scrivi

Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

ROMA IN FABULA

(Parte Seconda)

119 visualizzazioni

22 minuti

Pubblicato il 03 settembre 2019 in Fantasy

0

Teatro di Villa Torlonia
Teatro di Villa Torlonia

. . .


Roma Villa Torlonia. Chiusa ormai da tempo per lavori di restauro, ha un guardiano che si ostina a non lasciar entrare nessuno, seppure ascoltato per qualche minuto quello che avevo da chiedergli, afferma di non sapere niente di tutta la storia: “La Dama Nera?!, una carrozza?!, un Tempio?! Tutte fandonie inventate dalla gente!. Quella sì che ne ha di fantasia”. Tuttavia dietro piccolo compenso mi lascia entrare, con la raccomandazione di essere di ritorno prima che faccia buio, “..alle sette in punto io chiudo il cancello e vado via”. Lungo i viali alberati mi vengono incontro pini marittimi, palme frondose, magnolie, siepi d’alloro, di mirto, boschetti di bambù, e un cinguettare vivace fatto di richiami e di note accentate. Non c’è nulla di sinistro nell’edificio in cima all’ampia scalinata, un rifacimento neoclassico con colonne sulla facciata e un bel frontone in terracotta che riproduce scene prese dalla mitologia. Più bello ancora mi sembra l’obelisco, “vero o falso, chi sa?”, poggiato su una massiccia base ornamentale.

Inizialmente non mi rendo conto che la Villa, inglobata nel complesso urbano della città moderna, è in realtà costruita su di un pendio che, dal piano stradale della Via Nomentana da luogo ad avvallamenti e promontori, a spiazzi ricoperti di prato e sempreverdi. Alcuni edifici compositi e abitazioni, di un’eleganza contenuta o forse solo compassata, occupano luoghi solitari nascosti tra la verzura dove si respira un senso d'armoniosa quiete. Non v’è sfarzo nelle linee architettoniche delle costruzioni, che risultano anzi rigorose, pur entro una loro composita eleganza. Ogni edificio propone un diverso discorso strutturale, che asseconda l’ambientazione “naturale” del parco tutt’intorno. Qua e là finti ruderi ed architravi, finestre chiuse, portoni sbarrati, un ampio giardino d’inverno devastato, nicchie vuote e statue decapitate, che lasciano intravedere come più che il tempo, i danni che si riscontrano l’hanno prodotti l’incuria e l’abbandono.


No!, li non si può entrare!”. Mi sento dire alle spalle,

“Perché?”, chiedo, mentre cerco di sbirciare attraverso l’impalcatura.

È pericoloso!

“Pericoloso in che senso?”, chiedo ancor più incuriosito.

“Pericolo di crolli?”

Pericolo, in generale!” – aggiunge quello.


In realtà di cartelli con su scritto “pericolo” ne ho visti diversi, disseminati un po’ d’ovunque, ma danno più il senso di “vietato entrare” che di reale pericolo. Gli chiedo cosa c’è di tanto pericoloso in quegli edifici, all’apparenza massicci e solidi come fortezze che hanno retto all’assalto d’una masnada agguerrita.

Qui, sono state decise le sorti della nazione, vi sono anni di storia patria, e ancor più testimonianze antiche, anzi antichissime. Quella, ad esempio, è la Casa delle Civette, con quelle finestre grandi come occhi di civette appostate” – mi dice, mentre toglie la catena dall’impalcatura che ne impedisce lo sguardo. Vedo solo resti carbonizzati, muri anneriti, e i vuoti occhi lasciati dalle finestre divelte.


Ecco, guardi, non c’è più niente, hanno portato via tutto prima che le appiccassero il fuoco, le piastrelle dei rivestimenti, i pavimenti in cotto, i marmi pregiati dei caminetti, le mensole, le vetrate Liberty. Eh! se erano belle. Venivo a vederle tutte le sere al tramonto, quando i Signori erano via”.

“Perché lei stava qui quando la Villa era ancora abitata?” .

Si, certo. Ero il guardiano di Sua Eccellenza. L’ultimo. Prima che la Villa fosse ceduta e abbandonata ai vandali. Così l’hanno ridotta in pochissimo tempo. Così come lei la vede”.

