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Una storia di Barbarella49

El matador

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15 minuti

Pubblicato il 09 marzo 2020 in Altro

Tags: #Corrida #Toro

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Il caldo infernale di quel pomeriggio si rifletteva sulle tribune dell'arena gremita di persone, venute ad assistere all'evento.

Era un pomeriggio torrido di fine estate.

Si poteva sentire nell'aria l'eccitazione crescente della folla, che si trasformava in un brusio indistinto. All'interno dell'arena Manuel si stava preparando al grande evento: lo scontro con un toro possente di 500 chili.

La tauromachia era una pratica tramandata nella sua famiglia di generazione in generazione. Suo padre, suo nonno e i suoi antenati erano stati dei toreri eccezionali. Suo padre era molto elegante ed aggraziato nelle movenze. Purtroppo aveva perso la vita in un'arena come quella ad opera di un toro giovane e molto possente. Quel giorno era rimasto ben impresso nella sua memoria. Suo padre che fronteggiava con fierezza quel bell'esemplare, muoveva la muleta, a destra e poi a sinistra davanti al toro che caricava sempre a vuoto. Quando però il torero prese la spada affilata per trafiggerlo, il toro fece uno scarto e lo colpì ripetutamente con le sue corna con un accanimento sbalorditivo; la forza bruta della bestia, il suo desiderio di rivalsa avevano avuto il sopravvento. Sua madre aveva iniziato ad urlare, lui era come bloccato da quella visione del padre steso per terra sanguinante e questa immagine lo perseguito` per diverse notti, senza dargli tregua. Com'era possibile che fosse successa questa cosa a suo padre, che era invincibile? Lui lo aveva sempre visto come un eroe immortale e invece adesso giaceva in un letto, senza vita, con gli occhi chiusi per sempre. Adesso si doveva concentrare, l'incontro tra lui e il toro sarebbe avvenuto di lì a poco. Si era preparato con cura. La cerimonia della vestizione era un rito obbligatorio e importante. Prevedeva la presenza del "mozo de espades", una specie di maggiordomo moderno, che assiste solamente il torero.

Manuel indossò il trajes de luce, il tradizionale abito dei toreri, il cui nome deriva dai mille riflessi di luce che si sprigionano dalle paillettes cucite sul vestito. Il suo era di un bel colore rosso granato e decorato in oro. Aveva sempre sognato di indossare quegli indumenti, per cimentarsi in quello che gli piaceva fare di più in quel momento. Pur conoscendo i pericoli della professione, volle continuare sulle orme della carriera del padre.

Manuel era impaziente di avere su di sé tutti gli occhi del pubblico. Ripercorse le tappe che l'avevano portato ad intraprendere questa professione. Gli estenuanti allenamenti a cui si sottoponevano giornalmente nella prestigiosa scuola di toreri che aveva iniziato a frequentare a Madrid. Inizialmente venivano fatti allenare con corna finte di toro e combattimenti corpo a corpo. Il suo fisico si era irrobustito e temprato, il suo carattere sanguigno aveva fatto il resto. La sua prima corrida era avvenuta all'età di 17 anni; con la stessa eleganza che contraddistingueva i membri della sua famiglia aveva dimostrato una padronanza e un sangue freddo da record. Era diventato via via uno dei migliori al mondo e aveva viaggiato per tutto il continente, diventando presto famoso. Manuel era bello, alto, con un fisico atletico. Moro e con occhi marroni scuro, dallo sguardo profondo, aveva un profilo perfetto con un naso da divinità greca, un sorriso smagliante, la mascella volitiva e quando sorrideva due adorabili fossette si affacciavano sul suo bel viso. Quando poi indossava la divisa da matador era proprio sensazionale ed infatti le ragazze stravedevano per lui. Manuel era stato un dongiovanni, gli amori non gli erano mancati, fino a quando conobbe la donna della sua vita, una ballerina di flamenco, conosciuta ad una festa, tenutasi dopo i festeggiamenti per la vittoria. Ricordava il momento in cui l'aveva vista per la prima volta ballare. Le era sembrata una farfalla, tanta era la leggiadria che tracimava dai suoi movimenti, la sua grazia. E poi era bella! I capelli neri lunghissimi, che le ricadevano in morbidi boccoli sulla schiena, occhi verdi, una bocca carnosa, il fisico perfetto, con le curve al posto giusto e quelle gambe tornite e affusolate. Se ne era innamorato al primo sguardo, ma ancora di più quando iniziarono a parlare, perché scoprirono di avere molti punti in comune. Quel giorno stava pensando a lei, a Carmen. Adesso però doveva concentrarsi. L'ideale era non pensare a niente e prepararsi mentalmente allo scontro. La folla là fuori attendeva solo questo. Tutte le volte venivano ad assistere alla vincita dell'uomo sulla bestia, all'affermazione della supremazia dell'uomo su di un animale. Lui faceva solo il suo lavoro. La tauromachia aveva avuto sempre molto successo, era stata molto amata, soprattutto in passato, ma negli ultimi anni gli animalisti si erano scagliati contro perché li accusavano di effettuare barbarie nei confronti di quegli animali che non potevano difendersi, perché fiaccati troppo. Ecco, il rito della vestizione era concluso, non restava altro che indossare la montera, un cappello a falde larghe, di solito di colore nero e poi aspettare il segnale che era il momento di entrare.

