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Una storia di Giorgio51589046

MACCHIE SOLARI

L'INFLUENCER DELLA FORCA ACCANTO

136 visualizzazioni

17 minuti

Pubblicato il 22 marzo 2021 in Thriller/Noir

Tags: #alba #audience #delirio #mezzosangue #miele

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Non era stanco, aveva semplicemente paura. Paura di essere solo, di trovarsi senza risposte
al momento opportuno; quando sarebbe arrivata la notte e la lo scudo di fiducia passiva
e incoerente si sarebbe rivelato per ciò che era in realtà: il coperchio di paglia di un cesto
in vimini vuoto, zeppo di battere di denti, panico incontrollabile, suoni irritanti e feroci
tenuti celati durante i giorni di piena luce mentre si offriva alle molteplici attività
giornaliere di rappresentanza.
In quanto sceneggiatore di commedie televisive, e ultimamente addirittura di pièces teatrali,
frequentava la beautiful people, e sembrava non stancarsi mai di incontri in locali trendy,
scambi di numeri con meravigliosi ragazzi mulatti e promettenti, confronti in uffici con
il suo manager, il suo editor e "l'altra parte": a volte combattiva ma sempre conciliante
alla fine dei conti. Perché lui incantava e accavallava le gambe, lasciando ampiamente
intravvedere i calzini lunghi di seta argentina, infilando le dita lunghissime le une nelle altre
senza traccia anche minuscola, di lavoro manuale, mentre la bocca mollemente adagiata giusto avanti le parole seduttivamente melliflue forniva ossigeno alle sue opinioni; avanguardiste, certo, ma in nessun caso rivoluzionarie o destabilizzanti.
Sapeva dove arrestarsi, David Thoreaux.
Quando fosse il momento di provocare, e quando ritrarre lo schiaffo sul punto di ferire
la guancia flaccida della upper class in cerca di icone proletarie di indubbia vocazione aristocratica. Sì, andava tutto benissimo.

Fino alla sera, quando risaliva l'Old East Baltimore District verso Hillman Street e il suo meraviglioso loft privo del superfluo, ma purtroppo deprivato anche della stessa anima...
Mangiava pochissimo David Thoreaux. Spesso giusto un uovo alla coque e una bottiglia di acqua minerale, poi si metteva a produrre: macchina infaticabile e metronomica di squisiti cammei per lo streaming cinematografico, o più pugnaci (ma ripetiamo, mai offensivi) bijoux offerti con dolcezza e qualche goccia di arsenico all'impero teatrale del Paese.
Poi si dedicava al sesso. La sua unica altra, vera passione. Non beveva, non assumeva sostanze psicoattive né sedativi, non andava in palestra, non frequentava in modo particolarmente assiduo le occasioni di scambio sociale con quella che poteva essere la
sua razza bastarda, pur olezzante di buono.
Non andava a cocktail parties, se non per rimorchiare, non andava a fiere letterarie o letture pubbliche se non per rimorchiare, non andava ad anniversari, compleanni, onomastici o matrimoni se non per rimorchiare. E dal momento che gli esseri a lui affini bazzicavano esseri altrettanto complementari ai suoi gusti in fatto di foia spermatica... Beh, tutto tornava.
David Thoreaux era come un granchio nel suo elemento: l'acqua inquinata.

Aveva conosciuto Kevin Marchant in questa maniera. Uno stupendo elemento mezzosangue di 25 anni compiuti a ottobre di 2 mesi prima; e lo aveva abbordato senza colpo ferire, anzi
al contrario ricevendo un'accoglienza squisita e incantevole... La pelle di Kevin era tale quale il cuoio, ma ben conciato e cosparso di umori stillanti vertiginose atmosfere di libido e concupiscenza.
Si era trovato benissimo e gli aveva promesso una parola efficace presso il regista e il produttore de "La Verità agli Antipodi", uno degli spettacoli teatrali più stucchevoli ed ipocriti che gli fossero riusciti, mascherandolo da denuncia sociale.
Del resto era il suo trademark; e da allora aveva preteso solo mulatti nella messa in scena, avanti concedere i diritti del suo asciutto, sobrio ma maledetto lavoro. E aveva preteso solo mulatti anche nel suo immenso letto a tre piazze, con tanto di ridicolo pizzo da nonna papera e, sublime contrasto, comodino in carbonio antracite.
Amava il senso del suo corpo nudo ed esile quanto un filo elettrico di superficie mesciuto con la muscolosa protervia di un indiano caraibico occidentale. Li pretendeva stupidi, patetici e arrogantemente inconsistenti. Kevin Marchant, il primo, collimava in modo stupefacente a questo stereotipo.
Era figlio di una madre che lavorava come cameriera presso il Brunswick, mentre il padre rimaneva ignoto, fuggito, dissolto, forse ammazzato. Kevin aveva confidato a mezza bocca che era un quasi allibratore affermato, ma dalla bocca troppo larga... David Thoreaux ne aveva tratto le ovvie conseguenze.


