scrivi

Una storia di Marti75

Olio su tela

194 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 12 gennaio 2019 in Altro

0


Una bambina si appoggiava su una vite, davanti a lei il sole calante del tramonto, che si lasciava morire piano piano dietro le colline. Si lasciava avvolgere dalla luce e dal tepore mentre il cielo pareva non finire più, lasciando nel suo strascico infuocato, l'etereo aleggiare di una presenza. Il cuore le si mise a battere più forte nel petto, in subbuglio, il respiro le si fece incalzante, ma senza paura né resistenza : «questo è ciò che è... ecco perché viviamo», pensò.
Vortice di vita si snoda ora, si arrotola all’indietro scorrendo con la lentezza di un ruscello di campagna in estate, mobile ed eterno. Delle mille spire che aveva tracciato il tempo dentro di lei, quell’istante era restato stampato nel suo ricordo e nelle sue membra. Solo i bambini sanno toccare il segreto.
«Qu'est-ce que tu écris? (cosa scrivi?)»
«Bah... des souvenirs.. (Ricordi...)»
«Mais...comme-cela? (ma...così?)»
Ride, quasi a prendermi in giro
«Mais qu'est-ce que tu écris? (Ma cosa scrivi?)»
« J'écris (Scrivo)»
Il sole uscì all'improvviso. Quel giorno il cielo era più cangiante di sempre; con il vento che a velocità costante ne mutava i disegni, la disposizione e l'umore. Non sapeva se un giorno si sarebbe abituata a quel cielo...non era il «suo», quello cullato dagli Appennini, dai boschi della Linea Gotica. Ora il vento soffiava più forte, a tratti...il vento di Tolosa, ululante e violento. Leggenda narra che questo sia il vento della pazzia, tanto demoniaco da far veramente perdere il senno. Elisabeth le aveva raccontato che il suo ex-marito, medico, aveva fatto la sua tesi sul «vent d'Autan» e i suoi legami con la follia.
«On est quel jour aujourd'hui ? (Che giorno è oggi?)»
«Mardi (Martedì)»
Il martedì era il giorno di riposo dello zio, che per tutto il resto della settimana mandava avanti con la famiglia un ristorante di specialità toscane. Tutta la grande famiglia, eccetto la zia che era emigrata a vivere in città, si ritrovava la sera di ogni martedì dai nonni, nella grande casa colonica, il podere di famiglia in campagna. Non avevano mai fatto altro in tutta la loro vita i suoi nonni: lavorare i campi, curare le bestie, tirar su un figliolo dopo l'altro, con quella rettitudine e quel rigore contadino di un tempo, che poco spazio lasciavano pero' alle coccole e alle carezze. «I miei figlioli, li ho tirati su diritti», diceva sempre la nonna, mentre preparava le patatine fritte per la cena. E i nipoti non facevano in tempo ad arrivare che cominciavano a rubarne a pizzicotti dalla ciotola di ceramica a fiori, tra i rimproveri dei grandi : «Basta...non ne resterà per la cena!» . Ma lo zio vecchio, «lo zio bizzo», il predicatore di casa, alto, austero che a lei incuteva sempre una sorta di timore, tra le tante sue sentenze, enunciava: «Quande i' corpo l'ha avuto...». Quelle della nonna erano patatine strane, uniche al mondo, forse perché usava l'olio di girasole e non quello di oliva, per quell'ossessione per il risparmio tipica della sua famiglia contadina; o forse perché le preparava sulla cucina economica, a legna, che scaldava più lentamente le pietanze. Erano di un giallo diafano, un po' rinsecchite, avevano la consistenza della gomma, ma erano e restavano patatine fritte, premio ambito da tutti i bambini.
Poi via via che arrivavano gli zii, le cugine, l'aria si riempiva di schiamazzi, della gioia di ritrovarsi, di essere insieme. Ora che lei abitava lontano, in un altro paese, dove si parla un'altra lingua, dove tutto le sembrava così diverso, a volte, quel tempo lontano era ancora più presente: aveva come la certezza che esistesse ancora da qualche parte, non solo dentro di lei, ma nel silenzio, nella fissità, da qualche parte che nemmeno lei se lo sapeva spiegare dove e come...
