scrivi

Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

MITI DI SABBIA

RACCONTI PERDUTI DEL SAHARA

203 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 23 agosto 2019 in Viaggi

Tags: #Deserto #Sahara #Viaggiare #Ancestrale #Miraggio

0

Copertina del libro.
Copertina del libro.

Racconti perduti del Sahara

Essai da "MITI DI SABBIA" - Ilmiolibro – La Feltrinelli - 2012



'Prologo del mattino'.


L’incontro sarebbe certamente avvenuto se, ad un immanente desiderio di luce, fosse corrisposto il disegno tangibile di una qualche predisposizione celeste. Se a un certo momento, l’universo tutto fosse stato cosparso dei tepori e dei profumi che avrebbero reso leggiadro l’idillio. Solo allora ciò sarebbe potuto accadere, allorquando Nefer, fulcro della suprema bellezza, avesse assecondato il sorgere della cosmica armonia.
Certo, si sarebbe dovuto ordinare ogni cosa ancor prima del suo nascere ancestrale, tracciare la linea apparente dell’Orizzonte, immaginare l’arco luminoso del Sole, designare le fasi alternate dell’argentea Luna; dare all’aurora la trasparenza dell’aere, le ombreggiature violacee dell’alba, le sfumature dorate del giorno, le coloriture vermiglie del crepuscolo, la superba oscurità della notte, onde sostenere Nefer durante il suo mirabile levarsi.
Sarebbero occorsi sconvolgimenti più che straordinari, concatenazioni imprevedibili in cui gli astri avrebbero dato moto al “moto”, al duplicarsi dell’istante astrale in molteplici istanti, dare alle tremule stelle le molteplici configurazioni zodiacali, allorquando un nuovo ciclo evolutivo avrebbe dato inizio alle stagioni, al giorno e alla notte, al succedersi delle ore, dei minuti e degli attimi di cui ha forma il Tempo.
Una nobile aspettanza dunque quella che Nefer riversava nel cielo della Grande Notte, ammirevole per la segreta cura con cui attendeva alla sua purificazione, la magnificenza con la quale predisponeva ogni cosa, ogni suo vago intendimento, proporzionatamente, circolarmente, simultaneamente, entro le virtuali combinazioni della perfezione e del sublime, quasi il suo incontro stesse ogni qual volta sul punto di accadere.
Come di un’alba in procinto di levarsi e che mai si leva, Nefer non fu mai, o forse sempre, consunta nell’attesa estenuante del suo interminabile divenire. Dapprima fu l’orgoglio, il desiderio avito, la segreta ambizione, allorché, attraversato il cielo dell’immaginario, divenne l'astratta finzione si se stessa, la fantasia infinita, il conturbante sogno. Allorquando, sospinta verso la propria sorte terrena, divenne la fiamma che avvampa, l’impeto furente della passione, il veemente amore.
Null’altra cosa Nefer sarebbe addivenuta, se non ciò che da sempre desiderava con ardore, con l’entusiasmo di spingersi oltre la certezza della propria esistenza ed entrare nell’empireo dei primordi, nel pieno sfolgorio della Luce. Quello che una segreta istanza fissava entro un “tempo fermo” che sempre allontanava il momento della sua spettacolare entrata nel cosmo, e che le negava di far parte della natura divina del Tutto.
Indugiò a lungo Nefer, dacché all’attesa iniziale seguì un’altra estenuante attesa e un’altra ancora, infinita, pur senza fiaccarsi mai di quella che sarebbe stata la segreta ansia del suo morire, e la speranza manifesta del suo fulgente rinascere. Chi mai avesse avuto modo si scorgerla l’avrebbe veduta attraversare fuggevole lo spazio celeste degli albori, come una cometa impazzita senza destino, persa nel vortice tumultuoso della sua folle corsa.
Sì, Nefer avrebbe atteso ancora a lungo la sua straordinaria ascesa cosmica, fino al sorgere del Tempo, fino a che l’aura divina avesse acceso il cosmico universo e gli astri avessero preso il loro volteggiare lento. Allorché, abbandonatasi nello splendore che la bellezza emana, si assopì leggiadra nel nimbo numinoso dell’eterno. Fin quando un’alba dorata, limpida e pura, precipitata dentro il mistero del presente, levossi per la prima volta sopra le acque inondatrici del Nilo.



'Prologo del meriggio'.

