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Una storia di CuorDiPolvere

Absconditus

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8 minuti


I.


Era sul Picco al risveglio, fradicio fin dentro nelle ossa. Aveva certo un nome il posto, ma non lo conosceva: le nebbie rosse di fuoco fra cielo e terra parlavano della sua città lontana, ed erano lanterne di paese oltre i colli accatastati e fin giù nei litorali.


Sparavano, verso mezzanotte, i botti verdi e gialli di una festa patronale.

Sotto il pesante cielo nero gli tuonava il cuore al ritmo di un silenzio dal sapore mistico di un'agiografia, storia e leggenda, e nell'esplosione di un petardo azzurro vide il mondo illuminato dal caduco chiarore, e l'amore fu l'unico suo fosforo.


"Questa?" fece nel pensare, sfilandosi di tasca una pietra, e non aveva misura per capire.


Le curve del sentiero d'asfalto parlavano il suono dei suoi passi nelle ripide discese, risalenti i bordi resilienti del borgo onde menavano: centinaia di camini accesi fumavano grigiori di famiglie numerose, piccole ed alte case, strettoie a contromisura di spazi gelidi, terrazzi telescopici umidi di notti insonni.


Quanto aveva camminato per solcare tutto il mondo fin là sopra? Quante scorciatoie aveva preso e quanti mari aveva navigato per destars'immemore di là degli occhi suoi?


Svoltò di là verso la Torre, dabbasso le alte ringhiere, sotto le scure volte delle lammie; un fil di vento gelido taceva il mistero del suo nullo libero andare.


*


S'arrestò la notte sulle lame di luce fuggite dai portoni di una chiesa.


Erano candele accese, tutt'intorno all'altare custodito d'angeli di marmo, vuota e di silenzio piena come ogni santa cosa vela il proprio sguardo.


Incrociò gli occhi con quelli del Crocefisso, poi con quelli di lei ch'era in preghiera, nascosta al buio delle panche della navata.


"Sei qui per pregare?" gli chiese.


"Sono qui per il fuoco -le disse-, perché non trovo più il mio..."

II.


"Mi permetta, -e mi perdoni... È forse malato?"


"Di un malore che non conosco" le rispose, ed il gelo era più affilato, e più sottile che fuori, di bora soffiava cauto dalle guance gonfie degli alati arrampicati su per le colonne.

Così ogni candela balzava in giravolte intorno alla corda zuppa di cera, avida d'aria, imperpetua.


Gelido il vento, le luci, le navate; gelido il sasso fra le mani.



"È preziosa?" chiese lei, di traverso ai riflessi.



"È un mistero" sedette ai piedi dell'altare.
"È di comune incontro di scienz'esatte l'esaltazione delle lacrime versate: i poeti, i frati minori, le opere tutte dei sognatori alludono al conflitto umano della Fede nel corsivo del latino e del greco, nelle lingue antiche, nei mondi onirici fabbricati fra andata e ritorno dalla morte...
Le è mai capitato di morire?"



"È comune il morire reiterato, donde venite?" lei nascondeva gl'occhi dietro un breviario, e ogni parola saltava fuori dal libro per finire in terra ai suoi piedi.



"È già due volte che succede, e sogno di basiliche circondate da Santi in pietra viva sopra cumuli di città in rovina.
Vengo da un posto tremendo, Signora mia, dove il Fuoco vela a doppia mandata un segreto..."


"Ha un nome?"


"Io? L'ho perduto -disse-. Quella città, al contrario, ne ha tanti, tutti nati dal cuore impavido dei parolieri, dei ladri e degli eroi.
In verità, non ne ha nessuno"


"È casa, per voi?"


"Non ho una casa, l'ho perduta per cercare il Fuoco, il Santo Fuoco.
Giunsi a contemplarlo l'ultima notte della mia vita. Quel che resta e vede, è il vapore dell'anima mia in fiamme..."

III.


"Etheldreda è il mio. Il volto degli uomini urla il proprio nome da ogni parte, come fanno le passioni. Non ne sento alcuno, dal vostro".
Sapeva lei, ben desta, ch'è uso dotto curarsi di parole e frasi.


Poi si chinò a raccogliere vocali e consonanti sparse a terra, e gli tornò a dire:"C'è un uomo. Vive in fondo la strada dietro la via del pergolato. Giunse anni fa dietro una coltre di nebbia che fitta lo accompagnava.
Mi parlò, una sera come questa ma dal piglio spettrale, di regni in rovina ben oltre i muri della Città; trovò conforto alle sue turbe nel Cristo, sotto la Sua Croce Vittoriosa..."


"Mi sembra di conoscerlo, d'averlo già visto altrove. M'è familiare: chi è?"
Il dito di lei gliel'aveva mostrato, lui c'era seduto sotto in mezzo alle candele accese e ai fiori.


"Lui è il Pane e il Vino, l'Agnello dominatore di ogni regno. Ha soggiogato e sconfitto la morte: Lui è il Fuoco, il Verbo fatto carne".


Incrociò a nuovo gli occhi con quelli del Cristo in Croce, e volle conoscere l'uomo che vive in fondo la strada.

IV.


Parlava a frasi corte, con lunghe pause che si prendeva a tener corda ai pensieri. Stringeva in cerchio le parole in vernacolo, stirandone la fonetica fino al simbolo, fino al midollo.


"Kòsemar. Mi chiamo Kòsemar..."
Scoppiò un ceppo in fondo al camino e dagli occhi di lui, persi nel fuoco, bruciava una dolce malinconia.
"Myr... Myrth..." ripeté per scarsa memoria, mentre che a mano cieca andava in cerca della sedia.


