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Una storia di RosannaRobiglio

Anche l'ascensore a volte fa le  bizze

dopo una  giornata  trascorsa in allegra compagnia, l'ascensore  a modo suo protesta

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6 minuti

Pubblicato il 30 dicembre 2018 in Altro

Tags: #Unavventura #davvero #indimenticabile

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Anche l’ascensore a volte fa le bizze


Non ci son più le 4 stagioni, dicono in molti con tanto di raffreddore regalato dai mutamenti climatici. “Fa caldo, si suda, mi spoglio, fa freddo, mi rivesto, tempo umido, non c’è sole, o quasi mai”. È il continuo lamento che si sente in questa bizzarra stagione.
Purtroppo questa primavera ci ha presentato un sole un po’ rinunciatario che invece di accaparrarsi quanto gli spetta di diritto, prova a combattere quel cielo scuro accontentandosi di piccoli spazi che rischiano però di farlo piombare nel dimenticatoio.
Solo una delegazione genovese che in barba a tante esitazioni vuole emergere, ha presentato, le sue eccellenze vissute dai nobili di un tempo, come luogo di villeggiatura.
Un entusiasmante percorso per scoprire quegli antichi palazzi di pregio coi loro ameni giardini disseminati lungo la parte antica della delegazione, lontano dal caotico traffico stradale della via principale.
Ed è lungo il peregrinare da una dimora all'altra che si raggiunge una bellissima villa del XIX secolo dove ha sede la biblioteca locale, modificata nel tempo e ristrutturata di recente.
Un ambiente ospitale che non solo ha calorosamente accolto i visitatori, ma anche quelli abituali come noi, amici del libro, che ogni quindici giorni ospita al quarto piano per trascorrere un sereno fine pomeriggio discutendo tutte le varie opere lette con grande entusiasmo.
Ed è proprio in questo ultimo pomeriggio di quel capriccioso mese mariano che anche l’ascensore di servizio si presenta svogliato e sonnolente. Arriva al piano con la sua solita flemma, apre la porta scorrevole e svogliato attende l’ordine di ripartire verso il piano terra.
Oggi però non asseconda i suoi ospiti piuttosto briosi e felici della giornata appena trascorsa. Sembra triste e incapace di adeguarsi al clima che lo circonda, ma ci prova mettendo in atto le sue ultime energie. Parte, sobbalza con un violento sussulto, ultimo sprazzo di forza posseduta per poi addormentarsi per sempre. “Si sarà preso un momento di pausa, magari tra un secondo si riprenderà, proviamo a indirizzarlo ad altri piani, forse scendere troppo in basso lo deprimerà, si sentirebbe confitto”, e riproviamo con tutti i piani. “Ce ne sarà pure uno che gli andrà più a genio!”. Niente, purtroppo il suo cuore aveva esalato l’ultimo respiro dando il definitivo addio a questo deludente fine maggio. E ora che si fa? Delusi per essere stati abbandonati così crudelmente, ci si guarda negli occhi. E pensare che aveva una portata massima di 9 persone e non più di 1000 Kg di peso totale. Una riga di conti di semplice aritmetica mi convince che eravamo ben al di sotto del peso richiesto e mentre silenziosi ci contavamo, l’emozione ci portò a calcolarne addirittura sedici. Forse sarà per quello, eravamo davvero un po’ troppi.
Ma no, abbiamo contato anche quelli riflessi nel grande specchio alle nostre spalle. Erano tutti sudati fradici, coi visi sconvolti. Alcuni squadravano l’orologio, altri scrutavano il soffitto sperando di vedervi uno sprazzo di cielo inesistente, altri cercavano qualche spiraglio dove potesse entrare un po’ di ossigeno e tutti erano rossi come peperoni, sembravano davvero altre persone.
In un attimo però la ragione prevalse sulle emozioni e stavolta i conti quadravano alla perfezione: eravamo noi, sei donne e due uomini che cercavano di infonderci quel coraggio che non possedevano nemmeno loro. Inscatolati come sardine, coi visi stravolti dal caldo e intenti a soffocare le apprensioni, via ad azionare ripetutamente il pulsante di aiuto che spandeva i suoi lugubri ululati per tutto l’edificio.