Il Djenoun che per primo tirò il "sasso" nel grande mare planetario, restò punito, perché i cerchi concentrici che ne scaturirono, irradiandosi, procurarono la prima inarrestabile inondazione, che a sua volta mise in movimento tutte le acque, e che infine scatenò il Diluvio. Era bastata la forza propulsiva di quel gesto per dare origine al moto e ad imprimerlo all’universo. A far sì che Ouzzal, la primeva acqua sorgiva, riversandosi nell’alveo dell’avito fiume, fluisse indisturbata fino alla conclusione del primo ciclo evolutivo della sua esistenza cosmica.
Protesa verso quell’impossibile meta che pure le consentiva la purezza incontaminata, nonché la percezione nascosta e il contatto sensitivo, Ouzzal sopravvisse a lungo, ignara dell’originario ordito che le negava di violare l’arcano principio della fecondazione profonda. Allorché, profanato il segreto abissale della sua natura, intraprese la sua avanzata fin dentro le mirabili sfere della luce, onde giammai avrebbe dovuto propagarsi, pena il prosciugamento, la seccura, la desertificazione.
Convinta di non essere uguale a nessuna altra oggettiva consistenza, Ouzzal si ritrovò in breve prosciugata dell’umida linfa che segretamente custodiva da lunghissimo tempo, e nulla poté contro il primitivo fuoco del Sole nascente, predestinato fra gli astri a regnare grandioso su tutto il creato. Finché della sua liquida essenza non rimase che un’esile traccia affinché si riversasse nei solchi profondi dell’oblio. E solo molto più avanti nell'oscurità dei tempi, di riemergere dall’arida seccura nelle segrete guelte del Tutto.
A nulla sarebbe occorso il tentativo di appropriarsi della dinamica del moto se i Djin, dispettosi, non avessero ripetuto di quando in quando, seppure per gioco, il fatidico gesto di gettare un minuscolo granello di sabbia nelle acque specchiate di quel cielo, che infine le avrebbe permesso di raggiungere il fiume del ricongiungimento. Non v’era in seno alla Grande Notte alcuna certezza di un suo possibile ritorno, eppure ciò accadde, allorquando varcata la soglia di un ultimo ciclo evolutivo, Ouzzal cosparse la sua liquida essenza sulla faccia desolata della Terra, tramutandola in un’oasi lussureggiante di vita.
Da allora, un tenue vapore lontano, azzurro e dorato, talvolta si leva dal suolo fin dentro il cielo sospeso, dando luogo a una “visione”, o forse a una “speranza”, frutto di quell’immaginario che le genti del deserto comunemente chiamano el-Serab, nell’astrazione della mente inaridita che pur vive nel ricordo di un qualcosa che è stato, o che forse, non avrebbe dovuto essere mai. Specchio dove ognuno infine riconosce la propria fuggevole immagine, riflessa entro un’aura dorata, un miraggio destinato presto a scomparire.



'Prologo della sera'.

Aveva attraversato i millenni a scrutare dentro e intorno a sé lo spazio aureo, nel cui cavèo ciò che non era ancora della materia componeva e scomponeva a piacer suo, per ricomporlo poi, senza disegno alcuno, collocando ogni cosa entro le meravigliose sfere della conoscenza.
Interprete eloquente dei costrutti che avrebbero regolato l’universo, Touhid era l’assoluta unicità del Tutto, espressione autentica di un medesimo Se che assumeva forma e si mostrava dentro la dissolvenza della luce, a immagine e somiglianza d’una entità precedentemente costituita.
Nondimeno Touhid, che pur conosceva il supremo ordine delle cose, serbava lo stupore e l’estasi del creato senza tuttavia comprenderne l’arcano, ciò che in verità mancava al conseguimento della propria perfezione e che non gli era dato oltremodo di scrutare.
Giammai Touhid avrebbe potuto enunciare un’idea o promuovere un’azione, che subito diventava inevitabile condizione del “possibile”. Finanche l’“infinito”, essenza trascendente dell’immaginario, sarebbe divenuto accessibile quale rivelazione del Tutto complementare.
Ancorché Touhid, fattosi specchio degli archetipi primari, la cui formulazione risaliva al volgere supremo del Tempo, non si fosse apprestato ad aprire un’ultima porta segreta, lì dov’era celato “l’occulto mistero dell’occulto sapere”, che ogni cosa infine potè accadere.
La rivelazione dunque avvenne, e non fu più possibile disconoscerla, poiché si riversò in tutta la sua immensa vastità nelle sfere della conoscenza. Ciò che sarebbe comunque accaduto all’interno di un ultimo ciclo disgiunto da ogni altro accadimento, tuttavia ancor prima del formarsi cosmico del Tempo.
Allorquando, preso da stragrande ambizione Touhid s'apprestò a ricomporre la scatola dei giochi, si dimostrò incapace di mettere ogni singolo tassello entro il disegno originale del creato, e che precluse inevitabilmente la sua immanente ascesa nell’infinito universo.
Mai più Touhid, che pur si abbeverava alla fonte primigenia della conoscenza, sarebbe uscito dal labirinto delle “infinite” soluzioni che lui stesso andava escogitando durante i suoi giochi. Non senza prima aver appreso le leggi che regolavano l’universo e che riconducevano su di un medesimo piano ogni matematica misurazione.
Non senza prima aver innalzato a sé ciò che era a lui inferiore, e abbassato ciò che da sempre lo sovrastava. Soprattutto, non senza aver ricomposto lo schema iniziale della sublime geometria del Tangram, sul cui schema si giocava l’equilibrio delle parti, il perfetto riscontro di ogni dimensione.
Ancorché accecato dalla furia, Touhid si rifugiò dapprima nell’irraggiungibile illusione che sovvertiva i suoi geniali costrutti, per catapultarsi infine fuori di quella ch’era ormai la stanza dei suoi giochi impossibili, rapito dagli impetuosi venti cosmici che lo spingevano nell’ancestrale nulla.
O forse, entro quel Tutto che i cicli evolutivi e involutivi che regolavano l’universo andavano tramutando in polvere astrale, sottile e argentata al chiarore della luna, fragile e ambrata sotto il cocente sole, sabbia d’uno sterminato deserto sotto il cui peso Touhid giacque sepolto per i millenni a venire.
Di ciò che era stato, dei suoi costrutti, delle sue mirabili argomentazioni, non rimase che un’eco lontana portata dal vento, cui i primi viaggiatori sorpresi prestavano orecchio. E solo di tanto in tanto le sue grida, disperate e imploranti, riaffioravano alla dischiusa memoria del Tempo.


Fin quando, recuperata la propria ancestrale perfezione, Touhid si abbandonò all’unicità del Tutto, e rivolto il suo cieco sguardo al supremo assoluto, si predispose a entrare nell’empireo cielo, ascoso per sempre nella luminescenza dell’aire.



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×