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Una storia di AlessandroCiviero

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #incontrialbar

ZanziBAR

#incontrialbar

601 visualizzazioni

11 minuti

Pubblicato il 17 gennaio 2019 in Altro

Tags: #fantasia #incontrialbar #sogno

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Ali balla e il pubblico applaude. Sebbene sia leggermente sudato, non perde mai il suo stile. Ali è il tipo che non troveresti mai in centro, ed è talmente caratteristico che alcuni clienti vengono qui apposta per vederlo danzare. Io sorrido ogni volta allo stupore delle persone sedute ai tavoli, o al bancone bevendo i loro drink solitari, che si girano a guardarlo. A volte sono talmente euforico per questo entusiasmo, che pago un altro giro a tutti quelli che mi stanno attorno. Ali è un giovane straniero, il quale non si sa bene da dove venga, parla poco, ride molto, mettendo in mostra quei suoi denti bianchissimi, che risaltano sull’incarnato bruno del volto simpatico da bravo ragazzo. Veste sempre allo stesso modo, con candide camice di lino, scarpe di tela usurate, pantaloni sformati e un paio di bretelle che li sostengono alti in vita. No, non troveresti mai un tipo come Ali, da qualche parte in centro.

Io. Io sono un’altra faccia allo ZanziBAR, un locale dal nome un forse po’ ridicolo, ma che trovo estremamente vero, genuino, tanto fuori dagli schemi quanto è fuori mano, in questa periferia che sembra gridare la sua pretesa di esserci, di esistere.

È accaduto che trovassi questo posto per caso, vagando in macchina senza meta, in quei giri che si fanno per sfuggire alla noia endemica dei nostri tempi. Via dalle strade illuminate, dai locali alla moda, con tutti quei ragazzini a bere cocktail dolci e a fumare sigarette sui selciati del centro, ostentando le Adidas e i Burberry comprati dalle mamme, mi sono trovato una sera lungo un viale male illuminato e costeggiato da una serie di capannoni sfitti e bui. Nemmeno le prostitute venivano a battere più da queste parti, dato che per questi viali industriali non ci passa quasi nessuno, tanto meno la sera. Stavo voltando la macchina per tornarmene a casa, quando ho notato una vaga luminescenza quasi pulsante nell’oscurità, a meno di un isolato da dove mi trovavo. Incuriosito, mi avvicinai come attratto da un’inspiegabile pulsione emotiva, trovandomi davanti ad un vecchio stabile di mattoni male intonacati che forse, in passato, era stato un mercato ortofrutticolo. Nella porzione d’angolo del grande fabbricato dal tetto piano, una porta a vetri parzialmente oscurata da pesanti cortine color porpora, lasciava intravedere la luce all’interno, ma quello che stupiva maggiormente era una vecchia insegna colorata, dai caratteristici neon tubolari, molto vintage. La scritta era ZanziBAR, e la prima volta che la lessi, confesso che mi misi a ridere da solo. Posteggiai l’auto ed entrai.

La prima persona che vidi allo ZanziBAR fu la cameriera che scostò le tende porpora per lasciarmi passare, e mi fece un sorriso che non ho ancora scordato. Fui subito avvolto da un’atmosfera particolare, che non ricordo di aver mai più trovato in nessun altro posto.

C’è musica jazz, e luci più basse di quello che ci si aspetta, venendo dall’esterno. Sulla destra c’è un lungo bancone bar, di quelli tradizionali, con davanti una fila di sgabelli. Sopra il bancone, per tutta la lunghezza, una mensola carica di ogni sorta di bottiglie e alcune basse lampade industriali che gettano chiazze di luce gialla sul ripiano di legno scuro e graffiato. Sulla sinistra si apre la sala, dal pavimento grezzo; tanti piccoli tavolini rotondi ognuno con una lampada da tavolo col paralume verde e, accostati alla parete laterale, dei tavoli rettangolari, più grandi, ai quali ci si accomoda sedendosi su una panca dal sedile e lo schienale imbottiti di pelle rossa. La parete è di mattoni grezzi, non intonacati, sulla quale sono appese delle vecchie fotografie bianco e nero in tema afro. Insomma, un posto singolare, più che originale. In fondo al locale c’è un palco non molto alto di vecchie assi di legno sul quale si potrebbero esibire solamente dei trio jazz o un singolo cabarettista da monologhi, con dietro un drappo dello stesso colore di quello all’ingresso, a mascherare il muro.

