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Una storia di vladimiroforlese

Questa storia è presente nel magazine Vivere per (r)esistere

Il Popolo dei sogni

quasi un reportage

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17 minuti

Pubblicato il 24 gennaio 2019 in Avventura

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Da ore Alberto ci provava a scrivere, gli restava ormai solo un giorno per consegnare alla rivista il pezzo concordato con il direttore. Digitava qualcosa e cancellava, non gli usciva niente che valesse la pena ed era stato così anche nelle sere e settimane precedenti. Uno strazio! Con la testa appoggiata sul palmo della mano fissava senza speranza lo schermo del computer. Con un dito prese a digitare sulla tastiera: “Sono più secco di un pozzo secco, nulla da…”.

Spazientito lasciò la frase incompleta e indossata una giacca uscì a fumare sul balcone cercando nel buio notturno un segno, l'ispirazione, il la che potesse accordare il pensiero alle mani. La notte era chiara, piena di stelle, l’aria frescotta. Sotto di lui la valle macchiata da timide luci. Di fronte, ad altezza degli occhi, il profilo rugoso e frastagliato delle montagne gli sembrò un muro più alto e invalicabile del solito. Aspirando una lunga boccata, pensò: “Sono a pezzi, ho la testa vuota eppure sento avvampare in ogni centimetro del mio corpo un desiderio di spazi sconfinati. Ci fosse almeno il mare, il mare inventore di alfabeti, di sillabe che ti rotolano sui piedi”.

Scorato, spalancando le braccia, lanciò un urlò verso il cielo.

Silenziosa Asia, una delle sue cagnoline meticce, allertata dal grido se la trovò tra le gambe, intenta a mettere il muso tra i balaustri di pietra del balcone. Appiccicata a lui, la sentì annusare la notte, l’odore della notte. Intenerito si chinò per darle una grattatina sul naso, chiedendole: «E tu, cos’è che cerchi?». Rialzandosi, attratto dalla crescente luce dietro i cipressi, volse gli occhi al cielo. All’improvviso apparve lei e Alberto, come succedeva ogni qualvolta che la vedeva, si perse nella Luna…

Ancora imbambolato ma più leggero, gli tornò in mente la vecchia storia di un popolo dove la Luna non era la Luna, ma un uomo chiamato Japara. Un uomo magico, capace di regolare il rito degli orti e delle maree e, cosa più straordinaria, la fertilità delle donne. Si disse: “Ehi, che incipit perfetto, potrei iniziare così…”.

Fiducioso riprese posto davanti alla tastiera. Asia, rientrata con lui, ferma al centro della stanza lo guardava negli occhi. Sembrava cercarlo. In casa dormivano tutti, anche Nuvola, sua sorella, dormiva. Era strano invece che lei se ne stesse là, un po’ discosta, fissandolo intensamente, come se, avvertendo la sua agitazione dopo l’incontro con la Luna, fosse in attesa di qualcosa, o meglio in attesa che Alberto le chiedesse qualcosa.

«Allora bella, che ne dici, comincio da qui? Racconto di loro, del Popolo dei Sogni? Di come, in nome del progresso, gli abbiamo ucciso ciò che avevano di più caro?».

A passi lenti la sua amica quadrupede scodinzolando gli si avvicinò leccandogli una mano e fatto un mezzo giro su se stessa si acciambellò rilasciando un sospiro, regalandogli per risposta un’aria beatamente soddisfatta. E lui, ormai effervescente: «Allora era vero… stavi qui per darmi il via!». Poi, guardandola rannicchiata sul tappeto, dopo una specie di mugugno suo, più composto aggiunse: «Bene, giacché sei d’accordo, comincio da loro, dagli uomini col corpo dipinto. Mi appunto l'esergo e comincio».


Massima della notte: "Quando il cane acconsente, meglio non deludere i sogni".


*

Vi dico subito che se Japara, la Luna, era un uomo, quel popolo il Sole se lo immaginava come una donna che si svegliava ogni giorno nel suo accampamento a est. Wuriupranili, era questo il suo nome, di buon mattino accendeva un fuoco e preparava la torcia di corteccia che avrebbe portato attraverso il cielo. Il Sole – raccontavano i nativi di quel luogo lontano –, prima di esporsi ama decorarsi con ocra rossa la quale, essendo una polvere molto fine, si disperde anche sulle nuvole intorno, colorandole di rosso (l’alba). Una volta raggiunto l’ovest, le piace rinnovarsi il trucco, colorando ancora di giallo e rosso le nuvole nel cielo (il tramonto). Infine, Wuriupranili, comincia un lungo viaggio sotterraneo per raggiungere nuovamente il suo campo nell’est. Durante questo viaggio sotto la superficie terrestre il calore della torcia accarezza le radici e induce le piante a crescere…


*

Fu dopo l’alba che il capitano James Cook, ignaro della credenza indigena, e forse degli indigeni stessi, arrivò nell’isola-continente. Gettò l’ancora vicino alla penisola di Kurnell, presso la Botany Bay, preparandosi a raggiungere la spiaggia. Era il 23 luglio, anno del Signore 1770.