La tavola della grande cucina era di quelle «con la giunta» dalle due parti: talvolta ci entravano in venticinque o trenta. C'era sempre qualcuno che, a un certo punto, cominciava a gridare di politica. Non si poteva parlare, ma solo gridare quando si trattava di politica. Quando era piccola non capiva, ma poi piano piano, si era resa conto che si trattava di veri e propri combattimenti, sfide, duelli, dove ognuno cercava di sopraffare l'altro, e più gridava e più sembrava riuscire a rivendicare una qualche verità assoluta. Anche se, naturalmente, il massimo del conflitto si giocava tra il vecchio partito comunista e il nuovo partito democratico: la falce e il martello da una parte e la quercia dall'altra.
Poi c'erano gli scherzi alla nonna. Il genero più giovane, personaggio che tutti avevano soprannominato “Pippo”, le dava del voi come fosse uscita da un documentario sul Fascismo della prima metà del secolo. Poi le chiedeva, come se nulla fosse, se l'indomani avesse voluto usufruire della “macchina pela-polli”, ultimo ritrovato della tecnica moderna. La nonna, nel suo grembiule a fiori, che ne esaltava la gobba e la pancetta, stava allo scherzo e, ridendo con tutto il viso, rispondeva: «Tu fai celia...te ti conosco, mascherina!». Il nonno, a capo tavola che impugnava la forchetta con tutta la mano e la usava come fosse un cucchiaio, le sere d'estate in canottiera e con lo stecchino in bocca, si addormentava alla tavola e russava in libertà, dopo aver bevuto la sua calmante «acqua di malva».
Ricordava anche i pomeriggi assolati passati nel tino, al ronzare delle mosche: allora faceva troppo troppo caldo in casa per schiacciare lì il sonnellino e il nonno aveva messo un lettino accanto alle botti di vino, vicino alla loggia. Lei risentiva ancora il ruvido delle lenzuola fresche di canapa, quella coltivata, filata e intessuta dal bis- nonno. Chissà quanto tempo gli ci era voluto per toccare tutto quel filo, addipanarlo, tesserlo...serate e serate d'inverno, di veglia al focolare. Straordinario, a pensarci davvero: le dita del bis-nonno erano scivolate su tutto quel filo fino a dargli la consistenza della tela che ora abbracciava il corpo grosso del nonno e il suo respiro ritmato nella calma di agosto. Chissà se qualcosa di quelle dita, di quella pazienza era rimasto nelle lenzuola, un qualche residuo di vita, una qualche eredità di sacrificio, un qualcosa di un’umanità scomparsa e antica, di cui lei non sapeva nulla, di cui non restavano neanche fotografie spiegazzate e ingiallite. Quelle lenzuola erano sopravvissute al bis-nonno, mentre di lui non si sapeva più nulla, anzi, se ci pensava bene ora, a distanza di più di trent'anni, non ne ricordava neppure il nome. Un giorno anche lei sarebbe scomparsa in foto sbiadite, dimenticate chissà dove e la tela della sua vita con loro. Solo il ricordo di quello che aveva trovato in quel tramonto lontano della sua infanzia le faceva credere fermamente che qualcosa sarebbe restato, anzi qualcosa è, sempre. Anche se non ricordava cos'era. In quei pomeriggi che non finivano mai, l’obbligavano a distendersi un po', ma lei non voleva, si alzava, andava al cancello, e allora passava le dita sul muro, su quella scritta incisa nell'intonaco «FRA», cesellata nel muro. Sentiva il solco delle lettere, i piedi scalzi sul freddo della pietra del pavimento. Chi l'aveva combinato quel dispetto? Incidere sul muro le proprie iniziali... Quando lei aveva scritto, disegnato, anzi pitturato sui muri di camera sua, era stata subitamente redarguita come si deve. Chi aveva intarsiato quel «FRA» lì sul muro della loggia accanto all'entrata? Sua madre? O lo zio?
