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Una storia di QuintoMoro

Nerezza

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27 minuti

Pubblicato il 28 novembre 2018 in Horror

Tags: #buio #narrativa #oscurit #paura #solitudine

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Un uomo chiuso in casa in una lunga notte, mentre l'oscurità avanza fuori e dentro casa…


Antico, no. Vetusto, quasi. Fuori tempo massimo, ecco. Così era un regalo simile. Nell’era che aveva reso vetuste le macchine da scrivere, così appariva un calamaio. Fuori tempo massimo.

Nel giro di tre lustri il costo delle penne a sfera era quintuplicato. Le stampanti facevano il grosso del lavoro, tenuto in vita solo dalle smanie dei burocrati che più lentamente si affrancavano dai supporti cartacei. Il servizio postale era crollato. Digitale, telematico, virtuale. Messaggerie elettroniche, social network. I pixel avevano rimpiazzato l’inchiostro, e i pixel non andavano ricaricati. Non si consumavano. E non macchiavano i fogli o le dita.

Così, regalare a qualcuno un calamaio non pareva più che un mero pensiero consumistico mascherato d’un finto romanticismo per il passato. Romanticismo che R.R. poteva anche scoprirsi a provare di tanto in tanto, con la sua libreria di prime edizioni in copertina cartonata, dischi in vinile dalle copertine consumate e un cassetto pieno di matite e penne, per lo più consumate.

Il calamaio era stato un regalo di compleanno, o natalizio. Non ricordava chi gliel’avesse regalato, cercò di fare mente locale senza convinzione. Erano le undici di sera e il torpore del vino l’avvolgeva nel suo abbraccio, ma non aveva sonno. Quando gli capitava di rientrare da lavoro snervato, contagiato dalla negatività dei colleghi, dai loro malumori e caratteracci, la prima cosa che faceva era stappare una bottiglia per diluire i ricordi freschi delle ultime ore. Da bambino R.R. voleva fare l’inventore, ma non aveva mai inventato niente. Quando però varcava la soglia di casa avrebbe voluto tornare indietro a studiare neuroscienze applicate, ed inventare una rete da applicare sulla porta, come una zanzariera laser, in grado di tener fuori di casa tutte la stanchezza e le parole futili, gli affanni della giornata. Ma per un’idea del genere avrebbe dovuto sentirsi esattamente come si sentiva ora, irritato e vecchio.

Vuotò il secondo bicchiere di vino fissando il cassetto da cui il calamaio era spuntato fuori, tra cartacce, portafogli consumati – che aveva una collezione – e guanti, un mazzo di foto legate con l’elastico e una scatola di profilattici scaduti – quant’era curioso che ne avessero una e quanto triste che i suoi lo fossero.

Al calamaio s’accompagnava un set di punte da pennino di varie forme e grandezze. Non ricordava di averne mai provata una e fantasticando di affidare a quell’inchiostro e ad un poco nobile foglio di carta a righe i suoi pensieri di quella sera, se li immaginava malinconici e saggi, non originali ma meritevoli d’esser citati da qualche autore. Strappò il foglio dal centro di un vecchio quaderno, svitò il tappo dalla boccetta d’inchiostro e si trovò bloccato: R.R. era mancino.

Che benedizione era stata l’arrivo delle stampanti per lui che s’era trovato in crisi con le dozzinali penne a sfera da supermercato nei passati decenni sbavati d’inchiostro. Aveva sempre detestato quella voglia nera sul fianco della mano, e i fogli con la grafia sporcata. E un calamaio, per la sua stupida mano sinistra, era ingestibile. Quale idiota poteva pensare fosse un buon regalo? Nessuno che lo conosceva tanto bene da notare che fosse mancino. O qualcuno che pensava l’avrebbe tenuto in bella mostra sulla scrivania senza mai usarlo.

R.R. sentì un fruscio, come il rumore d’un lontanissimo ruscello, poi l’odore di bruciato. Aveva dimenticato la cena era sul fuoco, scattò in piedi e corse in cucina dove l’accolse quel puzzo misto di plastica e terra bruciata. Il manico di plastica nera s’era staccato e squagliato accanto al fornello, mentre aprendo d’istinto il coperchio sprigionò tutto il puzzo di patate bruciate. Rovesciò tutto sul lavandino in una nuvola di vapore asfissiante e tirò una bestemmia così forte che fosse stata una freccetta avrebbe trafitto bersaglio e muro.