Due secoli prima, marinai portoghesi avvistando la stessa costa avevano gridato "Terra… Terra!", ma se ne erano tenuti lontani. Passò ancora un secolo quando navigli olandesi vi fecero sosta per rifornirsi di acqua, frutta e selvaggina. E dovettero passarne altri cento di anni perché quel marinaio di nome James, innamorato del mare, talentuoso cartografo per conto della Royal Society, vi approdasse sconvolgendo per sempre l’ordine delle cose, l’armonioso universo del Popolo dei Sogni...
Si sa, chi va a lungo per mare una volta in porto dilapida il soldo in rum e sciala oceani di parole. Rum e chiacchiere tirano su dal pozzo i fantasmi, lavano dal petto la paura delle tempeste e dell’ignoto. Rum e fanfaronate riportano tutto in mare, servono al marinaio per sopravvivere.
Nei due secoli prima dello sbarco di Cook, di quella terra sconosciuta già se ne parlava, e tuttavia non c’erano ancora parole divenute parole, capaci di superare quel confine invisibile, ma più resistente del granito, che divide il credibile dall’incredibile, il delirante racconto causato dalle febbri malariche e dai miraggi.

Persino nell’antichità remota se ne parlava di Terra Australis, del continente immaginario cui Aristotele attribuì il nome, accuratamente disegnato – nel I secolo – dal cartografo greco Tolomeo, convinto che l’Oceano Indiano fosse delimitato a meridione da un vasto continente. E se ne continuò a parlare nel Rinascimento e se ne parlò dopo, per anni e anni. Nessuno, però, ebbe mai modo di arrivarci.

Anche Cook, nonostante avesse navigato per il Pacifico giungendo a Tahiti, Nuova Zelanda e in migliaia d’isole, era scettico circa l’esistenza della nuova terra e dei racconti che circolavano di taverna in taverna. Ma quando vi arrivò a bordo della sua HM Bark Endeavou e gettò l’ancora nella baia, felice dell’impresa compiuta, abbracciò il fido Tupaia, l’esperto navigatore tahitiano compagno di miglia e miglia di mare e avventure.


Era da poco passata l’alba. Nel cielo la Donna-Sole stringendo nelle mani la torcia di cortecce correva a ovest. Cook, invece, scendendo dalla barca, fiero piantò una bandiera sulla spiaggia e, ringraziando il suo Dio solenne dichiarò quella terra proprietà britannica. Era fatto: l’ignoto divenne noto, l’incantesimo fu rotto, bottiglie di rum e chiacchiere e fantasmi e paure delle tempeste se li riprese il mare. Otto anni dopo arrivò il capitano Arthur Phillip con la Prima Flotta. Sbarcarono mille uomini: deportati, soldati e ufficiali. Di quella terra misteriosa, immaginata e tanto cercata, ne fecero una colonia penale. Un posto per reietti e guardiani di reietti.

Quando i marinai dell’Endeavou sbarcarono, nascosti ai loro occhi c’erano 600 tribù, un milione di Aborigeni insediati in quei territori da oltre 40.000 anni. Da sempre il Popolo dei Sogni viveva là, sulla grande isola-continente; da 1.250 generazioni e forse ancora da prima.

Originari dell’Indocina, si spinsero in quelle lande a meridione traversando con imbarcazioni rudimentali le pericolose acque della Sonda o raggiungendo via mare prima la Nuova Guinea e percorrendo poi, a piedi, lo Stretto di Torres. Territori che nei secoli divennero mari e oceani, quando il Tempo era Alcheringa, tempo senza tempo, e gli antenati dormienti se ne stavano sotto la crosta della terra in attesa fosse Tjukurapa, il tempo del sogno, a rivelare il suo disegno. Quando le potenze ancestrali si risvegliarono, emersero al cuore di un popolo e vennero per modellare il paesaggio, dando origine a tutto, agli esseri viventi, come alle catene montuose e ai torrenti.