“Vedo che la stanno restaurando?”

Ma cosa vuole che restaurino, dovrebbero chiuderla invece. Per sempre!

Non è posto questo da tenere aperto al pubblico”.

“Perché?”, chiedo non nascondendo la mia curiosità.

Non è storia da raccontare questa. È buia, oscura come la notte senza luna che si spinge nei sotterranei della Villa, e s’inoltra nei meandri dell’al di là in cui non v’è storia, ma il vuoto che s’apre improvvisamente sotto i nostri passi”.


“Io penso invece che la morte sia il termine di una forma della vita che rinasce altrove, sotto altre forme. Qualcuno ha detto che bisogna apprendere a considerare questa opportunità come un momento della vita”.

Ha veduto quelle piccole grotte laggiù, con i gradini e le grate nel giardino?

“Si certo, le ho viste!”

Quelle sono Catacombe!

“Catacombe!, qui?”

Nessuno lo sa! Venga, venga a vederle coi suoi occhi. Un luogo di culto che si snoda come un labirinto sotto questa città. Vi sono stanze segrete, affrescate dai primi cristiani o forse ebrei, con i simboli della morte e della risurrezione. Luogo in cui in molti hanno vissuto per secoli nascosti alla luce del sole, cercando nella sapienza degli antichi la “verità” da spiegare al mondo. Un luogo “santo” e “occulto” al tempo stesso, in cui si mescolavano alla preghiera le pratiche magiche e l’alchimia, il sacro col profano. Qui si facevano stregonerie con le ossa dei morti!”.


Lo seguo per le scale che conducono nel sottosuolo. Il custode apre un piccolo cancello che stride in modo da far accapponare la pelle, e accesa una torcia, mi conduce attraverso un basso cunicolo dentro una stanza affrescata. Le decorazioni alle pareti sono lineari e ripetono in senso cromatico le linee della volta e delle nicchie con qua e là alcuni simboli floreali riconducibili all’ulivo e alla palma. Non ci sono però scene né figure umane o antropomorfe rappresentate. Ma non ho molto tempo per guardarmi intorno poiché il guardiano si allontana con la torcia per uno stretto corridoio. Sento appena la sua voce che m’invita a proseguire, quand’ecco un’ombra mi appare improvvisamente così vicina che per un istante credo di avercela addosso. Mi sfiora un poco e un improvviso gelo mi percorre le membra. “Guardiano!”, grido con tutta la voce che ho in gola, ed esco di corsa urtando con la testa contro l’arco della porta. L’aria tiepida e la luce del tramonto mi riconciliano con l’esterno. Il guardiano tarda a uscire e il tempo che rimango in attesa mi sembra lunghissimo. Infine giunge e con diniego mi dice di essersi sbagliato sul mio conto.

Pensavo avesse un po’ più di fegato. Che è venuto a fare qui? Chi l’ha mandata? Adesso se ne vada, sono le sette e devo chiudere il cancello! Su!, se ne vada!, buonasera!”.

“Ma, il Tempio murato?”, gli chiedo voltandomi mentre esco. Ma già di lui non v’è più traccia.


. . .


Penso fra me di poter fare un altro tentativo l’indomani, poi dopo qualche attimo di riflessione mi chiedo: perché aspettare quando la curiosità è ormai un fatto impellente? Il muro di cinta si presenta troppo alto per essere scalato, tuttavia noto la possibilità di entrare nella Villa attraverso una casetta che s’affaccia su una strada adiacente e che mi sembra di più facile accesso. Entro in un androne che doveva essere servito un tempo da rimessa, sebbene i solchi sull’erba lascino pensare a un uso corrente. Percorro il breve tratto di prato calpestato dalle ruote e mi fermo, quando odo dei passi farsi vicini. Poi il nulla. Più in là, quasi nascosta dalla vegetazione, vedo una carrozza apparentemente in disuso. “Una carrozza nera come quella della Dama”, penso, quando mi accorgo che l’ora del tramonto tinge il cielo d’un rosso purpureo, intenso. Di li a poco le ombre proiettate degli alberi animano il parco di un che di sinistro. Mi chiedo: “Dove cercare il Tempio?”.

