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Una storia di MarcoCasagrande

La Prefettura

Certe cose non cambiano, certe cose resistono...

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5 minuti

Pubblicato il 02 ottobre 2018 in Humor

Tags: #Fine #Mondo #Apocalisse #Prefettura #Burocrazia

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La flotta coloniale convergeva a tutta velocità verso il pianeta madre, la Terra. Era un ritorno doloroso e amaro. Per decenni, i Governi terrestri avevano trattato le colonie spaziali come appendici senza diritti, buone solo per estrarre materie prime, condurre esperimenti militari e deportare indesiderati: tanto da costringere, infine, i coloni a una sanguinosa guerra d'indipendenza, vinta a un prezzo altissimo.

In assenza dei sudditi coloniali su cui sfogare la loro vena perversa, i terrestri erano tornati al loro passatempo secolare: farsi la guerra. Poco meno di una settimana prima, le sonde spia coloniali avevano cessato di intercettare qualunque segnale proveniente dalla Terra. L'ultima rilevazione registrata era stata interpretata dai sistemi informatici come una guerra atomica. Non c'era ragione alcuna di ritenere che l'intelligenza semidivina dei computer militari potesse aver commesso un errore e, del resto, le avvisaglie di un olocausto non erano mancate di certo. La scoperta di nuovi giacimenti nella Fossa delle Marianne aveva contrapposto violentemente i due grandi blocchi terrestri, NATO e Organizzazione di Shanghai. Il Pacifico era ormai un'immensa trincea e sarebbe bastato il minimo incidente per...

Eppure, nelle colonie si sperava ancora. Nonostante il trattamento subito dalla Madrepatria. Nonostante i fatti e la ragione. Nonostante tutto. Senza la Terra, erano solo una manciata di pulviscolo sparsa per l'Universo.

Il comando della flotta coloniale spettava tradizionalmente, fin dai tempi della guerra, ai gioviani, in grado di usare interi distretti della loro immensa città mineraria galleggiante come fortezze volanti. Da Vulcano, la grande città-Stato di Giove, era appunto in arrivo un intero quartiere ospedaliero. Nel frattempo, nella flotta che schizzava verso la Terra, il Pianeta Rosso era rappresentato dalla fregata Ganimede, comandata dall'ammiraglio Sorokin.

"Signore," annunciò un operatore, "ci avviciniamo al perimetro di difesa terrestre".

"Fermiamoci," ordinò Sorokin, "e chiediamo il permesso di proseguire".

"Signorsì".

Sulla plancia calò un silenzio glaciale, mentre gli operatori tentavano di mettersi in contatto con il comando terrestre.

"Nessuna risposta, signore".

"Riprovate".

Trascorsero altri interminabili minuti.

"Nessuna risposta, signore".

"Avanzare. Velocità minima".

La tensione si intensificò ulteriormente. Se quello era un gigantesco equivoco o, peggio, una trappola dei terrestri, la Ganimede sarebbe stata ridotta in polvere.

"Superamento del perimetro fra dieci... nove... otto... sette... sei... cinque... quattro... tre... due... uno... perimetro superato".

Tutti lasciarono passare qualche altro secondo, prima di tirare un sospiro di sollievo collettivo. Nessuna reazione. Non era successo niente. Non ci fu nessuna esultanza, però. Poteva significare solo una cosa, quella che, di lì a poco, venne confermata dai sensori.

"Picchi di radioattività e temperatura altissimi al suolo... campi elettromagnetici totalmente alterati... mio Dio... c'è anche una leggera inclinazione dell'asse!"

"Superstiti?"

"Nessun grosso agglomerato a terra. Sei navi da guerra in orbita".

Sorokin controllò quello che, del tutto impropriamente, veniva ancora chiamato radar. Le sei navi da guerra terrestri, quattro orientali e due occidentali, non sembravano avere alcuna intenzione ostile: andavano, semplicemente, alla deriva.

"Entriamo nell'atmosfera".

Non era un ordine eccessivamente imprudente come sarebbe potuto sembrare. Le difese terrestri, se fossero state ancora attive, avrebbero aperto il fuoco da un pezzo. Quanto alle radiazioni, non avrebbero potuto intaccare le navi potentemente corazzate, in orbita a decine di migliaia di chilometri di altitudine.