«Perché nonna hai messo questi nomi ai tuoi figli?»
«Il primo, Daniele, me lo aveva suggerito la vicina, poi la seconda fu Daniela...»
«E allora la mamma?»
«Francesca lo feci scegliere alla Daniela...e poi fu Francesco il più piccino»
Lo zio Calimero, come tutti lo chiamavano, l'unico che era uscito con capelli e occhi neri. Gli altri tre erano chiari e con gli occhi azzurrissimi come la nonna. Molte volte si era chiesta come il nonno e la nonna si fossero conosciuti ed innamorati. Aveva anche cercato di immaginarlo, ma poi non si era mai sognata di chiederlo a loro. La nonna era una donna tutta d'un pezzo, generalessa della famiglia, sempre a battibecco con la suocera, che avevano preso in casa; era attenta amministratrice delle finanze domestiche, si era sempre occupata della casa e dei figli con efficacia e disciplina. Non esitava a ricorrere a qualche sculaccione, quando ci voleva. Il nonno invece era un sognatore senza averne coscienza, col suo stecchino in bocca che lo aveva aiutato, così diceva, a smettere di fumare : partiva di notte, quando il caldo era davvero insopportabile, per andare nei campi col suo amico trattore. Sempre traboccante di ottimismo e di sorrisi per tutti, canterellava tra sé e sé sempre il solito motivetto «tralalero rarariero, tralalero rararià».
Passava interi pomeriggi nel silenzio della sua vigna, perché, diceva, lo spaventapasseri non bastava ad allontanare gli storni dalle sue viti. Lo vedevi seduto davanti ai filari che scendevano lungo la collina e più lontano il paretaio, luogo di misteri e avventure per i bambini. Ogni tanto levava gli occhi, si alzava e con un martello batteva il coperchio di una grossa pentola da conserva, appeso alla rete dell'orto per scacciare quegli uccelli sfrontati che osavano comunque attaccare la sua uva, che ben presto avrebbe vendemmiato.
Ecco,lei era convinta che lui avesse capito cosa c'era laggiù infondo al tramonto, dove a lei era stato dato di guardare una volta. Il nonno la teneva quella cosa che a lei ora sfuggiva, che rincorreva tutte le volte che si ricordava di quegli attimi. Il nonno ce l'aveva fatta a fermarla, a carpirla e ora la teneva da qualche parte, dentro di lui. E ne sorrideva, dentro, zitto zitto, pensando che poveretti, tutti gli altri che credono che la vita sia tutta lì, in quel motivetto che di continuo lui canterellava, per ingannare tutti per fargli credere di essere un sempliciotto di contadino, senza istruzione e inconsapevole dell'esistenza.
«Mais qu'est-ce que tu es en train d'écrire, on peut le savoir? (Ma cosa scrivi, si può sapere?)» «En fait je n'écris pas: je peins (In realtà non scrivo: dipingo)»
«Tu es folle ou quoi? Tu peins à l'ordi? C'est le vent d'Autan qui te fait cet effet? (Tu sei tutta matta. Come “dipingi”, al computer? E' il vento d'Autan che ti ha fatto uno strano effetto?)»
Sì: scrivo, e potrei anche disegnare o dipingere sul muro della nostra camera, come quando ero piccola. O gravarci qualche sillaba ballerina e misteriosa, mentre mi lascio rapire dall’impeto di questo vento straniero. E d'improvviso vedo mio nonno: la pelle abbronzata dal sole arido di agosto, nel suo cappello di paglia mi sorride di una mitezza infinita e mi fa cenno con quelle sue mani grosse, le unghie nere di chi per tutta la vita non ha fatto che toccare la terra. E allora mi limito a rispondere:
« Oui...je peins...un tableau (Si...dipingo...un quadro)»


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×