Mi convinco ad aspettare il chiarore della luna prima di muovermi attraverso il parco, alfine di facilitarmi nella ricerca, ché il biancore della pietra dev’essere certamente più visibile in mezzo al verde incupito dall’ombra. Mi fermo sul prato da cui godo della bellissima vista dello spiazzo delineato di un ex galoppatoio. Faccio per attraversarlo, quando un cavallo nero, uscito di corsa dalla penombra, s’impenna davanti a me e scuote la sua fulva criniera impedendomi il passo. Nitrisce alzandosi sulle zampe posteriori e cerca di colpirmi. Ho appena il tempo di gettarmi in terra e rotolare su di un fianco per evitare il duro colpo che la bestia sferra sulla nuda terra, sollevando una nuvola di polvere. Quindi si allontana al galoppo, lasciandomi più che spaventato. Lo seguo con lo sguardo fin che posso attraverso il folto ombroso degli alberi, e mi avvio nella sua stessa direzione fino all’estremo limite del parco.


Quasi ricoperte dalla vegetazione, intravvedo le colonne nascoste di un Tempio. Appena una sorta di portico e nient’altro, una grata in ferro arrugginita ne ostacola l’accesso. Quando finalmente riesco ad attraversare la rete di recinzione, trovo nient’altro che un muro, inaccessibile, insormontabile. Come di un’abside chiusa, interdetta allo sguardo, in cui ciò ch’era appartenuto al sacro fa ormai parte del segreto che in essa si cela. Non v’è soluzione di continuità nell’architrave, nessun sancta sanctorum al quale avere accesso.

Rimane un luogo chiuso, oscurato alla conoscenza, che lascia spazio alle ipotesi, ai riferimenti, al rifugio dalle proprie angosce, in cui infine si prospetta l’assoluta vanità del presente, l’origine e il termine d’una scoperta. Un “qui ed ora” colmo di domande che restano senza risposte, di fantasmi senza avvenire, di storie non raccontate. Come una sorta di labirinto che posso ricondurre alla mia sola curiosità, a ciò che forse vado cercando, al mio stesso scrivere senza via d’uscita. Forse ciò che cerco è tutto qui – mi dico – davanti a me, nascosto dietro quel muro e non vedo alcun modo per abbatterlo. Odo di nuovo il nitrire feroce del cavallo dietro di me e quando mi volto solleva le zampe anteriori e sferra gli zoccoli contro il muro senza tuttavia scalfirlo.


È forse un invito a fare altrettanto? – mi chiedo. O forse mi rivela una qualche presenza che s’aggira dietro quella parete? La Dama Nera? Le nubi adombrano la luna e un buio pesto inonda il parco di un cupo presentimento, quando infine la bestia scrolla più volte la testa scarmigliando la sua folta criniera e si allontana da me e da quel luogo. Anch’io fuggo in preda al panico, senza voltarmi indietro, ripromettendomi di ritentare un’altra volta, ma senza convinzione. In fondo, penso, i misteri hanno ragione del proprio essere in funzione della nostra curiosità di svelarli, e tali dovrebbero restare se ciò può servire allo spirito per elevarsi fino ad essi. Non è così che inseguendo i fantasmi evanescenti della nostra mente raggiungeremo un giorno la soglia dell’eternità?


. . .


Le strade notturne poco affollate non mi danno alcun sollievo. Dovunque vedo ombre adunate nascondersi e riapparire nell’incedere delle nubi sul volto della luna. Mi riprendo un poco quando, attraversata Porta Pia, finalmente incontro un posto di ristoro, l’unico aperto a quell’ora.


“Una birra gelata, per favore, presto!”

Non è questa un’ora in cui avere fretta!”, mi risponde l’uomo dietro il bancone.

“La prego, ho molta sete!”

Lei non ha sete, ha paura, è bianco come il “Cencio della Veronica!”

“Cos’è, un indovinello?”

No, è semplicemente un modo di dire. Sta forse scappando?

“No! E semmai da chi?”