Aprì la finestra e passò la mezzora successiva a scrostare la plastica dai fornelli e le patate dalla pentola, senza successo. Ingurgitò qualche fetta di scamorza accompagnata ad un altro bicchiere di vino e quella fu tutta la sua cena.

Tornato in soggiorno l’attendeva il calamaio in frantumi. L’aveva rovesciato scattando in piedi quand’aveva sentito l’odore di bruciato, e l’inchiostro nel frattempo s’era spanto in una macchia sorprendentemente ampia, correndo negli interstizi tra le mattonelle che l’avevano assorbito trasformandosi in una cornice nera perfetta, una rete da pesca gigante sul pavimento beige. L’inchiostro era completamente asciutto, ed era decisamente strano ma si sentiva così stanco ed esasperato che non volle pensarci su, limitandosi a raccogliere i cocci di vetro più grossi.

Sedette sulla poltrona e allungò la mano verso un libro che se ne stava là da mesi con un’orecchietta a due quarti della lunghezza, ma non ricordava praticamente niente dei capitoli precedenti. Si mise a leggere sperando che nomi e situazioni gli ricordassero qualcosa, ma niente.

Il picchiettio sulla finestra era quello delle prime piogge settembrine, i tocchi fini e leggeri di quelle goccioline che sporcano quasi senza bagnare, asciugandosi l’istante stesso in cui toccano un vetro. Fece per aprire la finestra e notò come la notte fosse scura e senza stelle. Sul vetro, le gocce coprivano il chiarore lontano dei lumi lungo la tangenziale presso la collina, e quel chiarore che fluttuava sul paesello in una cupola d’arancio sfocato. Le gocce sui vetri erano nere, viscose come olio per motori. R.R. tese la mano fuor dalla finestra senza sentire gocce. L’aria era secca, e non c’era traccia di quel buon odore di terra ed erba umide che sempre s’accompagnava alle piogge.

Non c’era la luna e non c’erano stelle. Eppure il cielo non sembrava coperto e chiuso ma terso e limpido, profondo e spazioso, vuoto, nero. E la nerezza premeva sulle luci del paesello attenuandone la corazza arancio, non sfumandola, infiltrandosi come incrinando la cupola, mandando radici d’ebano verso i lampioni strozzandoli uno ad uno. R.R. osservò il fenomeno in un misto di curiosità e sgomento, il cerchio alla testa gli ricordò del vino, ne aveva bevuto forse troppo, o s’era forse addormentato col libro in mano. E il libro era sì nella sua mano, aperto e ciondolante, con la pagina macchiata dalle dita unte da quel vischio nero spruzzato sulla finestra. R.R. si diede un pizzicotto e una sberla, sporcandosi la guancia. Maledì la pioggia, la finestra, il libro e la sua idiozia. Andò in bagno a lavarsi la faccia e gli ci volle una buona mezzora per ripulirla dalla nerezza. Si lavò i denti e maledì lo spazzolino, perché prima d’averlo ficcato in bocca s’era scordato delle noie e dolori dei suoi premolari ballerini. E certo non gli faceva bene sciacquarsi la bocca con l’acqua torbida che usciva dal rubinetto. Il maledetto pozzo andava intubato con gli anelli di cemento, rimandava da due anni, e di tanto in tanto qualche pezzo della parete scavata a nuda terra franava insozzandogli l’acqua. Il fondo di quell’ultimo bicchiere di vino gli tolse di bocca il sapore di terra.

