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Una storia di QuintoMoro

L'autista

Un giorno di ordinaria caciara

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12 minuti

Pubblicato il 26 aprile 2019 in Viaggi

Tags: #attualit #populismo #razzismo #satira #societ

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Una giornata afosa. Uno sciopero che blocca la città. Un uomo che vuole tornare a casa, e per farlo non ha paura di gridare...

Un racconto in cinque parti, puoi leggere la versione completa de "L'autista" anche sul mio sito , gratuitamente, insieme a tanti altri racconti.

Capitolo 1. Ma che sapore ha, una giornata afosa...

L’una passata. L’asfalto ribolliva. I clacson erano impazziti all’ennesimo tilt del semaforo. Stridio di pneumatici. Urla. Insulti tra un finestrino e l’altro, e da un guidatore a un venditore ambulante o un giocoliere. I tilt erano ghiotte occasioni per gli ambulanti di prolungare la speranza di vendere un pacchetto di fazzolettini in più agli automobilisti in coda, sudati e furibondi. E per quei ragazzotti senz’arte né parte, al di là dell’abilità circense di far roteare bastoncini di legno in quegli spettacolini della durata esatta tra un segnale verde e l’altro, la possibilità di raccattare qualche spicciolo extra.

Salvo osservava la scena stordito, impalato sotto il semaforo pedonale che strillava il suo segnale acustico. Aveva i capelli appiccicaticci sul collo e ai lati della fronte, come riccioli di un ebreo ortodosso. La barba era lucente di sebo e sudore. Non se l’era lavata quel mattino. Non aveva avuto tempo. Il suo sudore sbuffava dal colletto della camicia bianca, le braccia come mantici per le ascelle pezzate. La giacca aperta sulla pancetta rigonfia sparava in fuori i bottoni, ancora qualche chilo e non sarebbe più riuscito a vedersi l’uccello. La cinta dei pantaloni scivolava presso l’inguine e sulla vescica che premeva per essere liberata. Non avrebbe dovuto bere quella birra a metà mattina, ma già ne desiderava un’altra, bionda e fresca, come quella sedicenne dall’altro lato del semaforo.

La valigetta pesava nella mano destra. Eppure era leggera. Dentro c’erano solo cartacce e una mela sballottata da una settimana, messa lì da sua moglie con quella fissa del mangiar sano e tenersi in forma. Cosa pretendeva di più da lui? S’era trovato quel lavoro solo per farla contenta, ché non si poteva campare di rendita coi soldi del babbo. Salvo sapeva che il suo lavoro era del tutto irrilevante per l’azienda, il grosso della fatica era presentarsi in orario la mattina ed affrontare il rientro a casa nel lerciume del mezzogiorno.

Guardandosi intorno, Salvo odiava tutto. Odiava i passanti, quei ragazzini buoni a nulla con le cuffiette e gli zainetti a spalla, quei vecchi rincoglioniti che ci mettevano una vita ad attraversare la strada, quelle vecchiette coi capelli corti vaporosi e tinti che puzzavano come capre inzuppate di profumo da due soldi. Odiava i vigili che se ne stavano fermi all’angolo della piazza senza far nulla, e poi il traffico e le auto vecchie di trent’anni. Perché quei pezzenti non ne compravano di nuove? Avrebbero aiutato l’economia almeno. Lui cambiava l’auto tutti gli anni, anche due volte l’anno. I soldi non gli mancavano, almeno fintanto che la banca continuava a prestarli, e gli piaceva mantenere una certa immagine presso i colleghi. Un giorno sarebbe diventato caporeparto di qualcosa, su questo non aveva dubbi, poi avrebbe fatto domanda di pensione, benché non avesse ancora cinquant’anni, un modo l’avrebbe trovato. Certo, a quel punto non avrebbe più cambiato l’auto tanto spesso, anzi non avrebbe più dovuto guidare, ma sfoggiare un’auto nuova era sempre una soddisfazione benché l’attrattiva sessuale delle grosse auto non sortivano gli effetti sperati sulle sedicenni.