Piccolo passo indietro: un anno e mezzo prima Jonathan Lorimer, addetto stampa presso la grossa agenzia tenutaria dell'attività del nostro, era arrivato da un viaggio in Laos recando con sé un dono minuscolo, ma apprezzatissimo dallo sceneggiatore: si trattava di una cosina chiamata ການລະລາຍ, che grosso modo doveva significare qualcosa come DELIRIO nella lingua del Paese.
Per farla breve si trattava di un veleno di una indubbia potenza ed efficacia che i monaci buddisti usavano per suicidarsi, una volta accertato di non poter proseguire lungo la via della perfezione, ma di essere sempre uncinati dalla passione della carne e del desiderio sensuale.
Si trattava di una boccettina piuttosto torbida e dall'invitante colorazione arancione fluo

(un caso?) il cui contenuto, sciolto anche in solo una decina di gocce non differenziava in modo rimarchevole dagli effetti del cianuro, con la differenza di non essere al vaghissimo sapore di albicocca o al più definito di mandorle amare ma, eccentricamente, di ciliegia agrodolce. Mescolato a un cocktail come il campari italiano (lo aveva informato Lorimer) diventava letale nel giro di 3 massimo 5 minuti, e non provocava orrendi spettacoli
di gente che annaspava, lingue ingrossate, occhi lacrimevoli e rumori osceni dell'annegato che si pente all'ultimo del suo tuffo.
Thoreaux aveva prestato estrema attenzione alla succinta decorazione verbale del suo addetto stampa; poi aveva cortesemente accettato il dono e ringraziato. Non sapendo bene nemmeno lui per quale ragione.
Adesso era a letto con Kevin e gli allungava il bicchiere mezzo colmo di southern comfort
e di 9 gocce di ການລະລາຍ, poi si accomodava sulla poltrona in vestaglia mentre Marchant, sudato ma rassicurato, si scolava in un gesto di svampita brutalità il contenuto del liquore
e del veleno connesso.
Il cuore gli si era rallentato progressivamente mentre lo sceneggiatore si accendeva una lucky strike e lo amava sempre di più. L'altro scendeva i gradini dell'incoscienza ma non soffriva; socchiudeva le palpebre, colava con filo lievissimo dalle fantasmatiche labbra turgide, sbiadiva la pelle turchese, quindi spirava.
Già.

Nemmeno mezz'ora dopo ne stava già trasportando il corpo dentro il bagagliaio della sua Mitsubishi Outlander dalle parti della zona piuttosto semiselvatica di FedexField; onde abbandonarlo senza nessun segno di apparente violenza esterna tra i cespugli non così distanti da Bishop Peebles.
Lo aveva lasciato con le braccia lungo i fianchi e la perfetta, addirittura incontaminata bellezza di uno specchio solitario tra vetri rotti, un giglio assediato dal bitume... A lui interessava così: mantenere l'incantesimo della perfetta separazione dei ruoli sociali
e spirituali. La merda che lo costringevano a espellere dal cervello sotto forma di prodotti per il grosso pubblico dalla mente ottenebrata, e la vivacità dei suoi continui scambi erotici sotto forma di lingua spalmata su corpi di bronzo e membri incantevoli inseriti dentro uno
o più sfinteri, a seconda della passione che transitava per poche ore e quindi scompariva
fra le pieghe del souvenir, raffinato ma volutamente imbalsamato dalla terminazione fisica; ovvero la struttura del cadavere intriso dalla purezza di un gesto assoluto e fissato come l'omicidio dolce.
Un Fattore Morte che gli forniva inarrestabile ispirazione e gratuita gloria.


