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Una storia di Smiriam

Con la mano, Rachele.

Una storia d'amore verso lei, di guerra verso me.

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16 minuti

Pubblicato il 07 dicembre 2018 in Fantasy

Tags: #amore

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Erano quasi alla bottega di Matteo quando Jonas domandò a Sofia se riusciva a immaginare un uomo che ama a tal punto la propria donna da trascorrere tutta la propria esistenza a rappresentarle in ogni forma d’ arte.
Lei stava per rispondere quando lui la interruppe prima di iniziare: “Tutto ti sarà più chiaro quando te lo spiegherà Matteo…Ma mi raccomando, tu non fare domande troppo personali. Sarà una sua scelta quello da dire o da omettere.” “Mi raccomando” Sottolineò.
Quello che sembrava quasi un rimprovero dopo ebbe un suo perché.
Matteo li stava aspettando da un po’, o almeno così disse appena li sentì arrivare.
Non si girò neanche, era di spalle ai due ospiti, nella mano destra un pennello un po’ consumato, nella sinistra una paletta stracolma di colori: sembrava fosse esplosa una fabbrica di arcobaleni.
Così cominciò a parlare, tutto seguiva un flusso di coscienza.
“Tutti questi dipinti sono stati fatti per me stesso e poi per le altre persone. Per amore e per paura. Paura di dimenticare. Sai Sofia, prima della scrittura erano gli oratori a raccontare le cose, a tenere il fuoco acceso e a condividere il sapere, poi piano piano con la pittura e ancora di più con la scrittura, la memoria dell’uomo è cambiata. Ma io ho sempre creduto che non ci fosse ricordo riprodotto nel miglior modo se non con le opere d’arte. Un po’ come si faceva con la pittografia, o la ideografia. Tutto veniva associato per somiglianze. Quando io ho iniziato a dipingere non sapevo quanto questo fosse importante, lo facevo per diletto, ma dopo che l’ho incontrata, ho iniziato a farlo per amore.”
Sofia continuava a non capire, rigirava le dita nei suoi palmi e silenziosamente si mordeva le labbra, fino a quando ebbe coraggio e senza paura prese anche lei la parola: “Scusa Matteo , ma di chi stai parlando? Io non vorrei essere indiscreta, ma penso che manchino dei pezzi in questo tuo racconto. Chi non c’è, come si chiama? E, se posso, vorrei sapere il perché.”
L’uomo guardò le labbra di Jonas che in quel momento stavano trattenendo un sorriso, ai lati delle bocca si erano formate delle rughette , poi calmò per un attimo le dita di Sofia e riprese a parlare.
“Hai ragione, ma non andiamo di fretta. So che sono tante le cose che vorresti sapere, ma ho bisogno del mio tempo per dire tutto. Dicevamo… Lei chi è? È la donna che vedi raffigurata in ogni mio dipinto. Una volta ha i capelli rossi, un’altra li ha biondi. Alcuni giorni amo disegnarla con gli occhi blu e lo faccio per tutto il tempo, altri invece mi piace vederla con gli occhi color nocciola o magari verdi, anche qualche colore che in natura non esiste, ma la mano è la mia e quindi decido io come tenere il pennello sulla tela, no?
Creare un quadro, perché guarda Sofia che io lo credo dalle basi, è una cosa impegnativa. Prima faccio la tela a mano, punto per punto, poi con l’aiuto di mio figlio Niccolò creo anche la cornice e alla fine, quando queste due cose sono finite e fatte bene, allora sì che posso iniziare a dipingere. Perché qui le cose si fanno sempre bene. E il risultato finale del mio dipinto deve essere un po’ come uno spettacolo al teatro. Voglio che i miei spettatori si rivedano in ogni opera, si purifichino, siano poi liberi… Quella donna -disse con le lacrime che gli giravano negli occhi- deve essere raccontata da persone diverse in modi diversi. Ognuno deve poter sentire che la sua espressione sia sincera e che questa possa attraversare tutte le anime”