L'eccitazione della folla sembrava crescere in modo esponenziale.

Si recò verso la piccola cappella, dove lo aspettava il prete per la benedizione.

Ebbe inizio il corteo, che si aprì con due araldi a cavallo in costume del XVII secolo.

Questi chiesero simbolicamente al presidente le chiavi della porta da cui sarebbero usciti i tori.

Adesso era arrivato il momento del suo ingresso trionfale nell'arena; insieme ad altri due toreri avanzò con baldanza, cosciente di aver mille occhi puntati addosso, osannato e incoraggiato dalle numerose ragazze che sugli spalti urlavano il suo nome e lanciavano baci.

Era curioso tutto questo entusiasmo per una competizione, che avrebbe portato inevitabilmente alla morte di qualcuno.

Era cosciente del fatto che tutte le volte che si sarebbe venuto a trovare di fronte ad un toro, avrebbe rischiato la vita.

Ma non voleva pensarci, adesso gli applausi erano tutti per lui e per gli altri che lo accompagnavano in questa pericolosa avventura.

Il suo fu un ingresso Trionfale, insieme alla sua cuadrilla formata da due picadores a cavallo e tre banderilleros.

Così fecero gli altri due toreri, suoi colleghi, con le loro rispettive cuadrillas.

Il caldo era opprimente in quella giornata d'estate; il sole era ancora alto nel cielo, nonostante fossero le 18 e si apprestasse a compiere la traiettoria, che l'avrebbe portato a regalare un tramonto mozzafiato ad ovest.

La pesantezza dell'abito che indossava lo faceva sudare ancora di più. Gocce di sudore cadevano dalla sua fronte, mentre guardava con impazienza quel punto, il toril, da dove sarebbe uscito il toro.

Mancavano pochi minuti ormai.

Tutti guardavano nella stessa direzione, quindi trattennero il fiato quando fece ingresso nell'arena il toro, un bell'esemplare di un colore nero come la pece.

Pareva stordito, guardava ora di qua e ora di là, quindi iniziò a correre verso destra, cercando una via di fuga che non trovò.

Fece il giro completo dell'arena, pareva terrorizzato.

Manuel sapeva bene il trattamento a cui venivano sottoposti tutti i tori prima di una corrida.

La maggior parte proveniva da allevamenti altamente selezionati dell'Andalusia e dell'Estremadura.

Prima della corrida venivano messi in cassoni stretti e bui, senza mangiare e bere. Quindi erano colpiti con sacchetti di sabbia e tavole; gli occhi riempiti di vaselina, le zampe cosparse di trementina, per impedirgli di stare fermi. Infine della stoppia gli veniva infilata nella gola e nelle narici. Erano poi sempre drogati.