Per questo, appena giunto al suo loft e con ancora nei substrati mnemonici l'incomparabile duello esistenza-estinzione, si accomodava alla sua postazione di creatività per il pubblico vorace di miele standard a trasudare dagli schermi di mezzo mondo conosciuto...
Faceva da colonna visiva e psicotica a coppie distese su divani e poltrone, oppure solitari businessmen alla ricerca del brivido ormai proibito dell'ovvio Amore.
Gente che si faceva allestire su misura abiti sentimentali non propri, risate discrete e gags dalla caratteristica non secondaria di sfuggire a ripetuti cliché sulla sguaiata e ridicola iperviolenza che, in quanto tale, era molto più falsa della realizzazione nel falso Affetto condito da Passione.

Comunque... Dopo Kevin Marchant era arrivato il turno di Roger Laplane, originario meticcio delle Antille Francesi. Saint-Martin per la precisione...
Capelli che non temevano la sfida con anelli di velluto nero, capezzoli affilati quanto la lingua di un serpente cieco bifoderato della Martinica, bulbi oculari giusto appena incrociati per dare quello strabismo di venere che non scadesse di un millimetro nell'anormale.
E poi il fallo: non iperuranico ma nemmeno volgare o grettamente lungo: la giusta misura,
a metà perfetta fra greco e geco.
Roger Robertson, differentemente rispetto alla sua vittima ispirativa precedente, non ambiva a nulla. Aveva un'ottima collocazione come chief executive officer presso una piccola ma ben ramificata agenzia di casting. Quello insomma che ci sarebbe voluto per David, se la smania della pulsione assassina non avesse afferrato troppo presto David Thoreaux, costringendolo ad affrettare i tempi per gustarsi la cupio dissolvi sua e del ragazzone mulatto.

Imponendosi, come lo afferrasse per i capelli moderatamente lunghi e castani; obbligandolo a sciogliere rapidamente il sodalizio con l'originario delle Barbados filtrando anche le 13 gocce di ການລະລາຍ nello stomaco della vittima, attraverso il passepartout del cointreau...
Nel frattempo erano trascorse poco più di 4 settimane, e il caso del rinvenimento dell'aspirante attore era stato tranquillamente archiviato come morte naturale dovuta a inatteso infarto al miocardio.
La giovane età del morto non aveva colpito il coroner. Fatti del genere accadevano ogni giorno presso giovanotti che si pompavano in palestre anche senza sostanze dopanti, ma sovraccaricando in maniera scriteriata la loro soglia di tollerabilità allo sforzo.
E ovviamente le gocce laotiane non lasciavano traccia, e scomparivano come alito sopra
il volto di un teschio.


Roger Laplane era stato frequentato più a lungo, in quanto autentica relazione sentimentale (non le decine di scopate mercenarie che Thoreaux si procurava praticamente ogni sera con estremo relax e facilità) e interesse persino; autentico, precisiamo.
Entrambi non si limitavano ad avere un sesso appagante e piuttosto soft, ma discutevano
a lungo su idee per prospettive di collaborazioni lavorative, comuni input libreschi, identico background accademico e medesime vedute sul feedback da fornire ai succhiasangue delle grandi produzioni.
Laplane come volti, corpi e caratteri; Thoreaux, ovviamente, come ossatura e base del plot
e nello sviluppo dello stesso. Insomma v'era uno scambio au pair.
Sino a una certa sera: sino al 27 aprile quando lo scrittore e artefice aveva compreso che il momento dell'apice era arrivato, così come il momento di sciogliere 13 gocce di ການລະລາຍ nel bicchiere mezzo pieno di cointreau del suo ospite sessuale.
Come nella precedente occasione aveva osservato sorbire il liquore e la sua stessa fine terrena, con particolare tranquillità... Roger era scivolato tra le braccia spalancate di Madame Persefone tanto quanto Kevin Marchant: sonnolenza improvvisa, arrovesciamento delle pupille, appena percettibile filo di bava a pendergli dalle labbra incrostate di platino, poi stordimento, perdita dell'equilibrio e crollo definitivo sul pavimento di alabastro rosa.
Tutto come da copione e Thoreaux si era alzato dal comodo divano per prepararsi a spostare il cadavere, avvolto in sacco di tela cerata, nel ground zero sottostante.
Mossa che non avrebbe in ogni caso insospettito i coinquilini (d'altro canto pressoché invisibili). Però... Rispetto all'amore esaurito precedentemente, era capitato un avvenimento inatteso e del tutto imprevisto.

