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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine PassioNataMente

Bianca

Un amore

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6 minuti

Pubblicato il 19 febbraio 2021 in Storie d’amore

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La luce entrava dalle finestre riflettendosi sulla parete bianca, creando giochi chiaroscuri.

In quella casa, posta tra morbide e sinuose colline, era nato, aveva vissuto e amato. Dolci declivi in cui immagine e fantasia creavano quadri naturali struggenti nell'ora del tramonto. Il sole si nascondeva timido dietro la curva scura della collina foriero d'ispirazione artistica.

Amava dipingere in quella grande stanza dentro quella grande casa contenitore di emozioni forme e colori, sospinto dalla passione, dal desiderio di possedere quei corpi attraverso l'impalpabilità dei colori, delle sfumature, dei suoni che sembravano uscire da quelle tele.

Sospiri, frasi d'amore che sfilavano nella sua mente, mentre la forma di un seno, la rotondità di un ventre, la purezza di uno sguardo uscivano da quei pennelli come a voler dar loro vita.

Dipingeva senza motivo alcuno. Né bisogno economico.

Il suo vero lavoro era quello di medico. E proprio in una sterile stanza d'ospedale conobbe lei,

Bianca, la sua prima modella, la sua prima passione. Moglie e madre. Amante e amica. Fino a quel giorno. Un giorno sviluppato all'interno di un passato cancellato con pennellate rabbiose. Le tele usate come bersagli.

I quadri raffiguranti il suo corpo snello, la sua lunga chioma bionda, tappezzavano le alte pareti che finivano sotto ad antiche travi tarlate e scurite dal tempo.

Quadri che lui aveva oscurato con drappi rossi come macchie di sangue sulle pareti bianche.

Solo uno era rimasto sul cavalletto. L'ultimo. Sul volto dipinto di Bianca quel giorno maledetto schiacciò un intero tubetto di tempera. Il colore schizzò sulla tela come un oltraggio. Le macchie rosse a rappresentare il colore del sangue. La tempera che scivolava giù formando righe pietose, gocciolando infine sul pavimento. L’immagine della sua donna, nuda sul pavimento, con le vene tagliate e il sangue che sgorgava quasi felice, rimase impressa per sempre sulla tela imbrattata.

Per giorni vagò con il tubetto svuotato in tasca. Così si era sentito nel suo camminare senza scopo. Vuoto e assente. Dipingere era l’approdo, la salvezza per non impazzire. Dieci anni senza amore né speranze. Non faceva più il medico, non curava più le persone. Adesso era lui ad avere bisogno di cure. E nulla era più terapeutico che inventare volti e corpi da imprimere su tele sempre più ingorde. Anche quel giorno, di un autunno caldo e infagottato dai colori accesi, stava per terminare. Più tardi avrebbe spento la luce, riposto i pennelli, sarebbe andato nella stanza del camino e avrebbe acceso il fuoco ascoltando il crepitio della legna. Così faceva con Bianca tutte le sere. Anche se era estate. Lei amava i colori del tramonto, dell’autunno e del fuoco. E lui amava lei. Da allora nessuna donna era entrata in quella casa e nel suo cuore.

Il bussare al portone lo fece sobbalzare mentre era assorto nel delirio dei ricordi.

Alla porta apparve una donna. Un volto interessante. L'espressione intensa. L'età era quella della maturità. Del frutto polposo. Sembrava spaventata. Smarrita.

- Buonasera, mi scusi ma non conosco questi luoghi peraltro incantevoli, sto cercando la casa della famiglia Giacometti... il mio cellulare non prende e non riesco a contattarli...

La fece entrare. Cortesemente la invitò a sedersi sul divano. Lei indugiò un attimo sentendosi improvvisamente fragile, vulnerabile.

- Non vorrei disturbarla... piacere, Anna.

- Nessun disturbo, anzi, l'aspettavo. Sono Paolo.