"Si è smarrito. Viene dalla Città, come te, e ha perso ogni cosa."
La conosceva: era la Perpetua; di voce suadente e grave, delicata di gesti e di cervello fino.



Lui, fresco d'arrivo, non aveva parole per dire il proprio nome, se n'era dimenticato strada facendo. Non s'era ancora fatto dono di capire che le tempistiche notturne stavano cadendo a cocci.
"Forse il nome mio è inciso su questa pietra, ma io non lo riesco a leggere"


"Mi ritrovo, nelle tasche fonde della mia tracolla, un sassetto di mare lungo e tondo, nero. Tutte le provai per disfarmene: sempre lì torna; al mattino alla sera, quando u poiu... Sempa!"
"Vengo dalle Terre Desolate -riprese-. Fu in Città, però, che mi buscai la maledizione.
Maledetto per amore, come spesso succede, e per cose perse che si cercano fin a cader nella follia, ma che indietro non ci tornano.
Ceppo dal percorso strano e accidentato: non è facil'essere non morti..." e si scolò un bicchiere di vino.

V.


"Sono maledetto da una ventina d'anni. Ho visto persone da me amate andarsene per sempre, e poi tutte le albe e tutti i tramonti, e i più esperti che accendevano Santi Falò per ogni quartiere della città!" e i gesti erano scatti di muscoli e di sguardi persi a vuoto. Alla fine della strada, Kòsemar guardava l'orologio da taschino, poi si segnava, e continuava a dar fiato ai pensieri:"Mancu li cana!"
Diede fuoco a una sigaretta.



"Ho sentito per caso... Santo Falò?"
Il vero s'affaccia sempre dalle fessure delle cose dimenticate. Chi, fissando l'ultimo raggio verde del tramonto, non ha intravisto Dio?



"Non tradisce, un buon udito.
Si, ne vidi almeno una decina accendersi; nelle mansarde piene di disordine e sole, sui terrazzi e nelle case ferrate dalle alte guglie del borgo antico..."



"E com'è, dunque, che una sì lunga memoria favorisca un non morto? Per ogni dove ne conobbi che manco allo specchio si conoscevano; s'erano dimenticati come parlare, come comportarsi, taluni giunsero a strisciare come pregando di ricordare com'è che si fa a camminare.


Non vedo qui stralci di carne andante alla necrosi, né segni d'osso e d'ossessione.


Il vecchio Rotthardt, ridotto a un teschio per avere perso il cuore, guarì dal malocchio col ritrovarlo nel petto di una regina.
È un dissolversi della ragione.
È guarito, lei, per caso?"
Oltre la casa, il mondo sfumava in cenere, ma a lui non cadde l'occhio, com'è d'uso a quelli che sognano o vanno per deliqui.



"C'è una cosa, una solamente, ed è una Panacea. Quella cosa è Vita, e ridà la vita.." Si volò la giacca sulle spalle: fuori, ch'erano, la strada andava a finire fra colli e nebbie.
"È la vigilia di Natale, ed è quasi ora. Andiamo: te la faccio vedere..."

VI.


Ebbero il caso di un giro tortuoso per strade superiori, vinede e passi stretti, sotto gli occhi di pietra di mascheroni orridi e gargolle di rame.


Perquisivano il cielo degli scoppi di luci, i boati nelle crepe di una vecchia casa senza tetto, da ogni parte urlava di gioia il mondo.

E lui non sapeva perché.


Il vento gli portò soave e gelido il profumo dei botti, delle cose andate a fuoco in piazza: il grande falò che per un'istante anacronistico gli aveva fermato il cuore; come un grande incendio, come il calore della vita eterna.


In riverenza, i mostri scolpiti sulla scalinata della chiesa accoglievano i pellegrini: un centinaio di persone, che nel giro di niente s'affollarono sulle panche e d'intorno alle navate di lato, ai piedi delle colonne e in ginocchio.


"Guarda bene, vedi quel che c'è da vedere tu stesso" Kòsemar aveva il vizio, come ogni buon non morto, d'infilarsi nella folla. Lo perse di vista nel battere le ciglia, e nello scampanare tuonò il sacro silenzio che avvolge i più grandi misteri.


*


Come ogni cosa che comincia, questa era nata dal calante vociare, poi dal silenzio. Venne la musica e i canti sacri, le preghiere, il segnarsi.


La preghiera è buona in quiete, e di marchio sacrifica il tempo, invade il cuore, rapisce in estasi.


Volarono insieme lontano sulle pagine di un Libro antico letto in canti, prostrati ai piedi di un bambino.
Scese la pace, si strinsero mani piene di gioia.


E dietro il levarsi dell'incenso, grave di silenzio, vide consumarsi un mistero incomprensibile: scese da un filo di luce una goccia di sangue dentro al calice.


Vide Kòsemar, in cima alla fila, consumare il sacrificio e tornare a respirare.
Quella stessa luce mandò in frantumi il mondo quand'egli giunse a contemplare gli occhi del sacerdote, ora sceso dalla croce, e nel comunicarsi il chiarore gli rubò del tutto l'anima: dolci fiamme gli mangiarono le mani, la testa, il cuore, e consumato dal calore si svegliò.


*


Era notte. Si faceva in curve la schiena per vedere meglio una cosa. L'aveva vista nel fuoco di un braciere, nel consolante ruotare delle preghiere del Rosario.
Stava pregando da molto, molto tempo, e aveva perso ogni cosa per quel suo contemplare.


Il Fuoco gli riempì l'anima di ricordi, cullando di fiamme languide lo carezzò al sogno di tutti quelli che sognano quando cal'in picchiata dal cielo il Santo, e rende perpetuo il falò di quelli che lo cercano.


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