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Una storia di Purpleone

Profumo di bacche e fiori

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16 minuti

Pubblicato il 04 ottobre 2020 in Horror

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Seduto al tavolo della misera stanza contemplava distrattamente il corpo della donna accanto al caminetto, chiedendosi, tra un bicchiere e l'altro di whisky fatto in casa, cosa diamine avrebbe dovuto farne. Il fatto che fosse sua moglie (o quel che ne restava) non pareva essere granché rilevante.

Erano le tre del pomeriggio e c'era troppo caldo anche solo per prendere una decisione. Pensò che sarebbe stato meglio aspettare l'imbrunire prima di pigliare la vanga e scavare una buca bella fonda. Che fretta c'era? Lei non sarebbe andata da nessuna parte se non, forse, nei grandi pascoli degli indiani.

Buttò giù un altro sorso di alcol dalla piccola giara di terracotta e ruttò rumorosamente.

Dalla porta e dalla finestra aperta l'incessante frinire delle cicale gli arrivava fin dentro il cervello; si alzò spostando rumorosamente la sedia all'indietro e con passo malfermo arrivò accanto al camino. Sfilò il fucile appeso a un gancio rugginoso, e mentre controllava che le due canne fossero cariche fece i pochi passi che lo separavano dal portico calcinato dal sole. Lentamente puntò l'arma in avanti, agli sparuti filari di granturco rinsecchito, e sparò due colpi in rapida successione.

Gli insetti si zittirono di colpo.

"Ecco fatto", pensò soddisfatto rientrando in casa e chiudendo la porta con un calcio.

Mentre sistemava il fucile al suo posto, un refolo delicato come un sospiro gli solleticò la nuca. S'irrigidì di colpo, poi si voltò rapido imbracciando l'arma scarica davanti a se. Per un attimo gli era sembrato di percepire il profumo di quelle bacche selvatiche che la moglie si portava sempre appresso in quel ridicolo sacchetto appeso al collo. Naturalmente non c'era nulla, se non l'aria densa di pulviscolo luminoso e il cadavere a poco distante dalla punta dei suoi stivali.

Pensò per un momento di ricaricare il fucile e mettergli in corpo un po’ di piombo, tanto per sicurezza, invece ritornò al tavolo, prese la fiaschetta e si diresse verso il pagliericcio in fondo alla stanza. Passando accanto al corpo della moglie pensò bene di tirargli un calcio nelle costole scaricando così lo spavento appena provato.

"Maledetta strega!" biascicò accompagnando il tonfo sordo dello stivale.

Si stravaccò sul letto disfatto e mandò giù un ultimo sorso prima di chiudere gli occhi e addormentarsi quasi subito.

Non sognò della moglie indiana e dei suoi ultimi istanti, quando afferrandola per il collo le aveva fatto strabuzzare gli occhi come una salamandra e neanche del momento in cui, con l’ultimo dei suoi rantoli da strega, gli aveva sputato addosso una delle sue maledizioni.

Non sognò neppure di come la banca gli aveva rifiutato una dilazione del debito contratto un anno prima.

“Vendi la terra finché sei in tempo,” aveva sibilato quel serpente di Flanders “altrimenti, quando pignoreremo tutto, ti resteranno solo gli occhi per piangere!

“Potete andare a fare in culo, tu e i tuoi compari” gli aveva risposto a muso duro,

“e se qualcuno di voi si azzarda a metter piede nella mia terra, gli faccio saltare la testa senza neanche pensarci. Ci puoi scommettere.”

“ Siamo nel 1936”, aveva risposto l’altro con un sorrisetto, “il Far West è finito da un pezzo, e fra una settimana, quando arriverà l’ufficiale giudiziario con lo sceriffo, dovrai fartene una ragione!”

Aveva resistito all’impulso di spiaccicargli la faccia a suon di pugni ed era uscito sbattendo la porta, seguito dagli sguardi di riprovazione degli impiegati e dei due clienti allo sportello.

