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Una storia di Blacklilium

Questa storia è presente nel magazine Dall'altra parte della luna

Dall'altra parte della Luna

Liliana Francesca Salvati

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15 minuti

Pubblicato il 24 giugno 2019 in Storie d’amore

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Ai treni che ho perso e che non torneranno mai più.

A quelli che forse, un giorno, passeranno al mio binario e magari riuscirò a prendere.

Ai treni sbagliati, che mi hanno fatta diventare la donna che sono oggi.

Alla mia rinascita, perché se il treno non dovesse passare,

si può sempre prendere l’aereo e volare.




CAPITOLO PRIMO

-Come Araba Fenice in volo-


Ho l’impressione che la mia vita rimanga inesorabilmente immobile, in attesa di qualcosa o qualcuno che cambi le mie condizioni vitali con qualche apparizione memorabile. Desidero forse qualcuno che mi stupisca con qualche sorpresa meravigliosa?


Se mi guardo attorno vedo cumuli di sbagli ed errori sparsi in trincee di sentimenti ed emozioni, chiaramente esanimi. Ovunque ci sono tranci di cuore umano, suturati con filo spinato color acciaio spento, talvolta rossastro perché arrugginito nei suoi nodi essenziali. Quei pezzi di carne continuano inspiegabilmente a battere e pulsare di vita, nonostante siano stati più volte divisi, rotti, spezzati, massacrati, spaccati, pestati, distrutti. Percepisco un forte nodo in gola, spesso non riesco a respirare, le costole mi si stringono quasi a voler soffocarmi, tentando di mandarmi all'altro mondo in pochi secondi. Ho forti sensi di colpa, nausee, dolori, mal di testa che mi costringono a dormire nei pomeriggi caldi di quest’estate malinconica e ricolma di solitudine. Spesso affronto delle crisi emotive; non riesco più a piangere. Mi sento affaticata emotivamente e fisicamente. Sono esausta.


Urlo in faccia a chiunque mi capiti sotto tiro, mi incazzo da morire, vorrei spaccare tutto e togliermi la soddisfazione di buttare giù gli alti muri che mi hanno circondata fino ad oggi, sfondarli a picconate con una bella mazzetta pesante in ferro e legno tra la disperazione e l’ira funesta del momento che mi aggira furbescamente e mi illude.


Queste maledette barriere che ho purtroppo contribuito io ad innalzare, sono piene di aghi pungenti: le ho erette con caparbietà ed ostinazione nel dare opportunità a chi non meritava, togliendomi la dignità e la voglia di vivere. Ora mi strangolano. Se esco di casa alterata in tale maniera, l’unico avvenimento interessante che potrebbe accadermi è quello dell’autocombustione. Brucio di rabbia, di dolore, di verità. Odio la menzogna che mi ha ridotta in questo stato. Prendo fuoco dentro, esplodo. Nessuna chiamata d’emergenza per me, nessun vigile del fuoco emotivo in grado di spegnere il fuoco che c’è in me. Non esiste soluzione, se non rialzarsi da sola, accettare le fiamme e domarle.


La cosa peggiore che sento, oltre ad un enorme senso di vuoto, è il fatto di sentirmi sporca: non basta l’esagerazione di farmi due o tre docce al giorno, no. Non può servirmi nemmeno il mio costoso e dolce Eau de toilette Mon Guerlain per alleviare questo ingiusto sentimento di schifo. Non esistono bagni esistenziali per il recupero della dignità, non è vero?


Il mio amato Sigismondo (Sigmund Freud) mi avrebbe sicuramente diagnosticato “Hysteria”, visti i miei incontestabili sintomi; caro atroce figlio di buona donna, non è questione di essere una femmina isterica: questo è uscire da una lunga relazione di violenza psicologica, riemergendo dalle ceneri come araba fenice. Siamo sicuri che non siano gli uomini i veri instabili, insoddisfatti e fasulli, pretenziosi d’amore, carni e corpi, psicologhe, mamme, telecomandi, serve, cameriere?