Il toro, quando veniva liberato nell'arena, aveva l'impressione di essere libero e quando si rendeva conto di essere caduto in una situazione ben peggiore era troppo tardi. A quel punto cercava di ritornare da dove era entrato, ma la porta era chiusa e il toro la prendeva a cornate.

Manuel osservò l'animale: era bello, fiero, dal manto lucente; era però, come tutte le volte, confuso su cosa ci facesse lì in quel posto e cosa volessero da lui.

Manuel andò incontro al toro, osservandolo bene, studiandone le mosse, la resistenza fisica e la rapidità dei riflessi. Iniziò a provocarne le cariche, utilizzando il capote, un grande drappo di colore rosa acceso sulla faccia esterna e giallo su quella interna.

La folla era tutta per lui e gridava "olé" ad ogni movimento del mantello.

Era cosciente del fatto che se avesse sbagliato anche di un solo millimetro un gesto, il toro l'avrebbe facilmente incornato.

Tuttavia, nonostante la tensione non sbagliò un movimento. La sua grazia era evidente.

Pareva che il toro avesse già perso quella partita, che era solo all'inizio.

Presto il presidente della giuria avrebbe chiamato il "picador", ovvero il pizzicatore.

In sella ad un cavallo grigio arrivò il picador, che doveva servire come rinforzo al torero. Con un'arma, chiamata "Vara de Picar" l'aizzatore colpì ripetutamente il toro nel garrese, per diminuirne la forza e la resistenza fisica, aiutato in questo dal cavallo bardato con il caparazon, una sorta di armatura trapuntata, che protegge ventre ed arti. Massimo due colpi, secondo quanto stabilito dalla legge spagnola, che regola le corride , ma di fatto i colpi di Vara de Picar furono molti di più. Il toro era in evidente stato confusionale e sofferente, cercava di dare cornate a destra e a manca.

Quindi cominciò la fase de Il tercio de Banderilleros. Arrivarono i Banderillos, degli uomini che vestivano abiti colorati e sgargianti che avevano il compito di indebolire ulteriormente l'animale, conficcandogli delle "Banderillos", cioè delle asticciole lignee coperte da nastri colorati di carta crespa e terminanti con un arpioncino in acciaio. Ne conficcarono sei sul garrese del toro. Quello era il numero massimo consentito, a meno che il presidente non decidesse di limitarne il numero a quattro, se il bovino aveva ricevuto molti colpi di Vara.

Manuel seguiva le varie fasi della corrida; sapeva che presto sarebbe toccato a lui e si preparava già con il pensiero alla terza fase: il Tercio de Muleta.

La folla era sempre più eccitata, il brusio era aumentato e dagli spalti si udiva chiaramente il grido "olé, olé che andava scemando nella quiete immobile dell'aria. Acclamato come una star, Manuel fece di nuovo il suo ingresso nell'arena; guardò prima a destra, poi a sinistra, infine osservò il toro, che teneva la testa abbassata perché i colpi ricevuti dai picadores gli avevano danneggiato i muscoli del collo.

Manuel teneva in mano la "muleta", ovvero quel famoso drappo rosso che sventolano i toreri, per confondere e stancare l'animale.

Manuel guardò la bestia. Sentiva caldo in quella giornata così torrida; il sudore gli si era appiccicato addosso e una sensazione di inquietudine cominciò a farsi strada nella sua mente.

Non era da lui.

Lui che non aveva mai provato un briciolo di paura, ora non riusciva a spiegarsi questa sensazione.

Doveva rimanere concentrato.

Alzò gli occhi verso le tribune e il suo sguardo cadde sulla ragazza con i capelli corvini, che lo stava osservando con gli occhi quasi febbricitanti. Era Carmen. Allora era venuta. Di solito non presenziava alle sue corride, perché era troppo spaventata. Oggi, però si era fatta coraggio. Il suo vestito rosso fuoco spiccava in mezzo a tutto il resto. Il sangue spagnolo che le scorreva nelle vene la rendeva una persona passionale ed esuberante e le piaceva mostrare tutto questo nella danza e nei colori dei vestiti che indossava. Di nuovo Manuel pensò che non doveva assolutamente distrarsi.