Dalla realtà! Sa, non mi meraviglierei, prima o poi tutti scappiamo da qualcosa. Dopo un po’ che si è a Roma tutti scappano volentieri. Perché lei sta scappando. Non lo dica a me” – aggiunge bonario. “Io ciò l’occhio. Perché lei è straniero, vero?

“Le ho parlato forse in un‘altra lingua che non è l’italiano?”

Parlerà pure bene l’italiano ma rimane il fatto che lei non è di qua, ed è certamente straniero in questa città, altrimenti non avrebbe tanta fretta. Ecco la sua birra ma beva piano, è gelata.


Poco dopo riprende quello che ormai era un soliloquio, o forse solo uno sproloquio: “Vede, è facile perdersi quando non si sa dove si sta andando. Lei si è certamente smarrito. Come dire, s’è perso nei meandri di questa città per molti versi oscura. Dal punto di vista delle sue credenze, intendo, con la sua storia, la sua fede millenaria, con i suoi falsi idoli mai del tutto abbandonati, le superstizioni, la sua cultura a buon mercato, la grandezza della sua arte, il suo popolo multilingue e colorato che s’adopera nel cercare nei fasti del passato qualcosa che l’avvicini di più all’eternità.

Lei crede davvero a quello che sta dicendo?

“Scherza, vero? Qui Papi, Imperatori, Re e Regine, artisti insigni, personaggi illustri e ciarlatani, le cui opere da sole danno forma a una “summa” sostanzialmente compiuta che basterebbe, rievocando le singole figure, a ricostruire non solo la storia dell’arte e del papato, di regni e di nazioni, ma quella del formarsi e del diffondersi nel mondo della civiltà europea, dalle cui sponde si dipartirono i fiumi della conoscenza umana.”

Si certo, com’è che si dice: “Un popolo di santi, di poeti, di navigatori, di . .

È nel divenire dei “grandi”, conoscere la grandezza e perdersi. Giunsero fra i molti gli architetti Bramante e Rossellino, il Peruzzi e i Sangallo, il Della Porta e il Vignola, che in qualche modo si persero nel labirinto invisibile della grandezza di Roma, nelle cui trame, le più estreme esperienze si toccano, in modo che il moto dell’uno si ricollega per vie difformi a quello dell’altro, e la parola “universalità” riceve il suo senso precipuo, nella complessiva articolazione umana . . . ”.


Dopo una breve pausa di silenzio, riprende stentoreo: “Dalla toscana Firenze, sono venuti Masaccio, per il Giubileo del quattrocentoventicinque, e si è perso sembra dentro un lupanare. Da Urbino giunse Raffaello detto “il gentile”, che diede alla pittura del suo tempo un nuovo stimolo di luce e la possanza della storia. Venne da Arezzo il grande Michelangelo che tanto diede all’arte “fino a raggiungere l’eterno oblio”. Dalla lombarda Bergamo venne il Merisi detto Il Caravaggio, capace di cose sublimi, e che si macchiò, si dice, di turpitudini e bassezze. Dalla vicina Napoli, giunse il Bernini, che superò i limiti stessi imposti dalla materia e diede alla decadente Roma del tempo un impulso nuovo, un proprio stile, che la rese “bella” dentro la straordinaria cornice del “barocco”. A Roma giunse il Canova dalla serenissima Venezia, colui che recuperò dal marmo quell’ideale di bellezza, che solo l’arte ha avuto il potere di far rivivere. Ma anche lui si perse infine, nel puro diaframma di un’arte funeraria che non era più vita, che non era ancora morte”.


“Accipicchia! - esclamai meravigliato - quale conoscenza!”.

E non finisce qui, potrei andare avanti per delle ore. Ma non voglio annoiarla. Talvolta approfitto dell’interlocutore così tanto per dire. Sa, a quest’ora non c’è più nessuno in giro”.

“L’ascolto volentieri”.

