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Una storia di OrnellaStocco

Campomolino

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6 minuti

Pubblicato il 20 aprile 2019 in Altro

Tags: #campomolinocisondivalmarino

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Il cielo, vestito di rosso con sfumature verso il rosa e violetto, sembra pennellato da una mano sapiente. La strada inizia la sua salita appena passato il ponte sul torrente Rujo.

È l'ora più bella per ammirare le vette dei monti che si stagliano in lontananza sulla tavolozza celestiale dai colori accesi. Il fiato si fa affannoso nel salire la strada sempre più ripida.

Arrivo con il passo rallentato in una piazzetta, una panchina sembra attendere il mio riposare. Mi siedo per prendere fiato e per godermi questo piccolo spiazzo attorno al quale si raggruppano, come un abbraccio, semplici case. Semplici vite. Semplici insiemi di placide emozioni.

Di fronte a me una piccola Chiesa attrae la mia attenzione. La osservo nella luce tenue del dolce imbrunire che la avvolge di una luce lieve. Come un velo.

Quattro gradini consunti dal tempo e da antiche calzature finiscono a ridosso di un cancello in ferro battuto. Una scritta sulla parete scrostata dal vento sferzante, che in certi giorni scende dalle Prealpi, indica il luogo in cui mi trovo.

Campomolino.

L’impietoso grigiore dell’asfalto ha ricoperto antichi percorsi, scomposto viottoli e sentieri, deviato torrenti ma, seppure la mano dell’uomo abbia deformato il paesaggio, sembra che una parte di esso voglia rimanere per sorprenderci, nonostante tutto.

Ogni luogo conserva, nascosto tra i ricordi delle persone rimaste a vegliare, speciali e uniche fasi storiche; storie personali che resteranno per sempre nel cuore e nell’anima di chi è nato e vissuto in luoghi così, come la signora che all’improvviso compare ai miei occhi e ai miei pensieri.

Sulle spalle porta uno scialle di lana fatto all’uncinetto. Arriva come un flash l'immagine della mia nonna. Mi piaceva osservare le sue spalle un poco curve sotto lo scialle fatto con avanzi di lana. Con lo stesso sguardo pieno di tenerezza riservato a nonna Elsa, scruto la signora mentre, sorretta dal suo bastone, percorre gli ultimi metri che la separano dalla chiesetta.

I suoi passi sono imprecisi, i gesti lenti, sembrano sospinti dalla regolarità delle azioni compiute ogni santo giorno, per anni, seguendo lo scandire della consuetudine come quella di salire, aggrappandosi al muro e al suo bastone, i quattro gradini.

Nella mano scarna tiene un mazzolino di violette. Le bacia prima di appoggiarle sull’ultimo gradino davanti al cancello. Tenta una genuflessione ma le gambe, fasciate da spesse calze, non sono più quelle di una volta. La Fede invece è rimasta intatta.

Nel sentirsi osservata volge la candida testa verso di me. Le sorrido, lei ricambia il saluto alzando la mano.

- Signora, le serve aiuto? - Chiedo andandole incontro.

Scuote la testa in segno di diniego. La raggiungo mentre scende sorreggendosi sia al muro che al bastone.

- Buonasera...

Mi guarda diritto negli occhi come a voler indagare sul mio passato, presente e futuro. Ha lo sguardo limpido e schietto. E fiero.

- Lo sa che lei mi ricorda tanto mia nonna? Portava sempre uno scialle come il suo. Lo ha fatto lei immagino... - Sorride compiaciuta.

- Vuole sedersi sulla panchina?

Un altro sorriso come a dire sì. Le offro il braccio al quale si aggrappa fiduciosa. Nei pochi passi che ci occorrono per raggiungere la panchina le chiedo se abita da queste parti.

- Abito qui da settant'anni. Da quando mi sono sposata. Come si chiama sua nonna?

- Si chiamava Elsa. Io mi chiamo Ornella, sono di Treviso e lei come si chiama?

- Mi chiamo Maria… tutte le sere vegne sù a portare i fiori a Sant'Antonio, na’ volta dicevo anche il Rosario eh ma quando ero giovane! Adesso mi accontento di arrivare fin quassù per dire una preghiera. Vala in Chiesa ela?

- Sì, ma quando non c’è nessuno.

Si avvicina all’orecchio quasi a volermi raccontare un segreto.

- La ghe piase parlar con Gesù da sola eh?

Mi strappa un sorriso, la signora Maria.

- Chissà quante cose sa lei di questo posto... Perché si chiama Campomolino?

Mi prende una mano e sembra che il tempo ci abbia fatto incontrare prima di questa sera tinteggiata di rosa come i muri della Chiesetta di Campomolino.

- Portavo qua i mé fioi, non c’era l’asfalto, era tutto un prato con le galline, le mucche e qualche asino e tutte le domeneghe veniva il prete a dire Messa...

Sono impressionata dalla sua memoria fresca come l’aria che ci arriva dalle Prealpi, osservatrici privilegiate di incontri, di favole e vite vissute con dignità. Maria ha nello sguardo un mondo. Un mondo semplice, onesto, fatto di autentica felicità. Parla come se gli anni non fossero mai trascorsi, come se ancora si trovasse qui, davanti a questa chiesetta, con i figli piccoli che si rincorrono, le oche che starnazzano, le mucche che pascolano.

Nella voce, ferma, senza incrinature, emerge la genuinità del suo animo, della sua persona che ha avuto la fortuna di vivere tra queste case, quelle dei giorni più sereni.

Le cose che le vorrei chiedere sono tante ma non occorre perché Maria, probabilmente spinta dalla voglia di raccontare, sembra come il torrente che scorre veloce e rumoroso vicino a noi.

- Questo sé el Borgo più antico del paese. Si chiama così perché qui c’erano i mulini con i forni per fare il pane, giù per quella strada, uno è ancora praticamente intatto, con il forno all’esterno, però non funziona più...eh! Cara signora, ma ela da dove séla?


Qualche cedimento di memoria è del tutto accettabile alla veneranda età di novantaquattro anni!

- Sono di Treviso, ma vorrei vivere in questo bellissimo paese, Cison di Valmarino, si chiama così vero? Mi racconti ancora di questo Borgo…

Maria poggia il suo sguardo sulla chiesetta, poi sui monti in lontananza, poi ancora su di me.

- Queste case sono le stesse ma non esistevano recinzioni, tutti avevano i cortivi e gli animali andavano in giro liberi ma poi di sera tornavano nelle loro case, nei pollai… non servivano reti o cancelli era tutto un grande prato, in estate si portavano le sedie o gli sgabelli, sèra belo ciacolare e contarse le storie davanti la céseta; in inverno invece si andava nelle stalle, ghe n’era tante perché a Campomolino tutti facevano i contadini, avevano le mucche, il latte veniva portato alla latteria, qua vicino ma ghe n’era anca le boteghe. In primavera era pieno di violette, nel mio cortivo qualcuna ancora c’è, tutte le sere, beh, no proprio tutte, se piove o tira vento no vegne, le porto a Sant’Antonio...una volta la Messa veniva celebrata tutte le domeniche, adesso solo il 13 giugno per la festa di Antonio...ah! Anca el ventiuno de novembre par la festa della Madonna della Salute... Che bei tempi cara la me siora, ma... éla da dove séla?






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