La finestra era rimasta aperta e là fuori il paesello era scomparso. Il chiarore dei lampioni lungo la tangenziale si stava offuscando. Non tirava un filo di vento e forse per questo la cappa scura, carica delle fuliggini di qualche incendio, aveva inghiottito il paese. Chiuse la finestra e fece per andare a dormire quando una mattonella sembrò cedergli sotto il piede: s’era spostata, messa di traverso. La cornice nera d’inchiostro sembrava aver consumato i contorni, cercò di sistemarla ma la mattonella cadde giù. Cadde, verso il fondo. Sotto non c’era una cantina, e casa sua non aveva le fondamenta sopraelevate come certe case coloniche in stile nordamericano, con tre o quattro gradini sul patio e il pavimento a cinquanta centimetri dal suolo, tana di procioni ratti e muffe. Casa sua era costruita sulla nuda terra d’una collina alluvionale. Che le frane del pozzo avessero camminato verso la casa? Gliel’avevano detto che il pozzo era troppo vicino e che un giorno i cedimenti avrebbero potuto crepare i muri portanti, aprendo spaccature qua e là, o facendo franare qualche pezzo di pavimento, ma non a quel modo. R.R. infilò il braccio nello spazio nero lasciato dalla mattonella, lo infilò tutto fin quasi alla spalla, poi ebbe la sensazione che il pavimento sotto le ginocchia si stesse incrinando e si tirò su di colpo. Uscì d’istinto a controllare il pozzo e sollevò il coperchio. Senza luna ne stelle non vide il riflesso dell’acqua, comunque troppo in profondità. Non pioveva da un mese, e quella pioggerella estiva non aveva certo nutrito la falda acquifera. Lasciò cadere un sasso in attesa del tonfo che non arrivò, né col primo né col secondo sasso.

Sedette a terra, con la schiena contro il pozzo, sospirando alla notte verso la tangenziale inghiottita dal buio. Un banale blackout, non ci aveva pensato. Al paese, con tutti quei condizionatori nella notte afosa – e quella non lo era, ma la teoria restava valida – doveva essere saltata qualche centralina, o caduto qualche palo. Succedeva più spesso di quanto avrebbe dovuto e casa sua, più a monte e servita per prima dalla linea elettrica, raramente soffriva di quei disagi. Non c’erano però neppure il via vai delle fai delle auto, ma quello non era un posto da vita notturna. Un luogo tranquillo, il sogno di ogni famigliola felice, ma non della sua ex moglie. L’avvocato non aveva più richiamato, il divorzio era chiuso e ufficiale? Quant’erano lunghi i tempi tecnici? Sbadigliò, voleva dormire. Tornò in casa e sentì i calzoni umidi, neri sulle chiappe, zuppi di quella schifosa pioggerella che aveva sporcato l’erba, e lui che si era seduto sopra. Anche la schiena s’era annerita dopo essersi appoggiato al pozzo. Gettò tutto nella vasca da bagno e lasciò scorrere l’acqua per tenere tutto in ammollo e andò a stendersi nudo, ascoltando l’acqua che sgorgava nella vasca. Per un attimo ebbe la sensazione d’essersi addormentato a lungo, troppo a lungo, e quando mise i piedi per terra immaginò il tappeto zuppo e tutta la stanza e l’intera casa allagata. Ma anche quello era un sogno, uno di quei micro sogni da dormiveglia, e fu quel panico a svegliarlo davvero e farlo scattare. Il pavimento era asciutto, la vasca era piena a metà, chiuse il rubinetto con sollievo. L’acqua era nera, i vestiti avevano più che liberato la sozzura, sembrava si fossero dissolti nella nerezza stessa del tessuto e della sporcizia.

Si vestì, avendo cura di scegliere indumenti bianchi, un vecchio pigiama di flanella, logoro sul colletto e i polsini, servì allo scopo. Si guardò allo specchio, poi cambiò le lenzuola azzurre con quelle bianche, e si addormentò con la luce accesa.

Il temporale lo svegliò. Era notte fonda e c’era stato un tuono, una forte pioggia e forse una grandinata. Quando si mise in piedi, bianco e lindo come un fantasma, non sentì altri rumori che il suo respiro. Quiete dopo la tempesta. I vetri sulla finestra non recavano la nerezza della notte, sembrava piuttosto che qualcuno li avesse verniciati dall’esterno con una bomboletta spray. R.R. fece per aprirla, ma adagio, come per un presentimento. Bastò scostare l’anta di qualche millimetro perché il flutto nero colasse giù, dipingendo lunghe scie sul muro.

“Ma porca!”

La voce gli suonò stonata, come un carretto arrugginito spinto fuori dal garage dopo lungo inutilizzo, le ruote stridenti bisognose di grasso. Era da un po’ che non parlava, quel giorno non aveva aperto bocca e se ne rese conto solo ora. Del giorno prima non ricordava. Aveva anche la gola secca e la bocca riarsa dalla calura, un po’ per il vino un po’ per il pigiama invernale, che sentiva appiccicoso di sudore. Si levò la maglietta e sedette sul letto a guardare quella striatura nera sotto la finestra. Quando si alzò di nuovo, decise che avrebbe finito ciò che aveva iniziato: doveva ubriacarsi. Andasse all’inferno la sporcizia, la pioggia d’olio per motori e il pavimento imbrattato d’inchiostro. Si lanciò verso la credenza come un leone affamato, prese la prima bottiglia che gli capitò e diede una bella tracannata.