Giunsero qui frate Bruno detto “l’eretico” che fu dato alle fiamme, “l’impostore” Cagliostro che fu murato vivo dentro Castel Sant’Angelo, e l’Aretino “il lussurioso” celebre per le sue “pasquinate”, le satire feroci contro il governo pontificio. Fu qui che il Sant’Uffizio decretò la condanna contro il Galilei ‹‹ ..che s’aveva in cielo come un suo gran feudo, pago tuttavia di governarlo da una celletta di locanda o di giardino›› (6). E l’autorevole Burckhardt che vide in Roma il centro dell’arte del Rinascimento. Provenienti da tutta Europa giunsero seduttori e cortigiani, e una masnada di pellegrini e accattoni che una volta messo piede a Roma “sarvo ognuno, nun se n’agnedero più”.”

“E m’immagino anche tanti scrittori e poeti a non finire?”

“Scherza vero? L’Ariosto, Tasso, Rabelais, Byron, Keats, Shelley, Goethe, Stendhall, Haine, ed altri, in cerca di linfa per le loro idee. Vennero il giovane Mozart, e Berlioz, solo per citarne alcuni, che in qualche modo trovarono qui la loro grandezza e si persero nelle infinite brame di questa città, magnifica e assurda insieme”.


“Complimenti, una così forbita lezione non l’ho ricevuta neppure alle superiori!” - dico io.

Che vuole?, io a Roma ce so’ nato. È certo non la cambierei co’ nisun’ antro sito. Roma per me rimane il centro del mondo. Nel millenovecentosessanta, per parlare di tempi più recenti, quando a Roma ci furono le Olimpiadi, allora sì che se ne videro tanti, tutt’insieme. “La dolce vita” di Fellini, era già esplosa, e Roma per altra via, era tornata a far parlare di sé l’intero mondo. Allora era ‘na gran festa, tutti i giorni. Uno la sentiva, la respirava, era nell’aria. Sembrava che tutti accorressero a rimirarla. E Roma ce stava, tutta imbrilloccata, che se specchiava dentro la fontana, che se faceva arivortà come ‘na puttana”.

“Roma, caput mundi!” – azzardo a dire.

Non molto tempo fa, è passato pure Zev. Lo conosce Zev non è vero? Chi non lo conosce? S’è fermato qui a parlare con me. Proprio lui, che da quand’era ragazzino faceva sempre lo stesso sogno, di una città sotterranea che starebbe proprio qui, sotto i nostri piedi, da sempre. Un “fazzoletto” di terra dove regna il “non-sense”, disse, e che io interpretai come una sorta di paese del Carnevale. “No, disse lui, non a Carnevale, prima della fine dell’inverno!”. Sebbene io non riuscissi a capire, perché mai un posto così dovesse trovarsi proprio alle soglie dell’inferno?”.


“Zev?”, chiedo con voce sostenuta.

Ssst!, non così forte, potrebbero svegliarsi!

“Chi?”, chiedo io.

Ma gli abitanti della città sotterranea, che di Zev hanno fatto il loro anfitrione. Sembra, ma non potrei giurarci, che l’abbiano chiamato in sogno e lui abbia accettato a una condizione: di non essere disturbato allorch’egli dorme. Così gli abitanti della città sotterranea, hanno pensato bene di riposare, tutti quanti nelle stesse ore in cui soavemente dorme il lor Signore. Ricordo ancora il giorno in cui entrò da quella porta, stava cercando una strada, io la per là non lo riconobbi. Non sapevo neppure che faccia avesse, come potevo riconoscerlo? Mi chiese sottovoce se conoscevo dove fosse “Via del Sogno””.

“Davvero dice c’è qui una Via del Sogno?”

“Infatti, je diss’io: Caro signore, perché era già anziano, canuto e bianco, mi dispiace, ma non conosco nessuna via con questo nome. Ora deve sapere che io qui ci sono nato, si nun la conoscevo io la via, nun la poteva conosce nisuno. Poi, chissà comm’è comme nun è, mi venne in mente d’indirizzarlo a una fantesca che abitava nel cortile del palazzo. Lei de’ sogni se ne sarebbe dovuta ‘ntende, in vita sua aveva allevato più de cento regazzini. Fu così che lo accompagnai nell’androne e lui cortesemente mi ringraziò. Lo vidi ripassare più tardi con un bambinetto che lo teneva per mano. Ma dove fosse diretto non saprei. Del resto perché avrei dovuto chiederglielo, io non sogno mai”.


“Zev, chi è?”