Salvo attraversò l’ingresso della stazione dei treni, poi nuovamente la strada, in modo goffo. Senza semafori e strisce aveva sempre difficoltà. Doveva passare ancora dalla piazza antistante alla stazione degli autobus prima di raggiungere il parcheggio. C’era una gran folla, più gonfia e rumorosa di quanto non fosse di solito in quell’ora di punta. Era il tipo di folla che poteva crearsi per una disgrazia, qualcuno investito da un’auto o colto da un infarto attraversando la strada. Difficile aggirarla a meno di tornare indietro, attraversare sul lato opposto della piazza e passare dal porto. Troppo lunga, ed era curioso di vedere e sapere cosa fosse successo. Senza contare che gli studenti pendolari stavano riversandosi ora presso la stazione, con un nutrito campionario di giovincelle dai culi sodi e tette straripanti cui avrebbe potuto strusciarsi nella calca. Con l’avambraccio alzato a fendere la folla l’avrebbe strusciato qua e là, chiedendo permesso con tono duro, sguardo alto e severo di chi ha fretta e non si struscia apposta sulle tette di passaggio. Mostrarsi determinato e impegnato al costo di sembrar rude ma non malizioso. E con la valigetta avrebbe potuto impigliarsi tra un paio di gambe troppo larghe, incastrando la mano in qualche culetto sodo o almeno facendo sentire la durezza della valigetta e suscitare un brivido.

Salvo s’infilò nella massa umana provando a raggiungere il centro dei curiosi, ma più si addentrava e più sembrava che nessuno guardasse un punto preciso. Circondato e compresso in quel blob di carne e vestiti appiccicaticci si arrese a chiedere cosa fosse accaduto.

“C’è lo sciopero degli autisti” disse uno sbarbatello.

“E ti pareva” disse Salvo d’istinto, col tono complice di chi queste cose mastica tutti i giorni.

Un signore mezzo pelato, dai lineamenti marcati e il mento volitivo, gli diede un’occhiata e annuì gravemente: “sempre la stessa storia”

“E adesso come si fa?” fece Salvo, appena diventato uno di loro. Lo irritava essere stato attirato da qualcosa di tanto banale, si aspettava qualcosa di ben più drammatico. Non era nemmeno riuscito a palpare un bel culetto, c’erano troppe vecchie e troppi uomini, studentelli e studentesse se n’erano rimasti in sparuti gruppetti sui marciapiedi della piazza più indietro. Addentrarsi nella folla era stato abbastanza facile, tornare indietro sembrava invece un’impresa. Non ci si poteva muovere all’indietro, difficile girarsi e trovare uno spiraglio, come nuotare controcorrente in un carnaio.

“Converrà prendere il treno?” disse sperando che quella massa di idioti rinsavisse, cominciando a sparpagliarsi per raggiungere la stazione dei treni dall’altra parte della strada e liberandolo dallo stallo.

“Eh facile” fece un altro vecchio, meno orgoglioso e composto nell’aspetto e nella parlata “per chi gli passa il treno vicino a casa. A me non mi passa vicino a casa, e come faccio? Devo fermarmi a un altro paese e chiamare qualcuno per farmi venire a prendere?”

“Che poi coi treni non si sa neanche dove si finisce” proseguì una signora “o quando si arriva”

“Eh quando c’era la Buonanima” riprese il vecchio trasandato “allora i treni arrivavano in orario”

“Ci può contare” disse Salvo senza pensare.

“Ma per che cos’è questo sciopero?” chiese la signora rivolta a due ragazzini, come se loro dovessero saperlo più degli anzianotti intorno. Quelli fecero spallucce.

“Lo so io signora” disse Salvo col tono di chi la sa lunga “che non hanno voglia di lavorare ecco perché”

Intorno si alzarono mugugni di approvazione. La signora alzò le sopracciglia ed annuì con fare rassegnato, con l’imbarazzo della mamma con un figlio fannullone. Salvo passò oltre, spingendo e chiedendo permesso senza bisogno di fingere gravità e irritazione. Era ormai a pochi metri dai cancelli, e vide che la gente si accalcava tutta verso un unico ingresso. Il cancello era chiuso per metà.