Unico dubbio era quello che gli altri, vista la tarda ora e sapendo che l’ascensore sarebbe stato più veloce di chi aveva affrontato le ripide scale nere di ardesia, avessero pensato che fossimo già sulla via d’uscita, incitandoli a chiudere definitivamente i possenti portoni della villa.
Ma l’ululato prolungato e ad intermittenza, li ha raggiunti e seppur stanchi per aver lavorato in straordinario nelle recenti visite programmate, ora si dovevano sobbarcare anche il fuori onda del capriccioso ascensore.
E mentre la sirena echeggiava per tutti i locali in cerca di aiuto, noi, chiusi nella scatoletta ermetica, ci stavamo sciogliendo in piccole gocce che rotolando lungo le gote proseguivano la loro rincorsa su tutto il corpo convinte di portare in sollievo un po’ di frescura.
Le nostre voci che sembravano provenire dall'oltre tomba, cercavano di conoscere come si sarebbe evoluta la serata, mentre altre provenienti dalla scatola magica di quella piccola trappola, rassicuravano che prima o poi sarebbero giunti i soccorsi.
Unico dubbio da parte dei segregati era il traffico cittadino a quell'ora è sempre abbondante e le linee telefoniche dei cellulari, senza segnale. Ma eravamo tra amici e insieme avremmo affrontato tutto il tempo necessario purché l’anidride carbonica non superasse l’ossigeno a disposizione.
Impegnavamo il tempo pensando a gelati al gusto di stracciatella e vaniglia, a fresche gassose, o anche frizzanti coca cole. Rimpiangevamo i golosi baci di dama abbandonati sul grande tavolo che ci aveva accolti poco prima che, a saperlo, ci saremmo potuti portare al seguito.
Se invece avessimo sfidato la pigrizia ed avessimo affrontato i quattro piani delle nere scale di ardesia dell’edificio, a quell'ora saremmo stati liberi, all'aria aperta.
Tutto vero, ma ci saremmo persi quella esperienza che almeno io non avevo mai vissuto. Dopo un’ora di prigionia le porte della scatola magica si spalancarono ed eccoci pronti ad annoverare quella nuova esperienza nel libro personale dei ricordi.
Mi era sembrato di provare le emozioni di chi riesce ad evadere dal carcere per acquistare la libertà o quelle degli uccellini chiusi in gabbia che liberi, avrebbero spiccato il volo verso l’infinito.
“Ma che bello però questo quartiere stasera! Il verde dei giardini che di solito si osservano distrattamente senza soffermarsi sull'evolversi delle stagioni, stasera sono molto più attraenti. Apprezzo gli intensi profumi dei bianchi fiori delle magnolie che sembrano voler dare una nota di candido colore a quel cielo sempre un po’ tenebroso.
Persino la bianca recinzione di protezione dei giardini con le cancellate ancora aperte, pare invitare a fare una passeggiata fra gli alberi che circondano villa Serra ancora rallegrati dal cinguettio degli uccelli e qualche volo di rondini che inseguono gli ultimi insetti volanti.
Le persone occupano le panchine per godersi il fresco della serata, mentre i nonni assecondano le ultime gaie rincorse dei nipotini prima del loro rientro a casa.
Persone silenziose attendono i pullman che li avrebbero portati alle loro dimore, mentre i negozianti, dopo aver servito gli ultimi clienti, si apprestano a chiudere le saracinesche che emettono uno sferrato e particolare cigolio.
Tutto sembra avere un aspetto più nuovo ed io me ne vado finalmente libera verso casa godendomi quello spettacolo uguale a tutti i giorni, ma che ora mi appare persino diverso, più invitante, più tranquillo e di fronte a quelle emozioni personali, mi sfugge persino un sorriso.
Una esperienza che, se vissuta da sola, avrebbe sicuramente creato panico, ma in compagnia di amici ha addirittura messo in risalto un ambiente dove la tranquillità delle persone in quel caso ha acquistato un aspetto quasi sconosciuto, non perché fosse realmente tale, ma perché la mia fantasia lo voleva vedere così.
Però. Ma perché l’ascensore trappola, proprio questa sera, ha voluto divertirsi tanto? Non poteva fare un piccolo sforzo e portarci a destinazione, oppure non partire del tutto invece di soggiornare nel buio chissà per quanto tempo ancora e scegliendo addirittura la metà tra un piano e l’altro? Mistero! Non si vuole esprimere, evidentemente lui si diverte così.”


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