Cerco con tutta me stessa una storia speciale e sbaglio da morire, perché non arriva, non c’è niente e nessuno che può rendere lieve questa mia sopravvivenza forzata. Elemosino affetto e carezze come un gatto randagio che esige solo una minima attenzione per poter credere in sé stesso e negli altri, per darsi un senso e tornare a vivere.


Mi torna in mente la buonanima di Stelio, il gatto dell’aeroporto di Biella-Cerrione: questo micione dal manto bianco e nero, con grandi occhioni gialli profondi e comprensivi è stato adottato ed allevato dolcemente dai piloti dell’hangar della scuola di volo Air-Vergiate. Anch’egli aveva voglia di amore, di coccole, di un ti voglio bene lanciato in aria e afferrato dal primo cuore sensibile in grado di coglierlo e rimandarlo al mittente con più amore di prima.

Purtroppo la piccola creaturina è stata brutalmente investita da un’automobile: Stelio è diventato quindi la mascotte della scuola di volo, tanto che sono stati creati dei bellissimi adesivi con il suo muso sorridente.


Eligio, il mio amico pilota, ha sofferto molto la sua scomparsa; i suoi occhi leggermente a mandorla, scuri come la pece e sottili come fili d’erba si sono commossi alla notizia della morte di Stelio, hanno rilasciato dei goccioloni di pioggia salata che gli hanno rigato le guance lievemente paffute e arrossate.


Pilot Eligio, in seguito al tragico evento, ha persino deciso di rimuovere la barba dal suo viso austero, divenuto oramai puramente glabro. Egli è in grado di effettuare dei cambiamenti d’espressione impercettibili a seconda dei contesti che lo circondano. La sua serietà lascia spazio, di tanto in tanto, a delle puttanate uniche ed inimmaginabili: quanto mi diverto con lui! Saperlo lontano da me non è facile, non ho una delle spalle fondamentali accanto. Mi manca la sua ironia dotata di sguardo spietato e sincero sulla realtà, la sua voglia di rivincita in situazioni complesse che lo portano ad abbattere i macigni disumani che si trova dinanzi. Provo una leggera malinconia ripensando ai bei momenti passati in camera sua ad intercettare voli di linea con radioline illegali, Flightradar24 sempre in funzione e lui immerso nello studio di manovre d’emergenza o simulazioni di volo a PC. Modellini di aereo, manuali di volo, carte geografiche e mappe di navigazione sono i poster della sua cameretta, la stanza di un aviatore moderno.


Nonostante la distanza geografica che lo ha portato in Piemonte a studiare per diventare un pilota, lui per me c’è sempre. Non di rado trovo qualche suo messaggio o delle chiamate sul mio telefonino, oppure visualizzo le sue storie Instagram con filmati fantastici, nei quali sta volando spensierato sopra a tramonti incredibili, albe delicate e pallide o giornate di sole splendenti. Non mancano ovviamente le brutte giornate nella vita di un pilota, ove è la pioggia a far da padrona nel cielo triste, ventoso e nuvoloso.


Deve essere un lavoro difficile quello dell’aviatore, l’ho sempre sospettato. Ma la difficoltà di tale impiego premia l’ottenere una visione senza limiti e paure della vita, una quotidianità viaggiante che rende unici e potenti i piloti. Quanto dev’essere meraviglioso volare davvero, realizzando ogni giorno uno dei sogni umani fino a poco fa irraggiungibili.


Qualche tempo addietro, sono stata a Biella: ho conosciuto tanti volti sorridenti in hangar, anime forti del cielo in grado di dirigere grandi uccelli meccanici verso mete impensabili e lontane. Ho visto aerei ed elicotteri riposare in enormi capannoni, bandierine rigate rosse e bianche svolazzare e stagliarsi nell’indaco del pomeriggio, per segnalare la corsa del vento.

Sono persino salita sulla torre di controllo, percorrendo delle strette scale a chiocciola in ferro grigio e freddo, affrontando le mie vertigini e la paura di cadere. Lassù ho conosciuto un tizio cicciotto molto strano, con degli occhiali neri e tondi spessi come fondi di bottiglia ed una barba spelacchiata rossastra, simile a tronchi d’albero recisi di netto. Egli era intento ad indicare via radio ai piloti le istruzioni per partenze ed atterraggi, calcolando con strumenti ultracomplessi le rotte, il meteo, i nodi, le tempeste e tante altre cose incomprensibili per me, che non sono a conoscenza dello spettacolare mondo dell’aeronautica.