“Ma li vogliamo aprire questi cancelli?” gridò Salvo. Come avesse appena detto qualcosa d’incredibile, si generò un cono di silenzio nel raggio di qualche metro, quelle teste ipnotizzate dall’oscurità dell’androne principale si volsero con le loro facce stupite, poi qualcuno riprese il grido. Partirono urla da più parti perché si aprisse l’anta chiusa del cancello, e vedendo che nulla si risolveva, Salvo gridò che chi era più vicino l’aprisse. Altri gli fecero eco finché qualche coraggioso trovò il modo di aprire. Ci fu un gorgoglio simile a quello d’un tubo intasato, come un rutto di massa e uno sbuffo mentre la pressione dei corpi inghiottiva nell’androne la fiumana. Salvo s’era messo in testa che sarebbe stato più facile uscire dalla stazione che dalla folla, e una volta dentro cominciò a sbattere contro le persone invasate che si ammassavano presso le banchine oltre le sale d’aspetto. Incrociò un dipendente della stazione, con una camicia sgualcita e la barbetta incolta. Era basso e tarchiato e blaterava maledicendo chiunque avesse aperto il cancello, impugnando il suo anello magico tintinnante di chiavi.

“E’ inutile che entrate, i pullman oggi non partono!”

“Cosa deve fare la gente?” gli gridò dietro Salvo “restare tutta ammucchiata?”

“Ecco, bravo” disse qualcuno di passaggio.

“C’è un sacco di gente anziana” incalzò “se poi qualcuno si sente male con chi dobbiamo prendercela, con lei?”

Il funzionario si fece piccolo piccolo, e partito con l’intento di richiudere i cancelli s’era presto arenato, come avesse finito benzina e volontà.

La folla si riversava sulle banchine, come in ogni sciopero c’era la speranza che qualche buon cristiano avesse scelto di astenersi. Tra una banchina e l’altra si lanciavano occhiate torve, pronte a maledire i fortunati d’una simile grazia.

Salvo, rinfrancato dall’ombra della sala d’attesa interna, aveva ceduto alla tentazione di sedere qualche minuto tra le panchine, lasciando asciugare un po’ di sudore. Un gruppetto autisti – o forse semplici inservienti – se ne stavano con le braccia conserte ed accigliati, borbottando tra loro in una lenta chiacchierata, con lunghi silenzi a seguire ogni frasetta e monosillabo dei colleghi. Salvo li osservò a lungo, sembravano proprio dei pezzenti svogliati e quando si alzò fu sul punto di lanciargli qualche frase piccata, ma li ignorò e imboccò l’uscita presso le banchine.

Capitolo 2: Muggisci, popolo!


Fuori dalla stazione il traffico era impazzito per via d’un semaforo spento. Salvo già si immaginava a bestemmiare, sollazzato dall’aria condizionata, dietro gli spessi finestrini che avrebbero attutito il suono dei suoi insulti verso i vigili e qualunque autista da lì alla fine del mondo.

Presso il gran parcheggio custodito i clacson e le urla salivano furibonde, perché qualcosa era andato storto con la biglietteria automatica o con le sbarre, che non volevano saperne di alzarsi lasciando tutti imbottigliati in entrata e in uscita. Salvo s’accostò ad un gruppetto di autisti imbestialiti e chiese spiegazioni.

“Non funziona niente” disse uno.

“Tutto spento, tutto spento” disse l’altro.

“E non c’è nessuno a cui chiedere” fece un terzo.

“Per ‘sto cazzo di sciopero”

Come se non bastasse, nella foga dei clacson c’era scappato anche un tamponamento e un paio d’autisti stavano venendo alle mani. Capannelli d’uomini sudaticci si schierarono da una parte e dall’altra, novelli testimoni, esperti del codice stradale, carrozzieri con perizie danni, preventivi di spesa e i referti medici per le lesioni dello schianto e della rissa rimbalzavano qua e là intercalate da insulti e fischi.