Lo sputo sul muro avrebbe reso fiero Jackson Pollock, o quantomeno suscitato interesse nel Dottor Rorschach. Il liquore, whisky, vodka, amaro o qualunque cosa fosse stato in un’altra epoca, non lo era più. R.R. aveva sperimentato nella propria bocca l’assenza più totale di sapore. Non insapore come l’acqua, o come un impasto di carta bagnata. L’acqua aveva comunque un sapore, suo, riconoscibile. Ciò che aveva bevuto non ne aveva, non gusto né consistenza, come mettersi in bocca una porzione di vuoto incapace di restituire perfino la sensazione di liquido. R.R. aveva sputato quel qualunque cosa fosse sul muro, dipingendo un milione di gocce e qualche scia inviscosita dalla sua saliva. Sputò sul pavimento, e sputava nero. Versò nel bicchiere ciò che un tempo avrebbe dovuto essere whisky e non era più: guardò l’etichetta rileggendosela più e più volte, in cerca di una data di scadenza che, trattandosi di un distillato, non poteva esserci. Nero. Fosse esistito un liquore di quel tipo avrebbe dovuto chiamarsi Nerezza. O mondezza, visto il sapore. Il nonsapore.

La bottiglia gli cadde di mano spargendo il suo liquido nero. Sulle prime credette che le dita avessero perso forza per la paura, lo sgomento di vedere la voragine nel suo pavimento, là dove prima c’erano state mattonelle sporche d’inchiostro ed ora c’era solo il nulla. Ma le sue dita, sporche di nero, avevano mollato la presa svuotate dalle loro forze, e lui non tardò a dar la colpa a quel colore maledetto. Corse al lavandino per sciacquarsi mani e bocca, ma dal rubinetto sgorgò un flutto d’inchiostro. Non era nemmeno un liquido poiché non rifletteva la luce, era come la materia oscura della notte, inconsistente. R.R. indietreggiò, i suoi polmoni erano pieni d’aria arroventata dal panico e boccheggiava cercando di farla uscire.

Corse fuori di casa, la notte incombeva col suo mantello pesante. Non c’era più neanche il vuoto dell’aria, trasformata in gesso scuro e fitto, che inghiottiva l’erba rischiarata dalla lampada accesa sul portone, rosicchiandola un filo alla volta. Sul fianco della casa, il nero era già arrivato inglobando lo spigolo e la finestra più lontana, avanzando lungo il muro. Mentre si avvicinava, la nerezza pareva solo un’ombra, poi un liquido e rapidamente perdeva ogni riflesso per diventare vuoto. E il vuoto gli stava ora dinanzi, un ingombrante ospite non invitato che preme per entrare con le sue spalle larghe, troppo larghe per un uscio a misura d’uomo.

R.R. si richiuse la porta alle spalle, barricandola con un mobiletto di legno, a cui ne aggiunse un altro davanti e un altro sopra, senza nemmeno vuotarlo dalle cianfrusaglie che conteneva. Affacciato al soggiorno vide una sedia rotolare giù nel vuoto, là dove le mattonelle ormai si tuffavano a cascata nel nulla.

Sentì un tonfo, e benché la ragione lo volesse annunciatore di disgrazie, fu come un sollievo in quel silenzio assoluto. R.R. cercò di gridare ma la nerezza della sua bocca strozzava ogni suono. Si stupiva di riuscire ancora a respirare. Un altro tonfo, erano colpi della notte che bussava alla porta e bussava alla finestra. Il legno strepitava sotto la pressione di tonnellate di catrame, i vetri alle finestre stridevano.

R.R. spalancò la bocca in un grido muto e si riversò sul pavimento.

