisione mi risultasse facile, ma non poteva impedirmi – non più a lungo di quanto già non avessi fatto – di cercare una risposta ad alcune domande.


Come poteva la mia stessa natura – senza essere corrotta, senza essere nociva per nessuno – rappresentare un problema tanto grave, nel grande schema delle cose?


Come poteva la mia stessa natura, pur senza andare contro le leggi, l'etica e la morale, rappresentare un motivo di condanna nei miei confronti?


Forse c'era davvero qualcosa di sbagliato, in me.


Forse ero davvero un pericolo per i miei simili.


Forse era davvero giusto che io cambiassi.


Percepii, nelle profondità del mio spirito, una frattura, un vacillare allarmante.


Stavo cedendo a tutto ciò che la Signora delle Perle mi diceva da mesi.


Chiusi gli occhi, presi un respiro profondo nel tentativo di schiarirmi le idee e iniziai a riflettere.


Anche ammettendo che il mio grado di evoluzione fosse troppo avanzato per gli altri esseri umani e costituisse quindi un problema, non era detto che cambiare fosse l'unica soluzione. Avrei tranquillamente potuto evitare di parlare della mia personale visione della morte e dell'aldilà; e, nelle occasioni richieste – che so, un funerale – avrei sempre potuto indossare una maschera e adottare un modello di comportamento conforme a quello della maggioranza delle persone. In fondo, quante volte nella mia vita avevo simulato le emozioni e le reazioni richieste dai canoni imposti dalla società? Non avrei potuto contarle neanche volendo, tanto erano numerose. Tutti l'avevamo fatto, in un'occasione o nell'altra, e tutti avremmo continuato a farlo. Cosa mi impediva di applicare questo schema anche agli argomenti che costituivano motivo di disputa tra me e la Signora delle Perle?


Niente, rispose la solita voce nella mia testa; quella più ostinata, quella che non sceglieva mai di tacere. La mia coscienza. Soltanto l'onesta intellettuale; perché, in caso non te ne fossi accorta, anche scegliere di tacere su argomenti che prima hai sempre affrontato in totale libertà è un cambiamento.


Giusto. Sbuffai di nuovo tra me: a che serviva trovare una soluzione, se una parte di me stessa finiva per bocciarla subito e senza appello?


Non ho bocciato nulla: ti faccio soltanto notare che, in un modo o nell'altro, qualcosa dovrai comunque cambiare, per uscire da questa impasse, replicò la voce. Quale, quanto profonda e quanto importante, sta a te deciderlo. Ma resta il fatto che dovrai sacrificare almeno una parte di ciò che sei, se vuoi sconfiggere la Signora delle Perle al suo stesso gioco: ogni vittoria ha un prezzo.


Quella verità, scomoda e spiacevole, mi lasciò l'amaro in bocca non appena ebbi finito di pensarla. Era così: se avessi voluto liberarmi della Signora delle Perle, avrei dovuto rinunciare a una parte di me e sacrificarla in nome di una vittoria piena e definitiva; non come le piccole rivalse che m'ero presa nel tempo, vuote e passeggere.


Sacrificare una parte di me era qualcosa che non m'era mai piaciuto fare; specie se derivava da un'imposizione e non dalla mia libera volontà, da un processo che avevo svolto in totale autonomia, senza pressioni esterne.


Eppure, quella singola parola continuava a rimbombarmi nella mente.


Sacrificio.


Mi guardai indietro e tornai fino al giorno di quella prima, sconvolgente morte, per capire che in realtà avevo sempre saputo che sarebbe finita così, che a un certo punto avrei dovuto scegliere.


Dall'istante in cui la Signora delle Perle aveva fatto il suo ingresso nella mia esistenza e l'aveva sconvolta, era sempre stato ovvio – tranne a me – che non avrei mai più potuto avere tutto: la mia vita e la mia identità così com'erano sempre state fino a quel momento.


Il risultato era soltanto uno; chiaro e, almeno ai miei occhi, terribile.


Dovevo necessariamente cambiare qualcosa di me stessa o rassegnarmi a restare in quel limbo, con la Signora delle Perle come unica compagnia; eppure ero incapace di fare entrambe le cose.


Aprire gli occhi a quella verità mi procurò un dolore che non aveva niente a che fare con le morti atroci che m'erano state riservate fino a quel giorno, e molto più simile a ciò che avevo provato in casa dei miei genitori.


