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Una storia di QuintoMoro

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #attualità

L'alternanza scuola-lavoro

in un Paese a forma di scarpa...

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18 minuti

Pubblicato il 31 gennaio 2019 in Giornalismo

Tags: #attualit #scuola #lavoro #esperienze #riflessioni

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In un Paese a forma di scarpa c’è sempre qualcuno che calpesta e qualcuno che viene calpestato.

"Scrivi la tua storia" dice questo sito quando apro una nuova pagina. E sull'alternanza scuola-lavoro voglio prenderlo alla lettera, raccontando la mia storia, fatta di esperienza diretta e arricchita di racconti altrui, sentiti o letti, cercando di fare una riflessione un po' più ampia sulla scuola e sul mondo del lavoro.

1. I frutti marciti sulla pianta


Negli ultimi anni (2015-2018) in questo strambo paese a forma di scarpa si è fatto un gran parlare di alternanza scuola lavoro. Chi pro, chi contro, chi critica, chi apprezza (seriamente?).

Si sono lette sui giornali - per chi ancora li legge - e sentite ai programmi di approfondimento politico - che sono il nuovo prezzemolo di questa nuova tv tutta culinaria - storie di ragazzi mandati a raccogliere i pomodori d'estate, messi a fare bassa manovalanza, spediti a chilometri di distanza nemmeno fossero insegnanti in mobilità.

Le sento da qui, le voci in coro in sottofondo, tutte spocchiose che dicono come "un po' di lavoro manuale non ha mai ammazzato nessuno". Di solito lo dicono quei soggetti per cui, se non stai zappando e sudando sette camicie non stai lavorando. Sì perché c'è tanta gente là fuori che considera "lavoro" qualcosa di ottocentesco, l'immagine del contadino o dell'operaio in fabbrica. Tutto il resto non è lavoro. E questi strani animali diurni alle lamentele degli studenti oppongono un sardonico sorrisetto di sufficienza sparando cose tipo: "lavorare non può che farvi bene e raddrizzarvi un po' ".

Certo che la concezione evolutiva ed educativa degli adulti ha tutte le caratteristiche del moonwalk, sicuramente meno bello da vedere di quello di Michael Jackson, ma di fatto si va all'indietro fingendo di andare avanti.

Tanto tempo fa (in una galassia lontana lontana a forma di scarpa) i genitori-nonni-zii-[inserire altra parentela] dicevano sempre: "eh, se avessi studiato di più" e ti guardavano con lo sguardo severo ripetendo "devi studiare! altrimenti finirai a raccogliere i pomodori-a pulire i cessi-a fare il disoccupato" (fare il disoccupato, come fosse un impiego... bell'ossimoro).

Datemi un pizzicotto perché da un po’ di tempo mi sveglio in questo strano posto in cui mentre cerchi di studiare ti mandano a raccogliere i pomodori, a pulire i cessi, e non hai tutte queste aspettative di occupazione. Solo che adesso c'è chi ti dice che raccogliere i pomodori può solo farti bene. Oh, io penso che sì, possa far bene almeno per farsi un'idea del lavoro massacrante che fa quella popolazione sommersa, intra ed extracomunitaria, per permetterci di pagare un chilo di pomodori meno di 3 euro al supermercato, ma questo è un altro discorso. E comunque, io ringrazio di non averlo mai dovuto fare, mia madre sì.

Fatta questa premessa, io mi chiedo quale doveva essere l'utilità di quest'alternanza scuola-lavoro se poi studenti, che so, del liceo classico, siano stati mandati a fare gli allevatori o i falegnami (che tradotto pare sia diventato spalare merda e spazzare segatura, e so di cosa parlo visto che ho fatto l'una e l'altra cosa, fortunatamente per poco tempo). Studenti dell'artistico a fare i camerieri, a far volantinaggio e così via.

[Vi lascio qualche fonte sulle testimonianze in fondo alla pagina, giusto per completezza.]