Un infarto, o un ictus. Magari solo un brutto sogno. Era vivo, ed era sveglio. Nei sogni si può provare dolore, ma non di quel tipo. E non si può sentire la fame e la sete mordere così forte. L’incubo era ancora tutto lì, nella porta sprangata. Erano le otto del mattino e non filtrava luce dalle finestre nere. Eppure la notte non aveva sfondato, non era entrata. Si era fermata là, come i demoni che non possono varcare la soglia se non invitati. Ma c’era anche quella maledetta voragine sul pavimento, che tuttavia s’era fermata.

Il crollo, lo svenimento, qualunque cosa fosse, gli aveva ridato nuove forze e lucidità. Benché lo stomaco brontolasse, aveva paura che ingurgitando qualcosa, le tracce di nerezza annidate nella sua bocca scivolassero in profondità a divorargli le viscere. A quello avrebbe trovato una soluzione più tardi. Il dolore alla testa non era quello dei dopo sbornia, non aveva bevuto abbastanza da poteri ubriacare. Il dolore veniva dal bernoccolo sulla parte posteriore del cranio, quand’era caduto, e da svariate altre parti del corpo. D’improvviso un’idea gli congelò il cervello, sentì come spilli ghiacciati e roventi e corse all’armadietto dei medicinali nel bagno della sua stanza, cospargendosi abbondantemente di pomate contro le contusioni. I lividi, la carne che si annerisce dall’interno, sentiva l’avrebbero ucciso. Fissò poi gli occhi sul dentifricio, svitò il tappo con una muta preghiera e chiuse gli occhi sperando di non trovarsi davanti a del lucido da scarpe. Era bianco. Il dentifricio era ancora bianco, e se ne riempì la bocca come se fosse la cosa più buona del mondo. L’impastò con la lingua, con lo spazzolino e perfino con le dita, massaggiandosi le pareti interne della bocca, i denti e il palato. Gli sembrò di sputare litri di nerezza, un vischio grigio nell’impasto di dentifricio, come crema di cenere. Quasi pianse tornando a scorgere il rossore delle gengive, che tornavano a dolergli tormentate nel massacro di quelle spazzolate furiose, ma il dolore era una benedizione. Una gioia intensa e breve, prima di accorgersi dei suoi denti rimasti neri, e malmessi, storti, divelti dalle gengive. Non gli facevano male, ci picchiettò su col manico dello spazzolino e non li sentiva. Ne toccò uno con l’indice e quello si piegò di lato. Il volto allo specchio gli si deformò in una smorfia di disperazione. I denti gli venivan via come capelli tagliati, leggeri e posati sulle gengive corrose. Li sputò e per la prima volta da chissà quanto tempo, pianse.

La grigia crema di dentifricio fece scorrere lentamente nello scarico i suoi denti, secchi e neri simili a schegge di carbone. R.R. lasciò la mano sospesa sul pomello del rubinetto, in dubbio se aprirlo o meno, alla fine rinunciò, asciugandosi la bocca con l’asciugamani. Poi nel voltarsi vide la vasca, nera, e cacciò un urlo.

Sentire di nuovo la propria voce, anche se solo in un grido di terrore, lo fece sentire meglio. La vasca era ancora piena a metà come l’aveva lasciata, coi vestiti sporcati la sera prima, anche se di questi non c’era traccia in quel liquame dentro e scuro. Con calma, R.R. tirò il cordoncino del tappo della vasca, e la nerezza cominciò a defluire, in silenzio, senza il caratteristico mulinello. Dei suoi vestiti non c’era più traccia, come dissolti. Infilò un paio di guanti e con l’asciugamani cercò di ripulire il nero dalla vasca, senza successo. In compenso guanti e asciugamani d’erano fatti neri, li portò di sotto, alla stufa che non accendeva dal febbraio scorso, li ficcò dentro e nonostante facesse abbastanza caldo studiò come accendere il fuoco. Cartacce e qualche vecchio straccio non furono sufficienti, un po’ di fumo e nessuna fiamma, alla fine decise che bastava il pesante portellone a tenuta stagna con la sua bella maniglia di ferro a separarlo da quelle tracce di nero.

Il soggiorno era un disastro, la voragine nera era ancora lì ma non si era espansa ulteriormente, studiandola più da vicino, aveva coinciso più o meno con la zona in cui s’era sparso l’inchiostro: l’avrebbe tappato e ci avrebbe piazzato sopra il tavolo. Dapprima aveva pensato proprio di ribaltare il tavolo e tappare il buco a quel modo, ma vedere il tavolo sottosopra gli avrebbe ricordato ogni momento dell’orrore là sotto e lui voleva fare in modo di non pensarci.