Non sognò neppure del litigio furioso con la moglie, per esser tornato a casa guidando ubriaco fradicio e aver speso gli ultimi dollari in pessimo whisky di contrabbando senza aver comprato il necessario per campare almeno un altro giorno.

Sognò invece del cimitero indiano (quello sopra le colline che sembrava tenere d’occhio il suo campo di mais) in una notte di pioggia e vento. Ritta, accanto a quei vecchi tumuli, la sagoma piumata del vecchio sciamano, illuminata a tratti dal bagliore dei lampi e con le braccia levate in alto, sembrava chiamare a se tutto l'armamentario di un temporale con i fiocchi. Poi, come solo nei sogni accade, la figura si mosse alla velocità del pensiero e gli arrivò a una spanna dal naso. Il viso segnato dai tatuaggi rituali e coperto di sangue lo fissava muto mentre la pioggia gli scivolava sulle rughe centenarie; solo un impercettibile movimento delle labbra rinsecchite rivelava una silenziosa preghiera o più probabilmente una maledizione.

Poi un coltello dalla lunga lama ricurva apparve nelle mani del vecchio indiano.

“Merda, quello è il mio coltello!” pensò prima che la lama gli sfregiasse il viso.

Urlò di dolore e paura, e continuò a urlare anche quando si rizzò di scatto dal letto con i capelli unti appiccicati al cranio, coperto di sudore e col cuore che gli batteva a mille.

Si sfregò il viso a più riprese, come a sincerarsi di averlo ancora intero e, scrollandosi l’ultimo brivido dalla schiena, allungò la mano ancora tremante verso la fiasca accanto al letto.

L'alcol che gli arrivò in gola e poi nello stomaco attorcigliato fu meno di quello che finì sulla canotta lurida, ma si rivelò sufficiente a calmargli lo zoccolio del cuore imbizzarrito.

Più tardi, dopo essersi più volte sciacquato la faccia e aver controllato che il coltello da caccia fosse ancora infilato nello stivale destro, si sentì un pochino meglio.

E stato solo un sogno, cazzo!” andava ripetendosi mentre, nuovamente al tavolo, guardava torvo il cadavere della moglie desiderando ucciderla un'altra volta.


Quando la luce iniziò a virare sul rosso dietro i filari di granturco e le ombre all'interno della stanza ad allungarsi lentamente, decise che era ora di mettere sotto terra una parte dei suoi problemi. Si alzò un poco barcollando e uscì, fermandosi un momento sulla soglia per dare un’occhiata al cielo. La giornata, da tersa che era, si stava rapidamente coprendo a ovest di grosse nuvole scure spinte dal vento caldo che non aveva mai smesso di soffiare. Pensò che, anche se con mesi di ritardo, avere un poco di pioggia non sarebbe stata male: l’avrebbe aiutato a scavare la fossa in quel terreno che ormai era diventato più secco delle mammelle di una vecchia capra.

Con quel pensiero in testa si diresse verso il capanno degli attrezzi per recuperare vanga e piccone che stavano lì a oziare da troppo tempo.

E’ ora di mettersi di nuovo al lavoro” disse a voce alta rivolgendosi allegramente agli arnesi mentre se li caricava in spalla. Diede nuovamente un’occhiata al cielo, ora quasi del tutto coperto, poi s‘infilò tra la sterpaglia che infestava il retro della baracca e il terreno più avanti.

Le gocce arrivarono dopo che i primi colpi di piccone avevano delimitato uno scavo sufficiente a contenere il corpo della donna.

“Per fortuna non è diventata grossa come sua madre,” disse al piccone sogghignando “altrimenti avrei fatto prima a darle fuoco. Altro che fossa.”

Dopo venti minuti la pioggerella era diventata pioggia vera e la fossa, nella quale lui era ormai dentro fino ai polpacci, si stava rapidamente trasformando in un pantano melmoso. Aveva abbandonato il piccone e ora, con la vanga, cercava di svuotare da acqua e fango quella specie di catino gigante rischiando, per via della luce sempre più scarsa, di amputarsi pure un piede. Dopo altri quindici minuti di lavoro furioso e di imprecazioni al cielo e al vento, decise di lasciar perdere e attendere che spiovesse. Lasciò gli attrezzi accanto allo scavo e ritornò indietro, curvo contro il vento e fradicio di pioggia e fango rosso.