Ma come chi è? Ma scherza, è un grande artista! Se non lo sa lei che ha studiato, me meraviglio.

“E ora dov’è?”, chiedo così, disinteressatamente.

Ah, non saprei! Sembra si sia stabilito nella sua reggia nel cuore di Trastevere. Gli stranieri si fermano tutti là. Chissà cosa ci sarà mai, là?”


“Una reggia? In Trastevere?”, dico, non nascondendo una certa perplessità.

E sì! trovò infine la via che cercava e vi ha insediato una reggia fatta di conchiglie, di smalti, di vetri colorati, con giardini di delizie, ove si banchetta e si fa musica, si danza la gagliarda, si “chiacchiera” e si gioca a bazzica. Finanche si va a tavola con la Cabala e i Tarocchi. Fatto è che ogni giorno qualcuno dice di essere stato ospite di Zev, che è un padrone di casa prodigo e cordiale, che sa cosa vuol dire mangiar bene e ancor meglio bere. Che ama e si circonda solo di ciò ch’è bello, che la sua arte “favoleggiante”, così l’hanno definita in molti, è il punto di congiunzione tra la realtà e il sogno. Una sorta di favola vivente in cui gli esseri umani, gli animali, gli oggetti, la vegetazione, ogni cosa insomma, possiede una propria vitalità, una propria utopia. Parlando dei suoi sudditi, qualcuno li ha definiti esseri insoliti e straordinari, eppure così umani da sembrà quasi veri. Per non dire poi degli animali “fantastici” che popolano i suoi giardini: liocorni, bruchi parlanti, farfalle gelose, pesci giocolieri, serpenti ubriaconi, e chi più ne ha più ne metta. Ma, attenzione!, io non è che credo a tutte queste cose. È che io sto qua e spesso capita qualcuno che ha voglia di parlare e io, se non ho da fare, li ascolto volentieri. Anche per me, capisce, deve passare in qualche modo la giornata”.


“Ma lei sa qualcosa di più a riguardo . . . ?”.

Vede, personalmente io non so niente”, dice, lasciando chiaramente intendere che qualcosa sapeva, e neanche poco.

“Forse con questi …”, faccio il gesto di allungargli del denaro.

Vorrei solo che non si voglia offendermi! Ma a buon intenditor poche parole”, dice e se li caccia in tasca furtivo.


Deve sapere che nottetempo in molti sentono scavare nel sottosuolo, e c’è chi dice che l’Architetto ha fatto costruire una torre dalle parti di Porta Garibaldi, che sta estendendo il suo regno pure alle vie adiacenti. Un vero e proprio labirinto, che attraversa i Ninfei abbandonati, i Mitrei nascosti, i Templi sprofondati, la Casa di Nerone. Quella sì ch’è un autentico centro dell’occulto. E che si spinge, nelle viscere di Roma infino ai Mercati Traiani, ai Fori, alle Carceri famose, fin sotto l’Isola Tiberina. Dico, sempre per sentito dire, che sfruttando l’opera imponente della Cloaca Massima, ha steso una fitta rete viabile che dalla necropoli dell’Appia Antica congiunge il sottosuolo delle principali basiliche fino ai sotterranei del Vaticano. E li. . .! chi vuole capir capisca: c’è ‘na voragine grande come ché, con un fuoco che non si spegne mai, e che dicono sia la bocca dell’Inferno.”

“Ma lei scherza, davvero c’è …?”

“Io dico, anzi qualcuno dice, che lì ce sò le fiamme della Biblioteca d’Alessandria che arde ancora dall’antichità. Certuni affermano, stando a quanto m’è stato riportato, che lì ce so centinaia de diavoli che gettano nel fuoco i libri del “sapere” dell’intera umanità, e che questi ardono senza bruciarsi mai. Altri invece pensano, che la voragine si riconduca con la Torre di Babele, e che per questo Roma è sempre piena di stranieri che parlano le lingue più disparate. Io, detto tra noi, credo che così nun possa esse. ‘Na sola cosa è certa, che neanche a farlo apposta, questi vengono tutti qui, e qui se laveno la crosta”.


. . .