Eppure, i nativi nessuno li vide. Addirittura i sudditi di Sua Maestà, attribuendosi il dominio del sud della grande isola-continente addussero – in punta di diritto – fosse quella terra nullius, territorio di nessuno, disabitato, privo di legittimi possessori. Terra su cui poter mettere le mani, di cui era possibile far man bassa, dove, istruito dalle leggi dello scambio (e il dare e l’avere significavano solo prendere), se eri furbo accumulavi ricchezza, perché il Popolo dei Sogni non conosceva recinti, né atti notarili. Per cinquantamila anni mai furono a loro necessari muri barriere cancelli dogane giudici e soprattutto parole, le parole del pos-sesso, quelle che distinguono "il mio dal tuo"…


Cos’è mio? Cos’è tuo? Cos’è infine nostro?


Il Popolo dei Sogni conosceva solo alfabeti senza possesso: ciascun individuo sapeva che ogni cosa creata era il sogno di un desiderio e la Terra qualcosa che li collegava al tutto, essi stessi frutto di un sogno delle potenze ancestrali, incarnati perché quel sogno vivesse e a quel sogno potessero un giorno tornare.

Loro non possedevano, non potevano, essendo il possesso un pensiero estraneo al loro pensiero. Per questo non avevano quelle parole. E poi, come si faceva a possedere la Terra, un collegamento spirituale?

…"Noi non possediamo la Terra, la Terra ci possiede; la Terra è nostra madre, e nostra madre è la Terra". "La Terra è il punto di partenza, dove tutto è cominciato e dove andrò". "La Terra è il nostro alimento, la nostra cultura, il nostro spirito e identità".

Passate cinque lune dallo sbarco, si videro, s’incontrarono.


Nel cielo Wuriupranili, la Donna-Sole, prossima a rifarsi il trucco, ormai stringeva nella mano solo un tizzone della torcia di cortecce. Calmo e pieno di spume bianco ramate, il mare nasceva e moriva con lenti sospiri sulla battigia mentre le scialuppe, ormeggiate vicinissime alla riva, ondeggiavano pigre tra gli scricchiolii del fasciame e un vestito di lunghe ombre sfilacciate. Più in là, oltre la barriera corallina, in acque profonde, la sagoma dell’Endeavou dominava la baia.


Uomini nudi dal corpo dipinto uscirono dalla boscaglia. Le sentinelle di Cook se li videro comparire all’improvviso davanti.

Superata la sorpresa, presero a strillare. Un coro di "chi va là!" correva da un punto all’altro dell’improvvisato campo, incespicando ora sulle facce stupite dei compagni, ora cozzando su altre voci che con più velocità e concitazione chiamavano all’allerta la comunità sparpagliata sulla spiaggia. Nel parapiglia generale, qualcuno rovesciò un pentolone che bolliva sul fuoco, altri calpestarono compagni addormentati, altri ancora, imbracciate le armi, si adunarono dove caporali e sergenti strepitavano all’ossesso. Richiamato dalle voci, lo stesso Capitano si precipitò fuori dalla tenda e a lunghe falcate si diresse nella direzione verso la quale tutti i suoi sottoposti correvano.

Dinanzi a lui il primo ufficiale gridava: «Largo, fate largo!».

A guardargli le spalle lo seguiva Tupaia, il navigatore tahitiano.

Ben presto il terzetto raggiunse il mucchio di armati e marinai, un vero e proprio muro schierato a difesa dell’accampamento. A quel punto fu lo stesso Cook a ordinare: «Uomini largo, fate largo!». Improvvisamente scese il silenzio, la muraglia si divise in due, lasciandogli il passo.

Ormai erano a faccia a faccia.


L’uno di fronte all’altro, quel 29 luglio non c’erano solo uomini ma mondi. La progenie della più antica civiltà della terra s’incrociava con i discendenti del mondo venuto dall’altra parte del mondo, arrivati là con un preciso intento: quello di ingrandire l’impero, decretando la potenza della Regina, la superiorità su esseri abituati a vivere senza una casa, senza coltivare, senza allevare animali, senza scrivere le proprie leggi. Null’altro che selvaggi, razze prive di scienza e cultura.


Quel giorno due corde, sino a quel momento distinte, si annodarono, divennero una, e quell’una si trasformò in cappio e poi in catena, strumento di tortura e di morte. Questo è scritto nel libro dei vinti.


Tupaia ora precedeva tutti. Sapeva che toccava a lui parlare. Urlando a pieni polmoni disse il suo nome e ruotando il busto indicò con le braccia Cook.
A distanza di venti metri i dieci uomini dipinti osservavano l’intero schieramento lanciandosi occhiate l’un l’altro. Nella sua lingua Tupaia, gesticolando ripeté le parole di prima, indicando di nuovo il Capitano. Gli uomini dipinti presero a parlare tra loro. Dopo un po’ uno si fece avanti. A piccoli passi si avventurò in quella terra di nessuno createsi tra i due schieramenti.