Fece prima una visitina al capanno degli attrezzi e, dalla riserva segreta, trasse fuori l’ultima fiasca di whisky rimasta e rientrò stringendola al petto come un neonato bisognoso di protezione. La posò delicatamente sul tavolo e si asciugò sommariamente con uno strofinaccio lurido appeso accanto al lavello.

“Alla faccia tua, strega.” mormorò mandando giù la prima di tante sorsate.


Un tuono crepitante, più forte degli altri, lo svegliò dal torpore alcolico nel quale era sprofondato, piegato sul tavolo e con la testa fra le braccia. Per un attimo, prima che riacquistasse completamente coscienza, gli parve di vedere la moglie, ritta in piedi, che gli puntava il dito contro.

Urlò un'imprecazione e si ritrasse di scatto, sbilanciando all'indietro la sedia e cadendo fragorosamente con la schiena a terra. Nonostante l'alcol in corpo si rigirò rapido mettendosi su un ginocchio e impugnando, altrettanto lesto, il coltello da caccia che teneva infilato nello stivale.

Non c’era però alcun fantasma e il corpo era là, dove doveva essere: lungo e disteso per terra. Rinfoderò il coltello, tirò su la sedia e sogghignò per darsi coraggio aiutandosi però con una generosa sorsata di whisky.

Si avvicinò poi alla finestra e attraverso i vetri luridi contemplò l’oscurità. Aveva invocato la pioggia e adesso che era stato accontentato non vedeva l’ora che finisse. La prospettiva di finire il lavoro la mattina dopo gli sembrava la cosa migliore, ma avrebbe preferito non andare a letto col cadavere ancora in casa; doveva sistemare la faccenda quella sera stessa, a tutti i costi. Mentre era preso da questi pensieri, avvertì nuovamente il profumo delle erbe e un sospiro lieve accarezzargli il collo sudato.

E fu veramente sul punto di farsela sotto.

Esitò a voltarsi per timore trovarsi a fissare gli occhi sbarrati e il volto gonfio della donna. Rimase immobile ancora per qualche istante poi si voltò lentamente cercando, con tutte le sue forze, di tenere a bada il panico che lo aveva afferrato strettamente per le palle.

Davanti a lui, però, nient’altro che ombre sempre più scure.

Buttò fuori il fiato che gli si era ghiacciato in petto e si diede del cacasotto mentre staccava la lampada a cherosene dal gancio accanto alla porta. Prima di accenderla ebbe però bisogno di attingere ancora alla fiasca per tenere a bada l’ansia e il tremore delle mani e decise, che pioggia o no, si sarebbe liberato del cadavere immediatamente. Posò la lampada sul tavolo e in tre rapidi passi arrivò al letto, afferrò la coperta e la distese, bene aperta, accanto al cadavere; si chinò e senza sforzo lo fece rotolare avvolgendolo poi come un gigantesco sigaro. Caricarselo in spalla richiese invece un poco più di concentrazione e maledisse quel fagotto che non voleva saperne di stare in equilibrio. Una volta in piedi afferrò la lampada e barcollò fino alla porta ma, con le mani entrambe occupate, dovette armeggiare non poco prima di riuscire ad aprirla e rischiando di finire col culo per terra prima di esser fuori.

Sistemandosi meglio il carico sulla spalla notò con piacere che la pioggia era diminuita non poco. Scese con cautela i tre gradini della veranda e s’incamminò baldanzoso verso l’ultimo domicilio della sua poco amata sposa.


Perché diavolo l’avesse poi presa in moglie era una domanda che già un anno dopo le nozze si era fatto e rifatto, rigirandosi in testa l’unica risposta: si era stancato di dormire da solo e di mangiare roba in scatola al rientro dai campi. Tutto qui.

