scrivi

Una storia di lisa1949

Non sei tu

una lettera che non leggerai

548 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 21 settembre 2018 in Altro

Tags: #Alzeimer #degenerativa #demenza #legami #sentimento

0

Non sei tu


La vita è bizzarra, come un’ombra mascherata dai raggi del sole riflette le emozioni, restituendole alle nostre coscienze. È un mistero, però, il motivo per cui si attenuano gli ultimi bagliori.

Poco a poco vedo una persona a me cara perdersi e non la riconosco più, gli sono estranea.

Il suo cervello perde gli stimoli, le connessioni sono disorientate, i neuroni si cancellano.

E mio fratello non sa chi sono, nella testa è come se gli volasse uno sciame d’api. Rumori che lo frastornano, a volte urla: forse ha paura.

Ciò che annienta è restare a guardare, impotenti, questo male orrendo, portare via la sua ragione anzitempo senza neppure concedermi l’illusione di un ultimo saluto.


Prima che il buio ti prenda, ma temo sia già tardi, vorrei dedicarti un pensiero. Per me è importante scriverti, ti ho sempre voluto bene, ma non ho mai pensato fosse rilevante confidarlo a un fratello .

È difficile accettare lo spegnersi dei tuoi pensieri, della loro luce, che tu non sappia riconoscermi. Mi si spezza il cuore a osservarti così, gli occhi persi nel vuoto, mentre tenti di ripetere il mio nome.

Eri per me un esempio, il mio riferimento. Poi, a un tratto ti sei smarrito sulla strada del ritorno. Nella tua mente è sceso il buio, ti ha trascinato altrove.

Un luminare, insieme a molti altri specialisti, ha sentenziato un nome: Alzeimer. E tu non sei più tu.

E vorrei parlarti della nostra infanzia, vissuta insieme saltuariamente. Dirti del mio entusiasmo quando ci siamo incontrati per la prima volta, bambini entrambi, confusi, emozionati.

Vorrei dirti quanto ho amato il tuo lato artistico, il portamento distinto, riservato e disponibile, generoso, sempre. Confidarti, come non ho mai fatto, quanto sei stato importante per me, unico anello in grado di collegare le nostre vite di famiglia allargata fatta di radici ingarbugliate, sparse.

La mia ammirazione si perdeva nelle rare ore trascorse insieme a giocare. Sei sempre stato grande e posato. Vorrei parlarti, farmi raccontare di te, di nostro padre, porti domande rimaste sospese per discrezione. Però, mi guardi accennando una smorfia simile a un sorriso e comprendo che i tuoi occhi vagano altrove.

«Ricordi il mio nome, Francesco?» chiedo, per stimolare ciò che ti è rimasto della memoria.

E con voce quasi impercettibile inizi a balbettare: «Ma, ma…No, non so…»

Percepisco un lieve imbarazzo o è solo una mia impressione, poi ti scivola la caramella dalle mani, hai difficoltà a trattenere le cose. Fumare ora ti è stato impedito, potrebbe essere pericoloso, non riesci a gestire la fiamma e ti sei bruciato più volte gli indumenti. La cosa ti innervosisce, motivo per cui continui a scartare caramelle, troppe: è un modo per far passare la giornata.

Per fortuna la tua casa ha un grande giardino, dove passeggi inquieto, chiedendo ogni minuto: «Andiamo,.andiamo fuori.» e il tuo tempo trascorre lento, in qualche modo e ti pesa.

Cos’é successo nella tua mente, non so spiegarlo. Troppo rapido è stato il declino, ti sei perso per strada all’improvviso, che sgomento!

Hanno telefonato a tua moglie, tu non ne sei stato capace, e ti sono venuti a prendere: non sapevi trovare la via del ritorno. Poi hai accostato l’auto per chiedere aiuto a qualcuno: per fortuna, poteva finire peggio.

Si erano già accorti a casa, tua figlia e tua moglie, che qualcosa era cambiato dentro di te, sei sempre stato taciturno e questo ha fuorviato le valutazioni. E poi, con quale scusa si sarebbe potuto affrontare un argomento tanto delicato? Un uomo poco più che sessantenne, sicuramente non lo avrebbe accettato.

Troppo presto è accaduto. Tutto il mondo intorno a te è crollato. L’azienda, le tue passioni, dipingere per te è diventato complicato, non riesci a coordinare pennelli e colori.

I tuoi quadri mi hanno sempre entusiasmato e, quando mi hai regalato quello raffigurante la composizione floreale, mi sono sentita onorata di poterlo esporre sulle pareti della mia nuova casa.

Il tuo cervello ha avuto un black-out, hai perso le informazioni della memoria, si sono mischiate, confuse, non so spiegarmelo, ma è successo proprio a te e mi fa male vederti ancora distinto e prestante, vagare senza consapevolezza, come un bimbo impaurito.

Hai avuto tanto, lo hai ampiamente meritato, sul lavoro e in famiglia: tutto ti è stato sottratto precocemente.

Mamma non sopporterebbe di vederti così, lei stravedeva per te e da bambina io ne ero gelosa.

Chissà per quale ragione le raccontavi dei tuoi successi, poi finivi con una frase: «Mi rammarico solo di una lacuna: vorrei essere intelligente.» Non me lo sono mai spiegato. Un presentimento?

Spero tu non sia in grado di intendere, me lo auguro profondamente, è umiliante farsi imboccare al ristorante, lasciar gestire le tue scelte, farti guidare la mano, quando non riesci a portare il cibo alla bocca. Rimediare se ti butti addosso il gelato. Quello non deve mancare mai a fine pasto.

E, quando tua moglie interviene per aiutarti, hai come un gesto di stizza. Allora penso “non è vero che non si rende conto della situazione”. E’straziante per me, ma non c’è nulla che possa fare.

Vorrei accadesse un miracolo, anche se hai superato ormai la settantina, che venisse trovato un rimedio per fermare questo regredire della mente. Magari testando una terapia di nuova generazione con particolari esercizi al computer. In quel caso potremmo ancora raccontarci di noi, di quando si era sereni e giocavamo a tirare di boxe con i guantoni di pelle del nonno.

Invece no, il tempo di dedicarti questi pensieri e sei precipitato negli abissi della malattia, repentinamente e non me lo so spiegare.

Ora non puoi mangiare da solo e ingurgiti solo cose frullare e bevi l’acqua in gelatina. Non camini più e indossi il pannolone. Perché? Un declino così improvviso non lo immaginavo e, nella stanza della clinica dove sei ricoverato risuonano solo i tuoi lamenti quando gli infermieri ti cambiano. Mi resta la soddisfazione di portarti in giardino sulla sedia a rotelle, dove stai scomodo: sei troppo alto e posi i piedi a terra nel tentativo di alzarti e fuggire da quella prigione.

Ho una fitta al cuore quando pronunci le uniche parole che ti riescono chiare: “andiamo” e “casa”.

Qualche giorno fa hanno parlato in televisione di una nuova sperimentazione. Mi si era accesa la speranza di poter recuperare ancora un po’ di noi e dei nostri ricordi. Purtroppo, invece, i nostri contatti si sono spenti per sempre, insieme al ricordo delle nostre aliene radici.


Luisa

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×