Strizzai gli occhi mentre quella lotta intestina che si era appena accesa nella mia anima mi dilaniava dall'interno; e sentii, con una sensazione a metà tra la rabbia e la vergogna, le lacrime scivolarmi sul volto.


Mi asciugai le guance con un lembo del lenzuolo e presi un respiro profondo.


Non dovevo decidere subito; avevo a disposizione tutto il tempo che volevo.


Forse la cosa migliore da fare, per quel giorno, era restarmene a letto e digerire quelle conclusioni sgradite a cui ero arrivata; e chissà che così, senza dare alla mia nemesi una buona opportunità per uccidermi in maniera fantasiosa, non la costringessi all'inazione e non riuscissi comunque a uscire da quell'irritante circolo vizioso.


Ma era un pensiero sciocco e lo sapevo: quella donna – quell'entità, quella dea, qualunque cosa fosse! – sembrava possedere una fantasia inesauribile. Chissà; avrebbe potuto tranquillamente farmi crollare il soffitto sulla testa pur di non concedermi, una volta tanto, una morte dolce!


La domanda era solo una: ero disposta a renderle la vita facile, quel giorno?


Mi girai su un fianco e tornai a dormire.


E dormii profondamente; tanto profondamente da non saper neanche dire se il mio sonno fosse durato pochi minuti o molte ore.


Tanto profondo da farmi ignorare qualunque rumore.


Tranne uno.


Quando iniziai a risvegliarmi, nonostante fossi intontita, le mie orecchie colsero subito uno scricchiolio molto forte, sconosciuto, per nulla familiare.


Fuori posto.


Mi strofinai gli occhi nel tentativo di scacciare gli ultimi strascichi del sonno e rotolai sulla schiena, alla ricerca della fonte del suono. Il mio sguardo si posò sul soffitto e per un istante rimasi interdetta: la distesa bianca che osservavo ogni mattina e ogni sera sembrava essere diventata un enorme, caotico arabesco di linee sottili.


Che diavolo è? non potei fare a meno di chiedermi.


Lo capii un istante più tardi; quando quelli che avevo scambiato per strani decori si allargarono di fronte ai miei occhi in una ragnatele di grosse crepe e il solaio mi precipitò addosso.


E magari sarei anche potuta sopravvivere... se un detrito particolarmente pesante non mi avesse centrata in piena fronte.


A quanto pareva, la Signora delle Perle non si faceva scoraggiare neanche di fronte alla mia totale inattività.


Non solo: sembrava proprio che io iniziassi a conoscerla abbastanza da prevedere qualche sua mossa.


Se non fossi stata sommersa da chili di cemento e residui vari, mi sarei compiaciuta di me stessa.


«Questo non me lo aspettavo davvero». La voce – la sua voce – e il rumore lieve di passi sui calcinacci era tutto ciò che potevo percepire. «Cos'è? La bravata di ieri è stata troppo, per te, e avevi bisogno di riposo?»


E se anche fosse? pensai. Non posso andare a cento all'ora tutti i giorni.


«Non sei spiritosa». Quelle parole risuonarono come una sferzata. «Non mi piace, quando stai per conto tuo; di solito è tutto tempo che usi per pensare... e quando pensi, finisci sempre per rendere la mia esistenza più difficile di quanto già non sia».


L'indignazione mi riempì la mente con la violenza di uno tsunami. Come poteva avere la faccia tosta di affermare che fossi io a rendere più difficile la sua vita?


La sfacciataggine di quella donna era senza fine.


Sai che ti dico? Parlare con te è privo di senso. Uccidimi ogni giorno fino alla fine dei tempi, se è quello che vuoi o che devi fare, ma risparmiami almeno il dubbio piacere della tua conversazione! pensai decisa.


Per qualche momento, la Signora delle Perle non proferì parola.


«Come vuoi, Rose» rispose infine in tono piccato. «Ma non t'illudere che ignorarmi cambi le cose: sarò ancora qui domani, e il giorno dopo, e quello dopo ancora. Sarò qui fino a quando non ti piegherai».


Non le risposi; non volevo alimentare un'inutile polemica.


E poi vidi schegge d'oscurità farsi strada attraverso i pezzi di solaio che mi sommergevano e, se avessi avuto il controllo del mio volto, avrei pianto di gioia all'idea di liberarmi di lei senza bisogno di parlarle ancora.


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