Lei era stata, per la verità, un pochino recalcitrante fin dalla prima notte passata insieme, ma erano bastate un paio di sberle per farle entrare bene in testa quale sarebbe stato l’andazzo per il tempo a venire. D’altra parte non aveva certo dato in cambio la migliore delle vacche solo per avere un’altra bocca da sfamare.

La cosa però che più lo mandava in bestia era rientrare dopo una giornata di lavoro, sudato come un somaro e con la schiena a pezzi e trovarla sul retro, a lanciare ossicini di pollo nella polvere e a borbottare le incomprensibili preghiere che le aveva insegnato il nonno anziché darsi da fare in cucina. E quante gliene aveva dato per costringerla a smetterla, ma non c’era stato verso: era selvatica e cocciuta come una capra di montagna.

Poi, col passare del tempo, si era convinto sempre più che le sue disgrazie fossero il risultato delle maledizioni della moglie, altro che preghiere! Prima la siccità che aveva trasformato la sua terra in polvere di gesso e mandato in malora un raccolto dietro l’altro, poi la perdita di quel poco bestiame che nessuno voleva comprare per quanto era denutrito e malato e infine, l’accanimento dei creditori, con la banca in prima fila a esigere un prestito pidocchioso che, anche in punto di morte, non avrebbe confessato di avere sperperato.

“Strega lei e maledetto quello stregone di suo nonno.”

Arrivato allo scavo, si scrollò malamente di dosso il fardello e raddrizzò la schiena dolorante spingendo indietro le spalle.

Ecco la tua nuova stanza da letto, tesoro” disse rivolto alla coperta mentre illuminava la fossa per avere un’idea di quanto restava da fare. Sistemò la lampada sul ramo di un ginepro rinsecchito lì accanto, raccolse la vanga ed entrò nella fossa dandosi immediatamente a spalare l'acqua fangosa prima e la terra fradicia dopo.

Gli occorse una buona mezz’ora per scavare ad una discreta profondità, pensando che non fosse proprio il caso di facilitare il lavoro a qualche coyote di passaggio che avrebbe disseminato la zona di souvenir semi divorati. Uscì dalla buca inzaccherato come un porco e con le mani ai fianchi contemplò il lavoro appena concluso, rammaricandosi di non aver portato con sé la fiasca dell’whisky.

Si avvicinò alla coperta, si chinò e, afferratala per il lato libero, la tirò con forza verso l’alto con l’intenzione di far cadere il corpo direttamente nello scavo. La mancanza improvvisa di resistenza lo fece andare gambe all’aria e culo a terra e, ancor prima di capire quel che stava succedendo, la coperta gli finì addosso avvolgendolo. Urlò prima di sorpresa e poi di spavento quando, levandosela freneticamente dalla testa, si rese conto che del cadavere della moglie non c’era nessuna traccia.

Si mise in ginocchio col cuore che gli martellava in petto ed estrasse il coltello puntandolo tutt’intorno e scrutando l’oscurità. Poi, afferrata la lampada, illuminò meglio la coperta che smosse con un calcio incerto, quasi aspettandosi una reazione.

“Ma dove cazz…”

Non finì quello che stava per dire perché questa volta sentì il cuore che gli si fermava per davvero, quando il profumo di bacche e fiori secchi si sparse potente intorno a lui. Si voltò di lato puntando un sempre più tremolante coltello che gli sfuggì di mano quando si trovò di fronte la figura del vecchio stregone, con gli abiti da cerimonia e il viso segnato dai colori rituali, che immobile lo fissava a neanche un passo di distanza.

Urlò quando il vecchio levò verso di lui il bastone con le piume e il teschio di cane, e continuò a urlare, urlare e urlare.



La vecchia Ford con le insegne della contea arrivò alla baracca quattro giorni dopo, portandosi appresso una nuvola di polvere rossa che avvolse i due occupanti, il corpulento sceriffo e l’altrettanto ben pasciuto funzionario della banca, quando misero piede a terra.