Lo sceneggiatore, torreggiando sul corpo sul corpo abbandonato al suolo, si era sbottonato
i comodi pantaloni di flanella e si era masturbato senza tregua con il volto paonazzo, sino ad eiaculare; vittima di una soddisfazione e un appagamento mai provati nemmeno nei club fetish-sadomaso del buco nero del culo di Baltimora; con afroamericani gonfi di popper come palloncini.
Per qualche istante era rimasto attonito, poi il sangue freddo aveva ripreso il sopravvento e
aveva constatato che non era il caso di tenersi nel loft un essere inanimato, tanto più relativamente celebre presso la beautiful people della metropoli.
Così completò la solita trafila, abbandonando questa volta (giusto per un minimo scrupolo) la bellissima bambolina rotta nel Druid Hill Park, non lontano dallo zoo comunale.
Tutto pulito e senza inconvenienti.
Del resto come potevano accadere contrattempi a lui, baciato in fronte dalla Buona Sorte della Creatività Seriale? No. Assolutamente no. E invece sì, prese a parlarsi quasi ad alta voce.


Aveva oltrepassato un border fatto di di perfetto combaciare fra necrofilia utilitaristica
e compiacimento nella perversione... Era intrinsecamente fottuto.
Con Kevin Marchant aveva ucciso per scrivere, con Roger Laplane aveva ucciso per godere.

Fu così che giunse al redde rationem. Morbido, silenziato, elegante e e caratteristico di un'estrema dignità, come era sempre stato nei suoi caratteri psicologici primari.
Dopo che anche la fine del chief executive officer era stata archiviata piuttosto velocemente, anche se con qualche ruga in fronte più marcata da parte dei responsabili dell'ordine & giustizia, Thoreaux aveva consegnato al suo editor il manoscritto per uno spettacolo teatrale che avrebbe dovuto attraversare tutte le sale degli stati Uniti con il solito, prevedibile, immancabile riscontro di pubblico e apprezzamento di critica.
Ma, per la prima volta Michael P. Ogden, il suo filtro nemmeno tanto essenziale per accedere al via libera da parte dei soliti, entusiasti finanziatori del progetto aveva chiaramente inarcato il sopracciglio sinistro. Un segnale strano, ma ampiamente anticipato dallo sceneggiatore.
Il lavoro inviato alla mail del Virgilio del Successo era stato sottoposto a una radicale revisione, e infine accettato con tagli almeno del 30%.
Non poco, non poco.

Qualcosa di assolutamente impensabile sino all'opera precedente, quella stimolata dal povero Kevin Marchant.
La ragione: un'enfasi su aspetti definiti "vagamente morbosi", l'esasperata attenzione centrata su atmosfere claustrofobiche e, per la prima volta, uno sguardo meno superficiale al sottobosco che Thoreaux, a insaputa di tutti e coperto dal più stretto nome fantasma, aveva frequentato negli anni recenti; ubriacandosi di libidine (altrui) e di inguini spalmati di sborra (altrui). Insomma: voyeurismo ma pure group-sex a manetta quando qualche volta, ispirato e in totale ebbrezza aveva dato dentro, trascinato dal clima orgiastico e bacchico deviante.
Ma sono dettagli... Sto divagando.
Per farla breve: sia i suoi soggetti per le varie sitcom in cui era impelagato, sia (appunto) il lavoro teatrale a cui si era dato anima e (troppo) corpo rischiavano seriamente di naufragare, minando la fiducia granitica che i grossi capoccioni di cazzo dell'intrattenimento patriottico avevano, ovunque e comunque, riposto in lui.