Era snello, piuttosto giovane. Portava una fascia di stoffa rossa legata attorno alla testa su cui svettava un piumaggio verde e blu. Aveva parte della faccia e gli occhi incorniciati di bianco, collo petto e braccia ornati con disegni colorati mentre sulle gambe due linee sinuose, finemente inframmezzate di piccoli punti e altre figure geometriche, ricordavano il disegno della pelle del serpente. Alla caviglia portava un nastro, anche quello rosso, come la fascia che gli cingeva la fronte. Tra le mani una lunga canna dalla punta acuminata e in vita una cintura di capelli intrecciata che reggeva il boomerang e altri attrezzi utili nella caccia.

Fatto qualche passo si fermò volgendo la testa ai suoi. Poi, più deciso, riprese a camminare. Giunto a ridosso di Tupaia si arrestò di colpo. Fu allora che Cook si fece avanti ordinando al navigatore di parlare, cosa che il tahitiano fece. L’uomo dipinto però continuava a tacere, impassibile, misterioso. Il Capitano ruppe gli indugi e col tono di chi è uso al comando, disse: «Sono il capitano James Cook, al servizio di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra».

L’altro, affatto intimidito, muovendo più volte gli occhi dall’alto verso il basso, iniziò a scrutarlo incuriosito dagli stivali e dai fregi della divisa. Attirato dal codino di capelli che gli scendeva sulla nuca, mosse lateralmente un passo verso quell’uomo che lo sovrastava di gran lunga in altezza. Al che il primo ufficiale, temendo un possibile assalto, sguainò minaccioso la spada e anche i soldati dietro di lui, armato il cane del fucile, puntarono il nativo pronti a far fuoco. Tempestivamente Cook alzò un braccio ordinando a tutti: «Fermi!».

L’uomo dipinto, avvicinatosi al Capitano gli toccò con una mano il viso, sfiorando con le dita quella pelle chiara mai vista prima d’allora e i capelli sopra la fronte e dietro le orecchie, sino ad afferrare il codino. Al contatto ritirò subito la mano, perché avvertì netta l’assenza di vita in quella compatta capigliatura liscia e bianca. Mosso un passo indietro, senza pronunciare parola, di scatto voltò la schiena all’uomo di Sua Maestà la Regina, dirigendosi veloce verso i suoi.

Appena li raggiunse, senza fare il benché minimo rumore, sparì assieme a loro inghiottito dalla boscaglia, lasciando Cook e il suo piccolo esercito impalati in mille congetture. Giunti all'accampamento, gli uomini del drappello si sedettero attorno al fuoco dove li attendevano gli anziani del piccolo clan. Seguendo le regole dell’antico rituale, a turno presero a parlare intervallando il racconto di ciascuno alle note del didgeridoo, la canna sonora ricavata da un sottile tronco di eucalipto, compagna del canto del creare.

Quando fu il momento di Mamboo, di chi aveva sfiorato con le dita l’uomo bianco, un oceano di stelle aveva sostituito nel cielo la torcia della Donna-Sole. Guardando prima il fuoco e poi a uno a uno i suoi compagni, Mamboo disse: «Questa mano ha toccato la morte».

La stessa notte, mentre Japara, l’Uomo-Luna, mostrava al mondo uno spicchio della sua faccia, sulla piccola tribù totemica il sogno degli antenati sognò il buio, e il buio il nero, e il nero la nerezza che del nero è sogno da cui non si torna. Sogno senza più desiderio.


*

Terminato il pezzo Alberto accese una sigaretta. S'era fatto tardi, le lancette dell'orologio segnavano le quattro, Asia sdraiata a pochi metri da lui ronfava beata. Pur se soddisfatto di quanto aveva scritto non riusciva però a lasciare la tastiera. In genere, terminato un lavoro, soprattutto se era quasi mattina, si alzava e andava a letto, attento a non disturbare il sonno di sua moglie. Invece, questa volta, prima d'inviarlo in redazione, avvertiva la necessità di aggiungere qualcosa non al pezzo, ma per il lettore. Una specie di post scriptum che esplicitasse le scelte da lui operate nell'affrontare le vicende di quel popolo soggiogato - sin quasi ai giorni nostri - dal colonialismo.

Spento il mozzicone, dopo aver riletto il tutto, rimesse le dita sulla tastiera titolò quanto sentiva ribollire nel suo animo "Appendice per una discussione…".