Il primo calcò bene in testa il cappello macchiato di sudore e rivolse un cenno al secondo che, tamponandosi la bocca con un fazzoletto, si fece avanti affiancandolo. Nell’altra mano reggeva l'ingiunzione che autorizzava l’esproprio e il passaggio di proprietà della casa e del terreno intorno.

Lo sceriffo attese ancora qualche momento per dar tempo alla polvere di posarsi poi, rivolto verso la casa e portando una mano al lato della bocca, chiamò.

Chiamò ancora: il nome dell’uomo e poi quello della moglie.

Il funzionario gli rivolse uno sguardo interrogativo al quale rispose con un’alzata di spalle. Estrasse la pistola e gli fece cenno di stare indietro poi, spostandosi di lato e con l’arma puntata verso la bocca nera della porta spalancata, si avvicinò all’ingresso. Salì i tre gradini della veranda aspettandosi, da un momento all’altro, la detonazione di un fucile a canne mozze che però non udì neppure quando, con grande cautela, si sporse oltre lo stipite cercando di vedere qualcosa nell’oscurità dell’interno.

Mentre con gli occhi ancora abbagliati dalla luce faticava a scorgere i contorni della stanza, udì prima il nervoso ronzio delle mosche e subito dopo, come un ospite leggermente in ritardo, arrivò il familiare e grasso odore della decomposizione ad aggredirgli le narici.

Non era certo la prima volta che si trovava con un cadavere tra le mani ma, a quel tanfo, non ci si abitua mai. Poco ma sicuro.

Fece un cenno al tizio della banca affinché rimanesse fermo dove stava ed entrò sollevando sul naso il fazzoletto che portava al collo. Bastò una rapida occhiata per vedere che la stanza era vuota, ad eccezione della sagoma riversa accanto al camino.

Gli si avvicinò lentamente, rinfoderando la pistola. Si chinò, e con un movimento della mano allontanò le mosche almeno per il tempo necessario a riconoscere la faccia gonfia della moglie indiana di Ben Jaccobs. La lingua gonfia e mezza di fuori, e i segni ancora visibili sul collo non lasciavano molti dubbi sulla causa della morte.

In controluce una serie d'impronte infangate andava da una parte all'altra della stanza per poi puntare verso la porta. Seguendole uscì all’aria aperta, scese lentamente i gradini e, estraendo nuovamente la pistola, si diresse verso il retro dove, a cinquanta passi, o giù di lì, un capanno degli attrezzi lottava senza successo contro sterpi e rovi. Questa volta l’uomo della banca decise di seguirlo tenendosi però a distanza di sicurezza.

Una volta superato il capanno e seguendo il varco aperto tra la vegetazione rinsecchita non ci volle molto a trovare Jaccobs. Quella che sembrava una fossa scavata di recente era poco lontano, quasi al centro di una zona spoglia e facilmente visibile attraverso le erbacce e i radi cespugli. Stava a poca distanza da un vecchio ginepro al cui ramo era appesa una lampada a cherosene e si avvicinarono senza fretta. Lo sceriffo davanti e l'altro a qualche passo di distanza.

Gli stivali consunti di Ben Jaccobs sporgevano dalla buca nella quale era riverso con il viso da faina rivolto al cielo, gli occhi sbarrati e la bocca distorta da un grido adesso muto. Uno squarcio profondo e frastagliato, brulicante di formiche e larve di mosca, gli attraversava la gola da un orecchio all'altro. Stretto nella mano destra, il coltello da caccia coperto fino all'elsa di sangue raggrumato suggeriva un'unica ragionevole ipotesi.

Lo sceriffo si chinò con fatica accanto al cadavere spingendo indietro la tesa del cappello; poi si sporse un poco in avanti, allungò il braccio e raccolse dal petto dell'uomo quello che sembrava un sacchetto della medicina indiano. Sciolse il laccetto che lo teneva chiuso e ne versò il contenuto sul palmo della mano.

Più forte dell'odore del corpo gli arrivò, istantaneo e intenso, un profumo selvatico di bacche e fiori.


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