Le sue mani gli sembrarono piccolissime. Lei raccolse con un sorriso quella stretta che la fece sentire subito bene.

Seduta su quel divano scuro con quell'abito bianco che lasciava intravedere due gambe affusolate, sembrava la modella che lui attendeva da un tempo che gli sembrò in quell'istante infinito.

L'impulso di prendere tela e pennello divenne vitale. Reale. Un impulso difficile da contenere. Da domare e decifrare. E non poteva, non voleva domarlo. Iniziò come uno struggente desiderio.

Lei fece per alzarsi. Lo sguardo di quell'uomo la turbava.

- Anna, la prego, non se ne vada, rimanga un po’ con me...

Avvertì la voce di Paolo come una languida carezza. Gli occhi ambrati la scrutavano con dolcezza ma nelle pupille un guizzo di desiderio la incatenava a quel divano. Quell'uomo lo avvertiva come un essere speciale. Bellissimo con la sua barba incolta, gli occhi affossati da notti malinconiche. Si rese conto che quella situazione surreale la stava portando fuori dal suo mondo. Improvvisamente, nella sua mente, scomparvero persone e cose e momenti di tutta la sua vita. Esistevano solo lei e l'uomo senza tempo. La sua imperturbabile razionalità, quel suo modo di porsi sempre con parole e gesti misurati lasciarono il suo corpo, la sua mente e la sua anima.

Lui la fissava così intensamente da farla sentire nuda, voleva imprimere, prima ancora che sulla tela, dentro la sua memoria, quella scena sapientemente ordita dal destino. L'ultima luce del giorno che penetrava timidamente dalle finestre dava un senso di intimità e appartenenza ad ogni singolo brivido. Anna si stese sul divano senza più volontà. Arrendevole alla sua concretezza, al suo meticoloso ordine interiore. Prese il telo bianco posto sul bracciolo, con naturalezza lo appoggiò sopra di lei cercando un riparo dietro al quale potersi togliere l'abito. Un pudore mal celato che la fece sentire una bambina timida ma anche desiderosa di nuove emozioni.

- Anna, tengo io il telo. Grazie per essere rimasta...

Un'onda calda arrivò svelando la sua natura passionale, quella che teneva nascosta anche a Marco, suo marito.

Si tolse l'abito. Il suo seno pieno era racchiuso in un raffinato reggiseno di pizzo. Rimase immobile. Il fiato sospeso. Il cuore scaltro come un puledro. Un tremore la pervase mentre lui la osservava pronto a immortalarla. Sarebbe rimasta per sempre con lui. La strinse tra le braccia come fosse di vetro. Preziosa. Unica.

- Scusami, non potevo non abbracciarti, adesso rilassati e guardami mentre dipingo il tuo volto e il tuo corpo... in questo modo sarai per sempre mia...

Tolse il reggiseno, avvolse il telo bianco attorno alla sua figura dalle curve morbide, lasciò scoperte solo le gambe. La testa appoggiata al bracciolo con i morbidi capelli sciolti e dispettosi che nascondevano in parte il bel viso illuminato da un accenno di sorriso e dalla luce del tramonto.

La mano un poco gli tremava mentre iniziava quel dipinto. Le emozioni accantonate per anni erano impetuose, lavorare con lo stato d'animo di un ragazzo era una sensazione che aveva dimenticato impedendogli di avere la mano sicura, ferma.

Il pittore ripose tavolozza e pennelli, si avvicinò allora alla sua modella. S'inginocchiò per poterla meglio adorare. Scostò il lenzuolo con la mano aperta come faceva da bambino per togliere la neve dalle panchine.

Il tempo sembrava avesse deciso di fermarsi lì, in quella stanza intrisa di odori, colori ed emozioni. Non esisteva il passato ma solo il presente. Il pittore sapeva che non l'avrebbe mai più rivista.

Ma per sempre amata.


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