Era stato proprio allora che mi aveva incontrato.
Mi presento innanzitutto: sono Ephraim Bianchi. Ho frequentato sino a diplomarmi una scuola di arte drammatica a Pittsburgh, e poi ho deciso di volgere l'attenzione altrove:
a trovarmi innanzitutto...

E poi magari ad esprimermi artisticamente; non importa la "disciplina", importa la scintilla...
Il fuoco, poi, appicca dappertutto ma è indispensabile la scintilla... Mi capite, vero?
Ebbene... Ero arrivato il 19 luglio a Baltimora ospite del mio fidanzato ufficiale di allora,

un certo Fred Rowley; genitori di Trinidad & Tobago, San Fernando precisamente.
Almeno così mi aveva assicurato.
L'avevo preso per ragioni di studio appunto, e me n'ero innamorato follemente... Mentre lui teneva una certa distanza, pur concedendosi in svariate occasioni. Ma scopate fortuite, nulla di costruttivo finché ero riuscito ad abbattere la sua diffidenza.
Abitava ancora con i suoi zii a Baltimora ma, per motivi legati al suo smisurato ego, alle capacità interpretative e resa attoriale, si era mosso verso Pittsburgh. Lì viveva con una coinquilina legata a strambi culti eudemonici che non vedeva di buon occhio il fatto che
noi fossimo froci...

Ma, effettivamente ce ne infischiavamo, e lei alla fine aveva deciso di lasciarci respirare e chiavare senza porre ulteriori obbiezioni...
Lui era un mezzosangue: papà di Birmingham (aveva impiantato un buon traffico di legname sull'Isola) mamma del posto, scura come antracite. Come capita sempre ne erano fuoriusciti due pargoli formidabili: Fred, e sua sorella Nancy Mariah, piuttosto sbiadita ma di grande impatto, come avevo visto in una foto di famigliola.
Il mio amante occasionale alla fine s'era convinto delle mie intenzioni serie e avevamo deciso consensualmente di metterci assieme. Poi, conclusi gli obblighi accademici, c'eravamo spostati senza arte né parte alla sua città.
Cercando, Cercando... Mah... Di sbarcare il lunario? di drogarci senza riuscire nello stile freak? di far parte del mondo queer locale? Beh, in questo eravamo sicuramente riusciti.
Erano appena le nove e mezza e stavamo cazzeggiando con pochissime persone dentro

il Weird Widow, locale non di tendenza in Charles Street; piuttosto caratteristico per la scena leather e motociclisti in muscoli, baffi e basso ventre ben enfiato (ebbene sì, esistevano ancora all'epoca).

Quando vedemmo entrare un uomo bene in arnese accompagnato da una donna minuscola. Notai Fred avere uno scatto repentino e far sparire in gola il mezzo litro di budweiser che aveva sul tavolo; poi come mosso da mano invisibile alzarsi e dirigersi puntando il tipo robusto e la donnina dimessa.
Lo vidi parlottare un attimo fitto fitto, poi mi fece cenno di avvicinarmi... Stavo per incrociare il celebre David Thoreauxe la sua sorella in visita di cortesia: Emma.


Il loft ha le luci basse. Il mezzosangue di Trinidad Fred Rowley ha appena bevuto un tè giapponese con sciolte dentro 15 gocce di ການລະລາຍ. Il suo compagno Ephraim Bianchi (bisnonni di origine giudaico-italiane) ha rifiutato di fare la stessa cosa dopo che lo sceneggiatore, sulla cresta dell'onda ma già sul punti di ribaltarsi, David Thoreaux
gli ha fatto un cenno appena percettibile di NO con la testa.
Fred Rowley appoggia la testa all'apice dello schienale di una poltrona Folsom & Hardy; arrovescia le pupille, lascia filtrare una una lunghissima e quasi invisibile scia di bava dalle labbra amaranto come fragole mature, ansima un pochino e si spegne nel giro di quattro minuti.
Ephraim non osa muoversi, mentre quello che nell'ultimo mese è diventato il loro mentore

e protettore, gli passa un braccio intorno alle esili spalle e gli sussurra di offrirgli un aiuto pratico a portare sulla sua Mitsubishi Outlander il corpo inanimato del ragazzo.
Bianchi annuisce abbassando il mento e, dopo avere avvolto quel bellissimo incrocio di razze in un tappeto Bukhara autentico, lo mettono in ascensore.

