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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

SANREMO CANTA 2020

70ANNI DELLA CANZONE ITALIANA

199 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 02 febbraio 2020 in Recensioni

Tags: #Canzoni #Fashion #Festival #Musica #Sanremo

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Teatro Ariston
Teatro Ariston

Eleganza, charm, glamour, raffinatezza, cordialità, musica e tantissime canzoni; motivi da cantare, da fischiettare, da tenere a mente nei prossimi mesi, forse negli anni a venire, oppure da ricordare in un futuro labile quanto spensierato, e magari, perché no, da dimenticare. Un appuntamento da non mancare anche se c’è ancora qualcuno che si domanda: perché? Sebbene sappiamo che: “non sono solo canzonette”. Per quanto se ne voglia dire, discutere, contestare, rifiutare, parafrasare, non ignoriamo che nell’arco fuggevole del tempo le cosiddette ‘canzonette’ hanno scritto pagine di storia, hanno sostenuto le genti alla fatica del lavoro, hanno accompagnato i soldati, hanno inneggiato agli sport, hanno raccontato e favoleggiato i momenti migliori delle nostre vite, quei “migliori anni” della gioventù in cui abbiamo folleggiato negli amori.

Tu chiamale se vuoi …” è un gradevole e affatto frivolo libro di Ranieri Polese (Archinto Editore 2019) che racconta il ‘viaggio’ lungo 70 anni della canzone italiana, attraverso citazioni, echi, lasciti letterari, di quell’italiano cantabile, talvolta un po’ scombinato (illetterato), che ha insegnato a quanti ( e si era in molti) ancora analfabeti, a parlare di sentimenti, di emozioni e, perché no, a esprimersi in amore e a riempire i nostri giorni di baci. Ce lo rammenta ancora una volta lo stesso autore nel suo precedente libro “Per un bacio d’amor. I baci nella canzone italiana” (Archinto Editore 2017). “Dai primi decenni del ‘900 a oggi si incontrano testi che risentono, in varia misura, degli esempi dei classici della tradizione letteraria. Echi e lasciti illustri, a volte evidenti (perché citati), a volte mimetizzati, usati consapevolmente oppure emersi da lontani ricordi di scuola”.

Copertina del libro.
Copertina del libro.

Ma andiamo con ordine, seppure facendo salti pindarici, tutti ricordiamo i “24mila baci” di Adriano Celentano; le “Mille bolle blu” di Mina e quel “Non ho l’età” di Cinquetti; “Donne du-du-du” di Zucchero; prima di perderci tutti quanti nel dichiarare che avremmo voluto (e preferito) una “Vita spericolata” come quella di Vasco Rossi che ancora oggi sono sulla bocca di tutti. Nell’intermedio c’è stato però il riferimento costante alla letteratura impegnata di canzoni attribuite ad autori di grande levatura artistica come Gino Paoli, Roberto Vecchioni, Don Backy e, non in ultimo, il 'futuribile' Franco Battiato; il 'maestro dei maestri' Paolo Conte; senza dimenticare i ‘poeti’ puri come De André, Cocciante, Baglioni, e di ceto Lucio Battisti che ha dato una svolta epocale alla canzone italiana musicando in modo superlativo i testi di Mogol; e inoltre Pino Daniele, Enrico Ruggeri, Fausto Tozzi, e tantissimi altri.

E che pagine d’amore erano quelle, e che baci, aggiunge l’autore affabulandosi da Dante a Petrarca, fra i componimenti di Leopardi e Pascoli messi a confronto con i più tardivi Ginsberg, Lee Masters, e altri autori stranieri eccellenti quali, ad esempio, Shakespeare e Villon.

Sebbene più recentemente dobbiamo a Bukowsky il primato di allocuzioni e parolacce, incitazioni e rap-perie varie. Di rilevante interesse sono i titoli riportati in indice nel libro: per curiosità ne leggo e/o propongo alcuni: “Fra Shakespeare e Dante”, “Dante Top of the Pop”, “Laura non c’è”, “Il Paradiso può attendere”, “Che fai tu luna in ciel?” per poi approdare a “Lost in translation” in cui l’autore appronta una storia delle citazioni di autori stranieri nelle canzoni italiane che – egli dice – meriterebbe un libro a parte. Ebbene lo aspettiamo prossimamente sullo schermo sanremese che, altresì, meriterebbe qualche considerazione in più. E non solo perché la commistione dei generi musicali e la contaminazione dei versi, preannunciava di molto quella che oggi diciamo ‘globalizzazione’.