Smontò un’anta dell’armadio e l’adagiò con cura sul vuoto, poi la sigillò con del silicone e un po’ di stucco, rigorosamente bianchi. Prese dal garage un vecchio tappeto, lo srotolò sulla botola sigillata e ci piazzò su il tavolo e le sedie rimaste. Sedette lì a godersi la quiete per qualche istante, poi si diede da fare a sigillare meglio le finestre e tutti gli anfratti da cui la nerezza poteva entrare. Doveva esser certo che la notte fosse ancora là fuori e per farlo doveva aprire una porta o una finestra, senza rischiare che la nerezza l’inghiottisse.

Avrebbe sacrificato un piccolo spazio, il ripostiglio. In alto aveva una finestrella nera che si poteva aprire tirando dal basso con una cordicella. Lo svuotò di tutto ciò che conteneva, stracci, scope e detersivi, lasciando là solo le ragnatele. Si bardò con una vecchia tuta da lavoro, coprendosi quanto più poteva benché morisse di caldo, ma se la notte fosse entrata voleva evitare che qualche schizzo gli finisse addosso. Ammucchiò asciugamani e preparò strisce di nastro gommato per sigillare gli stipiti della porta, si posizionò a distanza di sicurezza dal finestrino e tirò il gancio. Non successe niente. La finestrella era rimasta lì, immobile, senza basculare all’indietro. La picchiettò col bastone della scopa e quella si mosse appena, aprendosi di qualche millimetro. R.R. indietreggiò sulla soglia del ripostiglio, proteggendo il corpo dietro la porta e spiando con la testa dall’uscio. Non se n’era accorto subito, perché la lampadina era vecchia e posta ad altezza d’uomo, col paralume che non rischiarava gli angoli alti dello sgabuzzino. Poi la vide, come vernice intelligente che si spande da sola sul muro, senza lasciare un solo spazio bianco. La nerezza avanzava lentamente dal finestrino scostato, spandendosi lentamente lungo le pareti sino a fermarsi. R.R. era indietreggiato, rientrando con la testa nel corridoio e sbirciando con la guancia premuta sullo stipite. La nerezza aveva ricoperto la finestra, inglobandola e togliendola ogni forma, per poi esplodere riempiendo di botto la stanza. R.R. fece appena in tempo a chiudere la porta, uno schizzetto di notte s’era mangiato lo stipite alto. R.R. la ricoprì con ogni tipo di nastro, poi andò a sedersi sul divano e trascorse il resto della giornata a fissare la libreria.

Verso le sei del pomeriggio non sapeva più se quella tortura fosse cominciata uno o due giorni prima. Si sentiva debole ma non aveva più fame. Lo stomaco aveva smesso di brontolare e non aveva sentito nemmeno lo stimolo di andare al gabinetto. La nerezza era stata nella sua bocca per ore dopo lo svenimento, assorbita dai tessuti fino ad anestetizzare le interiora. A quel punto tanto valeva mangiare qualcosa, anche solo per tenersi in forze, forse lo stomaco non avrebbe funzionato ma avrebbe corso il rischio. Senza denti non poteva masticare e frullò quel poco che aveva nel frigorifero. Se non altro, in casa c’era ancora la corrente e poté far funzionare tutto, inclusi i fornelli. Fissando il fuoco cominciò a pensare a un piano di contrattacco.

Gli attrezzi del ripostiglio stavano ammucchiati lungo il corridoio, cominciò a disporli sul pavimento del soggiorno e fece un inventario, spuntando gli oggetti più immediatamente utili. Dentro ad una custodia in pelle c’era un vecchio fucile semiautomatico arrugginito dentro e fuori, l’otturatore inceppato e la manetta di armamento monta e tagliente. Benché avesse deciso di lasciarlo come ultima risorsa, lo sistemò per primo, pulendolo come poteva con lana d’acciaio ed olio sbloccante. Dopo una buona mezzora l’otturatore scorreva e le cartucce entravano ed uscivano agevolmente. C’era sempre il rischio concreto che gli esplodesse in faccia, ed oltre al fatto di non avere una gran mira – questo lo ricordava, ma non come o perché l’avesse comprato, o se gli fosse toccato in eredità da qualche parente morto – non avrebbe saputo come adoperarlo. La nerezza, quella massa notturna non si poteva scacciarla a pallettoni eppure il solo fatto di vedere gli fucile gli aveva restituito un po’ di sicurezza e di fiducia.