Non c’è molta gente. Alcune coppie sedute ai tavolini, dei tipi solitari appollaiati sugli sgabelli del bar. Con il tempo ho imparato che si vedono quasi sempre le solite facce, allo ZanziBAR. Di tanto in tanto, qualcuna meno nota si riconosce dall’espressione un po’ stupita e spaesata, come quella che avevo io la prima volta che sono entrato qui. Però, immancabilmente, c’è Ali, che balla sulle punte delle scarpe sdrucite e c’è lei, che mi aveva accolto con il suo sorriso esotico.

Di chi sto parlando? Naturalmente mi riferisco a Shanty, la cameriera di colore che secondo me è l’anima misteriosa e imprescindibile dello ZanziBAR.

Shanty è una ragazza dal fascino imperscrutabile, con un fisico slanciato e per niente esile, anzi, regala la sensazione di una femminilità forte, quasi animalesca, se non fosse per il suo aspetto regale, da principessa africana. Ha la testa nobile, ed i capelli dalle treccine acconciate sempre in modo diverso, estroso; ma ciò che colpisce di più è il volto dagli zigomi alti, che modellano il mento sottile, la bocca disegnata da un artista eclettico ma elegante, con un sorriso aperto e sincero come ne ho visti di rado. Ed infine lo sguardo felino di occhi nocciola, profondi e leggermente a mandorla. La strega dello ZanziBAR, come dicevo, ma in senso positivo, che dona qualcosa di ancor più magico al clima del locale.

Io. Poi ci sono io, che tante sere ho aspettato l’ora di chiusura dello ZanziBAR, da meritarmi col tempo il tavolo fisso, in fondo alla sala, nella penombra vicino al palco illuminato. Da lì, ho sentito suonare gente con un’arte che non sospettavo nemmeno esistesse; ho riso a battute di comici che lavoravano per quattro soldi, ma che avrebbero fatto successo se avessero avuto la fortuna di lavorare in televisione. Malvolentieri ho atteso l’ora in cui Shanty alzava la tenda dell’ingresso per farmi uscire e tornare alla noia del quotidiano. Vi chiederete se mi fossi innamorato di Shanty, la principessa dello ZanziBAR. Me lo sono chiesto anch’io, alcune volte, ma ho preferito rimanere con il dubbio a crogiolarmi nelle rare chiacchiere che scambiamo al bancone, o al mio tavolo, e soprattutto a godermi il suo sorriso segreto e accogliente.

Ci sono altri, come me, che frequentano assiduamente l’isola di ZanziBAR, sperduta nell’oceano oscuro della periferia come un approdo curioso e sicuro, e fatta per chi non si accontenta della folla chiassosa del centro, tanto più rumorosa, quanto più distante dai veri rapporti umani. Le solite facce, allo ZanziBAR.

Quelli come il tizio seduto al primo sgabello del bancone. Un ometto dall’aria tranquilla, l’espressione un po’ smorta da impiegato distratto, con la solita giacca dal taglio anni Ottanta, la camicia dal colletto sgualcito e la cravatta, sempre diversa, con il nodo allentato. Ha l’espressione attonita, anche quando saluta, sorride poco, beve il suo whisky sour, e guarda la partita sul piccolo schermo di un televisore agganciato al muro, sopra l’ingresso del bancone bar, vicino alla cassa. Dev’essere un bancario insoddisfatto della moglie, la quale esce ogni sera con le amiche lasciandolo solo, e a cui il capo ufficio non da mai una soddisfazione. Porta i capelli arruffati, sopra la fronte corrugata a forza di alzare lo sguardo per guardare la TV, ed ha gli occhi stanchi. In realtà ho scoperto poi che è uno scrittore di un certo livello, i cui romanzi però non hanno avuto il successo che lui sperava. A volte si sbaglia.

C’è Caterina, la mangia uomini impenitente; una bionda di mezza età, invero ancora piacente, ma con i capelli dalla tinta platino, labbra rosso fuoco e ombretti slavati, che si presenta nel locale ogni sera con un tizio diverso. Grande fumatrice di Pall Mall senza filtro, è costretta ad abbandonare spesso i suoi malcapitati al tavolo nel mezzo della sala per uscire nel cortile sul retro, a consumare voluttuosamente le sue sigarette, che forse le danno più soddisfazione degli uomini, poveri loro. Per uscire dalla porta di servizio, dietro la tenda del palco, passa sempre accanto al mio tavolo, da dove la osservo nei suoi abiti smaliziati da provocante signora e dal quale le lancio occhiate ironiche, sollevando il bicchiere di birra scura che sto bevendo. Caterina ci mette tre minuti esatti a fumare, ed esce anche tre o quattro volte a serata. A volte mi chiedo se i suoi amanti sono consumati con lo stesso ritmo incalzante.