Guardò il toro negli occhi, resi appannati dalla vaselina, come a voler sfidare la bestia in un duello all'ultimo sangue; quindi iniziò a muovere la Muleta. Il toro sbuffo` fremente dalle narici, quindi iniziò a scalpitare con lo zoccolo mentre se ne stava a testa bassa, perché aveva troppo dolore. Sconfitto ed umiliato si preparava ad essere sacrificato.

Manuel non distoglieva un attimo gli occhi dalla bestia e cercava di muoversi in sincronia con i suoi movimenti perché un passo falso lo avrebbe facilmente condannato ad una fine orrenda.

Il toro sanguinava già copiosamente dalla schiena ripetutamente ferita dai picadores e dai Banderilleros.

Quel rosso vivo color rubino colpì gli occhi di Manuel ferendoli e regalandogli la consapevolezza del dolore e della sofferenza nella bestia, ormai stremata. Il rosso, quanti significati portava con sé quel magnifico colore. Lo riportava ai ricordi, alle caldi estati di Siviglia, ai tramonti infuocati, alle angurie deliziose mangiate da piccolo, alla rosa rossa che portava Carmen appuntata sui capelli, quando la vide per la prima volta; un colore vivo, passionale, intenso, foriero però anche di una furia distruttrice e devastatrice, presagio di catastrofi e morte nelle sue tonalità più cupe.

Tuttavia non doveva distrarsi in questa danza con la morte.

Manuel stava guardando in faccia la signora con la falce e la stava sfidando.

La paura di morire venne sostituita dall'audacia, dalla voglia di sopraffare e così garantirsi la sopravvivenza.

Una scarica di adrenalina lo pervase dalla testa ai piedi e lo fece sentire vigile e vivo.

Una quiete quasi innaturale piombò sull'arena. Non era normale tutto quel silenzio. La tensione nell'aria era palpabile.

Si stavano fronteggiando lui, l'uomo e "l'animale"; la ragione e l'istintualità; la crudeltà, nascosta sotto ad una parvenza di eleganza contro la forza bruta autentica senza i veli dell'ipocrisia; la prestanza ragionata contro la disperata veemenza di un condannato a morte.

Si decideva tutto qui e subito. La vita, la sua vita unica e insostituibile appesa ad un filo sottile, che le Parche potevano tagliare da un momento all'altro e quando meno te lo aspettavi.

Teneva in pugno la spada ben stretta, nella mano sudata, nascosta dalla Muleta e continuava a guardare il toro, che esausto, rincorreva il drappo, senza più un perché e un per come, come una mosca svolazzante attorno ad una lampadina.

Piano piano vedeva il vigore fluire via dall'animale, come uno spirito che si allontana da un corpo.

Chissà cosa provava in quel momento il toro, pensò Manuel. Se era a conoscenza del fatto che di lì a poco avrebbe incontrato la morte.

Quando era stato il momento in cui era diventato così cinico e indifferente alle sofferenze di un altro essere vivente? Perché aveva scelto quella strada, così rischiosa per lui e tremenda per altri? Perché?, si stava chiedendo adesso in quel momento.

Avrebbe dovuto capirlo quando aveva assistito alla morte di suo padre, là sugli spalti di una tribuna fredda, asettica; quelle immagini così dure, crude avevano spezzato il suo cuore di bambino. Avrebbe dovuto dire basta e scegliere un'altra strada perché non era giusto tutto questo, non lo era, non gli piaceva, eppure lui continuava ad essere il protagonista di questo ingranaggio spietato e calcolatore.

Era lì e doveva pensare alla sua di vita, al resto avrebbe pensato dopo.