“Mi sa che ci conviene andare a prendere l’autobus” disse uno.

“Eh ma sono in sciopero quelli là” disse l’altro.

“Ah! Pure?” fece il terzo.

“Vero vero” disse Salvo “ci sono passato alla stazione, c’è un casino”

“Ma cosa scioperano a fare”

“La gente non c’ha proprio più voglia di lavorare” disse Salvo.

Tutti annuirono gravemente. Un soffio di vento, come una schioccata di frusta sulle nuche sudaticce, li scrollò tutti quanti. Salvo drizzò il collo e la schiena, portando il petto in fuori neanche l’avesse colpito un fulmine. Quel gesto di fierezza improvvisa gli fece piombare addosso tutti gli occhi e ci fu quasi un minuto di silenzio. Tutti si aspettavano che Salvo dicesse qualcosa.

“Sapete cosa vi dico?” fece una pausa, gli sguardi erano davvero tutti per lui. “Se ci organizziamo, un autobus ce lo andiamo a prendere, e ce ne torniamo tutti a casa”

“Lei ha la patente speciale?” gli chiese un signore.

“Cazzo ha ragione!”

“Ma non si può mica rubare un pullman così”

“Chi ha parlato di rubare?”

“Vogliamo restare tutti qui?” fece Salvo.

“Io la mia macchina qui non la lascio”

“Ma staremo bloccati anche fino a domani”

“Giusto, quando finisce lo sciopero, domani, veniamo a riprendercele”

“Non si può prendere un pullman così”

“Io dico di sì, questo signore ha ragione”

Tutti guardarono Salvo. “C’erano un paio di autisti che se ne stavano senza fare un cazzo” disse lui.

“Facciamo una colletta e io dico che ci portano dove vogliamo”

“Col cazzo! Io dico di portarceli a calci nel culo a sedersi al volante, voglio vedere se non guidano!”

Salvo fece una rapida conta di chi ci stava, informandosi sul luogo di residenza di una decina di autisti incacchiati, premurandosi di non insistere troppo con chi non sembrava propenso all’idea di prendersi un mezzo con la forza. Dieci minuti dopo, alla testa di cinque uomini Salvo raggiunse il piazzale affollato. I passeggeri ancora ostaggi dei marciapiedi e gli autobus muti e lontani nei loro parcheggi. Salvo e la sua piccola cerchia si distinsero sconfinando là dove nessuno osava, nello spazio d’asfalto giù dalle banchine, come al centro di una piccola arena dove tutti li guardavano.

“Non ne è partito neanche uno?” chiese Salvo alla folla. Sguardi delusi e variabilmente incazzati accompagnavano scrollate di spalle e di teste.

“Non si muovono”

“Ci lasciano qui tutto il giorno”

“Lo sciopero dovrebbe finire alle otto”

“Dovrebbe”

“Le otto? E dobbiamo starcene qui tutta la sera?”

“C’è meno gente di prima” osservò Salvo.

“C’è chi si è fatto venire a prendere, ma a me non mi può venire a prendere nessuno”

“E c’è chi ha deciso di farsela a piedi”

“Ma io non posso farmi tutta quella strada a piedi”

“Dovrebbero togliergli lo stipendio a quelli che scioperano”

“No dovrebbero arrestarli”

“Così gli passava la voglia”

“O gli veniva quella di lavorare”

“Ascoltate” disse Salvo, e di nuovo quel silenzio intorno a lui. Com’era strana quell’attenzione improvvisa, e quanto piacevole. “Noi proviamo a convincere quei pochi autisti che ci sono”

“Eh sì, quelli ci staranno proprio pensando”

“Ma lasci perdere”

Salvo pensò a qualche frase di circostanza, qualcosa tipo Dio è dalla nostra parte perché anche lui odia chi sciopera. Tutte quelle facce grame avevano bisogno di una speranza. Erano incazzati ma troppo deboli per prendere in mano la situazione, andavano ispirati.

“Intanto noi ci andiamo” disse Salvo spavaldo “e vi dico che torniamo tutti a casa oggi”

“Auguri.”


Continua...

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