E da queste esperienze quali competenze hanno acquisito? E soprattutto che idea si sono fatti del mondo del lavoro? Che è un mondo che pretende personale già formato e possibilmente laureato, senza però occuparsi di formare e di valorizzare i titoli di studio. Un mondo del lavoro che gioca al ribasso, all'uso dei dipendenti usa e getta, come bestiame intercambiabile in una grande mungitrice che sceglie le mucche agili e forti, che per produrre latte possono anche esser portate alla fame, tanto ce ne saranno altre da mungere quando le prime saranno consumate.

Naturalmente sto generalizzando. Ci sono aziende che puntano sulla formazione, quella vera, ma non parliamo certo della maggioranza. E l'Italia Paradiso dei Lavoratori la lascio ai documentari di Michael Moore (guardatevi "Where to invade next").

Poi certo, ci saranno stati casi felici di studenti che hanno davvero imparato qualcosa e che sono stati anche assunti. E quelli beati loro. Ma se dopo tre anni stiamo qui a parlarne è perché i frutti che doveva dare quest'iniziativa sono marciti sulla pianta.


2. Il pippone sulla comprensione del testo (ci tocca)


Facciamo un passo indietro e vediamo a cosa dovrebbe servire la famosa "alternanza". Nelle intenzioni lo scopo era introdurre i giovani nel mondo del lavoro. Ma di quale mondo del lavoro stiamo parlando? In un sistema che volge sempre più a contratti usa e getta, contratti a termine che se va bene sono di qualche anno, e spesso sono solo di qualche mese. Tu studia quanto vuoi ma intanto ti mando a fare il cameriere perché, tra un contratto e l'altro, vedrai che ti servirà.

Abbiamo un mercato del lavoro (già quest'espressione "mercato" assume un'aura sempre più sinistra, nel senso di lugubre, e non di sinistra) in cui un'azienda magari ti assume per sei mesi, poi ti riassume per altri sei mesi, e alla terza volta vorrebbe anche riassumerti ma non lo fa, perché alla terza dovrebbe metterti sotto contratto a tempo indeterminato, e allora ti fa un bel ciaone (questo non è un esempio buttato lì, è storia vera, non mia, ma una testimonianza che ho ascoltato qualche giorno fa).

Perciò, già il concetto secondo cui mandare dei ragazzi che studiano a fare questi lavori stagionali, come se ci fosse una qualche prospettiva di inserimento finito il percorso di studi è, come dire, non trovo le parole... un atto di demenza? O come diceva il buon Ragionier Ugo sulla Corazzata Kotiomkin…


Ma facciamo un passo ancora più indietro e pensiamo a cosa deve servire la scuola. La sQuola dovrebbe (dovreeeeebbe) essere un percorso formativo. Detta così è una bella frase fatta, tradotto: dovrebbe darti le competenze per entrare nel mondo del lavoro, giusto? Sbagliato! Dovrebbe fornire conoscenze, aiutare a sviluppare capacità logiche, matematiche, di comprensione, giungere attraverso la cultura a formare delle persone capaci di interpretare la realtà. E si chiama Maturità perché dovrebbe aiutare a formarsi come persone, a sviluppare uno spirito critico, ad avere opinioni che non siano fini a se stesse e figlie del proprio isolato punto di vista e del proprio piccolo, ma basate sulla complessità del mondo che ci circonda, un mondo in cui siamo sommersi da informazioni che non sappiamo usare perché non c'è nessuna disciplina nel modo di riceverle, studiarle, assorbirle e giudicarle nelle loro sfaccettature.