Il tipo curioso della torre aveva modi burberi e diretti, alquanto difficili da sopportare: le sue risposte lasciavano però spazio ad una visuale magnifica sulla pista e sulle Alpi Piemontesi. La vetrata della torre era meravigliosa, ampia e lucida: le montagne si stagliavano fiere ed innevate sulla linea dello zenith, mentre il sole tenue illuminava a chiazze il nuvoloso cielo primaverile di maggio.


Egli mi rispose così, in seguito alla richiesta di poter fare delle foto da lassù:


- Attenta alla porta, il vento la fa sbattere. Tienila con le mani, fa pure le foto, fai quello che devi fare, basta che non cadi giù, io sto lavorando. Hai capito o no? Il vento soffia forte, fa attenzione.-


Come si interpreta un radar? Ne esiste uno per dare direzione alla propria vita?


-Enjoy!- mi hanno urlato i piloti mentre attraversavo la pista dell’aeroporto con addosso una pettorina gialla fluorescente. Eligio era accanto a me, procedeva a passo diretto e sicuro verso l’I-IAGG con diversi documenti in mano ed una cartina della zona da sorvolare staccata da un grosso plico di fogli. Il suo ciuffo di capelli scuri svolazzava disordinatamente seguendo il flusso dell’aria mentre i suoi Ray-Ban neri riflettevano l’immagine del meraviglioso aereo che avrebbe pilotato di lì a poco.


Mi girai indietro, dando un ultimo sguardo al piccolo aeroscalo piemontese: bruciava ancora il mozzicone di sigaretta che Eligio aveva da poco lasciato nel posacenere dell’aeroporto, emettendo sbuffi di fumo esausto e vortici densi.


Nel frattempo Ale, aviatore sardo dal sorriso pulito e delicato, si stava dirigendo verso la sala comune della scuola di volo con il suo passo deciso e gli occhiali da sole oramai stampati sul viso, forgiato da ore di studio e volo. Accanto a lui procedeva in fretta Hassan, giovane e piacente pilota italo-subsahariano dal carattere schietto ed irrequieto, pronto di lì a poco a partire con un’altra freccia del cielo.


Al di sotto di folti e lunghi boccoli biondi ci seguiva lo sguardo profondo ed esperto di Camillo: sentivo correre su di me i suoi occhi, scortarmi lungo tutto il percorso dell’asfalto caldo, strisciato in precedenza dai carrelli di altri mezzi volanti, semplici passanti nel nonluogo tipico del viaggio. I suoi occhi ci rincorsero fino al Tampico, il mezzo che ci avrebbe portati su, fino alle nuvole. Un “Remove before flight” in tessuto rosso pendeva da un’ala di qualche mezzo parcheggiato, seguendo la voglia di movimento del vento; si sentiva una corrente delicata sferzare sulla schiena, tra i nostri capelli, sul viso.


La pista era consumata da emozioni potenti, come atterraggi rischiosi avvenuti dopo alcuni voli acrobatici, logorata dai sentimenti contrastanti di alcuni piloti: a volte gioiosi, magari dopo aver passato un esame importante, toccando finalmente una licenza di volo in tasca o semplicemente accarezzando il pensiero di un complimento ricevuto da un istruttore dopo aver eseguito una virata perfetta, una manovra adeguata o un test superato brillantemente dopo mesi di duro lavoro. Anche la tristezza e la disperazione rendeva l’aeroporto un luogo vissuto, per il solo pensiero di dover pilotare pensando di aver perso alcuni amici cari, riflettendo su fidanzate che hanno chiuso in tronco il rapporto, inaspettatamente, nonostante il fatto di essersi innamorati in volo.


La vita degli aviatori porta purtroppo a mantenere delle storie amorose a distanza che creano squarci particolari in spazi-tempo superabili facilmente con proposte assurde per noi comuni mortali, come un “ti vengo a prendere in aereo stasera” o semplicemente il poter compiere uno svolazzo sulla casa della propria amata, per dimostrarle amore puro dinanzi a tutti, nella maestosità dell’azzurro.