Sofia aveva tante domande nella sua mente e sentiva di avere poche parole per farle.
“Cosa è successo a questa donna?”
“Andiamo per gradi, Sofia.”
Jonas intanto era una presenza distratta, continuava a gironzolare nella bottega scrutando ogni dipinto: qualcuno era coperto, qualche altro doveva essere finito e tanti, invece, erano posati sui cavalletti verso l’entrata quasi sembrava che stessero aspettando qualcosa o qualcuno. Chissà forse Matteo li aveva posizionati così per un motivo, ma Jonas non domandò, si limitò ad abbassare le maniche della camicia per coprire i brividi che come onde si alzavano sulla sua pelle.
Sofia intanto aveva chiesto a Matteo se potesse toccare i suoi lavori. Lui le prese la mano sinistra, la fece avvicinare e delicatamente le appoggiò tutte le dita sulla tela. Partendo dai capelli della donna, neri come la pece, le trascinò la mano fino alle labbra rosse come il sangue , e alla fine sfiorò le spalle ricche di spigoli.
“Vedi Sofia, una vera opera d’arte ha compiuto il suo lavoro solo e quando nasce il desiderio di toccarla. Così la lasci entrare nella tua anima. E quella donna è stata, per tutto il tempo in cui siamo stati insieme, il mio capolavoro. Il desiderio di sfiorarla ogni secondo del giorno e della notte era così forte che ho avuto il bisogno di dipingerla e bloccarla in una tela per non perderla.”
Jonas conosceva bene la storia…A Cip, quando quello che stava per riascoltare successe, non si smise di parlarne per giorni e mesi, in qualsiasi ora tutti avevano una parola per l’accaduto.
“Cosa stai dicendo Matteo? Non capisco come possa essere possibile una cosa del genere…”
Le parole di Sofia fecero sbarrare gli occhi di Jonas che subito si girò a guardare il suo amico, sapeva che quello che aveva appena detto Sofia poteva essere motivo di fastidio per Matteo.
Ma lui senza alzare lo sguardo dalla sua tela continuò a parlare mentre le mani di Sofia piano scivolavano tra i pennelli, per poi finire a giocare con i suoi capelli.
“In questa città si è parlato tanto di quello che ho, anzi, abbiamo fatto: io e lei. Non è stato un gesto fatto per egoismo, ma per paura. Avevamo paura che l’avanzare di queste tecnologie, questi nuovi mezzi di comunicazione, la inghiottissero.
Quando per la prima volta le comprai un telefono, lei cominciò a toccare tutti i tasti e i tanti suoni le crearono una confusione così grande che decise di spegnerlo per un po’ di tempo, fino a quando un giorno se ne dimenticò. Un’altra mattina arrivai a casa con in braccio una nuova tv. All’inizio avevamo deciso che ogni sera avremmo guardato un film diverso, perché sai dopo una giornata a lavoro o comunque una giornata impegnativa come lo erano le nostre, si è stanchi. La vedevo sempre cascante, con le mani si strofinava gli occhi mentre leggeva i suoi “buoni” libri. Così li chiamava. Allora decisi che era arrivato il momento di farla sognare sempre attraverso delle storie, ma storie più dinamiche e facili da seguire. Ma lei cominciò a lamentarsi, non le andava più di avere una visione globale, conforme alla massa. Una coscienza comune non le andava bene, diceva che tutto quello la stava opprimendo. Accompagnava i bambini a scuola o li andava a prendere in palestra e sentiva parlare sempre delle stesse cose: programmi demenziali, ecco come li chiamava. Diceva che era meglio un buon libro. – Ti collega alla mente-. E quando lo diceva sembrava che non bastasse il fiato per l’emozione che provava. Leggeva perché amava il pensiero della scrittura, sai quello che accade quando si legge e si scrive. “