Poche persone giovani frequentano lo ZanziBAR, fatta eccezione per una coppia di ragazzi che arrivano abbastanza presto, di solito il sabato sera, si siedono sulla panca di pelle rossa all’angolo opposto rispetto al mio tavolino, da dove li vedo pomiciare, altre volte discutere, o quasi litigare. Prendono sempre long drink a base di Coca Cola, passano un’oretta nascosti dal resto del mondo, nel loro modo complicato e immaturo di stare insieme, e poi credo che tornino tra la babele festaiola dei loro coetanei, per finire la serata in qualche discoteca, nella massa informe e non comunicante che necessariamente li fagocita. Credo sia lei che propone di iniziare la serata qui, perché ha l’aria da ragazza sveglia, che prende l’iniziativa, che parla molto più di lui e che non abbassa mai lo sguardo. Lui invece sembra sempre sulle spine, anche quando sorride e si nota che stravede per la sua ragazza. A volte brindo da solo alla loro salute.

Non vi ho ancora parlato di Roze. Tutta la meraviglia dello ZanziBAR ruota intorno a Roze, ed è lui a prendersene le molte lodi e i pochi demeriti. Un tipo dall’aria apparentemente insignificante, un piccoletto di colore dalla testa sottile, la fronte alta, gli occhi furbi e i baffetti quasi invisibili, che ha le membra nervose e magre, ma che è fragile solo apparentemente. Il suo aspetto non è affatto classificabile, e la sua originalità dev’essere il prodotto di un crogiolo di razze e culture africane, arabe e asiatiche. Roze sta dietro al bancone, ma ha dei bravi bar tender che lavorano per lui. Quando non si occupa degli artisti, di scambiare qualche battuta con i suoi clienti più assidui, e di stare alla cassa, egli è quasi sempre impegnato in una partita a scacchi solitaria. La scacchiera di marmo bianco e verde, con i preziosi pezzi che sembrano piccole sculture, è proprio accanto al registratore di cassa. Anche se spesso sembra assorbito in questa assurda sfida con se stesso, a Roze non sfugge mai niente, ed in un attimo, il suo intervento può letteralmente far rianimare una serata smorta. A volte sembra un piccolo demone scuro.

Io. Io ho preso la macchina anche stasera, per venire allo ZanziBAR, con la strana idea di comprarmi, un giorno o l’altro, una chitarra jazz, di quelle vintage e ingombranti, per esibirmi sul palco del mio locale preferito, senza considerare che non so affatto suonarla, una chitarra. Chissà come mi saltano in mente tali stramberie. Anche stasera sono convinto di prendere il mio solito tavolo allo ZanziBAR. Dovrebbe esserci la musica, la buona birra, le solite facce, e naturalmente Shanty, dal sorriso brillante di avorio e la pelle di ebano seducente. Ma mi sbaglio.

L’automobile fa sempre la stessa strada, quasi da sé; prima fuori dal centro, poi il viale deserto della zona industriale, seguendo la luce pulsante dell’insegna che riverbera sopra i tetti piani dei capannoni. Ma stasera c’è qualcosa che non torna. Non vedo la luce, non riconosco quasi la strada. Mi perdo un paio di volte incomprensibilmente, dato che le strade sono tutte rettilinee e sgombre. Giungo in fondo a una rotatoria che non ricordo, e percorrendola interamente, torno indietro. Quasi in ansia, preoccupato, rifaccio la strada e mi accorgo, sulla sinistra, dello stabile basso e grigio, l’ex mercato ortofrutticolo. Con mia grande sorpresa capisco di essere arrivato dalla direzione opposta rispetto alle altre volte, e lo stupore ancora maggiore è rendermi subito conto che la grande insegna a neon tubolari sopra la porta d’angolo non c’è più. L’ingresso è buio e vuoto, e non ci sono neanche le cortine color porpora. Rallento costernato, accosto, aspetto. Dopo un altro po’ di esitazione, scendo dall’auto e mi avvicino, sentendo risuonare i miei passi sull’asfalto liso e umido. Una leggera brezza fresca mi accarezza il volto e fa volare via qualche foglia morta. Una desolazione enorme mi riempie l’anima, ma capisco. O meglio, faccio fatica a capire e ad accettare che, forse, mi sono sognato tutto. Con l’amaro in bocca risalgo in macchina, ingrano la prima, e mi dirigo verso il centro affollato della città.

Vi do un consiglio. Cercate bene nelle vostre città, o nei vostri paesi, perché sono certo che da qualche parte, Ali balla e il pubblico applaude, e se sarete fortunati, Shanty, dallo sguardo a mandorla e il sorriso accogliente, vi scosterà la tenda per lasciarvi entrare. Ditele che sarò presto lì con voi. Ci sarò.

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