Quando studiavo io già si diceva che gli studenti italiani erano tra i peggiori in Europa per comprensione del testo. Giusto per non sparare cazzate a vanvera basta farsi una ricerchina veloce e ci vuol poco a trovare dati abbastanza freschi (2016), fonte studi OCSE e riportati dal Sole 24 Ore (quindi non dal barbiere sotto casa). [Link a fondo pagina]

La mia impressione è che oggi quando si parla di "comprensione del testo" ci si riferisca per lo più alla traduzione di testo straniero. Io leggo, traduco, e se traduco bene ho capito il testo. Giusto? Sbagliato. Perché tradurre non significa necessariamente capire il testo che si sta leggendo. Una traduzione può essere un (non)semplice lavoro di scambio di parole da una lingua a un'altra, rispettando determinate regole grammaticali. Il punto è che tra leggere e capire ne passa, e noi italiani siamo ahimè un popolo che già di per sé legge poco, e in percentuale capisce meno. Oh, non è che mi piaccia farci passare per scemi, ma visto che la matematica non è un'opinione e i nostri numeri in questo frangente sono penosi se confrontati al resto d'Europa, braccia larghe e sguardo basso. [Se non altro, pare che almeno i più giovani leggano di più, link a fondo pagina]

Tenete duro che questo pippone sulla comprensione del testo ha il suo perché, mo' ci arrivo. La comprensione del testo si fa in italiano. Cioè, era la principale branca dello studio dell'italiano quand'ho fatto io la maturità (tanto tempo fa, in una scuola grigia grigia), e si può riassumere in una reminiscenza degli studi sulla poesia: c'è il significato e il significante. E c'è in poesia come in ogni altro testo. Una cosa è la parola in sé che ha un significato, una cosa è il testo e il suo senso (il significante).

Ed è qui che noi stiamo alla frutta (marcia): trarre informazioni, comprensione, conoscenza, da un testo. E che non siano sterili contenuti, ma sia la capacità di capire il mondo.

Se non capisci quello che leggi, puoi dire con certezza di capire ciò che senti? Alla tv, alla radio, o quando in un gruppo ascolti ciò che dicono gli altri. E come ti relazioni con l'informazione, con la politica, e a quali cose crederai quando escono dalla bocca di chi governa o vuole governare?

Se questo livello di comprensione è basso, quale livello di competenza si può raggiungere nel mondo del lavoro? Là dove competenza deriva da "competere" in un mercato tritacarne in cui i competitori sono non solo obbligati ma anche disposti a svendersi per mancanza di alternative, accettando contratti e condizioni di lavoro per cui andrebbero fatte lotte sindacali e manifestazioni in piazza (che si facevano quando la fame di diritti era più forte di quella che attanaglia lo stomaco).

Questo per dire che l'istruzione non dev'essere asservita ai modelli aziendali-industriali. Non dev'essere un apprendistato dei compiti che andrai a svolgere, che è pure un concetto controproducente se pensiamo che i processi industriali e il mercato cambiano, di conseguenza nel tot di anni che tu studi qualcosa, il mondo e la tecnologia avanzano. Non è la scuola che deve insegnarti a lavorare, ma formandoti come persona darti la capacità di usare il cervello, perché è questo che ci rende adattabili nel lavoro. Un sistema scolastico sottoprodotto di formazione aziendale renderebbe i giovani semplici automi, quando dovrebbe produrre menti sveglie.


3. Non solo per sentito dire: La Cosa da un altro anno


La mia esperienza personale: era il lontano 2003 e in via del tutto sperimentale c'erano istituti (il mio era un IGEA, Indirizzo Giuridico Economico Aziendale) che avviavano questo progetto di alternanza scuola-lavoro. Allora non si chiamava così, non ricordo nemmeno se avesse un nome, ma lo chiameremo "La Cosa".

"La Cosa" era una delle tante attività opzionali da fare in orario extracurricolare (non usavo questa parola da secoli) che davano crediti formativi, con la particolarità che si protraeva anche in estate. Non che la cosa mi allettasse molto, ma essendo un percorso in tre fasi: preparazione, stagione estiva, e la terza non me lo ricordo ma qualche specie di esame post-Cosa, dava diritto a punti di credito per due anni invece di uno. Quindi per una questione più di comodo che altro (1 corso, crediti per 2 anni) vi presi parte. Credo che l'iscrizione fosse libera, non ricordo se ci fosse un numero chiuso ma non si poteva avere una media voti inferiore a un tot punti. Ci fu un'adesione modesta, meno di una ventina in tutta la scuola. Nella mia classe, sboroni, ci iscrivemmo in quattro o cinque (circa la metà pendolari tra l’altro, me compreso).