Dietro di noi, camminava mio fratello: agitato notevolmente per il suo battesimo dell’aria, avrebbe provato in seguito sensazioni per lui del tutto sconosciute perché quella era la prima ascesa in tutta la sua vita. In precedenza nessun volo di linea per lui, niente di consueto ed ordinario. Era vergine di cielo, limpido e nitido. Nessuna consapevolezza del panico da viaggio, in quegli aerei-trabiccolo Ryanair gialli e blu che invece ho preso io molte volte con pillole e calmanti, fiori di Bach, acqua naturale per lenire la secchezza in gola e calmare la tachicardia esplosiva del mio cuore.


Ripetevo come un mantra, “Enjoy, enjoy, enjoy”. Lo devo fare per me, le paure si superano. Ce la posso fare. Le mani sudate, il tremore del mio corpo stupido, l’ansia, il respiro mozzato, il volto bianco e la nausea. Fanculo la paura, fanculo il tremore, si va!


-Ci penso io a farti passare la paura del volo! Basta che tu venga a Biella a trovarmi!-


Me lo aveva detto qualche mese prima il mio amico pilota, contemporaneo Piccolo Principe, esploratore dei cieli del mondo. Mi fece questa promessa durante una delle nostre spettacolari partite invernali di Poker Texas Hold’em, mai truccate e sempre giocate sino in fondo. Interessante come un aviatore possa essere anche un croupier perfetto, in grado di insegnare il gioco delle carte per eccellenza a tutti coloro che si trovassero casualmente attorno a lui. Poggiavo le mani sul tavolo verde e morbido, avevo una bella coppia d’assi in mano, il flop era stato appena buttato giù, sorseggiavo un bicchiere di thè alla pesca e nel frattempo fumavo una sigaretta:


-Va bene, verrò a Biella, te lo prometto. -


Eligio effettivamente mi ha fatto passare la paura di volare: il suo carattere tosto e sensibile al contempo mi ha guidata in volo, a duemila piedi o poco più di altezza, insegnandomi a guardare il bello della vita, a fidarmi di lui e di me, ad apprezzare paesaggi splendidi e sentire l’adrenalina correre nel mio sangue ad ogni virata, accettarla ed accoglierla.


Qualche mese dopo ero seduta con lui nella cabina di pilotaggio: il piccolo Tampico bianco e blu ci ha accolti come un nido caldo, comodo e morbido. La mia paura era concreta, palpabile anche a lunga distanza. La prima impressione che ho avuto nell'abitacolo, dopo essere salita dall'ala del piccolo aereo, è stata quella di entrare nella Panda 30 dei miei genitori, auto che possedevano da giovani, quando io ero solo una bambina di quattro anni. Le chiavi dell’I-IAGG, inanellate ad un simpatico portachiavi colorato, pendevano dalla serratura dell’aereo.


Eligio prima di partire era più serio del solito, concentratissimo ha stilato la lista-check dell’aeromobile, ha controllato il volantino, smosso le ali, testato la coda, provato le manovre, si è assicurato che il motore fosse ok e che le eliche si muovessero. Con aria determinata e sicura ha chiuso la cabina ed ha comunicato via radio il nostro spostamento, il breve viaggio per affrontare di petto la mia paura.


Conosci il tuo nemico, dicono. Eli mi ha fatto conoscere gli strumenti di volo, per non provare ansia, per poter prendere il toro per le corna una volta per tutte senza timori o pensieri.


-Vedi questo? Sai a che serve?- Indicava le strumentazioni in cabina, spiegando dettagliatamente cosa fossero e a cosa servissero.


Io, attenta, ascoltavo con abbastanza interesse, decisamente più preoccupata di gestire la mia ansia, riuscire almeno in parte a controllare la paura di sentir salire l’aereo sotto di me, il panico di non avere nulla sotto i piedi e di schiantarmi inevitabilmente al suolo dopo un sicuro ed inevitabile stallo che mi avrebbe inesorabilmente distrutta e uccisa. Prevedevo già il terrore delle vertigini, la paura di cadere, il battito cardiaco cedere e sparire dal mio petto. Nei miei occhi scorrevano le immagini del mio funerale, i miei genitori disperati per aver perso due figli in un colpo solo durante un volo turistico piemontese, visualizzavo qualche amico piangere disperato per il tragico avvenimento.