Jonas vide delle lacrime sul volto di Matteo e lo interruppe:
“Puoi finire qui il tuo racconto, so quanto sia difficile. Siamo esseri umani, non macchine. Posso continuare io con Sofia. Facciamo un giro della bottega e le spiego per bene tutto, tranquillo.”
Matteo si alzò e finalmente Sofia riuscì a vederlo in viso.
Era un ragazzo così giovane e allo stesso tempo così vecchio. Non poteva avere più di quarant’anni.
Una persona che lasciava traccia ovunque andasse, sicuramente.
Sofia pensò che forse Eistein aveva ragione quando diceva che una persona invecchiasse prima in pianura rispetto alla montagna. Perché il tempo non è uniforme e per ogni individuo passa in maniera diversa. E con Matteo, l’orologio della vita era stato davvero gentile.
I suoi pensieri furono interrotti dalle parole di Jonas: “Sai non è facile. Il suo è stato un gesto di disperazione. È stato male, ha rischiato anche lui tanto, non solo lei… Non giudicarlo. Un uomo così forte è il risultato di un uomo così innamorato.”
In quell’istante la bottega fu attraversata da un profumo che nessuno aveva mai assaporato, nessuno tranne Matteo.
“ È lei. Non sono pazzo, è lei.”
Jonas e Sofia si guardarono senza capire molto di quello che stava succedendo, anche loro avevano sentito quel profumo, ma non avevano afferrato nulla.
Allora l’uomo riprese a parlare: “Rachele, questo era il suo nome, Rachele.”
Era così dolce il suono che fuoriusciva dalla sua bocca.
“È stata l’unica donna della mia vita, o meglio, l’unica di cui vale la pena raccontare. Rachele, non riesco a smettere di dire il suo nome ora.”
Sul viso c’era solo spazio per enormi sorrisi. Riprese a parlare:“Da sempre è stata la mia opera d’arte più bella e anche oggi continua ad esserlo. Non guardarmi cosi Sofia, ora ti spiego bene tutto.Ho sempre amato lei, i nostri figli e il mio lavoro. Queste sono state tre realtà fondamentali nella mia vita. Ma un giorno ho dovuto compiere una scelta, non per egoismo, non perché non ce la facessi più, ma perché Rachele e anche i miei figli non riuscivano a vivere in quel modo. Lei restava sveglia intere notti, accendeva e spegneva la televisione, delle volte la radio. Allora un giorno decisi di portare quell’apparecchio a casa di mia madre. Una notte non riusciva a prendere sonno, si rigirava nel letto, si lamentava, niente le andava bene. Allora decisi di alzarmi e preparale una camomilla. Non sapevo cosa fare altrimenti. Noi uomini non siamo bravi come voi donne in queste cose, ci riduciamo a fare le cose ovvie. Quando finalmente la sua tisana era pronta, ritornai in camera e lei era lì che mi aspettava sul letto con i suoi grandi occhi pieni di colori che mi guardavano stanchi: quel mondo pieno di immaginazione e di eventi la stava risucchiando. Lei, Rachele una donna piena di vita, che amava leggere i libri ed il profumo della carta, non era pronta per un mondo così nuovo, dove diversi tipi di comunicazione implicano nuove operazioni del cervello, così come avviene con la scrittura. E fu in quel momento che nella mia mente si accese una spia: faceva male ammetterlo, ma non avrebbe resistito ancora per molto e io dovevo aiutarla. Alla fine mi sono detto che tutto si sarebbe ricomposto, anche io e anche lei. “
Tutto sembrava essere più chiaro agli occhi di Sofia, anche se non si spiegava ancora come fosse finita quella meravigliosa storia di guerra contro se stessi e amore verso gli altri.