Quanti di noi hanno imparato le prime nozioni d’inglese e di francese ed anche di spagnolo dalle ‘canzonette’. Quelli che oggi sfoggiano una lingua estera, per averla studiata in corsi specializzati, dovrebbero ricordare, senza vergogna, quando a mala pena parlavano in italiano corretto, e che le canzoni dei più noti Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Elvis Presley, ma anche Nina Simone e Joe Cocker, The Beatles (io parteggiavo per i Rolling Stones), Chubby Cecker, e i nostri italianissimi Peppino di Capri, Fred Buscaglione, Renato Carosone, Domenico Modugno ci hanno ‘imparato’ (così dicevamo) le prime parole straniere, ancor prima che diventassimo tutti linguisti esterofili.

Ebbene, tutto questo è quanto contenuto nel libro di Ranieri Polese e molto, moltissimo di più: da Saffo a Francoise Sagan, da Baudelaire a De André, da Catullo a Guccini, da Poe a Baustelle ad Al Bano, a Sfera Ebbasta; da Quasimodo alla Yourcenar fino ad Aznavour /Bardotti a Mogol/Battisti, chi più ne ha più ne metta. E ora che stiamo per assistere al 70mo start di una kermesse in gran misura italiana dovremmo ricordarci che spesso Sanremo ha spopolato nel mondo: “Volare”, “Quando, quando, quando”, “Zingara”, ecc. ecc. In quegli anni ognuno avrebbe detto: “Non si è mai visto un festival così, malgrado qualche piccolo scivolone di stile, scusabilissimo in una ‘diretta TV’ di tre ore ogni sera per tre giorni consecutivi. Almeno, così era all'inizio.

Copertina del libro.
Copertina del libro.

Ma il Festival non è ancora iniziato che già le polemiche hanno sovrastato di gran lunga il rito della festa che si tiene ogni anno a Sanremo, quando un’altra considerazione andrebbe fatta da quanti ‘disfattisti’ tentano ogni anno di vederlo cancellato dalle reti del servizio pubblico: pensiamo alle centinaia di maestranze che vi lavorano tra tecnici di tutti i tipi, di orchestrali e direttori, di costumisti e scenografi, di presentatori e aiutanti di scena, e quanto lavoro esso dà per tutto l’arco dell’anno alla sua preparazione (?); pensiamo a quanti giovani mettono in gioco le loro aspettative per farsi ascoltare, di entrare nello show-business della canzone, e non solo, per aprirsi una strada che li porterà, forse, nel mondo. In quel mondo che vede nella canzone italiana una eccellenza affatto trascurabile.

Si pensi al da farsi sul palco dei pur bravissimi presentatori che si sono succeduti, quest’anno tocca ad Amadeus che pure possiede una grossa preparazione nel campo discografico e musicale davvero esorbitante. Si pensi al da fare dietro le quinte, ancor più alla fatica dell’organizzatore che deve tenere insieme il numero degli addetti ai lavori che, stando ai ritmi frenetici, rendono ogni anno lo spettacolo effervescente e dinamico. Spettacolo che si rivela, infine, quando tutto finisce e si spengono i riflettori sulla kermesse, nel personaggio e ancor più nella canzone vincente che continua il suo viaggio e lenire le pene di generazioni di innamorati, più giovani e diversamente giovani, conoscitori delle canzoni fin da saperle tutte a memoria (chi di noi no).

Amadeus
Amadeus

Ma la vera vincitrice del festival è la Canzone Italiana che sembra voler ritrovare la sua vena migliore. Testi bellissimi e coerenti con l’attualità, con i problemi sociali e intimi che ci portiamo dentro, ed anche con la risolutezza dell’amore vissuto ogni giorno, la diversità degli approcci con la realtà, tutta la bellezza di cui siamo capaci di dire con le parole che, se non è paragonabile alla poesia, chi saprà mai dirci perché, le è sorella d’istintiva emozione. È infatti all’emozione che vanno riferite quelle che ‘non sono solo canzonette’ e che il mondo intero spesso riconosce essere frutto di una sensibilità tutta italiana di esprimere i sentimenti, le angustie e le paure, le passioni come i desideri, portatrici di un profumo avvolgente e sensuale.

Possibile che siano solo pulsazioni del garbo e della raffinatezza che, seppure non la si riscontra quasi più nei gesti, riusciamo però quasi a intravederla negli animi dove è riposta? No, non sono soltanto le parole, le frasi, la concordanza di note che accompagna anche il più arrabbiato dei cantanti, ma la corrispondenza degli intenti ‘spezzati’ musicalmente, l’armonia che regna in quelli di loro più dimessi. Perché, malgrado le problematiche di un Festival così concepito, ciò che è più rilevante è l’aver riscoperto la padronanza di una lingua ricca di espressività, carica di una tradizione che non ci abbandona mai, e che ritroviamo anche nella riscoperta di alcune frasi dialettali che bene si attagliano nel contesto dei propri intenti, così vicini alla gente qualunque, alla tanto detestata lingua parlata d’ogni giorno.