A differenza di quanto avviene nei film di fantascienza, i vascelli della flotta non avevano finestre, né oblò. In tal modo, all'equipaggio venne risparmiata la vista straziante di interi continenti ridotti a fogli di carta bruciata. In compenso, i sensori continuavano a vomitare torrenti di dati che attestavano univocamente la totale, irreversibile distruzione della Terra. Quando, il giorno dopo, sopraggiunse la nave ospedale, non poté fare altro che galleggiare, triste e inerte, nello spazio. La furia dei terrestri aveva spazzato via perfino le colonie lunari.

Sorokin si riunì in oloconferenza con gli altri comandanti. Dopo un servizio interconfessionale celebrato dai cappellani della flotta, gli ammiragli rimasero soli per decidere le prossime mosse... anche se, in realtà, da fare c'era ben poco. Si convenne di dividere la superficie terrestre in quadranti. Le varie navi della flotta li avrebbero rastrellati con sensori e sonde, nell'improbabile eventualità che ci fosse qualche superstite.

La prima a trovare qualcosa fu la marziana Valles Marineris, in orbita sul Mediterraneo.

"Signore, possibili superstiti all'estremità meridionale dell'Italia!"

L'ammiraglio Litchfield-Tshabalala verificò i dati: "Fate scendere subito una sonda... sperando che le radiazioni non le fondano i circuiti".

In tutto simile a un proiettile, la sonda venne espulsa, ad altissima velocità, dagli stessi tubi utilizzati per il lancio dei siluri spaziali. Dopo aver viaggiato quasi parallelamente alla superficie terrestre, curvò in modo brusco di centottanta gradi e si buttò in picchiata nell'atmosfera, puntando decisa verso il cuore del Mediterraneo. Bucata la coperta di nuvole scure e tossiche, spiegò due ali di gabbiano e planò, quasi dolcemente, sul terreno, incuneandosi fra le strade di una città semidistrutta.

Brandelli di cenere volteggiavano nell'aria, sotto un cielo grigio come il piombo. Un vento nero ululava fra gli edifici scoperchiati, coprendo ogni altro rumore. D'altronde, non c'erano segni di vita, in quella landa desolata. L'asfalto, più o meno intatto, era costellato di schegge di vetro, uccelli morti e cadaveri. Il voluminoso occhio rosseggiante della sonda registrava meticolosamente quell'orrore, proiettandolo in alta risoluzione sugli schermi della Valles Marineris, a beneficio degli sguardi attoniti dell'equipaggio.

L'uccello metallico, indifferente a tutto, percorse le strade, in linea retta in direzione del suo obiettivo: un vasto edificio dai tratti arabeggianti, piuttosto antico ma privo di particolare pregio artistico, lambito da palme piegate e spezzate.

La sonda ripiegò le sue ali, diventando simile al bocciolo di un fiore, e fluttuò in direzione del grande portone. Era stata costruita appositamente per avere una sagoma simile a quella di un essere umano, perciò, teoricamente, avrebbe potuto percorrere liberamente l'edificio; i suoi propulsori le conferivano forza più che sufficiente per sfondare usci e, all'occorrenza, anche muri.

Appena varcò la soglia, tuttavia, venne fermata da un uomo, grassoccio, in uniforme della polizia.

"Scusi," la apostrofò l'uomo, "lei dove sta andando?"

La sonda si fermò. Un altoparlante riprodusse la voce di Litchfield-Tshabalala. L'ammiraglio si qualificò e spiegò, in inglese, che era in corso una ricognizione degli effetti della guerra nucleare per portare eventuali soccorsi.

Il poliziotto si accigliò, evidentemente non capiva una parola di inglese. I tecnici della Valles Marineris attivarono la traduzione automatica in italiano; Litchfield-Tshabalala ripeté il messaggio.

L'uomo si grattò la testa, senza togliersi il cappello. Non aveva affatto afferrato il senso, ma sapeva comunque come rispondere.

"Senta," tagliò corto, in modo brusco. "Questa è la Prefettura-Ufficio Territoriale del Governo. Senza appuntamento, non si entra".


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