“In quel momento le ho stretto il viso tra le mie mani -continuò Matteo- e le ho detto che avevo una soluzione, o che almeno l’avrei cercata davvero quella volta. La mattina dopo ero nella mia bottega, dovevo capire come fare. A fare cosa? Ti starai chiedendo Sofia. Ho fatto un gesto folle, ma pur sempre un gesto d’amore. Non avevo più tempo, Rachele non me ne avrebbe dato altro. Se non avessi trovato io una soluzione, l’avrebbe trovata da sola. E solo io so quanto mi spaventasse quel pensiero. Ho cominciato a dipingere, ma nulla che andasse bene con quello che mi serviva. Dovevo trovare un modo per incastrare mia moglie in un quadro che la rendesse felice, qualcosa che bloccasse in quell’istante. Non potevo avere paura. Anche se questo può sembrare un gesto sbagliato, credimi, non lo era. Rachele doveva continuare a vivere come aveva sempre fatto, doveva vivere bene e per far in modo che questo accadesse, dovevo impegnarmi a fare un lavoro ben fatto. “
Sofia interruppe Matteo perché non era stato molto chiaro e lei allora non aveva capito. “Che significa questo che stai dicendo? Come si fa ad incastrare una persona in un dipinto?” Matteo le pizzicò le guance e riprese a parlare: “Nella bottega prima non c’erano tutti questi ritratti, dipingevo molto di più i paesaggi… Ma ora un po’ devo e un po’ voglio dipingere donne. Che poi da come puoi aver visto e capito, è sempre Rachele la protagonista.
Ritorniamo a noi… Dopo un mese, o forse qualche giorno in più: avevo la mia soluzione. Avevo cercato ovunque aiuto, risposte, ma nessuno riuscì ad aiutarmi. Dovevo fare tutto da solo. Rachele passava in bottega sia il giorno che la sera, era molto più felice da quando le avevo detto che mi sarei impegnato a salvarla. Era una mattina di maggio quando finalmente fui pronto. Dovevo lasciare che lei andasse via da me e che finalmente vivesse il mondo che meritava di vivere. Prima di tornare verso casa mi fermai da un fioraio e le presi i fiori per lei più belli: i contous.”
Prima che Sofia potesse fermarlo per chiedergli che tipo di fiori fossero, Matteo la guardò con un fare rassicurante e proseguì a parlare: “Sono dei fiori piccoli, ma davvero piccoli, che insieme formano una danza. Il vento li muove, li sposta e fa in modo che questi riescano ad esprimersi”. Sofia sorrise.
“Rachele mi stava aspettando sulla panchina di fronte al nostro palazzo, era bellissima. Si alzò e ci incamminammo verso la bottega. Quando siamo arrivati nella stanza c’era quel profumo, lo stesso che abbiamo sentito prima. Era il suo nuovo profumo, lo stesso che avevano i colori che ho utilizzato per dipingerla. Le dissi che non doveva avere paura e lei mi rispose che non ne aveva, era finalmente serena.”
La stanza divenne ad un tratto buia e pochi secondi dopo fu riempita di luce.
“Sarà colpa del vento che apre e chiude le finestre” disse Jonas. Matteo si risedette sullo sgabello e prese a dipingere.
“Succede spesso, io penso che sia un modo per rimescolare i pensieri, un po’ come girovagare nella stanza, ma stando fermi. Qualcosa che permette all’uomo di ridefinire i propri confini senza doversi spostare. Tutto questo mi aiuta quando dipingo, sapete.”
La luce rimase ferma e forte.
“Quella giornata non fu per niente facile, quando la racconto ancora faccio fatica. Ma a volte siamo noi a fare quello che più ci terrorizza, perché l’unico modo per liberarci dalla paura è che questa si palesi. Rachele doveva solo scegliere quale fosse la posa per immortalarla nel tempo, un tempo lontano dal presente che la stava corrodendo da dentro. Si muoveva lentamente, danzava ed esplorava dimensioni attraverso cui era possibile produrre nuove conoscenze del reale: si stava riscoprendo.
Io intanto con la mano tremante disegnavo i confini, poi cambiavo colori, ogni tanto piangevo. Quello che stavo facendo mi stava massacrando, ma era un gesto disperato. Volevo in tutti i modi che il suo incubo finisse.”