Ricordo in passato d’aver udito cantare in tante flessioni linguistiche presenti in ogni singolo idioma regionale ed extra nazionale che va salvaguardato, così come nelle lingue che abbiamo ascoltato dagli ospiti internazionali intervenuti alla manifestazione e che hanno reso omaggio all’Italia cantando nella nostra lingua: Ray Charles, Stewie Wonder, Louis Armstrong, Timy Yuro, Paul Anka, Shirley Bassey, De De Bridgewater, Sting, Skin, Touré, Taylor, Shaggy, Grace Jones e i tantissimi altri che continuano a trovare nella canzone italiana il loro referente musicale più accreditato. Senza trascurare le nostre ‘voci’ particolari di interpreti di successo come Milva, Mina, Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia, Mia Martini, Patty Pravo, Loredana Berté, Alice, Giorgia, Noemi che ogni volta ci hanno fatto regalo di così raffinate presenze rendendoci partecipi del loro essere donna e della peculiarità tutta femminile di un essere comunque al centro dell’attenzione al pari delle grandi star internazionali.

Interno del Teatro Ariston 2020
Interno del Teatro Ariston 2020

Pensiamo all’incommensurabile Lucio Dalla di cui noi tutti, oggi più che mai, sentiamo la mancanza. Se gli altri, giovani e meno giovani, porteranno sul palco di questa ennesima kermesse l’attualità delle mode, una ventata fresca di suoni e ritmi di questo nostro secolo che canta con disinvolta sfontatezza e che, ognuno a suo modo, saprà dimostrare di essere all’altezza della competizione, beh, auguriamogli quel successo che se non pieno almeno in parte li sfiorerà. Basta una volta nella vita per fare la differenza e chissà che in ognuno di loro non risplenda la fiammella dell’affermazione e della popolarità. Auguriamoglielo con affetto se non altro per ripagarli di averci creduto; di aver creduto che una ‘canzone’ può, a volte, cambiare la vita.

Questa vita che rincorriamo a denti stretti e col fiatone che irrompe nei polmoni per la corsa a voler cambiare tutto in una volta. Panta rei, dicevano gli antichi per dire che tutto scorre e tutto resta fermo, mentre siamo solo noi a continuare nella nostra pazza corsa. Di fatto, un Festival così, che a 70anni si spera sperperi emozioni a non finire, come fosse in ciò ‘il segreto del tempo’ che passa, significa che c’è ancora qualcuno che crede nell’amicizia, che è capace di gridare contro le guerre, ché ‘custodire’ una tradizione in fondo non è poi così ‘sbagliato’, e in qualche modo potrebbe riscattarci dall’esserci sovraccaricati di un bagaglio fin troppo pesante da sostenere e che ci invita a cantare per ritrovare un po' di 'leggerezza' e magari ricominciare a 'Volare'.

Domenico Modugno
Domenico Modugno

Non in ultimo, ascoltiamoli con interesse, se non altro perché ‘ognuno ha la sua piccola/grande passione da narrare e che, in fondo, tutto si risolve in un’autentica e commovente storia d’amore. Una delle tante che pure ci affranca a quell’amore universale che è parte della vita di ognuno. Allorché immersi nel ‘ballo delle incertezze’ dell’ultim’ora aspettiamo con trepidazione di assistere al risveglio di ciò che nell’attesa potrebbe anche nascondere il ‘senso’ della vita; quello che vorremmo dare a una frase, a una narrazione, e perché no a una canzone, e che magari sarcasticamente ci faccia dire: ‘che tutto va bene’ malgrado tutto il resto non vada bene affatto. È adesso che dobbiamo re-‘imparare ad amarci’, ‘adesso’, prima che sia troppo tardi … e che / “reinventarla dobbiamo la vita / cogliere ciò che intorno sorride / ridisegnare dobbiamo orizzonti / cancellare frontiere / reinventare l’amore / dare un posto ai sogni / sapendo che infine / nulla è per sempre / così come il poeta platonico si bea delle parole”. (Gioma)


(Continua in diretta dal Festival)


L’Autore.
Ranieri Polese è nato nel 1946 a Pisa; ha studiato filosofia e, dalla fine degli anni Settanta, è membro del sindacato Critici cinematografici. Ha scritto per le pagine culturali di diversi giornali («La Nazione», «L’Europeo»). Nel 1995 ha pubblicato per Rizzoli Il film della mia vita. Dal 2006 ha curato l’Almanacco Guanda. È stato caporedattore cultura e inviato del «Corriere della Sera». Presso questa casa editrice ha pubblicato Per un bacio d’amor, 2017


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