Che storia è mai questa, ha dell’incredibile ... una reggia sotterranea, un labirinto invisibile, dove cercarli? La guida della città presenta un groviglio di stradine, viuzze ad angolo, vicoli ciechi, talune così piccole e strette che non hanno neppure il nome segnato sulla carta. La guida mostra edifici che incorporano ruderi, colonnati, cornicioni, capitelli abbandonati, basiliche e catacombe, splendidi resti di monumenti antichi, ma nient’altro, niente di niente.


“Esiste, per caso, una mappa del sottosuolo?”, chiedo l’indomani al libraio di Via del Pellegrino.

Si certo, esistono stampe di luoghi pressoché sconosciuti o scomparsi come, ad esempio, le Carceri del Piranesi, e anche acquerelli della Roma Sparita di A. Roesler Franz”, e molto acutamente mi fa rilevare:

Non è forse una sorta di città nascosta anche quella?, fatta com’è di immagini, di memorie, di luoghi invisibili, seppure reinventati, talvolta, secondo l’estro di questo o quel pittore. E che per altro, nessuno oggi sarebbe in grado di dire se siano in realtà mai esistiti. Per farsene un’idea dovrebbe farsi un ripasso della Storia attraverso l’occhio attento e colto del Gregorovius e degli scrittori latini: Orazio, Tertulliano, Cicerone; ed anche Ovidio, Seneca, Quintiliano e se non l’ha ancora fatto, legga la Vita dei Cesari di Svetonio, La Vita quotidiana a Roma di Carcopino, Vita Romana di Paoli, o quella Roma che fu del Belli, di Trilussa, di Pascarella e perché no di Zanazzo. Osservare ad esempio le belle tavole del Pinelli sul costume e le tradizioni popolari.


Non è certo sui banchi di scuola che si impara ad amare Roma”.

“E dove?”

In giro!, per la strada, passeggiando, osservando, ascoltando, vagando per le Osterie, i Caffè, i Mercatini rionali, le Chiese. Roma la si ama o la si odia, non si può restarle indifferenti. Allora t’accorgi che Roma è tante altre cose:

«È come ‘na tavola imbandita ricca d’ogni ben di Dio, odorosa de mille e più sapori, infiorata de mille e più colori. È come una bella donna prosperosa degna d’esse chiamata madre d’ogni gente, che a braccia aperte accoglie il santo, il profugo, il pellegrino. È come un letto de mille piazze e più, grande come lo spiazzo d’un giardino, ‘ndove ariposa le membra stanche dar viaggio der destino» (7).


Trovo bella la sua poesia nata come dice “dar core”, trascritta a mano su di un foglio, e insieme ad essa faccio scorta di un certo numero di libri che con il “dovuto sconto”, come pure dice, spendo una fortuna. Tra i tanti c’è un libro sui Fasti di Arcella, uno sullo Spettacolo Romano di Verdone, una bella edizione de Le Carceri del Piranesi, tre volumetti di Curiosità Romane di Maes, un Labirinto Romano di De Mattei, Le Feste di Roma Antica di Vaccai e persino un Bestiario, di Cattabiani-Cespeda Fuentes.

Le visionarie labirintiche incisioni del Piranesi, rappresentano per me l’unica scenografia possibile al “tema delle rovine” su cui da sempre lavoro, e in cui affondo gli occhi, nell’illusione prospettica d’una città immaginata, finita tragicamente e altrettanto tragicamente rinata dal suo profondo oscuro passato, senza tuttavia riuscire a vedere la luce, all’interno di un sogno in cui la bellezza, insidiata dal terrore della morte, sempre in agguato, finisce per dar luogo alla migliore rappresentazione di se stessa. Un unico grande labirinto che si estende dal mondo estremo della suburra ai confini della spiritualità eterna: ‹‹Il resto so quinte di teatro, scale e passerelle, corde, carrucole e catene, terribilmente destinate a rimanere malgrado il loro essere e restar sospese, come il destino sopra la testa d’ogni umano. Non v’era speranza d’uscire vivo da quelle Carceri oscure, ché più si saliva e più la terra sprofondava, al punto che aggiungere altre scale, sarebbe risultato vano››. (8)


(prosegue)


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×