Ciascuno studente faceva il suo numero di ore nel corso di due settimane, poi iniziava il successivo. Io ero stato assegnato a una ditta che faceva riparazioni di elettrodomestici, con assistenza a domicilio.

Come trascorsi quelle due settimane? I primi due giorni, mettendo timbri della ditta sugli opuscoli informativi da lasciare ai clienti. Il titolare, vedendo che nessuno si era degnato di darmi un compito cristiano, mi chiese di fare un catalogo dei ricambi che fosse consultabile dai tecnici. Che era pure abbastanza interessante come idea, dovevo andare al magazzino, nel ginepraio dei ricambi, prenderli e fotografarli, scrivere il codice, organizzarli in una tabella e impaginare il tutto. Certo, avere almeno qualche dritta o richiesta dai tecnici perché venisse fuori una cosa ben fatta, sarebbe stato meglio ma nessuno diede importanza alla cosa. Avevo da fare e nessuno si curava della mia esistenza. Dopo un paio di giorni il catalogo era pronto e lo si doveva stampare. Dal momento che stampare a colori all'epoca costava un botto, e che alcuni ricambi visti in bianco e nero sembravano identici, giunto a conclusione il mio piccolo progetto abortì.

La seconda settimana fu diversa. In un ambiente lavorativo non gerarchizzato da ruoli stabiliti dall'alto, si creano più o meno le stesse dinamiche di un branco: c'è il maschio alfa, che è il capo, che vedrai sempre ben vestito, lo vedrai di sfuggita e ti dirà forse cosa fare una volta sola. Ci sono poi gli operai, i maschi beta, che fanno il loro lavoro e basta. C’è poi chi dirige la baracca: le donne. Per quanto mi ricordi, a fare il grosso del lavoro erano due signore, una che rispondeva al telefono e l'altra che passava ore ed ore a fare archiviazione dati e preparare documenti per i clienti. Dopo una settimana avevo capito che erano loro le autorità, quelle che facendo così tanto lavoro non ti avrebbero certo lasciato a girarti i pollici. Così dopo aver osservato e ascoltato quello che facevano ho chiesto di essere messo al lavoro.

Mi hanno schiaffato dietro a una scrivania, una di quelle dove si lavorava, non come l'angolino in cui m'avevano relegato i primi giorni, e ho fatto archiviazione dati e preparato qualche documento. Per inciso, nessuno mi dovette spiegare niente, quando chiesi se potevo farlo mi chiesero "lo sai fare?" ed io da buon smanettone del computer, mi sono limitato ad osservare i passaggi, il resto erano capacità che già avevo. Io e qualcuno dei miei compagni sapevamo d'informatica più dei professori, che hanno potuto insegnarci davvero poco.

Capitò poi che la donnona numero due, centralinista capo, trovandosi sola mi mise a rispondere al telefono. Anche stavolta senza nessuna indicazione particolare, se non quella del tasto con cui mettere in attesa i clienti finché lei si liberava.

Quando avevo sei-sette anni e i miei genitori avevano (ancora) un'azienda, non avevano un ufficio e i clienti chiamavano a casa. E siccome loro stavano a lavoro, toccava a me che sapevo appena scrivere rispondere e prendere gli ordini. Insomma, c'ero nato, l'ho fatto per anni. Succede dunque che il telefono ribolle e io ti vado a rispondere con la classica formula dell'azienda: salve, sono Quinto, in cosa posso esserle utile? - in sottofondo, voce della maestra dei Peanuts - prego attenda un attimo in linea. E la signora mi guarda stranita, manco fossi Charlie Brown che ha appena fatto volare l'aquilone, e mi dice "bravooo". Sì bravo, ho sentito questa roba per 10 giorni in sottofondo ora dopo ora, so che si deve rispondere così, certo se mi spiegavi qualcosa in più del tasto d'attesa potevo essere io più utile e tu stupirti di meno.