Jonas intanto asciugava le lacrime di Sofia che cominciò a capire sempre di più quello che Matteo aveva fatto per sua moglie.
“Più il dipinto prendeva forma e più Rachele scompariva. Lo so può sembrare da pazzi, ma è così che è andata. Io dipingevo le sue mani e queste scomparivano, venivano intrappolate nella mia tela. Più andavo avanti e più diminuiva la paura. Rachele continuava a danzare, si riscopriva e io riconoscevo l’amore della mia vita.”
“E i tuoi figli?”- lo interruppe Sofia.
“I nostri figli- sottolineò Matteo.- Loro stanno bene. Anche Micole e Niccolò volevano solo che la madre fosse felice, che stesse bene. Hanno sofferto con lei. Una mattina Micole è venuta qui in bottega piangendo, mi ha guardato e mi ha detto -Papà, tutto questo mi fa abbastanza male. Ma non è niente, niente di che. Io alla mamma la capisco.-
Abbiamo due figli che vanno oltre i limiti dell’immaginabile. Rachele li sta vivendo, in modo diverso, certo, ma lo sta facendo.”
Jonas allora disse a Matteo che era quasi il momento di andare via, anche se non avrebbe voluto. Ma avevano tanti appuntamenti in quella giornata. Così Matteo promise che avrebbe accorciato la storia, anche se era molto complicato.
“Dipingerla è stato un gesto di straordinario amore, uno sbaglio giusto. Mentre la dipingevo ho lasciato il pennello da cui ancora gocciolava la pittura perché è nato in me il bisogno di disegnare con le dita… E piano, linea dopo linea, sentivo l’amore della mia vita scivolare dalle mie mani. Nessuno può capire cosa io abbia provato. Io sono stato il carnefice, ma anche la vittima di mia moglie. Tutto quello che ho sentito su di noi è stato superfluo, parole inutili: quando non si conosce la verità, ci si accontenta di inventarla. Ma io so di aver fatto la cosa giusta: sono riuscito a liberarla dai suoi fantasmi. Certo, porto con me ogni giorno mostri più grandi, figli di questo gesto, ma non cedo, non ho più paura. Ho amato, amo e l’ho sempre fatto nel modo giusto.”
“E dopo?”-Domandò Sofia.
“Dopo? Tutto è stato così naturale, semplice, come se l’avessi fatto chissà quante volte. Lei continuava a danzare e mi innamoravo di lei più forte di prima.
Quando ho dovuto dipingere il suo viso, ho esitato. Non è stato semplice farlo. Non poteva esserlo. Ma prima di salutarla le ho detto una cosa, che nessuno mai saprà. E così ho sfiorato la pittura con le dita, finito il mio lavoro e pianto fino a singhiozzare. La cosa incredibile era stata vederla fuggire senza muoversi dal suo posto, sfruttando quel mio gesto disperatamente folle per sparire.
Lei era finalmente libera. Anche se questo significava che il suo ricordo mi avrebbe perseguitato come se fosse dolore: Rachele... Per un po’ ho urlato il suono nome nella notte...”
Mentre sussurrava il suo nome Matteo aveva tolto da una cornice un telo bianco era lì dietro che si nascondeva sua moglie.
Jonas e Sofia erano stati attraversati da tutte le parole pronunciate dall’uomo: i suoi dolori, le speranze, le paure gli erano entrate dentro, avevano sentito la propria anima lacerarsi dai suoi sentimenti e li avevano resi propri. Era la storia di un’altra persona, ma era appena diventata anche la loro.

“Quando hai consegnato Rachele alla pittura: Matteo, tu hai fatto un dono a tutti noi.” Spezzò così il silenzio Sofia.
Accompagnati dal suono di queste parole, i tre si salutarono. Sofia si avvicinò alla tela e mentre la sfiorava con le dite sentì qualcosa fuori posto, era una scritta:
“E cosa c'entriamo noi con la realtà? Che spazio sarebbe disposta a lasciarci?
Tua Rachele.”

Sofia aveva già visto quella frase da qualche parte.
“Che tu sia per me il coltello”…sussurò.


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