-Ready?- Ci chiese Capitan Eligio, sparando al massimo i motori alla partenza della pista, controllando la mia cintura allacciata e la sua, infilandomi in testa un bel paio di cuffie dotate di microfono e comunicando in continuo con il tizio della torre di controllo.


-Ready, Yuuu-huuu!- Rispondemmo io e il sangue del mio stesso sangue, mio fratello Francesco.


Il velivolo cominciò a fare forti rumori, partendo prima lentamente, mentre le eliche giravano instancabilmente. Il motore spinto al massimo cominciò a velocizzarsi, a correre libero, sino ad innalzarsi nel vento.


Osservai sotto di me mentre lasciavamo la pista, sospesi nel vuoto: fu una sensazione bella ma anche difficile da elaborare, forse perché non fui mai libera come in quel momento. Sentii le vertigini nello stomaco, poi nei polmoni. Puntai i piedi a terra per frenare idealmente il mezzo volante, cosa ovviamente impossibile.


L’aereo era puntato con il muso in avanti, sotto di noi vedevo la pista che si faceva piccola piccola, i piloti divennero minuscoli puntini che ci guardavano. La torre di controllo si allontanava, sopra di noi vi erano sono solo le nuvole.


L’abitacolo in vetro del Tampico mostrava il meraviglioso Piemonte in tutta la sua bellezza: potevo distinguere le romantiche risaie ricolme d’acqua, i campi coltivati ordinatamente che sembravano ricami di una coperta rustica a patchwork.


Meravigliosi erano i colori della terra, visti dall’alto: verde, giallo, marrone, rosso. Le strade diventavano piccoli fiumi d’asfalto e si allontanavano da noi. Le fiere montagne si stagliavano contro il cielo, bellissime.


La mia paura venne così distrutta, andando a farsi fottere grazie allo stupore di quella vista spettacolare. La cabina era illuminata da sensori, lucette, chiavi, lancette e strumentazioni varie.


Eligio era maestoso, pilotava tranquillamente con un volto da duro, i suoi fedeli Ray-Ban riparavano i suoi occhi dai riflessi della luce.


Ad un certo punto, estasiata, sentii le vertigini salirmi dal ventre sino alla gola: adrenalina pura mi scorreva nelle vene. Il Capitano, sorridente, aveva virato di colpo, cercando di farmi esaurire il panico e mettermi di fronte alla paura di cadere.


Sembrò per qualche istante di precipitare: Eligio riassestò il piccolo aereo subendosi le mie parolacce e gli insulti peggiori, ridendo nel contempo come un matto. Ce l’avevo fatta!


Le virate successive furono un susseguirsi di emozioni spettacolari, indescrivibili. Potevo vedere da lassù la curvatura della Terra, il cielo meraviglioso ricolmo di soffici nuvole. Seguì un secondo volo, che mi porterò per sempre nel cuore: non avevo più paura, ora toccava a me avere il controllo della mia vita.


Fu così, grazie al Capitano, che divenni la donna senza timore che sono oggi, con il coraggio di affrontare la difficoltà più grande di tutte: fidarmi di me stessa.


-You have control! Fai una virata!- Sentenziò Capitan Eligio, permettendomi di tenere in mano il volantino dell’aereo, come First Officer.


-I have control!- Risposi.


Ovviamente non da sola, ma sotto il suo controllo, tremando come una matta, cercai di girare il volantino verso destra, toccandolo appena. Sentii l’aereo reagire immediatamente al mio comando, voltarsi delicatamente mostrandomi il panorama dall'alto.


Eli riprese in mano il velivolo e per farmi sentire i comandi da lui impartiti durante l’atterraggio, mi fece appoggiare le mani sul volantino. Atterrammo assieme per la seconda volta, a dir la verità abbastanza controvento, in modo delicato e preciso sulla pista.


Ecco quando avvenne la mia rinascita: il mio primo volo da sola, come Araba Fenice risorta dalle ceneri del mio disastro di vita.

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