Sudando copiosamente impugnò la spada con decisione, alzò il mantello, quel tanto che bastava per far scattare il toro, che pur privato della sua forza migliore, conservava ben intatti i suoi riflessi.

Quando il toro gli passò accanto, la spada si alzò, cercando di colpire, ma fallì e fendette solo l'aria.

Un mormorio di protesta si sollevò dal pubblico, che pareva quasi ipnotizzato dallo svolgimento del duello, senza l'amara consapevolezza che lì qualcuno rischiava di non vedere la luce del giorno seguente.

Il toro si era svegliato, constato` Manuel con timore, misto ad un'ammirazione per il vigore fisico dimostrato dalla bestia.

Aveva sottovalutato l'istinto di sopravvivenza, che si trova insito in ogni essere vivente.

Adesso si sentiva alle strette, quel colpo era andato a vuoto e l'animale sembrava dimostrare ancora una resistenza preoccupante.

La stava conducendo troppo per le lunghe.

Doveva affrettarsi, il regolamento parlava chiaro. Doveva uccidere il toro entro il decimo minuto del "Tercio de Muleta". Il tempo stava andando al rallentatore o forse era una sua impressione?

Dagli spalti partì lo squillo di tromba ad indicare che i dieci minuti canonici erano passati.

Doveva dargli il colpo di grazia con la spada, nascosta dietro la Muleta, conficcandogli questa tra le scapole, fino a raggiungerne il cuore.

Eccolo, sta arrivando guarda com'è docile, sembra un agnellino, pensò Manuel, convinto che il momento giusto per fare quello che doveva fare, era arrivato.

Manuel impugnò con forza la spada, pronto a colpire.

Silenzio.

Attimi sospesi che sembravano durare tanto ed invece avevano la stessa lunghezza di un battito di ciglia.

Il toro a testa bassa ci mise tutta l'energia che gli era rimasta in corpo e puntò, andando dritto dritto verso Manuel e come se non pesasse nulla lo sollevò in alto, per poi farlo piombare per terra. A quel punto la sua rabbia era arrivata alle stelle e uscì dall'animale come un fiume in piena. Con quelle corna micidiali colpì a fondo alla cieca, procurando ferite mortali, distruggendo, calpestando, uccidendo in una sorta di sordida rabbia, covata troppo a lungo dentro. La rabbia aveva avuto il sopravvento, l'istinto di sopravvivenza dell'animale aveva vinto, aveva rotto gli argini del suo essere per straripare in un attacco micidiale e mortale, frutto di una furia incontenibile.

Manuel non si rese neppure conto, tutto avvenne in un attimo.

Il toro che lo sollevava e poi lo incornava all'inguine e alla schiena. Ciò che aveva sentito era un dolore atroce, poi tutto aveva cominciato a girare attorno a lui e si era accasciato per terra. I soccorritori furono subito pronti per portarlo via con la barella

Tutto il pubblico si era alzato e stava urlando. Carmen aveva assistito a tutta la scena e sentendosi impotente aveva iniziato a piangere in modo scomposto. Non voleva perdere Manuel perché sentiva di amarlo. Un'angoscia cupa l'avvolse e l'unico modo per trovare consolazione fu di pregare per la salvezza del suo fidanzato. Manuel non aveva perso i sensi, era ancora vigile. Un dolore sordo gli saliva dalle viscere, fino a trapanargli il cervello. Cercava di dare direttive al dottore sul tipo di ferita ricevuta perché un intervento tempestivo poteva significare la sua salvezza. L'emorragia era forte, continuava a sanguinare copiosamente. Nonostante questo Manuel ebbe compassione per il toro e chiese che gli fosse concessa la grazia, ciò voleva dire che il toro non sarebbe stato ucciso, ma salvato per diventare il procreatore di una razza molto forte e valente.

Carmen si precipitò al suo fianco. Gli occhi della giovane piangevano. Erano così espressivi, in essi lesse la preoccupazione di una donna innamorata. Fu l'ultima cosa che vide, prima di sprofondare in un sonno senza sogni, dal quale non si sarebbe più risvegliato.














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