Appurato che col fucile in mano non poteva che sentirsi più inerme e idiota di prima, lo posò accanto al divano e tornò a scrutare gli attrezzi. C’era una pompa per annaffiare, martelli e cacciaviti, chiodi, viti e legnetti, uno smeriglio e un trapano. Si fermò al trapano. Andò alla porta d’ingresso, fece un buco col trapano e con un tubicino fece colare un po’ di notte in un barattolo di vetro: la nerezza si spandeva come un liquido in assenza di gravità. R.R. riuscì ad intrappolarne un po’ nel barattolo e rattoppò in fretta la porta con un pezzo di legno e qualche chiodo.

Rimase ad osservare quella cosa nera nel barattolo, agitandolo la chiazza sbatteva qua e là come olio, capovolgendo il barattolo si riversava sul fondo, poi fluttuava.

“Sembra una di quelle lampade lava” sussurrò R.R. La voce gli veniva strana, non aveva mai parlato senza denti. “Quindi si può intrappolare” alzò la testa e si guardò intorno “l’ho intrappolata fuori, ed io sono intrappolato dentro.”

L’idea del fucile tornò alla ribalta, l’imbracciò puntandolo contro il barattolo come aspettandosi di vedere una reazione apprezzabile da parte della nerezza.

“Chissà se riesco a bruciarla” disse, e con la pompa da giardino sottobraccio andò nel garage per estrarre un po’ di benzina dal serbatoio. Aveva anche pensato di mettere in moto e sfondare il cancello provando a forzare il guscio di notte, abbandonare il caldo rifugio dove l’aspettavano solo lunghe ore di crescente paranoia e, da prigioniero in casa sua, una lenta morte di fame. Quando accese la luce del garage R.R. indietreggiò inorridito. Una chiazza di notte fluttuava intorno all’auto, la carrozzeria un tempo colorata – ma di che colore era stata? – annerita, e nelle ombre proiettate dalla lampada la nerezza si manteneva densa, inattaccabile al lume. Gli pneumatici erano dissolti come se la notte avesse banchettato con la gomma e digerendola l’avesse sputata in quelle tracce liquide che correvano dal pavimento alle pareti come serpentelli di formiche in formazioni plurime. L’auto stava sui cerchioni, il metallo appariva corroso e traforato come gruviera, gli interni un tempo di pelle erano sfuggenti forme fuligginose. R.R. fece per scappare ma si gettò di slancio nel garage infrangendo ogni buonsenso: la benzina, solo questo importava. Aprì lo sportellino con la nerezza che fluttuava tutt’intorno, un animale ora curioso ora disinteressato e sonnecchiante. Ficcò la pompa nel serbatoio ed aspirò sperando di non ritrovarsi la bocca piena d’inchiostro. Non distinse il sapore e sputò d’istinto, fissando il tubicino che allagava il pavimento con gli occhi sgranati e il respiro pesante.

Esultò come se la sua squadra del cuore, se ne aveva una, avesse appena segnato. Il liquido era verdastro ed untuoso e puzzava di benzina. Puzzava! Rise e gioì, corse a prendere un secchio ma rientrato nel garage – non aveva chiuso la porta, e che rischio aveva corso! Ma la nerezza era rimasta dentro – vide che la notte strisciava tutt’intorno alla chiazza di benzina, vincendo la curiosità e dissolvendosi con essa in un sempre più appassionato amplesso di liquidi.

R.R. gridò qualcosa, una negazione, un’implorazione o qualcosa di simile, il suono era stato inarticolato. Si cacciò le mani in tasca e vi trovò un accendino – e lui, fumava? Non aveva smesso? – uno zippo color rame con una testa di capo indiano incisa sopra. L’accese e lo gettò.

“Mangia questo” grugnì, anche se dirlo senza denti dava al suono un tono bislacco e tutt’altro che trionfale.