Giusto in quell'occasione avevo scoperto che la ragazza del corso che mi aveva preceduto, aveva fatto solo la centralinista, per tutto il tempo. Ecco, lei sì che è stata preparata a quello che sarebbe stato il mondo del lavoro del decennio successivo: callcenter.

Finisco il mio periodo nell'azienda, potendo dire di aver lavorato almeno per una delle mie due settimane. Scoprirò poi d'esser stato l'unico a ricevere tutti i punteggi massimi nel gradimento dell'azienda.

E come tutte le storielle ci vuole una morale: non sono stato il più bravo perché mi avessero insegnato qualcosa, ma mettendo in pratica cose che sapevo già fare. Tutte cose che non avevo imparato a scuola, e non mi avevano insegnato in quell'azienda.

Perciò dalla mia esperienza di "scuola-lavoro" non solo non ho imparato niente, ma sono riuscito ad essere utile solo grazie a ciò che già sapevo fare. E perché io mi sono proposto per rendermi utile. E sticazzi se mi è andata di lusso, nessuno mi ha messo a pulire i cessi o a raccogliere pomodori.

Un ultimo ricordo: la riunione post-esperienza con la responsabile del progetto, che vedemmo solo nella preparazione iniziale e dopo la fine, mai durante (o almeno io, gli altri non so). Ricordo che alle nostre domande su come avessimo trovato l’esperienza si crearono silenzi e sguardi di sottecchi, in cui mancava solo la pagliuzza volante. Eravamo concordi tutti quanti sul fatto che non avessimo imparato niente di utile, a parte due o tre voci fuori dal coro che si dicevano soddisfatti solo per fare piacere alle proff. e alla coordinatrice (vedi alla voce “facce come il culo”). E ricordo tra noi il nascere di un’acerba forma di consapevolezza che quanto avevamo studiato nelle materie economiche e aziendali non ci fossero servite praticamente a nulla.


4. Hopelessly passing your time in the grassland awaaaaaaaaaaay


Questa era l'alternanza scuola lavoro nel 2003 quand'era sporadica e sperimentale. E' divenuta legge nazionale nel 2015, applicata tra l'altro a macchia di leopardo con solo un terzo di studenti coinvolti e maglia nera di risposta al sud (io l'ho fatta proprio al sud).

Ma facciamo due conti: io ho fatto 50 ore in azienda, più 10 o 12 ore di "preparazione" in cui non ci prepararono proprio per nulla, era in sostanza un supplemento di economia aziendale, quindi arrivammo in azienda senza un minimo di direzione. 50 ore dicevo, in 2 settimane, fanno 4 ore al giorno. I numeri dell'alternanza come stabilito dalla legge vanno dalle 200 alle 400 ore non retribuite. 400 ore sono un'infinità di tempo e vanno messe su due bilance, una è quella degli studenti che si suppone debbano anche frequentare la scuola e studiare (perché a scuola questo si dovrebbe fare), visto che non tutti hanno potuto farlo d'estate. Sull'altro piatto della bilancia c'è che 400 ore vanno ad impattare significativamente anche sul mercato del lavoro, e non certo in positivo se, com'è successo, tanti studenti sono stati usati per bassa manovalanza gratis, quindi se io in un bar o un ristorante avevo bisogno di un addetto in più, non lo assumo se posso avere 400 ore che 4 per volta coprono 100 giorni (più di tre mesi), e non vado ad assumere un aiuto in più: questo per me significa anche un effetto boomerang sull'economia.

