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Una storia di Katzanzakis

Questa storia è presente nel magazine D'amore e dintorni

A passo di danza

Il gioco

315 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 15 dicembre 2018 in Fantascienza

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Stavamo ballando, ma eravamo rimasti in pochi.

Quella sera giocavamo un gioco crudele.

Gli abiti lunghi delle donne frusciavano e si aprivano, come mani tese in una carezza continua.

Le luci erano basse, come per un disegno preciso, mentre la musica sembrava staccarsi a fatica dagli altoparlanti e brancolare alla ricerca di spazi vuoti in cui disperdersi.

Meccanicamente indovinai il nome della mia compagna di ballo, una donna esile e dal volto insignificante.

Si accasciò a terra smarrendosi in uno sguardo incredulo.

Due inservienti portarono via il suo corpo, in silenzio.

Era nato come uno scherzo, un gioco nuovo per una serata diversa tra gente che non si conosceva: “chi indovina il nome del partner ha il potere di fargli qualsiasi cosa desideri!”.

Era cominciata così, tra risolini un po’ imbarazzati, tra nomi bisbigliati con mille sfumature, suggeriti con complicità ambigue, mentre un valzer perpetuo accompagnava i danzatori.

Finchè era accaduto.

Un uomo dal profilo duro aveva guardato la sua compagna con uno sguardo strano, dopo averne indovinato il nome.

“Voglio che tu muoia” aveva detto senza alzare la voce, mentre la musica continuava e tutti noi ci fermavamo senza conoscerne la ragione.

E la donna era morta, senza un grido e tutti noi ci sentivamo diversi, dapprima spaventati, poi eccitati da questo nuovo potere.

E anche l’uomo dal profilo duro era morto e altri uomini e altre donne.

Uccidevamo senza nemmeno più pronunciare la sentenza: bastava pensarlo.

Il potere ci risucchiava.

Finché rimanemmo noi due soli: io e lei.

Esitai ad invitarla a ballare.

Il vestito bianco ne illuminava lo sguardo, gli occhi verdi e allungati, la bocca appena tinta di rosso, socchiusa in un sorriso ambiguo. I capelli neri, con la scriminatura centrale, le davano un’aria da studentessa invitata al suo primo ballo.

Ma mi guardava con uno sguardo pieno, senza sottintesi.

Seppi subito che voleva ballare.

Cercai di andarmene girandomi verso la porta. Ma il suo sguardo continuava ad accarezzare il mio con dolcezza imperiosa.

“Vuol ballare?”.

Ero io che ripetevo il consueto cerimoniale, che mi avventuravo nell’ultimo ballo pur desiderando andarmene, scappare?

“Si”.

Aveva una voce leggermente roca in cui si intuiva, ancora vivo, il gusto della lotta.

Rabbrividii sentendo la sua mano a contatto con la mia, una mano sottile e fredda ma ricca di sfumature, che provocò in me un’eccitazione improvvisa.

Il valzer continuava a suonare.

La sua schiena nuda sembrò modellarsi al tocco della mia mano come una subdola, ironica resa, mentre l’eccitazione cresceva in me e desideravo quella donna con una forza che mi stupiva.

Me lo lesse nello sguardo e sorrise, sicura di sé.

E in quel momento io seppi il suo nome, lo seppi come se l’avessi sempre saputo, come se lei avesse sempre vissuto vicino a me, fosse stata la mia donna, avessimo fatto l’amore insieme, ci fossimo scambiati promesse di gioia e di dolore.

Ma non volevo dirlo, non volevo leggere nei suoi occhi lo stesso sgomento che avevo visto nelle altre, non volevo sentirla cedere tra le mie braccia e accasciarsi con uno sguardo stupito.

La mia mano si contrasse leggermente sulla schiena nuda, quasi a volersi accertare della realtà di quella pelle così liscia, quasi a trasmetterle un desiderio e un’implorazione.

Lei parve non accorgersi di niente.

“Cominciamo?” mi disse con un tono che tradiva l’eccitazione.

Riuscii solo a dire: ”No”. La mia lingua era paralizzata.

Lei sembrò non meravigliarsi.

“Paura? Ormai bisogna finire il gioco!”.

Sorrideva, sembrava sicura di vincere ora, nemmeno più un accenno di paura negli splendidi occhi. Ero dominato, non riuscivo a reagire.

“Cominciamo” mormorai piano.


“Carlo” disse lei trattenendo il respiro.

“Marina” mentii io. Questo potevo farlo.

Lei rise nervosa scuotendo la testa.

“Giulio”. Ora sembrava concentrata nel gioco.

“Silvia” inventai di nuovo.

E il gioco proseguiva, tra i suoi tentativi e le mie menzogne, ma sapevo che sarebbe dovuto finire.

La strinsi a me cercando di farle capire, dal contatto del mio corpo, che sapevo e non volevo dire, che dovevamo smettere questo gioco assurdo, che lei era bella, che la desideravo.

“Riccardo”. Sembrava spazientita, seccata.


E in quel momento seppi che il prossimo nome che avrebbe pronunciato sarebbe stato il mio e cercai di staccarmi da lei ma le sue mani sembravano incollate alla mia mano, alla mia schiena, i suoi capelli sembravano avvolgersi nella foga del ballo attorno al mio collo con forza inquietante.

Vidi dai suoi occhi che a poco a poco l’intuizione si faceva viva anche nel suo sguardo, che cominciava a capire che avrebbe pronunciato il mio vero nome.

“Annalisa”.

Il suo nome cadde come un petalo di rosa su una ferita aperta.

La vidi sbiancare, sentii la sua schiena trasmettermi un brivido gelido e cosciente.

Cercai di fermarmi, di desiderare altre cose: far l’amore con lei, stringerla, baciarla, correrle dietro lungo la riva del mare, scherzare con i suoi capelli, sfiorarle il viso con la mano leggera e tremante.

Ma non ero io che emettevo la sentenza, era qualcosa dentro di me che faceva riaffiorare i pensieri, quel pensiero, ogni volta che cercavo di eliminarlo.

Ci fu un momento in cui pensai di poter vincere.

Quando lessi nel suo sguardo una improvvisa fiducia e sottomissione.

Poi di nuovo tornò la paura e la mia resistenza cedette.

La accompagnai nella caduta e mi parve di sentirla subito irrigidirsi.


Quando uscii da quella stanza – fuori era giorno e il sole splendeva – il valzer stava ancora suonando.










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