La benzina s’accese, avvampando salì rapidissima al serbatoio che avrebbe potuto esplodere all’istante ma lui restò lì a guardare. Vide i contorni della fiamma allungarsi sulla nerezza mescolata al carburante e in un istante ogni altro gusto dalla sua bocca era scomparso. La speranza aveva un sapore e lui lo stava sentendo, vivo e succulento come una bistecca di manzo, o come un trancio di salmone cotto a puntino nel miglior ristorante del mondo, o appena pescato e cotto dal buon cuoco d’una barca sballottata dalle correnti dell’Atlantico.

La nerezza bruciava, la notte bruciava, ed avvampò in un istante. Avvampò tutt’intorno all’automobile nera, alle chiazze degli pneumatici sciolti, lungo quelle creste nere che sfidavano la gravità sulle pareti risalendole come battaglioni di formiche. Vedeva la fiamma coi suoi guizzi seghettati e sfuggenti, priva di calore, priva di luce. La fiamma nera che mangiava le carabattole sullo scaffale là in fondo, il cancello del garage, e le pareti.

R.R. zittì. C’era stata una risata nell’aria fino all’istante prima, il silenzio l’aveva inghiottita. Qualcosa si mosse. Le mura del garage, segnate dalle crepe di nerezza risalitevi come formiche in formazione, vennero a storcersi. Un pezzo bianco lassù si riversò all’indietro e scomparve. Un intero segmento di parete e muro s’inclinò verso il basso, poi la parte anteriore della stanza, quella col cancello automatico, cadde nel vuoto.

La nerezza, istigata dalla verve ingorda delle fiamme, s’agitava ora affamata allungando colli e teste severi che senza occhi lo minacciavano. R.R. chiuse la porta del garage stavolta il tonfo della notte fu brutale, il nero si dibatteva e picchiava come un predatore disturbato nel suo sonno. Ora non c’era più silenzio, rumoreggiava e batteva, turbinava graffiando sul legno, crepandolo e premendo. La porta era sottile, avrebbe ceduto. R.R. imbracciò il fucile e lo puntò contro la porta gravita, pronta a partorire la notte. Il legno scattò aprendo una crepa e il fucile sputò fuoco e fiamme. Trafiggendo la sottile porta di legno, i pallettoni fecero schizzare nero e notte da una parete all’altra del corridoio, sulla camicia e sul volto di R.R.

La nerezza grondò dalla porta ferita colando tra i buchi di legno sbriciolato, mestamente. Il rivolo, prima di toccare terra si arricciò, ridestato curioso a sbirciare tra quelle cianfrusaglie ancora ammucchiate nel corridoio. Sulla parete opposta del corridoio, gli schizzi esplosi di rimando alla violenza dei pallettoni, si raggrumarono facendo comunella e sfrigolando spettegolanti per poi allungarsi al tentacolo nero che gli cresceva dinanzi.

Il corridoio, avviluppato da un lato all’altro, si trasformò in notte e finestra su di un cosmo senza stelle. R.R. ne percepì la profondità, l’infinità, poi non più. Sparò un altro colpo, lo scoppio perso nel nulla. La nerezza non diede altra reazione che il suo lento avanzare. R.R. si ritirò presso il soggiorno, un’altra porta, sottile ed inutile, ma nel suo biancore portatrice un barlume di speranza. Vi spinse contro una poltrona ed andò a sedersi sul divano, il fucile abbracciato come l’amante più preziosa. Dietro la porta, la notte bussava furiosa, canto forte da squassare i mobili della cucina, i cui piatti di botto in botto erano spinti fuori infrangendosi a terra, mentre sulla libreria del soggiorno i libri cadevano giù, aprendosi e lasciando grondar fuori l’inchiostro che s’arricciava furioso impegnato ad uccidere i colori d’ogni cosa, divorando portafoto, vasi di fiori e tappeti. R.R. ricaricò il fucile spargendo brandelli di pagine qua e là.

La porta che separava il soggiorno dal corridoio era ormai così gravida da mostrare una forma d’uovo. R.R. sparò un altro colpo e per un istante la notte che traboccava dal corridoio indietreggiò, per poi esplodere di rimando presso il pavimento, là dove l’inchiostro era stato versato e coperto da ante d’armadio inchiavardate.

R.R. premette il grilletto a vuoto, i colpi erano finiti. Aveva ancora due cartucce in tasca ma non fece in tempo a caricarle. La notte l’avvolse. Il suo abbraccio non era caldo né freddo. Non duro né morbido. Era solo scuro.

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