Caro lettore,

è insolito, alla fine della narrazione, imbattersi in un’appendice, una nota che non è più racconto ma una sorta di confessione-chiarimento da parte dell’autore. Il breve racconto sul Popolo dei Sogni avrei potuto allungarlo, ma rileggendo mi sono accorto che qualche altra paginetta non aggiungeva nulla di più. Per questo ho deciso che la narrazione dovesse terminare con l’incontro tra gli Aborigeni e Cook, tra i (futuri) vincitori e i vinti, tra due mondi di fatto incompatibili. Cioè nel momento che segna la fine di una storia millenaria e il cosiddetto inizio di una nuova storia. Una storia dove i primi scompaiono (o vi appaiono solo marginalmente, come un impiccio) e i secondi che, nel primeggiare, la scrivono.


Però non sarei del tutto sincero (e alla sincerità verso chi legge tengo particolarmente) se la chiudessi così la partita. In realtà a farmi propendere di terminare a quel punto il racconto, è stata una considerazione più profonda, un dubbio che voglio condividere con chi legge.

Approfondendo la storia australiana ho appreso una mole di notizie che ignoravo totalmente, alcune delle quali mi hanno intimamente turbato. Da qui la considerazione: serve qualche altra pagina d'invenzione alla causa, al riscatto degli Aborigeni? Serve a stimolare nel lettore la conoscenza di quella realtà e della condizione di un popolo distrutto dalla colonizzazione? Ma, soprattutto, il racconto di fantasia – sulla storia di un popolo così lontano e diverso da noi – se non corredato da un solido retroterra culturale non rischia d’alimentare una rappresentazione coloristica che ridurrebbe (o contribuirebbe a ridurre) a leggenda una vicenda che di leggendario ha solo il dolore?

Chiarisco queste mie domande con un esempio.


Ulteriori pagine le avrei incentrate sulla mitologia degli Aborigeni, la loro struttura familiare, il nomadismo, i riti d’iniziazione connessi al Tempo del Sogno. Salvo qualche passaggio riservato agli inglesi, i protagonisti sarebbero stati loro e soltanto loro. A proposito, sapete perché si chiamano (o meglio, li chiamiamo) Aborigeni? Risparmiandoti lunghe citazioni, il termine deriva dal latino "ab origine". La digressione non è casuale perchè, da Cook in poi, non sapendo come chiamare i nativi, si è fatto riferimento a una locuzione avverbiale latina, per significare – con un eufemismo – che quelli, gli indigeni, stavano là dall’origine, dall’inizio. Ma solo di eufemismo si tratta, perché per impadronirsi di quel territorio, sciorinando tomi di diritto, l’isola-continente fu dichiarata da Sua Maestà terra nullius, terra vuota, terra di nessuno. Allora vorrei che qualcuno mi spiegasse: se le parole hanno un senso, come si fa a combinare assieme "ab origine" con "terra nullius"?


Ma torniamo all’ipotesi di continuazione del racconto. L’invenzione, dicevo, poteva reggere se la storia degli Aborigeni fosse finita prima che l’Endeavou, la nave di Cook, gettasse l’ancora vicino alla penisola di Kurnell, presso la Botany Bay e noi non vivessimo nel 2° millennio, ma in un’epoca compresa tra l’inizio del tempo e il 1788.

Nel senso che di quella Terra Australis, del continente immaginario cui Aristotele attribuì il nome, accuratamente disegnato dal cartografo Tolomeo, cinque paginette in più alla somma di fantasticherie circolanti, chi le avrebbe notate? Un falso dell’immaginario accanto ad altri falsi avrebbe raccontato la storia di un’epoca e di una terra abitata da uomini parto della fantasia.


In realtà l’Australia (scoperta dai portoghesi, poi dimenticata, riscoperta dagli olandesi e infine utilizzata dagli inglesi che ne fecero luogo di deportazione) esiste, mentre a essere scomparso è unicamente il Popolo dei Sogni. Come potevo allora narrare ciò in cui loro credevano se è persino difficile nominarli senza alimentare false leggende, e per giunta dovendo ricorrere a un latinismo e senza aver chiarito la furfanteria della terra nullius? Non solo: da Cook in poi, tutta la storia dell’Australia (salvo quella degli ultimissimi anni) è una storia profondamente razzista, di espropriazioni e crudeltà. Qualcosa che da due secoli si cerca disperatamente di occultare sotta una patina dorata. Ed è solo grazie ai vinti, agli scomparsi, ai loro sogni che la corazza, pezzo dopo pezzo, si sta corrodendo, affinché ciascuno possa guardarci sotto…

Con cordialità

Alberto Tassinari

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