Il carattere di obbligatorietà è del tutto delirante, e credo sia anche questo ad aver fatto nascere situazioni grottesche. Non voglio credere che tutte le aziende che hanno fatto porcate le abbiano fatte intenzionalmente, se non hai criteri organizzativi chiari e ti ritrovi per le mani tot ragazzi senza sapere come impiegarli ovvio nascano casini. E l'obbligatorietà è due volte sbagliata se non c'è modo di farla rispettare. Così mentre uno viene sfruttato e si massacra per raggiungere le ore previste, l'altro non le fa.

Pare non si sia fatto il minimo tesoro delle vecchie prove sperimentali come la mia. Non so nei dieci anni successivi quanti corsi sperimentali siano stati fatti, ma non si può lamentare il fallimento per via del fatto che fosse una cosa nuova, perché non lo era. Certo che sparare un provvedimento di tale portata, se si parla di 1 milione e mezzo di studenti coinvolti, non ha certo fatto bene al mercato del lavoro. Facendo anche solo una media di 100 ore a studente, quanti milioni di ore non retribuite sono stati immessi nel mercato del lavoro? Quale impoverimento ha causato a chi da quelle ore avrebbe potuto trarre reddito? La beffa oltre al danno.

Se non altro tutto questo è servito a fotografare lo stato di menefreghismo e scorrettezza di alcune aziende e l'incapacità organizzativa statale, mentre l'utilità ricevuta dagli studenti pare esser poca. Magari è anche un bene che due terzi degli studenti italiani si siano risparmiati questa boiata. O forse no. Forse dovevano passarci tutti per vedere come sta messo il mercatino del lavoro. Come stanno le aziende da cui dovranno poi elemosinare un posto.

Credo che l'alternanza scuola-lavoro sia sbagliata a livello di concetto, due volte sbagliata rispetto al mercato del lavoro e alla scuola come strumento formativo. La formazione non dev'essere finalizzata a soddisfare un'azienda. Anche perché a quel punto si inizia a ragionare in termini di sola utilità dell'istruzione, utilità intesa come utile, tutto ridotto al concetto base del profitto e dello stipendio. E a quel punto ci diranno che studiare musica non ti serve per entrare nel mondo del lavoro. Che non ti serve studiare arte. Che non ti serve nemmeno studiare storia. A seconda del "pacchetto azienda" che dovrai soddisfare, cosa sarà utile? L'inglese? La matematica? Che te ne farai di Dante e Virgilio? Se devi rispondere a un telefono non devi farlo in rima. Non serve suonare uno strumento se devi solo suonare il campanello per consegnare un pacco. Si gioca al ribasso se a stabilire il benessere e il modello di formazione del cittadino non è più lo Stato interessato alla formazione di persone dotate di cultura e senso civico, ma il Mercato nella sola utilità dei compiti di un'azienda da soddisfare.

E mentre il nostro vocabolario si riduce, insieme alla capacità di sillabare, mettiamoci in fila ad elemosinare il prossimo lavoro ripetendo l'ultima sillaba che ci è concesso conoscere, la più importante di tutte: be. Be. Beee. Beeeee. Beee.


Articoli e testimonianze sull'alternanza scuola-lavoro:

http://www.unionedeglistudenti.net/sito/formati-non-sfruttati-al-via-la-campagna-sullalternanza-scuola-lavoro/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/06/alternanza-scuola-lavoro-la-denuncia-degli-studenti-sfruttati-per-pulire-i-bagni-dei-ristoranti-e-fare-volantinaggio/3422124/

https://www.vice.com/it/article/vvjyb9/come-e-alternanza-scuola-lavoro-testimonianze-studenti

E così via, se cercate ne troverete altre.

Articolo del Sole 24 Ore sulla bassa comprensione del testo in Italia:

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-04-14/ocse-italia-maglia-nera-capacita-lettura-adulti-210855.shtml?uuid=ACMug47C

Articolo sui dati di lettura in Italia:

https://www.corriere.it/cultura/17_dicembre_27/libri-dati-istat-lettura-italia-2016-683b8b12-eb2b-11e7-aee4-bc31285a7c38.shtml


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