Arrivano nell'immensa desertica spianata dei garage e lo caricano dentro l'enorme vano posteriore. Durante il viaggio si scambiano pochissime parole, giusto indicazioni sulle vie
più brevi e le scorciatoie per giungere più in fretta all'Herring Run Park, sciogliere Fred dal caldissimo abbraccio d'oriente e abbandonarlo su una collinetta in posizione di riposo appoggiato a un faggio.
Ultimata la facile incombenza entrambi si siedono, uno fianco all'altro e si passano due joint (lo sceneggiatore nell'ultimo anno si è ripreso con gli interessi tutti i vizi che aveva evitato in gioventù con una vita morigerata seppure sfolgorante).
Quindi Thoreaux cava da una tasca interna della giacca Abercombie & Fitch una fiaschetta scheggiata e mezza arrugginita. Poi dalla tasca dei pantaloni una boccetta affusolata.
Versa 18 gocce nella fiaschetta e, rialzatosi, avvia le gambe con passo elastico verso l'outlander per tornare con un fascio di fogli tenuti insieme da un elastico turchino.
"Cosa sono?"
"Tutto quello che ho scritto dopo avere iniziato ad ammazzare con il veleno. Roba di alta qualità... Farebbe saltare il mondo dell'Editoria. è tutta roba tua, adesso... Te lo affido. Falle pubblicare a tuo nome. Si tratta... è... Il mio lascito... Comprendi, scommetto. ESATTAMENTE QUELLO CHE IO SONO, non quello che gli avvoltoi hanno fatto finta che diventassi... Ti farà ricco, succhiato, riverito, realizzato e felice. Non sei contento del mio pensiero, del mio dono per te?

Non attende nemmeno la mia risposta che ha già portato la fiaschetta da trincea alla bocca

e ha cominciato a bere, facendo sussultare il pomo di Adamo; lo vedo che va su e giù, e rifletto che deve essere stato una persona profondamente triste, questo sceneggiatore di grande successo... Sono sufficienti 5 minuti e già la sua testa è appoggiata a quella di Fred contro l'albero di tiglio.


La fiaschetta si è rovesciata sul prato umido e sono le quattro nel mattino... Freddo, anzi gelo. Il mazzo di fogli che potranno fare la mia fortuna e la mia gloria spacciando le qualità che non possiedo in oro 24 carati è ben piantato tra i fili di erbetta ancora bruciata dall'inverno.
Sta sbadigliando martedì 21 gennaio.
Fisso il nastro indaco che tiene insieme quell'immenso malloppo: la cronaca di una omicida per amore e disperazione. In lontananza, molto in lontananza, noto brillare una luce e intuisco dei senzatetto intorno a un vecchio fornello alla ricerca disperata di un poco di calore...

Glielo darò io, penso. Io e la Verità, in fondo.
Anche per David Thoreaux e tutti gli altri...

Tiro su il faldone con i fogli che un po' si perdono a causa di un'improvvisa folata di vento. Passo dopo passo mi avvicino, e nel frattempo mi soffio il naso con un vecchio fazzoletto
di carta.
Dopo un tempo che mi appare infinito e durante il quale ho sentito sbattere nelle pareti craniche migliaia di seduzioni e migliaia di propositi onesti e disonesti sono sopraggiunto dagli homeless che mi guardano stupefatti.
La fonte di calore non è null'altro che un bidone della spazzatura sormontato da carbonella
e ciocchi di legno verde, ramaglie, pesca naturelle nel parco... Devo fare in fretta perché fra poco arriverà la polìs a menarci tutti tutti negli uffici, per riconoscimento e magari una quasi denuncia causa procurato rischio di incendio, e prelievo indebito di carburante spontaneo da una proprietà del municipio di Baltimora.
Respiro a fondo e metto il gruzzolo più pesante della mia esistenza sopra il fuocherello, che subito piglia forte tra le risate e i lazzi momentanei dei barboni. "Chi sei? Uno scrittore?"
Mi fa uno sciroccato con stella di David tatuata in fronte.
"Sì" rispondo sollevato. "Almeno lo ero".





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